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Full text of "Teatro araldico : seguito"

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PALLAVICINI DI LOMBARDIA 



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PALLAVICINO 

DI LOMBARDIA 



Il qui indicalo Guglielmo ereditò dal padre nel 1145 
lutto quanto esso possedeva nel contado di Piacenza da Grotta 
in giù. Ei guerreggiò in favore dei Piacentini contro i Par- 
migiani, ch^erano assaliti dai Cremonesi, e contro suo fratello 
Delfino; ma fu sventurato ognora ne" 1 suoi scontri, anzi venne 
sconfitto ali 1 assedio di Tabiano. Per più fiate volle trattare 
della pace, la quale non fu conchiusa che alla venuta di 
Federico in Italia in occasione che questo Imperatore celebrò 
la diela nei campi di Roncaglia sul territorio Piacentino. Da 
Guglielmo discende 

Oberto, che seguitò il partito dell'Imperatore in Italia, 
da lui ottenendo una investitura di tutti i suoi possedimenti 
nelle diocesi di Piacenza, Parma, Cremona e Volterra nel 
1162, ed essendo stato podestà di Parma nel 1189. Da Oberto 
ne provenne 

Guglielmo II, che fu padre di molti figli, fra i quali 

Pelavicino, che procreò 

Manfredino, capo-stipite dei marchesi di Scipione, ramo 
che si estinse nel 1796 (0; 

di Pelavicino II, capo-stipite dei marchesi di Pellegrino, 
estinti nell'anno 1795 (2); 



483033 



PALLAVICINO 

Orlando, soprannominato il Magnifico, che educalo nelle 
armi alla corte di Gio. Maria Visconti, duca di Milano, diventò 
il più valoroso ed esperto capitano del suo secolo. V impe- 
ratore Sigismondo diedegli in Lodi (1483) investitura delle 
sue signorie, tra le quali fu compreso Monticelli d^Ongina e 
Borgo S. Donnino. Esso poi acquistò nel Piemonte il feudo di 
Stupinigi (1439); e da Caterina Scotti dei signori d\4gazza- 
no, sua moglie, ebbe numerosa prole, a cagione d^esempio: 

Carlo, che nel 1456 venne eletto vescovo di Lodi, e che 
in questa città edificò il pubblico ospitale (1459). Introdusse 
eziandio nella diocesi Lodigiana i Carmelitani, i Lateranesi, 
i Servi di Maria, i Francescani Osservanti, e nel 1461 istituì 
Farcipretura della cattedrale Lodigiana, avendo già donalo 
al tesoro di S. Bassano (protettore di Lodi) molti preziosi og- 
getti pel valore di trentamila scudi. Esso chiuse i suoi giorni 
il primo ottobre, 1497, e gli avanzi suoi mortali trovarono 
riposo nella chiesa di Monticelli, avendo i canonici di questa 
litigato accanitamente coi canonici di Lodi per portarli seco 
loro. 

Uberto, capo-stipite dei marchesi di Tabiano, che si 
estinsero nel 1756 (s). 

Gian Manfredo, capo-stipite dei marchesi di Polesine, 
estinti nel 1751 (6). 

Gian Lodovico, capo-stipite dei marchesi di Cortemag- 
giore, estinti nelPanno 1585 (■>). 

Nicola, dal quale discendono i marchesi di Varano, 
estinti nel 1782 («). 

Gian Francesco, capo-stipite dei marchesi di Zibello; e 

Pallavicino, progenitore dei marchesi di Busseto. Rami 
tuttora fiorenti. 



PALLAVICINO 



JLontane troppo e troppo rimote sono le memorie che 
risguardano a questa nobile ed illustre famiglia per non po- 
terci affidare delle asserzioni e notizie che ci vennero tras- 
messe dagli storici più accreditati. Nel rendere però ai 
Pallavicino una medesima origine, e in volerli derivati da 
un comune stipite cogli Estensi, coi Malaspina e co 1 Marchesi 
di Massa, quegli storici concordano perfettamente fra di loro. 

Adalberto viene creduto capo-stipite dei Pallavicino, 
e trovasi nominato col titolo di marchese in un Placito cele- 
brato nel 996 alla presenza dell' 1 imperatore Ottone III, per 
una lite insorta colFabate di S. Fiora di Arezzo. L'epoca della 
morte di Adalberto è affatto incerta, ed ei fu padre di Oberlo, 
che gli premorì nel 996, e da cui discende Adalberto II. Que- 
sti fu padre di Oberto II, che favoreggiò V imperatore Arrigo 
contro papa Gregorio VII nel 1080, ed alla sua volta procreò 
Oberto III, soprannominato Pelavicino. Questi era dei gen- 
tiluomini del seguito di Arrigo V, disceso in Italia nelFanno 
1116 per metter mano sugli Stati soggetti alla contessa 
Matilde. Ebbe numerosa prole, ed importa tra questi figli il 
menzionare di 

Alberto, riputato il capo-stipite dei Pallavicino di Ge- 
nova, del quale si ragionerà in appresso, e di 

Guglielmo, progenitore dei Pallavicino di Lombardia. 



ALBERO GENEALOGICO 



DELLA 



FAMIGLIA PALLAVICINO 

DI LOMBARDIA 



Adalberto vivea nel 996 

I 
Oberto, premorto al padre, 996 

I 
Adalberto II, 1033 

I 
Oberto II, 1080 

I 
Oberto III, 1116 



Guglielmo, 14 62 
con 
Claramonda 
Della Porta di Piacenza 

I 
Oberto IV, 1184 

con 
Mabilia 

I 
Guglielmo II, 1217 

con 

Solestella 

I 

Pelavicino, 1214 

con 



Tav. I. 



Alberto, 

da cui derivano 

i Pallavicino 

di Genova 

( Fedì Tav. XI). 



Manfredino, 

da cui 

derivano i marchesi 

di Scipione, 

estinti nel 1776 



Uberto, 

uno dei più rinomati 

Ghibellini del Medio Evo, 



con 



1 . a Beatrice della Gherardesca 
di Pisa, ripudiata; 
2. a Sofia da Egna, Tirolese 
{Fedi Tav. II). 



Pelavicino II, 

da cui 

derivano i marchesi 

di Pellegrino, 

estinti nel 1795 



Tav. IT. 



PALLAVICINO 



Uberto, 
(Fedi Tav. I) 

\ 
Manfredino, 4328 

con 
Margherita Canossa 



1 

Uberto II, 4378 


1 
Donnino, 4348 


1 
Federico. 


con 


con 


da cui 


Caterina Rossi 


Lupi 


discendono i marchesi 




,4404 


1 
1 


di Bargone, estinti 


Nicolò 


1 
Federico, 


1 
Uberto III, 


con 


da cui discendono 


da cui 


4.'' Antonia Casali 


i signori di Stupinigi 


derivano i marchesi 


2. a Maria Attendolo 


in Piemonte, 


di Ravarano 


| 


estinti nel 4557; 


estinti 


Orlando il Magnifico 


ed i Pallavicino 




con 


di Ceva, 




Caterina Scotti 


tuttora fiorenti 




d'Agazzano 

i 


(Fedi Tav. F) 




1 

| Marchesi di 


Zibello Marchesi di Busseto 



Pallavicino, 4 485 



Uberto IV, Gianfrancesco, 

da cui (Fedi Tav. IX) con 

i marchesi Caterina Fieschi 

di Tabiano, Gianfredo, (Fed. Tav. UT) Nicola, 

estinti da cui da cui 

nel 4756 i marchesi 

di Polesine, 



Gianlodovico, 

da cui 

i marchesi 

di 

Cortemaggiore, 

i marchesi estinti nel 1 785 

di Varano, 



estinti nel 4734 



estinti nel 4782 



PALLAVICINO 



Pallavicino, 4485 

con 

Caterina Fieschi 



Tav. Ili 



Girolamo, 
vescovo di Novara 



Galeazzo, 4520 

con 

4. a Elisabetta Sforza; 

2. a Eleonora Pico 

I 
Adalberto III, 4570 

con 

4 . a Angela Moroni ; 2. a Bianca Trivulzio 

I 



Girolamo, Galeazzo Antonio, 

da cui (Fedi Tav. FU) premorto 
derivano due rami, al padre 

l' uno estintosi con 

nel 4 686, Giulia Martinengo 

e l'altro, | 

detto di Crema, Antonio, 4659 

estintosi nel 4694 con 

Faustina Yimercati 



Adalberto IV, 

da cui 

un ramo 

estinto nel 4792 



Muzio, 4675 Alessandro Uberto Nicola, 

con Cavalieri Gerosolimitani 

Lucrezia Vernazzi 

! Pallavicino Clavelli 



Alessandro, Pietro Maria, Uberto 
Cavalieri Gerosolimitani 



Antonio Maria, 4685 

(Fedi Tav. 1F) 

con 

Aurelia Clavello di Crema, 

che portò l'eredità di sua famiglia 

con l'obbligo del cognome 



Tav. IV 



PALLAVICINO 



MARCHESI DI BUSSETO 



Antonio Maria, 1685 
(Fedi Tav. Ili) 



Camillo, 
Cav. Gerosolimitano 



Muzio, 



dottor collegiato 

con 
Maria Canobbio 



Antonio, 
cardinale nel 1743 



Antonio 

con 

Giulia Dati 

I 
Muzio Omobuono 

con 

Maria Zaccaria 



Francesco Carlo 
Cavalieri di Malia 



Antonio Maria 
con 
Lucia Ala Ponzone 



Muzio, n. 1791 

con 
Fulvia Maggi 



Ippolita, 

col 
marchese 
Girolamo d'Adda 
di Milano 



Uberto Antonio Maria, Francesca 
morto 1821 



Pietro, 
morto nel 1822 






PALLAVICINO 



MARCHESI DI CEVA 



Federico. 1389, 
(Fedì Tav. lì) 

Donnino, 4 429, 

con 

Francesca Ci pelli di Lodi 

I 
Bartolomeo. 1483, 

con 

Isabella 



Tw. F. 



Donnino, 

da cui 

discendono 

i signori 

di Stupinigi, 

estinti nel 1557 



Uberto, 1493, 
con 



Gian Antonio, f 1496, 

con 
Maddalena Dalle Rive 

I 

Giulio Cesare 

con 

Nicoletta Stratta 



Carlo, Paolo Antonio, 1625, Gian Lodovico, 

da cui deriva con vescovo di Saluzzo 

un ramo l. a Isabella .di Ceva; nel 1581 

estinto nel principio 2. " Giovanna Giustiniani di Genova 
del presente secolo | 

Giambattista 

con 

1." Adelaide del Carretto; 2. u Lucrezia del Carretto 

i 

Paolo Antonio, 

con 

Olimpia Piossasco 



Cari' Emanuele, 

con 
Beatrice Damiani 
{Fedi Tav.FI.) 



Bernardino Francesco, 
cav. Gerosolimitano 



Tav. FI. 



PALLAVICINO 



Paolo Antonio, 

con 

Anna Maria Ghilini 

! 

Cosimo Damiano. 

con 
Teresa Faussone 



Ignazio Maria, 



con 



Clemente, 
cav. Gerosolimitano 



Gabriella Della Chiesa di Rodi e Cinzano 



Valentino Giuseppe. 

con 
Marianna Scoffiero 



Luigi, 

con 

Ottavia Maffci 



Ottavio, al servizio militare 
della R. Casa di Savoja 



Gabriella Emilio Vittorio Carolina 
Giulio Giacomo Enrico 

nato 
nel 1818, 



Ignazio. 



Casimiro, 
con 
Paola di Ceva 



Luigi Giuseppina 



morto al servizio di mare nel 1833 



PALLAVICINO 



Galeazzo, 4 582, 

con 

Fulvia Martinengo 

( Fedi Tav. ITT) 



Tav. FU. 



Ermes Girolamo Galeazzo, 4638, Sforza 

con 
Elisabetta Valvassori 



con (Fedi Tav. FUI) 



Alessandro Galeazzo, 4 666, 

con 

i." Anna Francesca Parati; 2. 4 Ersilia Albani 

I 
Gianfrancesco Galeazzo, 
con 
Girolama Ala 

Adalberto Galeazzo, 4 782, 

con 

Francesca Barbò 

I 
Giovanni Pio Luigi Galeazzo, 4846, 
con 
Marianna Locatela' 



Giuseppe Galeazzo, Adalberto 

con 
Giulia Monticelli 



Tav. FUI. 



PALLAVICINO 



Sforza, 1654, 
con 

Caterina Trivulzio 

i 

Giangiorgio, 1656, 

con 

1." Maria Cassandra Arcimbolda; 

2.' Angela Lampugnani 

I 

Giangiorgio Sforza, 1742, 

con 

1 :' Laura Lampugnani; 

2.' Agnese Ayzago Malaspina 

* I 

Pio Giorgio, 4 765, 

con 

Margherita Borromeo 

i 
i 

Giorgio Gaetano, 1790, 

con 

Maria Dati della Somaalia 

I 

Giorgio Pio, -1803, 

con 

Anna Besozzi 



Giorgio Guido 

con 

Anna Koppman, 

di Praga 





PALLAVICINO 

MARCHESI DI ZIBELLO 

Gianfrancesco, 


Tav. IX. 




con 
Giacoma Brandolini 

(redi Tav. II) 

1 


- 




1 
Bernardino, 4526, 






con 
Caterina Buffetti 

1 




1 

Federico, 

da cui 
un ramo, 4. a 

estinto 
nel 4722 


1 
Uberto, 4583, 

con 

Eufrasina Visconti; 2. a Giovanna Gonzag 

1 

Alfonso, 4649, 

con 

Ersilia Malaspina 

1 
Alessandro, 4645, 


1 
Pallavicino, 

da cui 
a un ramo 
estinto 
nel 4670 


con 
4." Lavinia Farnese; 2. a Francesca Sforza; 3. a Pantasile 

1 


a Gaetani 


1 
Sforza, 

cardinale nel 4657 


1 

Alfonso, 4679, 

con 

Anna Ariberti 

i 




1 
Alessandro, 4749, 






con 
Anna, contessa 

di Fugger 
(Fedi Tav. X) 














PALLAVICINO 



Tav. X. 



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Carlo Ramizio, 

con 
Anna Anguissola 




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Giuseppe, 

cavaliere 

dell'ordine 

Costantiniano 

di S. Giorgio, 

ciambellano 

della Duchessa 

di Parma 

e preside 
del magistrato 

degli studi 

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Leopoldina 
Pallavicino 

Gianfra 

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Lodovico, 

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marchese coi 

Giuseppe Antonie 

PALLAVICINO 

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stabilì 

la sua dimora 

in Piemonte, 

e fu creato 


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PALLAVICINO 

RAMO DI ALERAME 



lerame era del magistrato dei Maestrali nel 1460 e 



A 

di quello della Mercanzia nel 1462. Fu poi tra i protettori 
della casa di S. Giorgio nel 1467, e nello slesso anno spedito 
in Levante a governare i possedimenti genovesi. Ebbe poi 
le seguenti dignità: di consigliere per sei volte della casa di 
S. Giorgio, di anziano negli anni 1483-86-87; di provveditore 
nel 1489; di membro del magistrato per gli affari delFisola 
di Scio, ec. Egli sposò in prime nozze Costanza di Baldassarre 
Lomellino, che gli procreò il figlio che segue: 

Luigi, i cui figli si divisero in diverse ramificazioni, la 
maggior parte estinte. 

Nicolò procreò i rami di Corsica (20). 

Battista, di cui diremo più sotto, seguitò il proprio ramo 
in Genova, ed 

Andrea, naturale, fu progenitore di un ramo che si 
estinse nel 1801 (21). 

Battista (figlio di Luigi suddetto) fu due volle del magi- 
strato degli straordinari, e due volte di quello degli elettori 
de' governatori, e poi tra gli elettori del Doge nel 1565, 
che fu l'ultimo di sua vita. Avea a sposa Benedetta di Paolo 
Spinola, e ne trasse numerosa prole, tra cui: 

Paolo, commissario di sanità nel 1577, membro del con- 
siglio dei Revisori nel 1582, capitano della città negli anni 



13 



PALLAVICINO 

1590 e 1601; del magistrato degli straordinarj nel 1591; di 
quello di Terra Ferma nel 1597, e nello stesso anno coman- 
dante delle milizie di Quarto; commissario contro i banditi 
nel 1598; uno tra gli elettori dei Governatori nel 1599, se- 
natore (anno medesimo); uno del magistrato dei poveri nel 
1601, morto nel 1613. 

Nicolò, del magistrato dei poveri negli anni 1591, 1593, 
1615; di quello di Terra Ferma nel 1594; de 1 priori del Monte 
di Pietà nel 1601, che, oltre ai figli legittimi procreatigli da 
Giulia di Nicolò Gentili, ebbe Camillo, naturale, che, fattosi 
prete nella Congregazione di S. Filippo Neri, visse sempre in 
Sicilia. NelPanno 1644 dispose delPaccumulata riguardevole 
sua sostanza, erigendo un Monte nella città di Palermo, di 
cui commise Tamministrazione ai proposti ed ai procuratori 
della Congregazione di S. Filippo Neri in S. Ignazio, ai depu- 
tati e protettori del monastero di S. Maria di Valverde ed ai 
consoli della nazione Genovese in Palermo. Fondò, e dotò 
sei preti in S. Ignazio, onde aumentare il numero de' suoi 
colleghi, ed ordinò che fossero accettati individui poveri 
virtuosi e dotati di scienze. Più dispose una somma ingente 
per introdurre i Filippini in Genova, istituendo dodici posti 
di sacerdoti e sei di chierici, attribuendo alternativamente 
la nomina ai Filippini stabiliti in Genova, ed ai governatori 
delPAlbergo Pallavicino, sempre preferendo gFindividui di 
sua casa. Fece per ultimo molte altre pie istituzioni, e fini 
una vita sì virtuosa Tanno 1644: ed 

Alerame, capitano del Golfo della Spezia nel 1577, 
governatore di Savona Tanno 1593, il quale sposò Faustina 
di Gianfrancesco Raggi, per cui ottenne molta figliolanza, 
tra cui: 

Tobia, che venne ascritto coi fratelli al Libro d^Oro, e 
che sposò Francesca di Andrea Cerosola, da cui discese: 



PALLAVICINO 

Andrea, ascritto al Libro (TOro e senatore nel 1608, che 
sposò Lelia di Gregorio Durazzo, e tra gli altri figli ebbe: 

Tobia Alerame, ascritto al Libro d^Oro nel 1680, che fini 
di vivere nel 1704 in Albaro, ed avendo sposata Girolama 
di Sebastiano Sopranis, ebbe, tra gli altri figli: 

Sebastiano, ascritto al Libro d^Oro nel 1713; uno dei 
protettori della casa di S. Giorgio negli anni 1745-58-61 e 
1767; senatore negli anni 1746-49 e 1757, che terminò la 
sua vita nel 1770, avendo già sposata Maria di Bernardo 
Raggio, che tra gli altri figli gli die: 

Giambattista, che fu dei protettori della casa di S. Giorgio 
nel 1784 e 1789, poi senatore nel 1786. Cessò di vivere 
nelPanno 1807. 

Bernardo, che fu versalissimo nelPerudizione delle cose 
patrie, e venne adoperato continuamente in molte cariche. 
Terminò la sua vita Panno 1814; ed 

Alerame, distinto per le sue qualità morali, e per la 
sua gentilezza, che fu protettore della casa di S. Giorgio, 
poi senatore, indi elevato al supremo grado di Doge della 
Repubblica (1789) ed incoronato il 10 gennajo, 1790. A lui 
è devoluta una nuova monetazione (1790), avendo soppressa 
Pantica, conPanche Pintroduzione della straniera, alle quali 
si dava un valore arbitrario con grave danno del commercio. 
Terminato il suo biennio nel 1791 sedette tra i senatori 
camerali sino alla caduta della Repubblica. Venne da Napo- 
leone nominato cavaliere della Legione d^Onore nel 1805, 
anno che die termine alla sua commendevole vita. Avea 
sposata Maria di Filippo Adorno, per cui si continuò la sua 
discendenza sino a" 1 giorni nostri. 




PALLAVICINI DI GENOVA 



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PALLAVICINO 

LINEA DI PAOLO GIROLAMO 



x aolo Girolamo venne ascritto al Libro d'Oro nell'anno 
1624, e un anno dopo militò alla testa d'una compagnia d'in- 
fanteria contro la Casa di Savoja. Fu uno dei senatori negli 
anni della Repubblica 1665-70-75 e 81. Egli avea il titolo 
di marchese del Sacro Romano impero, barone di Frignano 
nella Terra di Lavoro, e marchese della Favignana ed isole 
adiacenti in Sicilia. Sposata avea Maddalena d'Opizo Spinola, 
che gli figliò: 

Gianfrancesco, di cui più sotto. 

Giuseppe, capo-stipite di un ramo estinto nel 1785(24). 

Pietrantonio, della compagnia di Gesù. 

Opizo, che, dedicatosi alla prelatura, ebbe le seguenti 
cariche: di referendario d'ambo le segnature, di governatore 
di Fabriano, di Fermo, d'Ascoli e di preside di Montaldo. Ei 
fu arcivescovo di Efeso, nunzio in Toscana, in Colonia ed a 
Varsavia 5 fu creato cardinale da papa Innocenzo XI il 2 set- 
tembre, 1686; e vescovo di Osimo nel 1691, eletto da In- 
nocenzo XII. Cessò di vivere nel 1700. 

Anna, morta fanciulla. 

Giovanna, maritata a Stefano di Napoleone Spinola. 

Francesca, sposa di Gianluca Durazzo. 



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PALLAVICINO 

RAMO DI DAMIANO 



Damiano fu del magistrato della mercanzia nel 1510, 
degli anziani nel 1523 e 30, de 1 protettori della casa di San 
Giorgio nel 1324-35 e 52, degli ambasciatori destinati a ri- 
cevere Carlo V ai confini dello stato, uno de'' deputati desti- 
nati ad accompagnarlo a Savona (1536), e senatore nel 1538. 
Sposò Nicoletta d'Ambrogio Gentile, ed ebbe, tra gli altri, 
i seguenti figli: 

Francesco, ascritto al Libro d'Oro, ed uno del magistrato 
de* 1 procuratori nel 1564; Domenico, uno de* 5 deputati dei 
nobili di Portico Vecchio nelle vertenze contro quei di Portico 
Nuovo, e senatore nel 1583, che sposò Pellina di Francesco 
Lomellini, da cui ottenne numerosa prole, ma la sua linea si 
estinse alla seconda generazione : 

Tommaso, da cui derivano vari rami estinti, ed il ramo 
dei Pallavicino di Napoli, duchi di Castro, i quali pure sono 
estinti (22). 

Giambattista, da cui deriva un ramo estinto nell'anno 
1814 (25), e: 

Girolamo, che finì di vivere nel 1603, avendo sposata 
Maria di Pierpaolo Ricci, che gli figliò, tra gli altri: 



15 



PALLAVICINO 

Gianfrancesco, senatore della Repubblica nel 1614, che 
sposò Livia di Pantaleo Balbi, facendolo padre di 

Paolo Girolamo, della cui stirpe parleremo più avanti. 

Angelo, senatore negli anni 1661 e 1680, che fu autore 
di molte buone poesie italiane ed epigrammi Ialini. Egli sposò 
in prime nozze Anna Maria morta nel 1658, e in se- 
conde Anna di Gianantonio Raggi. Ebbe un figlio per nome 

Gianluca, ascritto al Libro d'Oro nel 1661, marito di 
Faustina Negro, e padre di 

Gianluca li, che fu nel 1752 ambasciatore della Repub- 
blica a Milano per trattare col principe Eugenio di Savoja gli 
affari della Corsica, e poi ambasciatore a Vienna. Essendo 
esli nel 1756 al servizio austriaco venne nominato generale 
maggiore e proprietario di un reggimento d' infanteria. Fu 
poi nominato maresciallo (1756), e spedito in Italia per una 
nuova guerra succitata a motivo della morte di Carlo VI. 
Venne quindi nominato vicegovernatore e comandante gene- 
rale del ducato di Mantova nell'anno 1741; e Fanno dopo 
ebbe la nomina di consigliere intimo di stato e reggente di 
Lombardia. Passò il susseguente anno in Piemonte per recar 
soccorso al Re di Sardegna nell'assedio di Cuneo. Venne 
richiamato nel 1745 a Milano in qualità di ministro plenipo- 
tenziario presso il governo di Lombardia, e nominato gene- 
rale d'artiglieria. Nel 1746 s'impadronì di Modena, e prese 
parte con molto onore alle due battaglie di Piacenza e di 
Castel S. Giovanni, nella cui ultima restò ferito. Fu nel 1749 
nominato comandante generale degli eserciti imperiali in 
Italia, e Panno dopo luogotenente governatore e capitano 
generale della Lombardia Austriaca fino al 1755, in cui venne 
decorato del Toson d'Oro. Ebbe poi il supremo onore negli 
eserciti di feld-maresciallo nel 1754. Venne nel 1768 spedito 
ambasciatore straordinario a Ferdinando re di Napoli, per 



PALLAVICINO 

consegnargli in nome di Giuseppe II, Maria Carolina d'Au- 
stria in isposa. Ei fissò in seguito il suo domicilio in Bolo- 
gna, dove terminò la sua esemplare vita. Dalla sua seconda 
moglie Caterina Fava, gentildonna bolognese, ebbe: 

Giuseppe, creato cavaliere del Toson d'Oro dall'impe- 
ratore Leopoldo nell'anno 1793, che sposò Carlotta Fibbia 
Fabbri, dama della Croce Stellata, e mori nell'anno 1818. 
Ottenne per figli: 

1. Giuseppe Francesco, ascritto al Libro d'Oro della 
Repubblica di Genova nel 1780. 

2. Pietro, al servigio austriaco nell'anno 1804, scudiere 
dell'imperatore Napoleone nel 1805, che fu inviato per parte 
di papa Pio VII al Re di Sardegna, e poi nominato ciambel- 
lano dall'imperatore d'Austria nell'anno 1814, indi G. C. dei 
SS. Maurizio e Lazzaro, cavaliere dell'ordine Gerosolimitano 
nel 1823, poi conservatore municipale di Bologna, consul- 
tore di governo della Legazione di Bologna (1830), e consi- 
gliere intimo di stato dell'imperatore d'Austria nel 1834. In 
questo medesimo anno venne innalzato alla dignità di prin- 
cipe romano insieme a tutti i suoi discendenti con ordine di 
primogenitura. Per ultimo fu presidente della Commissione 
Araldica di Bologna nell'anno 1837. 

3. Domenico, ciambellano del Granduca di Toscana. 

4. Antonio, erede della famiglia Fabbri. 

5. Gianluca, morto fanciullo. 



PALLAVICINO 

MARCHESI DI ZIBELLO 



A. Francesco toccò nelle divisioni della famiglia la metà 
di Solignano e di Zibello, dove edificò una rocca. In seguito 
ebbe molte altre investiture sulle terre di S. Andrea, Rizzolo, 
Tellarolo, Stagno, Solignano, Varano de Melegari, Tizzano, 
Ballone, Roccabianca, Fontanella del Pizzo, Serravalle, Ru- 
viano e Montesasso. Ei fu mollo potente presso i Duchi di 
Milano, e si crede morisse nel 1497. Sposò Giacoma Brando- 
lini, che gli figliò: 

Gasparo (primogenito) morto senza prole. 

Antonio e Donnino, de 1 quali la storia non c'istruisce di 
altro se non se ch'essi stettero carcerali nel castello di Zibello. 

Federico, che nel 1498 ebbe investitura della parte di 
Zibello spettantegli dall'eredità paterna. Esso nell'anno se- 
guente giurò fedeltà a Lodovico XII a nome pure di Gasparo, 
suo fratello, pei feudi di famiglia. Morì nel 1502, e Clarice 
Malaspina di Fosdinovo fu sua moglie. La sua linea si eslinse 
nell'unico figlio maschio per nome Gian Francesco, ed in Ire 
figlie. 

Polidoro, ereditò dal padre la terza parte di Monticelli 
d'Ongina, e della Villa di Roncarolo Piacentina. Ei ricevette 



PALLAVICINO 

fu nominato cardinale. Lo si crede autore di altre opere che 
vennero pubblicate dopo la sua morte. 

Francesca e Lavinia, nate dalla prima moglie, morte infanti. 

Vittoria Eufrosina, moglie di Adriano Montemellini di 
Perugia. 

Alfonso andò ambasciatore presso Alessandro VII nel 
1657 per promuovere le ragioni dei Farnesi sul ducato di 
Castro. Lo si vede nel 1666 a Milano, ambasciatore per com- 
plimentare l 1 infante Margherita, dimandava in Germania sposa 
delP imperatore Leopoldo. Mori nel 1679, e sua moglie fu 
Anna del marchese Bartolomeo Ariberli, vedova del conte 
Giovambattista Stanga, e tra gli altri figli ebbe: 

Alessandro, eh" 1 edificò il magnifico palazzo in Busseto, 
tuttora posseduto dai suoi discendenti, pervenutogli da Giro- 
lamo Pallavicino, ultimo del ramo dei marchesi di Busseto. 
Cessò di vivere nel 1779, avendo sposata Adelaide, contessa 
di Fugger d^Augusta, ed ebbe, tra gli altri: 

Uberto Ranuzio, gentiluomo di camera del duca di Par- 
ma, gran ciambellano delF infante D. Ferdinando, tenente 
generale di cavalleria. Mori nel 1775, e fu padre di 

Filippo, colonnello della guardia d* 1 onore di S. M. la 
Duchessa di Parma, suo consigliere intimo, e commendatore 
delP ordine Costantiniano. 

Antonio Francesco fu spedito dal Duca di Parma (1796) 
insieme al marchese della Rosa presso Napoleone Bonaparte, 
supremo comandante degli eserciti francesi, ad ottenere per 
qualunque patto una tregua, perchè i dominj del Duca re- 
stassero tranquilli come allora si trovarono. Ma in seguito i 
duchi di Parma essendo stati spogliati de 1 loro stati, Antonio 
Francesco ritirossi in Firenze, ove morì nel 1807. Fu marito 
di Anna del marchese Orazio Tarrasconi, dama di palazzo 
della corte di Parma nel 1771, da cui ebbe: 



PALLAVICINO 

Alessandro, di cui parleremo più sotto. 

Costanza, dama di palazzo, maritala in primi voli col 
conte Vincenzo Montanari, ed in secondi col marchese Fran- 
cesco Merlini Paolucci di Forlì. 

Adelaide, dama di palazzo dell'arciduchessa Maria Luigia, 
moglie del marchese Massimiliano Strozzi di Mantova. 

Maria Amalia, morta di due anni nel 1771. 

Alessandro, capitano delle guardie d'onore di S. M. 
Maria Luigia duchessa di Parma, cavaliere dell'ordine Co- 
stantiniano, e ciambellano dell'Imperatore d'Austria. A lui è 
devoluta la costruzione del ponte di filo di ferro fatta nel 
1825 sulla sponda sinistra dell' Aniene. Ei cessò di vivere in 
Parma nel 1831, e dalla sua sposa Vittoria, del principe 
Andrea Boria Panfili di Roma, ebbe le due seguenti figlie: 

Maria Amalia, dama di palazzo, che si maritò col conte 
Antonio Boselli. 

Leopoldina, dama di palazzo, che si sposò col marchese 
Giuseppe Palla vicino. 




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PALMIERI 



(di Siena) 



Poche città in Italia al pari di Siena diedero un numero più grande di Fa- 
miglie che per antichità di origine, e per imprese gloriose e memorande illu- 
strassero maggiormente la loro Terra natale. Questo Sommario sta a prova delle 
nostre parole, benché di molte ancora non abbiamo tenuta parola, fermi però nel 
nostro proposito di accennare alle memorie di tutte, con quella brevità che gli 
angusti limiti di questo lavoro ci vengono permettendo. 

Oggi perciò noi siamo lieti nel pubblicare le notizie che riguardano la Fami- 
glia Palmieri, una delle più cospicue di Siena. 

Questa Famiglia è originaria di Siena e fino dal Secolo XIV prestò utilissimi 
servigi al proprio Paese col senno e colla spada, poiché molti di essa ebbero nei 
Maestrati uffici supremi ed occuparono i più cospicui gradi militari, ottenendo lodi 
ed onorificenze per tutta Italia. Uffici e gradi che anche nei Secoli posteriori non 
mancarono alla Famiglia Palmieri, poiché essa fu sempre altrice di altissimi e pre- 
diletti ingegni. 



2 PALMIERI 

Agnolo Palmieri nel XV Sec. occupò le prime cariche del Governo e fatto 
capo dell'Ordine dei Riformatori, fu tra i -12 Cittadini che si opposero ardita- 
mente alle nuove sanzioni : fu eletto ambasciatore a Carlo Vili re di Francia, po- 
scia a papa Giulio III e divise con altri ragguardevoli cittadini la podestà ammi- 
nistrativa del Governo con Pandolfo Petrucci. Neil' archivio della nobile Famiglia 
Ghigi trovasi manoscritto il Capitolato col quale il Petrucci si obbligava per far 
lìorire maggiormente la grandezza Senese, a dividere con questi il potere am- 
ministrativo. Giovanni fu inviato ambasciatore al Pontefice ed all' Imperatore 
e - fermò il Governo della patria, al dire del Gigli nel suo Diario, a favore di Borghe- 
se Petrucci. 

Gian Battista venne inviato ad assistere in Bologna alla incoronazione di Ce- 
sare, e fu tra gli eletti a dar miglior forma ed avviamento al Governo della Re- 
pubblica. 

Fra Giovacchino de' Servi di Maria molto si adoprò al decoro del proprio Or- 
dine religioso, e fu mandato ambasciatore al re Francese. 

Il cav. Giovanni, ambasciatore nel 1538 al Pontefice Paolo III, poscia all'Im- 
peratore Carlo V a Napoli, indi a Lucca, indi a Giulio III che creollo ca- 
valiere e Io gratificò di ricchissimi doni, fu uno tra quelli che più cooperarono col 
consiglio al riordinamento del Governo. Morì nel 1552, e la Repubblica onorò il 
di lui mortorio con tre grandi stendardi coli' arme della città. Ebbe da Carlo V 
il titolo di Conte Palatino. Il Tommasi nelle sue storie di Siena riferisce per in- 
tero il discorso da lui pronunziato alla presenza del Papa. 

Guido fu Rettore dell' Opera della Chiesa Metropolitana. 

Scipione godette di molto potere e di singolare favore nel popolo all'e- 
poca che la Repubblica era in balìa dei dodici. 

Marcello figlio di Giovanni, famoso Giureconsulto, destinato dal padre suo 
agli uffici ecclesiastici, veniva da Papa Giulio III sollevato alla dignità di suo 
familiare e commensale perpetuo, ma vedendo in sommo pericolo le cose 
della patria, spogliatosi dell' abito clericale, pose mano agli affari dello Stato e 
venne in tanta fama, da essere eletto capitano di fanteria della Repubblica. Re- 
sasi Siena alle armi Imperiali, si condusse a Montalcino, e da quella Repubblica 
ottenne il grado di capitano di tutte le armi della Montammiala, poscia quello di 
capitano del popolo e di balìa. Partitante del Governo di Monluch, e da lui te- 
nuto in grandissima considerazione, venne per di lui mezzo insignito con pa- 
tente del 10 luglio 1557, del grado di luogotenente generale di quella corona tenuta 
dagli usciti di Siena. Stabilita la pace tra le due corone, fu tra i primi che tor- 
nassero in patria. Accolto con somma festività dal Gran Duca Cosimo, venne da 
questi tosto onorato di nobilissimi uffici, trai quali ci piace annoverare il comando 
delle bande di Pescia. 



PALMIERI 3 

Il capitano Giovanni Batt. introdusse in Siena, stretta da assedio, 800 soldati 
animosi, e poscia tentata una sortita con un nucleo di valenti ed arditi giovani 
sì aperse un varco tra le truppe nemiche e le sconfisse. La gloria di questa vit- 
toria venne perciò al di lui coraggio in gran parte attribuita. L' Ugurgeri ci ha 
lasciato una relazione particolarizzata di questo luminoso fatto d' arme. Marcello 
molto si adoperò a cacciare di Siena gli Spagnuoli, e cooperò alla sua difesa ener- 
gicamente nelF ultimo assedio. 

Fra Fabio fu cavaliere di S. Giovanni. 

Fra Tommaso cavaliere dello stesso Ordine reduce in patria dopo avere glo- 
riosamente combattuto in Francia e nelle Fiandre venne nel 1 590 elevato al grado 
di governatore e capo della banda di Castrocaro, e poscia traportato a capo di 
quella di Fivizzano nella Lunigiana ; nominato poco dopo castellano di Losolo, 
tenne quell'ufficio fino al 1616, da ove passò nella stessa carica alla fortezza di 
S. Miniato: rimastovi fino al 16-19, fu mandato dal Serenissimo Granduca a suo 
commissario in una spedizione nella Lunigiana, con ordine espresso a tutti i 
sudditi di S. A. dimoranti in quel paese, ed ai capitani di Barga e di Pietrasanta 
di porsi in tutto ai di lui servigi. 

Fra Giovanni cavaliere e commendatore dell'Ordine Gerosolimitano, figlio del 
capitano Marcello, dopo avere valorosamente combattuto nelle guerre di Chiava- 
rino e di Scio, cadde nelle mani degl' Infedeli e fu condottoprigione nella Torre 
del Mar Nero, ma riscattato, si profferse ai servigi del Gran Duca che lo accolse 
con ogni benignità e gli diede il comando di varie sue milizie ed altri onorevoli 
uffici militari. Di questi ne citeremo alcuni: nel 1609 veniva eletto a capitano 
della banda di Bargo: e nel 1610, nominato, nella sorpresa di Brischer, duce di 
100 fanti: montato sulle galere, si mostrò così esperto delle cose marineresche che 
reduce in patria, dopo essersi ricoperto di gloria, ebbe titolo di castellano 
della Rocca di S. Casciano ed il comando di quelle milizie. Ciò accadeva nel 1 61 2, 
e neh 1 ' anno seguente fu mandato con 200 fanti in aiuto di Ferdinando Gonzaga 
aggredito dal Duca di Savoia. Nel 1620 ottenne il comando delle milizie del Ponte 
a Sieve, e nel 1621 col titolo e le attribuzioni di generale, venne inviato a com- 
battere un' orda di banditi che infestava la Romagna Fiorentina, con piena facoltà di 
assoldare uomini, ed ordine ai capitani dei paesi ove avesse fatto dimora, di porsi sotto 
la sua soggezione. Di ritorno al Ponte a Sieve, vi rimase fino all' aprile del 1631, 
nella qual epoca passò a comandare le milizie di Castiglione Aretino, e neh' otto- 
bre dello stesso anno al governo della Romagna nel quale ufficio terminò di 
vivere. 

Ottavio, Silvio e Ascanio fecero parte dei cento uomini d' arme del Serenissi- 
mo Gran Duca. 

Questa nobilissima Famiglia conta ancora una Beata in Sobilia Palmieri 



4 PALMIERI 

che moglie di Buonfilio Palmieri, abbracciò in seguito la vita monastica nel Mo- 
nastero delle Mantellate de' Servi. Questa donna fu celebre per le sue religiose 
virtù e per la sua scrupolosa osservanza dei doveri impostosi, per cui ebbe voce 
di santità. 

E qui noi porremo un termine a queste notizie, non già perché fino ai giorni 
presenti non ci fosse dato condurre il nostro lettore in mezzo ad una lunga e 
continuata sequela di nobili esempi, di virtù cittadine e di onorificenze meritate, 
ma perchè amiamo meglio di tener parola in queste pagine di quelle antiche me- 
morie che con salde radici assicurarono nei loro gloriosi primordi la grandezza 
di una famiglia, che spingere le nostre minuziose indagini e farne parte al pub- 
blico, su quelle che sono di ragione della storia contemporanea, e perciò riman- 
gono palesi all'universale. 

Rappresentanti di questa illustre Famiglia sono attualmente in Siena l'egregio 
cav. Ant. Palmieri, ed il di lui figlio cav. Dott. Bernardino Rettore degli Spedali, 
Gonfaloniere di Asciano, e decorato non ha molto dalla Maestà del Re Vittorio Ema- 
nuele della Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro, per lo zelo da lui mostrato nell'ul- 
tima dolorosa catastrofe che ebbe luogo per l'urto di due treni della via Ferrata 

in prossimità al paese di Asciano. 

F. Galvam. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Dal Gigli Diario Senese. — Dal Tommasi Storie Senesi. — Dal Pecci Memorie 

di Siena. Dall' Ugurgeri Pompe Senesi, e da altre Cronache Manoscritte della Ma- 

sliabecchiana. 



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PANDOLFINI 

( di Firenze ) 



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n celebrila, pari ai Pandolfini, poche sono le famiglie in Firenze. 
Ugolino Verini nella sua illustrazione ne celebra le lodi in questa 
guisa : 

» Pandolfina Domus non lunge venit ab urbe, 
» Gonfolina fuit moles Cunabula prima, 
» Egregijs ornata viris, opibusque beata. 

Di Signa originari, vantano per loro progenitore Ser Pandolfo di Ri- 
nuccino da Signa notaro.. che dopo essere stato Anziano di quel Comune 
nel 4252, si trovò poi coi Guelfi Fiorentini alla battaglia di Montaperti 
nel 4260. Jacopo suo figlio esercitò il notariato e da lui nacquero Ser 
Bertoldo e Ser Giovanni ambedue Notari della Signoria, il primo nel 4285 
e 4294, e 1' altro nel 4295, 4308 e 4343. Filippo di Ser Giovanni fu il 
primo di sua casa ad' ottenere il Priorato nel 4381 e quindi il Gonfalo- 
nierato nel 4392, dignità pervenute nei suoi discendenti la prima ventotto 
volte e dodici la seconda da quell'epoca fino al 4523. 

Agnolo di Filippo nato intorno al 4360 fu uomo da recarsi in esempio 
di prudenza ed integrità nel reggimento civile, di senno e bontà nel do- 
mestico ordine. L' assiduità negli studi allorché giovine ed avendo sortito 
da natura un intelletto assai chiaro e profondo potè sentir molto innanzi 
nella naturale e morale filosofia, onde nelle domestiche mura fu savio ed 
amoroso padre, e nella repubblica uomo di gran seguito e autorità. Fu 
in benemerenza dei suoi servigi decorato della dignità equestre. Fra le 
molte ambascerie che per la patria sostenne meritano speciale menzione 
quella a Ladislao re di Napoli nel 4444 per trattare la pace, e 1' altra 
a Sigismondo Imperatore nel 4433 per placare 1' animo di quel monarca 
irritato coi Fiorentini che gli avevano denegato il passo per il loro ter- 
ritorio nel portarsi a Roma per cingervi il diadema Imperiale: Egli con 



2 PANDOLFINI 

la sua facondia e con offerte di danaro riuscì di stornare quella cala- 
mità. Fu inoltre dottissimo e talmente elegante dicitore che a lui si at- 
tribuisce il famoso scritto intitolato il trattato del Governo della fami- 
glia. Della sua politica diede poi chiaro saggio nella cacciata di Cosimo 
de Medici il Vecchio, dicendo esser quello un passo troppo arrischiato de 
suoi avversari i quali con quella persecuzione, anziché deprimerlo, gli 
appianavano la via a salire in maggior grandezza, ed il fatto mostrò 
qnanto fosse giusto il suo antivedere. Ond' egli che non si era voluto mi- 
schiare in quella fazione, alla ritornata di Cosimo, non patì alcun danno 
nella persona e negli averi, ed anzi anche dopo quel tempo ebbe il gonfalone 
"di giustizia, dignità che aveva rivestito nei precedenti anni 4414, 4420 e 
1431. E qui cade molto in proposito la considerazione del Carniani ( sec. 
della letter. ital. ) che « Quel grand' Uomo di Machiavelli osservò quanto 
» fosse impolitico il partito adottato dai nemici di Cosimo — ma ciò fe- 
» ce dopo l'evento — Maggiore ammirazione merita il Pandolfinij che in 
» anticipazione presagì la fallacia di quel malavveduto divisamento » — Fu 
glorioso ancora per la prole che ottenne da Ginevra Strozzi in Carlo e 
Giannozzo ambedue operosi ed illustri Cittadini . Morì nel 4446 dell' età 
anni 86 in una sua villa ove erasi ritirato per godere della quiete dome- 
stica, ricreandosi nel consorzio di dotti ed amorevoli amici. Carlo fu de- 
putato oratore a Ferrara a Federigo III Imperatore nel 4451 e dalle ma- 
ni di quel Monarca ottenne poi solennemente in Firenze il Cingolo milita- 
re. Nel 4454 andò Ambasciatore a Niccolò V, nel 4464 a Paolo II per la 
sua esaltazione, e nel 4480 a Sisto IV per ottenere assoluzione dalle cen- 
sure fulminate contro i fiorentini in occasione della congiura de Pazzi. 
Fu Padre di Domenico che fu Gonfaloniere nel 1476 e nel 4492, e suo 
Nipote era quel M. Zanobi che generosamente soccorse di danaro la re- 
pubblica nell' agonia della sua libertà. Tutta la discendenza di M. Carlo 
mancò nel 4703 per morte del Capitano Piero di Niccolò. 

GlANNOZZO suo fratello mostrò molta affezione per Cosimo de' Medici, 
talché fu uno dei cittadini più influenti nei consigli della repubblica. Fu 
mandato Ambasciatore ad Alfonso d'Aragona re di Napoli per trattare 
seco lui la pace nel 4450, e non solo riuscì nel difficilissimo incarico, ma 
talmente incontrò nella grazia del re che volle di sua mano armarlo Ca- 
valiere a spron d'oro. Due anni di poi creato Commissario generale dei 
Fiorentini nella guerra contro Io stesso Monarca, talmente si diportò che 
costrinse gli eserciti del re a sgombrare dal territorio della repubblica. 
Fu Ambasciatore di obbedienza a Callisto III nel 4455, e quindi a Vene- 
zia, Milano, Ferrara, ed a molti altri potentati. Esercitò ancora molti go- 
verni per la repubblica cui era tanto accetto che alla sua morte accadu- 
ta nel 49 Novembre 4456 fu per decreto pubblico onorato di solenni fu- 
nerali ai quali intervenne la Signoria e vi lesse l'elogio funebre il cele- 
bre Giannozzo Manetti. Il Sepolcro che racchiude le sue ceneri esiste nel 
tempio Bad'a, ed è uno dei più pregiati Monumenti della città opera di 



PANDOLFINl 3 

Mino da Fiesole. Questo Mausoleo che ritrae sembianza dai sepolcreti 
antichi Romani è a modo di un Urna riposta sotto un'archivolto di mar- 
mo lutto finamente intagliato di fogliami e frutta con svariato disegno e 
grazioso. La modesta iscrizione che io riporto fa memoria di tanto 



e 
uomo 



SEPULCRUM IANNOCTIO PANDOLPHINIO 

EQUITI CIPRISSIMO OMNIBUS RE1P. 

MUNERIBUS DOMI FORISQUE 

SIMMA CUM LAUDE FUNCTO 

FILII PARENTI OPT. POSUERUNT 

Obiit An. Doni. MCCCCLVI. XIII Rai. Decembris. 

Ebbe diversi figli, tra i quali conviene menzionare Niccolò, Iacopo., Pan- 
dolfo, e Pierfilippo. Niccolò da canonico della metropolitana fiorentina fu 
nel 1474 elevato al Vescovato di Pistoia ed alla dignità .Cardinalizia nel 
1517. Fu uomo «li gran sapere ed auotorità; fu Chierico di Camera sotto Pio 
II e sotto Pio IV. Innocenzo Vili e Leone X lo ebbero in gran conto. Ad esso 
Vespasiano da Bisticci dedicò la vita di Agnolo suo Avo. Morì nel 4518 com- 
pianto dai Pistojesi per le molte virtù che lo adornavano e per i benefi- 
zi che fece risentire alla loro città, e giusta ragione per non credere a- 
dulatore e bugiardo il loro pianto si è il decreto pubblico emanato dalla 
Signoria di doversi ogni anno rammentare il giorno anniversario del suo 
transito con ufficio solenne, ove da giovane Pistojese dovesse leggersi il 
di ini elogio, uso che vi ha durato fino al cadere del secolo decorso. 

Iacopo fu adoperato in molti uffizj della Repubblica e fu padre di Bat- 
tista che con il figlio Filippo molto si adoperò perla libertà durante l'as- 
sedio, talché ambidue alla caduta della città meritarono lo sdegno dei vin- 
citori e la condanna di esilio. La discendenza d'Iacopo non giunse al se- 
colo XVII. 

Pawdolfo Y altro figlio di M. Giannozzo, erudito in lettere greche e la- 
tine nel 1465 andò oratore a Ferdinando Re dì Napoli per congratularsi 
con lui del riacquisto del regno, e talmente fu grato a quel re che pre- 
gò la repubblica a lasciarlo presso di lui in qualità di ambasciatore re- 
sidente. Fu esaudito il re nel suo desiderio, ma per poco poiché vi mancò 
di vita nell'anno medesimo, e Vespasiano da Bisticci ne scrisse la vita 
pubblicata nell'archivio storico per cura del Sig. Vieusseux. Il Re di Na- 
poli si prese cura dei di lui figli ed a Giannozzo, uno di essi, conferì il 
Vescovato di Troja, dignità in cui ebbe a successore nel 1522 Ferdinan- 
do figlio di Francesco suo fratello. Giannozzo fu accettissimo a Leone X 
che chiamatolo alla sua corte lo deputò nell'anno 1515 Legalo Pontificio 
all'esercito che combatteva contro Francesco Della Rovere Duca d'Urbino 
e quindi lo elesse Castellano di Castel S. Angiolo, carica nella quale con- 



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4 PANDOLFINI 

tinuò fino alla sua morte accaduta nel 4525. Col disegno di Raffaello edifi- 
cò il palazzo di sua famiglia in via S. Gallo, palazzo di archittettura ve- 
ramente mirabile. Giovanni suo fratello parteggiò pei Medici durante l'as- 
sedio e dopo la capitolazione fece parte del consiglio de' dugento che ri- 
formò la Repubblica. 

Battista altro figlio di Paudolfo visse gran parte della sua vita in Na- 
poli e tornato in patria al principio del secolo XVI, fu nel 1509 spedito 
dalla Repubblica ambasciatore al Duca di Ferrara. Morì ne! 1511 e lasciò 
prole in Filippo da cui proviene uno dei due rami di questa casa perve- 
nuti ai nostri giorni. Fu nei tempi del Granducato illustrata questa dira- 
mazione dal senatore Filippo Governatore di Livorno morto nel 1655, da 
Ferdinando ambasciatore a Vienna e Generale delle milizie del Granducato, 
da Roberto, Pandolfo e Cammillo parimente senatori, dignità cui pervenne 
ancora Roberto figlio del senatore Cammillo e che per privilegio di Fran- 
cesco 1 Imperatore ottenne nel secolo deeorso il titolo di Conte per se e 
suoi discendenti. Il Conte Angiolo di lui figlio morì ultimo di questa li- 
nea il 19 Settembre 1784 lasciando due figlie cioè Eleonora maritata al 
Cav.Nencini di Pistoja, ed Anna congiunta al Conte Strozzi: La prima ebbe una 
figlia di nome Paolina, ed un figlio di quust' ultima, Alessio, venne da essa 
adottato onde la casa Pandolfini non andasse ad estinguersi per cui redan- 
do e nome e sostanze egli è l'attuale rappresentante in Firenze di questa 
illustre famiglia. 

Di Pierfilippo di M. Giannozzo troppo prolisso riuscirebbe il riportare 
le innumerevoli ambascerie alle quali fu destinato, tutte di sommo inte- 
resse poiché conosciuto acutissimo di mente e di somma capacità nel di- 
sbrigo dei più intricati affari politici a lui vennero affidate le più difficili 
ed importanti missioni della repubblica. Alessandro VI, cui andò ambascia- 
tore di obbedienza per la sua elezione nel 1492, lo armò cavaliere a 
spron d'oro. Appartenne al Magistrato dei Dieci, che avea cura delle 
cose della guerra nei tempi più critici per la repubblica, cioè perla guerra 
con Sisto IV e Ferdinando Re di Napoli, e in seguito nella guerra di 
Pisa, durante la quale fu ancora Commissario generale e tornò alla de- 
vozione della repubblica diverse castella dell' agro Pisano. Ebbe numero- 
sa prole da cui si propagarono varie diramazioni della famiglia. Brevi pa- 
role, non sarà discaro, di alcuni suoi figli, cioè di Niccolò, di Alessandro, 
di Giannozzo, di Francesco, e della loro discendenza. 

Niccolò poco noto nei fatti della patria è autore di un ramo illustrato 
da Lodovico che si fece nome nelle armi militando in Germania 
sotto Montecuccoli nel secolo XVII, il quale terminò a mezzo il corso 
della vita i giorni suoi in Vienna e fu sepolto nella Chiesa di S. Croce di 
quella città dove la gratitudine dei fratelli pose il seguente epitaffio. 



PANDOLFINI 5 

D. 0. M. 

BENEDICTO PANDOLFINO PATR1TIO FLORENTINO 

PRUDENTIA INTEGRIATE ET RERUM PERITIA SINGOLARI 

QUI DUM AUXILIARES EQUITUM 

CENTURIAS AD VERSUS REBELLES 

CAEPARIS PRO MAGNO DUCE ETRURIAE 

CENSORIS ET QUAESTORIS OFFICIO SOLERTISSIME 

FUNGERETUR IN CASTRIS FERRI CORREPTUS 

VIENNAE FATO CONCESSIT 

ANN. AETAT1S. SUAE XLIII. XX. RAL. MAIL 

C4ROLUS PANDOLFINA EQUES HIEROSOLYMITANUS 

VIENNAM STATIM PROFECTUS SUO 

PHILIPPI ET PANDULPHI FRATRUM NOMINE MAESTISS. 

POS. AN. DOM. MDCCXX. 

ramo che si estinse in Palmere-Audrea morto il 23 Luglio 4753. 

Alessandro fu padre di Pierfilippo giovane caldo di amore di patria e 
di libertà che fu dalla Signoria destinato ad inliammare con pubbliche 
orazioni i suoi concittadini alla difesa della libertà durante l'assedio. Co- 
stretto dopo la capitolazione a partirsi dalla città seguì i fuorusciti a Mon- 
temurlo, quindi si riparò a Venezia ove per ordine di Cosimo I fu pugna- 
lato. Due sue orazioni sulle lodi di Marcantonio Colonna, ed un discorso 
sulla elezione del Gonfoloniere della repubblica Fiorentina meritarono 1' o- 
nore della stampa, e sono opere pregevoli ma di somma rarità. 

GlANNOZZO godè molta influenza negl' ultimi periodi della repubblica, ma 
appartenendo al partito dei moderati decadde dal pubblico favore quando 
pervenne al Gonfalonierato il Carducci. Forse fu questa la causa per cui 
dopo l'istituzione del Principato non si mostrò sfavorevole ai Medici che 
lo elessero Senatore. La sua posterità si protrasse fino al 42 Aprile 4724 
nel qual' anno rimase estinta per morte di Pandolfo di Pierfilippo Gover- 
natore di Pitigliano. 

FRANCESCO di Pierfilippo fu l'ultimo dei Gonfalonieri di sua casa nel 4540, 
e sostenne per la patria molte missioni, tra le quali fu ambasciatore a 
Gio-Galeazzo Sforza nel 4494, e residente presso Luigi XII re di Fran- 
cia che lo fece suo consigliere e gentiluomo di Camera nel 4505, accor- 
dandogli di più il privilegio di apporre i gigli di Francia nell'Arme sua. 
Pierfilippo suo figlio fu uno dei Capitani delle milizie fiorentine durante 
l'assedio, ma malauguratamente il suo nome figura tra quelli che obbli- 
garono la Signoria a scendere a patti con i nemici. Dopo la caduta della 
repubblica servì con zelo il Duca Alessandro e Cosimo I che nel 4545 lo 
mandò residente a Venezia, nel 4548 lo elesse Senatore, oratore a Man- 
tova per le nozz? del Duca nel 4549, Ambasciatore residente presso Carlo 



6 PANDOLFINI 

V nel 1554, Commissario generale per la guerra di Siena nel 1553 
e Commissario generale delle Bande Ducali nel 1556. Priore suo fi- 
glio fu eletto Senatore nel 1594, e da lui nacque il Cav. Pierfilippo che 
al pari del padre e dell'avo ottenne la dignità Senatoria nel 1617. 

Il Cav. Priore Giov. Battista fratello del Cav. Francesco cessò di far 
parte di questa casa quando adottato nei Covoni rinunziò al nome ed alle 
insegne dei suoi antenati. 

A. D. 

SCRITTORI DAI QUALI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA. 

Cav. Passerini, Manetta de'Bicci di Ademollo. — Dizionario Bio- 
grafico Universale. — Gamurrini, Storia delle famiglie Nobili Toscane ed 
Umbre. — Prioristi Fiorentini M. S. esistenti nella Magliabechiana. — Da 
Bisticci Vespasiano, Storia di Pandolfo Pandolfini. — Uccelli, Bagiona- 
mento Storico della Badia Fiorentina. — Ammirato, Famiglie Nobili Fio- 
rentine. — ■ Salvini, Catalogo Cronologico dei Canonaci Fiorentini. — Ughel- 
li, Italia Sacra. — P. Ildefonso, Delizie degli eruditi Toscani. — Salvini, 
Fasti Consolari dell'Accademia Fiorentina. 




PANNOCCHIESCHI CONTE D ELCI DI SIENA 






^ 



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PANNOCCHIESCHI 

(dei Conti d'Elei dì Siena) 



La istoria dei Pannocchieschi Conti d'Elei è forse la più incerta di 
altre case che ebbero feudi intorno al mille in varie castella delle maremme 
senesi e volterrane, in quantochè nei secoli X e XI questa dinastia tro- 
vasi confusa con quella dei Pannocchia di Pisa, già Signora della Sas- 
setta in Val-di-Cornia, ed insieme ai Conti dell'Ardenghesca, di Sticciano, 
di Lattaia, e di Suvereto. E indubitato però che nel secolo XIII il Castello 
d'Elei passò in feudo ad un ramo di questa famiglia, cui apparteneva 
quel Conte Ranieri d' Elei figlio di Maumetto Signore di Travale, che si 
trova nominato in un atto del 6 Aprile 1256 esistente nell'Archivio di- 
plomatico 'fiorentino. Questo possesso venne confermato nel 1355 ai vi- 
venti di questa casa dall'Imperatore Carlo IV con apposito diploma, col 
qua! vennero pur dichiarati Conti Palatini, e mediante la di lui prote- 
zione pervennero a ricuperare 1' assoluta padronanza del loro feudo. Il 
Granduca Cosimo I nel 1056 gli consolidò in tutti i loro privilegi, affran- 
candoli da ogni soggezione ed omaggio per la Contea d' Elei, che rimase 
a tal effetto separata dalla provincia di Siena. Tali diritti feudali cessarono 
dopo la comparsa della legge sull'abolizione del feudalismo, per cui allora 
il Territorio d' Elei fu riunito allo stato senese. I Pannocchieschi godettero 
eziandio la Signoria di Volterra, ed ebbero giurisdizione sopra i Castelli di 
Travale, di Castiglione-Berardi, di Frosini, di Gavorrano, di Giuncarico, di 
Massamarittima, di Montemassi, di Sticciano, e di Castel-delia Pietra.; e fi- 
nalmente nal 1629 dal Granduca Ferdinando II furono insigniti dei titolo di 
Marchesi di Monticiano nella provìncia senese. 

Galgano Conte di Travale nel 1150 fu eletto Vescovo di Volterra; e nel 
1180 ottenne dall' Imperatore Federigo I l'assoluto dominio di quella Città 



PANNOCCHIESCHI CONTI D' ELCI DI SIENA 

e suoi dintorni, con l'onere di dovere corrispondere all' Impero un' annua 
responsione feudale. 

Ildebrando del Conte Pannocchia. Uomo potentissimo che sul declinare 
del secolo XII resse la Chiesa di Volterra e tenne il primato politico su 
quella Città. La potenza di questo Principe mitrato si rende manifesta 
nel diploma del 16 agosto del 1189, col quale l'Imperatore Arrigo VI 
concedea al medesimo ed ai Vescovi suoi successori, a titolo di feudo, 
la zecca di Volterra coll'obbligo di un'annua retribuzione al regio erario 
di sei marche di argento. Dell' importanza politica di questo Vescovo fa 
fede la parte che egli prese nel 1200 coi Fiorentini alla guerra di Se- 
nofonte : ed il trovarlo anco nel marzo del 1205, in qualità di Capo della 
lega Guelfa di Toscana, presiedere in S. Quirico un solenne in giudicato 
colla assistenza dei rappresentanti della Città di Firenze, Lucca, Siena, 
Perugia, e di Arezzo ; quindi può razionalmente indursi che il Vescovo 
Ildebrando si regolasse a seconda dei tempi ; ora ghibellino ed amicis- 
simo degl' Imperatori Federigo I ed Arrigo IV ; ed ora guelfo importuno 
alla parte imperiale. 

Pagano nipote del precedente. Morto lo zio Ildebrando fu promosso alla 
di lui dignità dall' Arcidiaconato di Volterra. Nel 1214 stipulò un concor- 
dato cogli abitanti di S. Gimignano, i quali giurarono di guardare e di- 
fendere da qualunque aggressione il Vescovo Pagano, come pure i di lui 
fratelli. Bernardino, Pannocchia, Ugerio , Rainerio , ed Ugolino. Mentre 
egli procurava di rendersi amici i vicini, andò incontro a non lievi di- 
sgusti per parte dei suoi Vassalli, i quali tentavano di scuotere il giogo 
e costituirsi in libertà; ma il Vescovo Pagano, che amava il potere, sca- 
gliò contro i Volterrani i fulmini della Chiesa : allora questi ultimi si ri- 
volsero al Pontefice Innocenzio III; ma ad onta di ripetuti inviti il Vescovo 
non volle ritrattarsi, fino che poco prima di morire, cioè il 7 agosto 
1239, alle preci di molti s'indusse ad assolvere i Volterrani dall'inter- 
detto. 

Nello del Conte Manginate, Signore della Pietra. Nel 1284 figurò 
come Capitano della Lega Guelfa di Toscana, unita coi Genovesi e Fio- 
rentini contro i Pisani. Dopo di avere devastato il Contado di Pisa, era 
quasi giunto ad impadronirsi della Città, se i Fiorentini, corrotti dall'oro 
loro prodigato dal Conte Ugolino della Gherardesca, non avessero ordi- 



PÀNNOCCHIESCHI CONTI D'ELCI DI SIENA 

nato al Conta. Nello di far sosta; questa cosa gli dispiacque tanto, che 
giurò vendetta ancora contro i suoi concittadini : difatti essendo concorso 
con Ranuccio Farnese al generalato delle armi senesi, ed avendo otte- 
nuto soltanto il comando della Cavalleria, fu cagione che i Senesi fossero 
sconflitti nel 1288 alta Pieve del Toppo, noi combattimento che ebbero 
quest' uhi ai coi Ghibellini d' Arezzo. 

Conticino del Conte Ranieri. Fu uno dei più valorosi , ma altrettanto 
sfortunati, Capitani del suo secolo. Allorquando i Pisani nel 1288 erano 
in guerra con Nino Visconti Giudice di Gallura, fuoruscito Guelfo loro 
concittadino, invitarono Conticino di portarsi in loro soccorso. Questi, dopo 
di avere assoldato in Romagna dugento Cavalieri, si condusse colle sue 
genti presso Pisa; venuto il Visconti in cognizione del fatto, si portò ad 
incontrarlo con trecento Cavalieri della Taglia Guelfa, ed ingaggiossi tra 
i due eserciti una delle più fiere battaglie elio ricordi la storia. In cote- 
sta disuguale zuffa Conticino fu sconfitto , ed appena egli stesso potè a 
stento salvare la vita. Poco appresso i Pisani lo nominarono Capitano 
generale delle loro soldatesche, colle quali giunse bentosto a vendicarsi 
del Visconti, costringendolo a ritirarsi nel Castello di Calci; ma assistito 
quest' ultimo dai fiorentini e Lucchesi usci baldanzoso dal Castello, e 
venuto a battaglia col suo avversario nuovamente lo sconfisse, costrin- 
gendolo ?. salvarsi colla fuga. Dopo di ciò non sappiamo più nulla di lui. 
Bernardino del Conte Bernardino, fu consigliere del Conte Guido di 
Monfort Vicaria del Re Carlo I di Napoli in Toscana. A di lui istanza 
nel 1270 fu conclusa la pace fra i Senesi Guelfi, e i Ghibellini, per cui i 
suoi concittadini lo vollero rimunerare, offrendogli ricchi donativi. 

Ranieri del Conte Manuello. Nel 1289 combattè coi Ghibellini alla 
battaglia di Campaldino; i Senesi Guelfi, rimasti vittoriosi, corsero ad 
assediarlo nel proprio Castello d'Elei, ed il 23 novembre dello stesso anno 
fu costretto a rendersi a discrezione dei vincitori, che lo costrinsero a 
demolire le mura del Castello. 

Neo o Paganello, del Conte Inghiramo, Signore del Castel-della- 

Pietra. Esso fu il secondo marito della Pia Guastelloni vedova Tolomei, 

di cui Dante ebbe tanta pietà quando figurò di udire dalla di lei ombra 

« Siena mi fé, disfecemi Maremma. » 

Dicesi, che il Conte Nello sposasse questa ricca vedova per la sola 



PÀNNOCOHIESCHI CONTI D'ELCI DI SIENA 



avidità del denaro, cosicché, venutale presto a noia, deliberò di condurla 
in maremma al Castello della Pietra, posto in luogo orrido ed insalubre, 
aftinché presto vi morisse; intatti la infelice Donna nel 1295 rimase vit- 
tima di quell'aria pestilenziale. Altri raccontano la cosa diversamente; 
asserendo, che mentre la Pia in. una sera di estate stava alla finestra 
per godere del fresco, un famiglio, per ordine del marito, ghermitala per- 
le gambe la gettasse capovolta nella strada; peraltro questo racconto; 
al quale forse avrà dato motivo il mistero con cui venne celata la di lei 
morte, viene comunemente rigettato. Il Conte Nello sopravvisse vari anni 
alla moglie, ma avvolto però in continua tristezza e lacerato dai rimorsi. 

Gaddo del Conte Conticino, Signore di Giuncarico. Nel 1330 stipu- 
lò per mezzo di un suo Sindaco un nuovo trattato colla Repubblica di 
Siena obbligandosi di tenere a disposizione dei Senesi Castello ed uomini 
di Giuncarico, e di somministrare in tempo di guerra otto uomini a ca- 
vallo, e venticinque fanti. 

Emanuello del Conte Ranieri, nel 1397 risiedè nel supremo magi- 
strato della Repubblica di Siena. Esso fu il primo di questa Casa a godere 
tale onorificenza, avendo finallora i Senesi tenuta lontana questa fami- 
glia dal maneggio dei pubblici affari, onde non aumentar di troppo la 
loro potenza. Sostenne ancora luminose legazioni per la Repubblica; e 
nel 1398 fu dai Pisani eletto in loro Potestà. 

Achille del Conte Carlo. Nel 1470 fu Provveditore del Comune di 
Siena; nel 1480 fu dal Duca di Calabria insieme ad altri distinti Citta- 
dini armato Cavaliere; e nel 1484 fu inviato a Roma in qualità d'Am- 
basciatore per congratularsi con Innocenzio A" III per la di lui esaltazione 
al Pontificato. Mori proscritto nel 1512 per avere tentato di rimettere 
in Siena i fuorusciti che erano stati esiliati nelle antecedenti politiche vi- 
cende. 

Arturo del Conte Carlo, Cav. di S. Stefano. Fu uomo eruditissimo 
e di non comune eloquenza; di questa dette saggio in un erudito di- 
scorso che fece alla presenza di Sisto V e del Collegio dei Cardinali nel 
1587, per la Canonizzazione di S. Diego de' Minori Osservanti. Cosimo II 
nel 1020 lo nominò Moderatore del pubblico studio di Pisa, e quindi Pre- 
lato della Chiesa Conventuale dei Cavalieri di S. Stefano in quella Città. 

Orso del Conte Ranieri applicatosi alle matematiche, dette prove non 



PANNOCOHIESCHI CONTI D'ELCJ DI SIENA 

dubbie di non comune talento. Conosciuto in seguito dal Cav. Belisario 
Vinta Segretario del Granduca Ferdinando I, lo prese presso di se, ini- 
ziandolo ai pubblici impieghi. Nel 1600 ebbe il governo del Monte-Amiata 
nella Provincia senese, e nel 1608 dal Granduca Cosimo II fu inviato 
ambasciatore residente alla Corte di Spagna presso Filippo III ove si trat- 
tenne per vari anni. Accaduta nel 1621 la morte di Cosimo II fu richia- 
mato in Toscana, ed eletto Consigliere presso la Reggenza, durante la 
minorità del Granduca Ferdinando lì, insieme a Mons Giuliano cle'Me- 
dici Arcivescovo di Pisa,. all'Auditore Niccolò dellAntella, ed al Marchese 
Fabbrizio Colloredo. Mori nel 1636 ai 15 di settemre. Il Granduca Fer- 
dinando II volle onorarlo anche dopo la di lui morte, avendogli a tale 
effetto decretato solenni funerali, come era stato praticato poco prima 
pel Cav. Belisario Vinta. 

Scipione suo Aglio. Attese allo studio delle belle lettere in Spagna, e 
-particolarmente nello studio di Alcalà, mentre il di lui padre si trovava 
Ambasciatore residente presso quella Corte. Ritornato in Italia nel 1621 
andò a Roma, ove da Gregorio XV fu nominato Referendario dell' una 
e dell'altra segnatura, e quindi eletto Governatore di Spoleto, poi di An- 
cona e di Fermo. i\el 1631 Urbano Vili lo nominò Vescovo di Chiusi e 
di Pienza, e nel 1636 Arcivescovo di Pisa. Innocenzio X nel 1645 lo in- 
viò Nunzio Apostolico alla Corte di Vienna, e finalmente Alessandro VII 
nel 1657 lo elesse Cardinale del Titolo di Sabina. Nel 1663 dopo avere 
renunziato al nepote Francesco l'Arcivescovato di Pisa, si ritirò a Roma, 
ove fu eletto Legato in Romagna. Mori nel 1680. 

Francesco del Conte Ranieri nepote del precedente. Fu Oherico di 
Camera d'Alessandro VII Canonico della Basilica Vaticana, ed in fine 
Arcivescovo di Pisa nel 1663, per renunzia fatta a di lui favore del Car- 
dinale Scipione suo zio. Mori in Pisa nel 1702. 

Ranieri del Marchese Filippo, fu iniziato nella carriera ecclesiastica 
da Francesco suo zio. Dopo di avere governato molte Città dello stato 
Pontifìcio, fu eletto Grande Inquisitore a Malta; indi Legato e Vescovo 
di Avignone. Nel 1731 fu destinato alla Nunziatura di Francia, da cui 
venne richiamato nel 1738 per essere stato elevato alla dignità Cardina- 
lizia da Clemente XII. Morì Arcivescovo di Ferrara, e Decano del Sacro 
Collegio nel 1761. 



PANNOCOHIESCHI CONTI D'ELCI DI SIENA 

Francesco del Marchese Orso, nato nel 1707. Chiamato a Roma dal 
Cardinale Ranieri suo zio, mentre era ancora giovinetto, ed iniziato nella 
Carriera ecclesiastica, fu ammesso tra i Canonici di S. Giovanni in Lu- 
terano. Passò quindi gradatamente per le principali cariche prelatizie, e 
nel 1773 fu da Clemente XIV eletto Cardinale Diacono del titolo di S. An- 
gelo in Peschiera. Morì nel 1787. 

Ferdinando suo fratello, nato nel 1709. Fu Cavaliere professo del- 
l' Ordine di Malta, e die tali prove del suo valore, che si meritò di es- 
sere elevato alla carica di Grande Ammiraglio dell' Ordine. Morì nel 1782. 

Angelo del Marchese Lodovico, nato nel 1754. Datosi allo studio dei 
Classici antichi, sprezzava tuttociò che sapeva di moderno onde non deve 
recar meraviglia che si mostrasse avverso ai mutamenti che accaddero 
in Italia all' epoca della rivoluzione francese; cosicché nel tempo che quelle 
Nazione ebbe preponderanza nella penisola, volle vivere a Vienna, ad 
altro ponendo mente che a continuare a raccogliere le più preziose edi- 
zioni di vario genere. In questa guisa egli giunse a formarsi una colle- 
zione, di libri tanto rari, che ad accezione di pochissime Biblieteche, tanto 
pubbliche che private, non vi era chi lo superasse in tutta l' Europa. Quan- 
do nel 1814 la Toscana tornò nella devozione del Granduca Ferdinando III, 
si recò in Firenze, ed uno splendido segno di amor patrio le offerse, do- 
nando alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana, quel suo tesoro bibliografico 
che con tanta fatica e dispendio aveva raccolto. Tornato a Vienna, ove 
avea tolta per sua seconda moglie la Contessa Zinzendorf, ivi morì nel 
1824. Del suo sapere critico e filologico un documento ci resta nella ma- 
gnifica edizione che condusse di Lucano — L^nnani Pharsalia. curante 
Aegeìu Illiciuo, Vienna 1814 — Del suo genio poetico abbiamo bastevoli 
prove nelle di lui poesie italiane e latine- pubblicate in Firenze nel 1827. 
Tra le italiane, le più pregevoli sono le Satire e gli Epigrammi . 

La famiglia Pannocchieschi Conti d' Elei esiste tuttora divisa in più 
rami, alcuni dei quali dimorano in Siena. La diramazione dei Marchesi 
di Monticiano si estinse nei Marchesi Francesco e Roberto ed oggi non 
esiste che Fiammetta nata dal Marchese Roberto, e da Francesca Capponi 
maritata al Cavaliere Carlo Bianchi di Siena. 

T. C. 




PARAVICINI DI COMO 



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PàRISIO-PERROTTI 



(di Benevento) 



Fra le antiche e nobili famiglie di Benevento è da annoverarsi quella 
di Parisio-Perrotti che occuparono in diverse epoche luminose ed emi- 
nenti cariche — a prova di ciò trovasi che nel 1202 — Gualtiero Pari- 
sio era barone di Colanna e ministro di giustizia nel Regno di Napoli 
nel 1270 — Simone gran Cancelliere del Regno senza enumerare le 
diverse cariche che illustrarono questa famiglia nel periodo di circa 
2 secoli cioè sino al secolo XV. Ci limiteremo a citare le più rilevanti 
come quelle di Pietro Paolo Parisio Cardinale di S. Chiesa nel 1539, di 
Francesco Antonio Regio Auditore della Provincia di Calabria Citra nel 
1660 ed in fine quella di Gio Batta, che nel 1683 fu gran generale di 
Battaglia e nominato governatore perpetuo di Civita-Ricca in Spagna, 
e da questo ramo ne venne il marchese Luigi il quale procreò parecchi 
figli fra i quali Salvadore, nato nel 1807, attuale rappresentante. Intanto 
in questo tempo la famiglia del pari nobile dei Perrotti si andava estin- 
guendo con il suo rappresentante Niccola Perrotti nato nel 1770, il quale 
essendosi ammogliato con Gaetana Parisio, rimase senza prole e perchè 
non restasse spento il suo nome adottava nel 1838 per suo figlio legit- 
timo e naturale Salvadore Parisio. L' origine della famiglia Perrotti è da 
Ripa Canina, e nel 1624 il marchese Giov. Antonio Perrotti fu aggre- 
gato alla nobiltà di Benevento e tali lo furono pure con privilegio di 
Urbano Papa Vili, Scipione, Giov. Batta e Geronimo. 



PARISIO-PERROTTI DI BENEVENTO 

Scipione, fu cameriere segreto di S. S., e Geronimo fu dal medesimo 
creato Arciprete di Benevento. Questa famiglia ha la sua cappella nel 
Monastero di S. Lorenzo nella quale appare la sua origine in una anti- 
chissima iscrizione. Geronimo Arciprete fondava altra cappella gentilizia 
nello stesso luogo ove era quella della famiglia del Vetri estinto. 

Così rinnuovasi nel rappesentante Marchese Salvatore Parisio-Perrotti 
la nobiltà delle due famiglie. Egli si unì in matrimonio con Giustiniana 
dei marchesi Mosti e vi procreò 6 figli; 1. Concetta estinta, 2. Giuseppe, 
ammogliato con Maddalena Capece Minutilo dei Duchi di S. Valentino 
3. Francesco il quale con uno dei più luminosi processi di nobiltà fu 
insignito nel 16 Giugno 1869 dell'ordine dei cavalieri di Malta 4. Raf- 
faello 5.° Marianna e 6.° Maria Grazia estinta. —Questi pochi cenni genea- 
logici bastano per dimostrare la nobiltà della famiglia Parisio Perrotti 
il di cui rappresentante Salvatore ne fa lustro anche attualmente dedi- 
cando la sua vita al bene pubblico e umanitario col cuoprire con virtù 
e zelo le cariche di Amministratore dell'Orfanotrofio della S. Annunziata, 
e di Consigliere Comunale. 



G. G. 




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PATRIZI DI ROMA 



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PATRIZI 

(di Roma) 



Oggi che T Italia, salvo poche eccezioni, non è che Y aggregato 
delle sue cento Città e può dirsi ricostituita a Nazione, sarebbe 
ridicolo lo spezzare una lancia a favore di quegli Storici Senesi che 
per una gelosia di campanile vorrebbero rivendicare alla propria Città 
1' originaria derivazione di questa Nobilissima Famiglia, molto più 
che i documenti che abbiamo per le mani, ci danno larghe prove 
per giudicarla Romana, e ne designano il primo stipite in Giovan- 
ni Patrizio ricchissimo di censo e delle più rare e peregrine virtù 
fornito, che volle innalzata a proprie spese, la Basilica di S. Maria 
maggiore, e destinò che in essa avessero onorevole sepoltura i pro- 
pri discendenti. Ciò non toglie però che se la illustre Famiglia 
Patrizi debba chiamarsi originaria di Roma, non abbia Siena a ri- 
vendicare per se una gran parte di quella gloria che su questa al- 
tamente riflette. In fatti noi la troviamo fino dal 1238 occupare in 
Roma ed in Siena contemporaneamente i più nobili uffici nei Magi- 
strati Supremi e perdurare in questi con nobile gara nelle due co- 
spicue Città, fino al secolo XVII, epoca in cui spentosi il ramo che 
risiedeva nella Città eterna, fu giuocoforza a parte di quello che 
aveva stanza in Siena, lo stabilirsi in Roma, lasciando però in Siena 
chi ampiamente rappresentasse i gloriosi fatti della Famiglia e ne 
continuasse le glorie. 

Francesco Patrizi uomo di lettere celebratissimo, di cui diremo 
in seguito più ampie parole, discorrendo dell' antica nobiltà della 
propria Famiglia, cosi scriveva circa il 1460: quis non intelligat 
Patritios nostros quorum ex gente nos oriundos esse profitemur, gè- 



PATRIZI DI ROMA 

nus Senatorium fuisse: Patus enim a dignitate dicebantur: Senatory 
vero ab aetate : eorum posteri Patritii, qui ex Patribus, scilicet Se- 
natoribus geniti essent: unde universus ille ordo tam Senatorius quam 
Patritius dicebatur. Hoc in nobis non modo testatur gentilitium co- 
gnomen quo dinturnis sseculis nostri Prognati noncupati exiterunt, 
et antiquissimse Familias nostrse signa quae pluribus in locis Romae 
veteribus marmoribus, monumentis quee sculpta sunt. 

Lasciando agli Storici Romani il compito di illustrare il ramo 
che ha stabile dimora in quella Città, noi ci occuperemo più spe- 
cialmente di quello che illustrò di tanto splendore le pagine della Storia 
Senese, limitandoci solo ad accennare come esso si onorasse di un 
lungo seguito di Senatori, di Conservatori, di uomini insigni per virtù 
preclare, per cognizioni militari, per opere di Ingegno, e per subli- 
mi dignità ecclesiastiche sostenuti, tra le quali per due volte quella 
della porpora Cardinalizia, e come venisse investita del marchesato 
di Castel Giuliano, e tra suoi cospicui tenimenti annoverasse quel- 
lo del Sasso ove trovansi le famigerate grotte a cura speciale dei 
lebbrosi. 

In Siena la Famiglia Patrizi fu tra le poche che godessero il 
privilegio della Torre: vi ebbe possessi larghissimi, tra quali la terra 
di Santo Sano Gherardi coli' annessavi fortezza, il marchesato di 
Paganico, Gello ed altre terre di minor conto, con immunità a quelli 
che vi riparavano, per isfuggire alle esecuzioni civili che pesavano 
a loro carico: appartenne al partito dei Nove, e ne seguì sempre per 
le prospere e le fortunose vicende. Divisa in origine in tre rami 
Corbacci, Portinai e Patrizi, spenti i primi due, in quello dei Pa- 
trizi si concentrarono tutti i fasti gloriosi dei rami estinti. Le due 
Cappelle gentilizie di questa Famiglia esistenti, Y una nella Chiesa 
di S. Francesco, e 1' altra in quella dei PP. Serviti, sono monumen- 
to della loro religiosa pietà e delle ingenti ricchezze di che in ogni 
epoca ebbero largo campo a disporre. 

Citeremo alcuni tra i molti dei Patrizi che tramandarono glo- 
rioso il loro nome alla posterità. Uguccione di Bandino fu Dottore 
espertissimo in Legge. A preghiera dei Pisani, la Repubblica Senese 
lo inviò nel 1248 a tener ragione in quella Città. 

David monaco cistercense, eletto a Vescovo di Sovana nelF epo- 
ca che Carlo I.° re di Napoli si recava a Siena: morì in voce di 
Santità; e qualche Storico gli dà titolo di Beato. 



PATRIZI DI ROMA 

Così dicasi pure di Antonio dell' ordine Romitano morto in Mon- 
ticiano circa il 300, e di Patrizio Patrizi che divise con altri due nobili 
Senesi la gloria di aver fondato la Sacra Congregazione dei Monaci 
Olivetani, essendo però a lui solo riserbata F onorificenza di esserne 
il primo Abbate generale. Uomo di profonda dottrina, lasciò inedite 
alcune sue opere religiose di moltissimo pregio. 

Il Beato Francesco Tarlato ( eh' altri credette appartenere alla 
Famiglia Tarlati per 1" appellativo di Tarlato ) chiamato in tal 
modo per essere il suo corpo, benché conservato nella sua interezza, 
tutto bucherellato dai tarli , è sepolto nella Cappella gentilizia esi- 
stente nella Chiesa dei PP. Serviti: a fargli onoranza, moveva ogni 
anno nella domenica tra 1' ottava dell' Ascensione, in forma pubblica 
il Senato Senese, e recatosi alla Cappella, ivi depositava libbre 36 
di cera a titolo di rispettosa devozione. Era figlio di Arighetto: la 
Confraternita della SS. Trinità ebbe in Lui il suo primo istitutore. 
Lo Storico Tizio ne scrisse una lunga biografia. 

Francesco, come abbiamo già accennato al cominciare di questo 
nostro lavoro, fu uomo di lettere celebratissimo, e si meritò di venire 
pubblicamente encomiato dallo Scaligero e dall' Ughelli. Fu in molta 
benevolenza del Pontefice Pio IL Insegnò filosofia in Roma ed in 
Padova, e nel 1469 fu eletto Vescovo a Gaeta. Di lui si hanno molte 
Opere pubblicate ed alcune inedite. Fu uno dei più grandi oppositori 
della Filosofia di Aristotile, e giunse quasi a negare a questo som- 
mo Filosofo la paternità delle sue Opere. Vuoisi che la sua morte 
non provenisse da infermità, ma fosse frutto di un delitto. Credia- 
mo dover citare un fra Giovanni ( del ramo Corbacci ) poiché lo 
vediamo notato nel Libro del Gabbelli Senese come Vescovo nel 1336 
benché non vi si accenni a quale Sede venisse chiamato, né da al- 
tri Storici ne sia fatta menzione. 

Agostino venne elevato all' eccelso grado di Maestro di ceri- 
monie del Pontefice Sisto IV, e nel 1483 sollevato a quello di Ve- 
scovo di Pienza e di Montalcino. Uomo di sterminato ingegno in 
fatto di cose teologiche, scrisse moltissimi lavori che lo parificarono 
ai più profondi Scrittori di cristiane dottrine della sua epoca, pernii 
Innocenzo Vili gli ordinava la pubblicazione di un trattato sui Riti 
che lo fece crescere ancora in maggior fama. 

E poiché abbiamo citato i nomi di tanti individui di questa Fa- 
miglia appartenenti al Ramo Senese, che ebbero somma rinomanza 



PATRIZI DI ROMA 

per erudizione ecclesiastica , ci sia permessso citare ancora Costanzo 
(quantunque faccia parte dello Stipite Romano) che fu Tesoriere 
di S. Chiesa, ed a cui veniva da Urbano Vili riserbato 1' onore 
del Cardinalato, ove morte non lo avesse inopinatamente rapito. 

Arcangelo ebbe titolo di avvocato concistoriale, e fu elegante 
scrittore di rime. Il Feretrio lo elogiò con nobilissimi versi che ve- 
diamo riportati dagli Storici Senesi. 

Francesco, che a non confonderlo coir oppositore di Aristotile, 
venne detto il secondo , fu uomo di molte cognizioni militari fornito, 
e ne die non equivoca prova nei suoi Paralelli militari encomia- 
tissimi dallo Scaligero. Curzio fu scrittore tenerissimo delle cose pa- 
trie ed erudito, e ben lo dimostrano i suoi Fasti di Siena che con 
grave danno degli studi storici, giacciono inediti ancora. Mori nel 
1620, lasciando di se bellissima ricordanza. 

Detto brevemente di coloro che in questa Famiglia emersero 
maggiormente per studi religiosi, storici e letterarii, diremo ancora 
più concisamente di quelli che vi si distinsero in armi, in missioni 
diplomatiche ed in uffici amministrativi. 

Bandino nel 1277 veniva dalla Repubblica Senese inviato am- 
basciatore al Pontefice Niccolò III per impetrare grazia da lui affin- 
chè i fuorusciti Ghibellini potessero ricondursi in patria. 

Francesco venne designato a recarsi a Roma, per ossequiarvi 
Federigo terzo e porsi a sua disposizione. 

Guido nel 1354 occupò in Roma 1' ufficio di Senatore. 

Patrizio venne destinato dal Collegio di Balìa nel 1655 a feli- 
citare Alessandro VII per la di lui esaltazione al Pontificato. 

Mariano diede prove di immenso valore guerreggiando in 
Germania. 

Costanzo e Filippo figli a Patrizio, come in Roma si meritarono 
i primi onori del Campidoglio, ottennero in Siena quelli della Signoria. 

E quanta fosse la deferenza che il ramo esistente in Roma 
ebbe sempre per la Città di Siena, quale a sua seconda madre, ne 
abbiamo documento irrefragrabile nella nomina di Giovanni, al Car- 
dinalato fatta nel 1725 da Clemente XI, nomina che il nuovo Por- 
porato si affrettava tosto in forma ufficiale annunciare alla Balia 
di Siena, e che questa Città solennizzava con pompe solenni e pub- 
blici festeggiamenti. 

Il ramo Senese, conforme resulta da documenti esistenti presso 



PATRIZI DI ROMA 

la famiglia Patrizi, come accadde altra volta di quello di Roma, 
si estinse dopo il 1814 mancando alla vita il padre Gaetano Pa- 
trizi dei Minori Osservanti che ne era F ultimo stipite, e la di lui 
sorella Assunta donna di altissime virtù, condotta in moglie dal- 
l' egr. sig. Marco Mastacchi Senese, che nel loro figlio dottor Fran- 
cesco, e nei loro nipoti Marco, Angelo e Lodovico, che fu sposo a 
quell' eletto fiore di cortesia e di nobile ingegno che è la sig. Giulia 
Marzi, videro perpetuati gì' illustri esempi della cospicua prosapia 
alla quale si erano associati e di cui avevano raccolto 1' ultimo 
frutto. 

Rappresentanti di questa illustre Famiglia in Roma sono l'Emi- 
nentissimo Card. Costantino, che nacque in Siena nel 5 Settembre 
1798, e che fu elevato alla Sacra Porpora nel 25 Giugno 1834; 
e Vescovo di Ostia e Yelletri, Decano del Sacro Collegio, Ar- 
ciprete della Patriarcale Basilica Lateranense , della Santità di 
Nostro Signore Vicario Generale, della Romana Curia e suo Distret- 
to Giudice Ordinario; ed i suoi nipoti Marchesi D. Giovanni Pa- 
trizi Montoro nato nel 1823, D. Francesco nato nel 1826, D. Mi- 
chele nato nel 1835, e D. Giacomo nato nel 1837. 

Conte F. Galvani 




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(di Siena) 



Se di alcune delle più illustri famiglie Toscane, per imperdonabile 
trascuranza, come abbiamo notato altre volte, gli Storici ci lasciarono 
incerte, poche ed incomplete notizie, di altre non meno antiche e 
celebrate, vollero tramandare quasi per legge di compensazione ai 
posteri, così copiose memorie da porre in non lieve imbarazzo, volendo 
accoglierle tutte, lo Storico coscienzioso che ristretto in angusti limiti, 
quali sono quelli prescrittici da questo Sommario, bramasse farne te- 
soro. Ed è in questo caso che noi ci troviamo dovendo tener parola 
della Famiglia Pecci che tanto lustro recò alla Città di Siena. Tutti 
gli Storici con unanime accordo, la dicano originaria di Porcena (di 
cui era quasi interamente proprietaria) Castello presso a Buonconvento 
e a li} miglia da Siena. Era questi un luogo così forte e munito da 
disfidare le armate e gli strattagemmi guerreschi di Ladislao Re di 
Napoli che tentò invano nel 1409 di espugnarlo. Questa Famiglia, che 
secondo le memorie lasciateci dallo Storiografo Tizio appartenne al 
novero di quelle de' Grandi, ed ebbe parte tra quelle ancora del Go- 
verno dei Nove, per lunga serie di anni ottenne in Siena i primi 
onori, e fu chiamata ai più nobili uffici, e quasi che tali meritate di- 
stinzioni fossero poche ad illustrarla, sei individui appartenenti a si 
nobile prosapia vennero in diverse epoche armati Cavalieri da vari 
principi in premio dei generosi fatti da essi operati: a testimonianza 
di onore, ne citeremo i nomi; essi furono Marco di Matteo, Paolo di 
Benvenuto, Pietro di Bartolomeo di Giovanni, Pietro di Signorino, Bar- 
tolomeo di Giovanni, e Bartolomeo di Tommaso. 



PECCI DI SIENA 

Vuoisi che Benvenuto di Marco, che fino dal 1340 vediamo ap- 
partenere ali 1 Ordine religioso militare di S. Giovanni, fosse il primo 
Cavaliere che Siena somministrasse a quell'ordine, che poscia in se- 
guito da numerosissima schiera di valorosi Senesi doveva ricevere 
tanta fama e splendore. 

La Famiglia Pecci fu signora di Argiana e nelle più intime e cor- 
diali relazioni coli' Imperatore Sigismondo che le permise di aggiun- 
gere al proprio stemma gentilizio il Leon d 1 oro : non è perciò a me- 
ravigliarsi se strinse parentado colle più illustri Famiglie di Siena e 
dello Straniero, quali sarebbono, per tacere di molte, quelle dei Signori 
di Piombino, e dei conti di S. Fiora, avendo Bartolomeo di Tommaso 
menata in Moglie la Contessa Gabriella di S. Fiora; matrimonio che 
gli accordava un titolo di successione a quella Contea, ma di cui non 
potè usufruttuare ; dei Duchi di Arescet, Famiglia nobilissima di Fran- 
cia, avendo sul finire del Secolo XVI il cavalier Ant. Pecci sposata 
Anna di Croi duchessa di Arescet. 

Questa Famiglia si divise in più rami che assunsero vari casati 
benché tutti provenienti dallo stesso stipite : e furono i Signorini i 
Benvenuti ed i Ciolli. 

Dei molti che in essa fiorirono illustrandola con nobilissime gesta 
citeremo i nomi di alcuni, poiché il farlo di tutti non sarebbe opera 
di questo Sommario. Rinaldo Pecci fiorì nel secolo XIV ed ebbe in 
Siena gran voce per senno politico; perciò la repubblica lo elesse a 
concludere la lega con quella di Firenze, e nel 1338 nominollo a reg- 
gere il Governo di Montepulciano : fu poscia mandato Ambasciatore a 
Carlo IV. 

Paolo di Benvenuto uomo di rara prudenza e sommissimo accor- 
gimento venne dalla Repubblica adoperato in gravissimi bisogni: nel 
1403 insieme ad altri illustri cittadini fu nominato a riformare il Go- 
verno, indi inviato a Gregorio XII per persuadere quel pontefice a de- 
porre la tiara, per tornare, dice il Gigli, in pace la Chiesa o a rimettere 
la di lui causa al Concilio che teneasi a Pisa : andò poscia Ambascia- 
tore a Ladislao Re di Napoli per trattare la pace tra esso e la Repub- 
blica, che lo elesse in seguito a suo Commissario nelle guerre contro 
quel Re, contro il Salimbeni ed il conte Bertoldo di Sovana. 



PECCI DI SIENA 

laconio Pocci nel 1420 ospitò Martino V papa e tutta la sua corto 
ed a garanzia di avergli dato a prestanza 15 mila fiorini, ebbe in 
pegno la Rocca di Spoleto che tenne per vari anni. A lui deve la 
città dì Lucca di averla salvata dalle mani di Braccio di Montone, al 
tempo che ne teneva la Signoria Paolo Guinigi, coli' averlo in tempo 
debito prevenuto della sventura e del pericolo che gli sovrastava; 
ciò accadeva nel 1417. Il Malevolti ci ha lasciato un 1 estesa relazione 
di quell'accaduto. Anni prima era stato inviato in unione ad altri 
Cittadini, per decreto della Repubblica, in qualità di Ambasciatore e 
Commissario ad accompagnare il Cardinale B. Cossa ed il Re Luigi. 

Pietro laureato nell' Università di Padova nel 1412, andò a Firenze, 
per rinnovare la lega con quella Repubblica, e nel 1433 fu inviato ad 
assistere alla incoronazione di Sigismondo V imperatore che seguitò 
fino a Firenze, ottenendo da esso il titolo di conte Palatino ed altre 
onorificenze. 

Giovanni Pecci cavaliere di Malta datosi agli studi ecclesiastici 
ebbe un canonicato nella Cattedrale di Siena : fu protonotario apo- 
stolico indi Vescovo di Grosseto nel 1447. È sepolto nel duomo di 
Siena. 

Guido Pecci fu mandato dal Petrucci il 17 Marzo 1502 Ambascia- 
tore al Re di Francia perchè ricevesse nel suo patrocinio la Repub- 
blica di Siena. 

Bartolomeo fu ambasciatore a Papa Eugenio IV per ottenere il 
corpo di S. Bernardino. 

Un altro pure dello stesso nome si adoperò grandemente al ri- 
torno degli esuli all' ottimo fine di ridurre a tranquillità un immenso 
numero di famiglie e quietare le ire dei diversi partiti; ma caduto 
in mala voce dalla parte avversa che ebbe il sopravvento; esso pure 
fu esigliato. Tornato dopo breve tempo in patria venne nominato ca- 
valiere da Alfonso duca di Calabria; ebbe parte precipua a porre un 
freno alla soverchia autorità che era stata accordata alla Balìa, e sta- 
bilì insieme ad altri ragguardevoli cittadini le condizioni di governo 
di Pandolfo Petrucci. Morì in Siena il 7 Luglio del 1520. 

Suo figlio Pietro era già capitano del popolo quando Carlo V. 
transitò per Siena; ebbe da lui il titolo di cavaliere e la conferma di 



PECCI DI SIENA 



tutti i privilegi che Sigismondo aveva accordati a Pietro suo avo : 
venne poscia nominato Ambasciatore a Paolo III quando questo pon- 
tefice nel 1538 era a Monteoliveto di Chiusuri di passaggio per re- 
carsi a Nizza di Provenza. 

Orazio fu uno dei capi del tumulto sorto in Siena tra il popolo e 
il governo dei Nove: per ciò dovette per ordine dell'imperatore, an- 
dare in esilio. 

Pier Antonio cospirò a favore della patria contro Don Diego de Men- 
dozza, ed esso pure dietro questo suo operato fu dannato all'esilio : re- 
duce in patria venne inviato a Roma ed ivi cercò aiuto alle triste condi- 
zioni in cui versava Siena, ma vane essendo tornate tali pratiche, scrisse 
alla Repubblica che trovasse modo ad accordarsi colla parte vincitrice. 

Camillo di Galgano nel 1513 fu governatore del forte di Montalcino. 

Benvenuto tenne il governo di Foligno nel 1527 per parte di Cle- 
mente VII. 

Francesco per effettuato omicidio costretto partirsi da Siena, ri- 
parò presso il duca di Mirandola dal quale fu amatissimo: postosi in 
seguito al servizio dei Veneziani, ebbe da loro la soprintendenza del 
forte di Legnago, poscia il governo d' Asola, ma quando poteva aspirare 
a maggiori onorificenze, impazzò e morì. 

Tommaso uomo di gran sapere e munificentissimo, ospitò nel pa- 
lazzo che aveva acquistato dalla Repubblica, la moglie di Alfonso duca 
di Calabria, figlio del duca di Milano. 

Desiderio nel 1611 fu dottore di Legge rinomatissimo ed ebbe in 
sommo onore la musica che coltivò come lenimento a più gravi studi: 
esso lasciò alcune opere che mostrano la di lui perizia in quest'arte : 
tenne concerti ed academie in sua casa, e al dire dell' Ugurgeri, cantò 
dolcemente, e suonò leggiadramente. 

Tommaso di Romolo amò pure di moltissimo amore la musica : di 
lui si hanno a stampa i responsi della Settimana Santa e vari madri- 
gali; non che altri versi postumi pubblicati dopo la sua morte, per 
cura del padre suo. 

Lelio Ambasciatore nelle Fiandre a Carlo V imperatore lasciò un 
diario della sua missione, ove trovansi peregrine notizie dei luoghi 
ove soggiornò nel 1548: nel 1555, era Ambasciatore a Livorno. 



PKCCI DI SIENA 

Di Onorata, dama di moltissimo ingegno leggonsi varie poesie : 
anche Emilia Pecci coltivò la poesia, e di lei si hanno non pochi versi 
alle stampe : Porzia fu pure di ingegno elevatissimo, e gli Storici ne 
ricordano con molta reverenza il nome. 

E perchè a questa nobile ed antica Famiglia che diede sì lunga 
serie di uomini chiari per armi e per dottrina, non dirò solamente a 
Siena, ma all'Italia intera, non mancassero nemmeno individui che per 
religiose e sante virtù lasciassero dopo di sé odore di santità, cite- 
remo i nomi del 

Padre Bernardino Pecci che morì per la fede, trucidato dagl' In- 
fedeli nel Janefatan V anno 1628 nelle Indie Orientali ove erasi con- 
dotto per divulgarvi le verità del Vangelo : al secondo ebbe il nome 
di Bruto, che cambiò poscia in quello di Bernardino ; della Beata Mar- 
gherita dell'Ordine dei Servi di Maria, e di suor Ambrogia, al secolo 
moglie di Placido Placidi, e poscia Mantellata di San Domenico. 

Costretti dai limiti di questa Storia a non scendere a più ampli 
particolari risguardanti la Famiglia Pecci in tempi più vicini a noi, 
diremo unicamente che essa non venne mai meno alla fama de' suoi 
gloriosi Antenati, come a lei non mancarono mai quelle onorificenze a 
cui le davano diritto i meriti da lei largamente acquisiti. 

Questa Famiglia estinta non ha molto in Siena si trasfuse in 
quella non meno ragguardevolissima dei Conti Pieri, che ne assunsero 
ancora il casato ed è rappresentata attualmente dall' egregio e eultis- 
simo cavaliere, conte Ferdinando Pieri-Nerli erede del defunto com- 
mendatore G. M. Pieri Pecci presidente della strada ferrata centrale 
Toscana. 

F. Galvani. 




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di Siena 



Se di alcune delle più illustri famiglie Toscane, per imperdonabile trascuranza, 
come abbiamo notato altre volte, gli Storici ci lasciarono incerte, pocbe ed incom- 
plete notizie, di altre non meno antiche e celebrate, vollero tramandare quasi per 
legge di compensazione' ai posteri, cosi copiose memorie da porre in non lieve 
imbarazzo, volendo accoglierle tutte, lo Storico coscenzioso che ristretto in angu- 
sti limiti, quali sono quelli prescrittici da questo Sommario, bramasse farne te- 
soro. Ed è in questo caso che noi ci troviamo dovendo tener parola della Fa- 
miglia Pecci che tanto lustro recò alla Città di Siena. Tutti gli Storici con una- 
nime accordo, la dicono originaria di Porcena ( di cui era quasi interamente 
proprietaria ) Castello presso a Buonconvento e a '12 miglia da Siena. Era questi 
un luogo così forte e munito da disfidare le armate e gli strattagemmi guerreschi 
di Ladislao Re di Napoli che tentò invano nel U09 di espugnarlo. Questa Fami- 
glia, che secondo le memorie lasciateci dallo Storiografo Tizio appartenne al no- 
vero di quelle de' Grandi, ed ebbe parte tra quelle ancora del Governo dei No- 
ve, per lunga serie di anni ottenne in Siena i primi onori, e fu chiamata ai più 
nobili uffici, e quasi che tali meritate distinzioni fossero poche ad illustrarla, sei 
individui appartenenti a sì nobile prosapia vennero in diverse epoche armati Ca- 
valieri da vari Principi in premio dei generosi fatti da essi operati: a testimo- 
nianza di onore, ne citeremo i nomi: essi furono Marco di Matteo, Paolo di Ben- 
venuto, Pietro di Bartolomeo di Giovanni, Pietro di Signorino, Bartolomeo di Gio- 
vanni, e Bartolomeo di Tommaso. 



2 PECC1. 

Vuoisi che Benvenuto di Marco, che fino dal 1340 vediamo appartenere all'Or- 
dine religioso militare di S. Giovanni, fosse il primo Cavaliere che Siena sommi- 
nistrasse a quell' Ordine, che poscia in seguito da numerosissima schiera di va- 
lorosi Senesi doveva ricevere tanta fama e splendore. 

La Famiglia Pecci fu signora di Argiana e nelle più intime e cordiali relazioni 
coli' Imperatore Sigismondo che le permise di aggiugnere al proprio Stemma gen- 
tilizio il Leon d'oro: non è perciò a meravigliarsi se strinse parentado colle più 
illustri Famiglie di Siena e dello Straniero, quali sarebbono, per tacere di molte, 
quelle dei Signori di Piombino, é de' Conti di S. Fiora, avendo Bartolomeo di 
Tomaso menata in moglie la Contessa Gabriella di S. Fiora: matrimonio che gli 
accordava un titolo di successione a quella Contea, ma di cui non potè usufrut- 
tuare; dei Duchi di Arescet, Famiglia nobilissima di Francia, avendo sul finire 
del Secolo XYI il Cavalier Ant. Pecci sposata Anna di Croi duchessa di AresceS. 

Questa Famiglia si divise in più rami che assunsero vari casati benché tutti 
provenienti dallo stesso Stipite: e furono i Signorini, i Benvenuti ed i d'olii. 

Dei molti che in essa fiorirono illustrandola con nobilissime gesta citeremo i 
nomi di alcuni, poiché il farlo di tutti non sarebbe opera di questo Sommario, 
Rinaldo Pecci fiorì nel Secolo XIV ed ebbe in Siena gran voce per senno politi- 
co; perciò la Repubblica lo elesse a concludere la lega con quella di Firenze, e 
nel 1338 nominollo a reggere il Governo di Montepulciano: fu poscia mandato 
Ambasciatore a Carlo IV. 

Paolo di Benvenuto uomo di rara prudenza e sommissimo accorgimento venne 
dalla Repubblica adoperato in gravissimi bisogni: nel 14v3 insieme ad altri illu- 
stri cittadini fu nominato a riformare il Governo, indi inviato a Gregorio XII per 
persuadere quel Pontefice a deporre la tiara, per tornare, dice il Gigli, in pace la 
Chiesa o a rimettere la dì lui causa al Concilio che teneasi a Pisa: andò poscia 
Ambasciadore a Ladislao Re di Napoli per trattare la pace tra esso e la Repub- 
blica, che lo elesse in seguito a suo Commissario nelle guerre contro quel Re, 
contro il Salimbeni ed il Conte Bertoldo di Sovana. 

Iacomo Pecci nel 1420 ospitò Martino V papa e tutta la sua Corte ed a garan- 
zia di avergli dato a prestanza 15mila fiorini, ebbe in pegno la Rocca di Spoleto 
che tenne per vari anni. A lui deve la Città di Lucca di averla salvata dalle ma- 
ni di Braccio di Montone, al tempo che ne teneva la Signoria Paolo Guinigi, col- 
V averlo in tempo debito prevenuto della sventura e del pericolo che gli sovra- 
stava: ciò accadeva nel 1417. Il Malevolti ci ha lasciato un'estesa relazione di 
quell' accaduto. Anni prima era stato inviato in unione ad altri Cittadini, per de- 
creto della Bepubblica, in qualità di Ambasciatore e Commissario ad accompa- 
gnare il Cardinale B. Cossa ed il Re Luigi. 

Pietro laureato neh' Università di Padova nel 1 41 2, andò a Firenze, per rinno- 
vare la lega con quella Repubblica, e nel 1433 fu inviato ad assistere alla inco- 



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rona/iono .li Sigismondo V imperatore che seguitò lino a Firenze, ottenendo dà 
qssq il titolo di Conte Palatino ed altre onorificenze. 

Giovanni Pecci cavaliere di Malta datosi agli studi ecclesiastici ebbe un canoni- 
calo nella Cattedrale di Siena: fu protonotario apostolico indi Vescovo di Grosse- 
to nel 1447. È sepolto nel Duomo di Siena. 

Guido Pecci fu mandato dal Petrucci il 17 marzo 1502 Ambasciatore al Re di 
I- rancia perchè ricevesse nel suo patrocinio la Repubblica di Siena. 

Bartolomeo fu Ambasciatore a Papa Eugenio IV per ottenere il corpo di S. Ber- 
nardino. 

Un altro pure dello stesso nome si adopró grandemente al ritorno degli esuli 
all' ottimo fine di ridurre a tranquillità un immenso numero di famiglie e quie- 
tare le ire dei diversi partiti; ma caduto in mala vece dalla parte avversa che 
ebbe il sopravvento, esso pure fu esigliato. Tornato dopo breve tempo in patria 
venne nominato Cavaliere da Alfonso duca di Calabria; ebbe parte precipua a 
porre un freno alla soverchia autorità che era stata accordata alla Balìa, e stabili 
insieme ad altri ragguardevoli cittadini le condizioni di governo di Pandolfo Pe- 
trucci. Morì in Siena il 7 luglio del 1520. 

Suo figlio Pietro era già capitano del popolo quando Carlo V transitò per Sie- 
na: ebbe da lui il titolo di cavaliere e la conferma di tutti i privilegi che Sigi- 
smondo aveva accordati a Pietro suo avo: venne poscia nominato Ambasciatore a 
Paolo III quando questo pontefice nel 1538 era a Monteoliveio di Chiusure di pas- 
saggio per recarsi a Nizza di Provenza. 

Orazio fu uno dei capi del tumulto sorto in Siena tra il popolo e il governo 
dei Nove: per ciò dovette per ordine dell' imperatore, andare in esiglio. 

Pier Antonio cospirò a favore della patria contro Don Diego de Mendozza, ed 
esso pure dietro questo suo operato fu dannato all' esiglio: reduce in patria ven- 
ne inviato a Roma ed ivi^ cercò aiuto alle triste condizioni in cui versava Siena, 
ma vane essendo tornale tali pratiche, scrisse alla Repubblica che trovasse modo 
ad accordarsi colla parte vincitrice. 

Camillo di Galgano nel 1513 fu Governatore del forte di Montalcino. 

Benvenuto tenne il governo di Foligno nel 1527 per parte di Clemente VII. 

Francesco per effettuato omicidio costretto partirsi da Siena, riparò presso il 
Duca di Mirandola dal quale fu amatissimo: postosi in seguito al servigio dei Ve- 
neziani, ebbe da loro la soprintendenza del forte di Legnago, poscia il go- 
verno d' Asola, ma quando poteva aspirare a maggiori onorificenze, impazzò e 
morì. 

Tommaso uomo di gran sapere e munificentissimo, ospitò nel palazzo che ave- 
va acquistato dalla Repubblica, la moglie di Alfonso duca di Calabria, figlio del 
duca di Milano. 

Desiderio nel 1611 fu dottore di Legge rinomatissimo ed ebbe in sommo amore la 



4 PECCI 

musica che coltivò come lenimento a più gravi studi: esso lasciò alcune Opere che 
mostrano la diluì perizia in quest'arte: tenne concerti ed accademie in sua ca- 
sa, e al dire dell' Ugurgeri, cantò dolcemente, e suonò leggiadramente. 

Tommaso di Romolo amò pure di moltissimo amore la musica : di lui si han- 
no a stampa i responsi della Settimana Santa e vari madrigali: non che altri 
versi postumi pubblicati dopo la sua morte, per cura del padre suo. 

Lelio Ambasciatore nelle Fiandre a Carlo V imperatore lasciò un diario della 
sua missione, ove trovansi peregrine notizie dei luoghi ove soggiornò nel 1548: 
nel 1555 era Ambasciatore a Livorno. 

Di Onorata, dama di moltissimo ingegno leggonsi varie poesie: anche Emilia 
Pecci coltivò la poesia, e di lei si hanno non pochi versi alle stampe : Porzia fu 
pure di ingegno elevatissimo, e gli Storici ne ricordano con molta reverenza il 
nome. 

E perchè a questa nobile ed antica Famiglia che diede sì lunga serie di uomini 
chiari per armi e per dottrina, non dirò solamente a Siena, ma all' Italia intera, 
non mancassero né meno individui che per religiose e sante virtù lasciassero dopo 
di sé odore di santità, citeremo i nomi del 

Padre Bernardino Pecci che morì per la Fede, trucidato dagl' Infedeli nel Ja- 
nefatan l'anno 1628 nelle Indie Orientali ove erasi condotto per divulgarvi le ve- 
rità del Vangelo : al secolo ebbe il nome di Bruto, che cambiò poscia in quello 
di Bernardino; della Beata Margherita dell'Ordine dei Servi di Maria, e di suor 
Ambrogia, al secolo moglie di Placido Placidi, e poscia Mantellata di San Do- 
menico. 

Costretti dai limiti di questo Sommario a non scendere a più ampli particola- 
ri risguardanti la Famiglia Pecci in tempi più vicini a noi, diremo unicamente 
che essa non venne mai meno alla fama de' suoi gloriosi Antenati, come a lei 
non mancarono mai quelle onorificenze a cui le davano diritto i meriti da lei 
largamente acquisiti. 

Questa Famiglia estinta non ha molto in Siena si trasfuse in quella non meno 
ragguardevolissima dei Conti Pieri, che ne assunsero ancora il casato ed è rap- 
presentata attualmente dall' egregio e eultissimo cavaliere, Conte commendatore 
S. M. Pieri presidente della Strada Ferr. Centrale, e di cui non sappiamo se. 
maggiori sieno le rare doti dell' ingegno, o quelle del cuore. 

F. Galvani. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE STORIA 

Dalle Storie del Gigli, del Tommasi, del Malevolti, dell' Ugurgieri, di Tizio, 
e da alcuni Manoscritti esistenti nella Magliabecchiana. 




PELLEGRINI DI VERONA 



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PENTINI 

(di Roma) 



Vi sono in Italia certe famiglie che oltre l'antichissima nobiltà de- 
gli avi la cui origine si perde nella vetustà dei secoli, racchiudono nella 
loro storia certe particolarità eccezionali che per sé sole le dichiarereb- 
bero meritevoli di essere raccomandate alla memoria dei venturi,, non solo 
per le gloriose gesta di coloro che ne fecero parte ma per ammaestra- 
mento alle generazioni crescenti di ciò a cui può condurre non sola- 
mente la devozione ai più sacrosanti principii ma 1' esercizio delle più 
sane virtù. Del che abbiamo amplissimo esempio nella Famiglia Pentini 
che offerendo alla storia nobilissimi esempi di cristiane virtù, ebbe tale 
compenso di fiducia dalla Santa Sede, che altro più splendido e lumino- 
so non ci presentano le antiche memorie della Chiesa- 
La Famiglia dei marchesi Pentini, come lo attestano irrefragabili 
documenti che abbiamo per le mani, trae la sua antica origine dalla 
Romana Famiglia Quintilia, un ramo della quale avendo formata stanza 
per lungo tempo in Grecia, amò di grecizzare il proprio easato ; trasfor- 
mazione che non volle in seguito abbandonare al suo ritorno in Italia 
né quando si traslocò primamente a Perugia, né a Todi ove le piacque 
di soggiornare, né in Roma ove fissò di bel nuovo il suo domicilio, la- 
sciando e in Grecia e a Perugia e a Todi le più care reminiscenze. 

Deve principalmente a Filippo che fu il primo della famiglia Pen- 
tini a porre stanza in Roma che si procurò dall' Oriente con moltissimo 
dispendio, una meravigliosa collezione di gemme preziose, l'avere in Roma 
fatto apprezzare sopra tutti il valore ed il pregio del brillante che venne 
tosto sostituito al diamante ehe ritenevasi come la gemma di maggiore 



PENTINI DI ROMA. 

considerazione, e per tal modo agevolato un commercio che prese in se- 
guito le più ampie proporzioni, procurando un lucro vistoso ai suoi in- 
traprenditori. 

Figlio del Marchese Filippo fu Ulisse tenuto in altissimo conto dai 
Sommi Pontefici Pio VI e Pio VII per le rarissime doti di cui aveva 
informato l'animo, per la sua devozione alla S. Chiesa, e per le profon- 
de di lui cognizioni in fatto di belle arti specialmente nel ramo riguardante 
l'architettura e lingua greca. Ufficiale da prima nelle Guardie del Corpo 
del Re di Svezia, poscia Eappresentante di quella Corte alla Santa Sede 
e decorato dell' illustre Ordine di Wasa, Sua Santità Pio VII volle a te- 
stimonianza del molto conto in cui lo teneva nominarlo a suo Cameriere 
segreto di cappa e Spada. 

Correva l'anno 1811 e l'Italia trovavasi commossa da gravi agi- 
tazioni politiche che sovvertendo ogni civile ordinamento, minacciavane di 
gravi sventura la Santa Chiesa che doveva per un momento cedere al 
giogo dell'oppressione per risorgere poscia più bella e più fulgida sulle 
rovine di chi aveva tentato porle la mano sacrilega sul venerabile capo del 
Romano Pontefice. Ad evitare perciò l' intervento di Autorità intruse nelle 
funzioni che nella Settimana Santa sono solite a farsi nelle Patriarcali 
Basiliche di S. Giovanni in Laterano, e di San Pietro in Vaticano, ed 
in moilo speciale la solenne consacrazione degli Olii santi, e l'Ordina- 
zione generale del Clero, fu nel 1811 ordinato dal Sommo Pontefice 
Pio VII che queste Sacre Cerimonie piuttosto che pubblicamente nelle Ba- 
siliche suaccennate, venissero in modo privato, ma con tutto l'apparato 
di decoro che era loro indispensabile nel palazzo di proprietà del mar- 
chese Ulisse, ove fu eseguita la consagraziode degli Olii Santi unitamente 
alle altre funzioni che sogliono farsi nella Settimana Santa nella Basilica 
Lateranense e Vaticana. Esempio unico nella storia. Del che chiamatosi 
largamente onorato il Marchese Ulisse, nulla pretermise per quanto era in 
lui, perchè l'alta fiducia in esso riposta, venisse pienamente giustificata e 
rimanesse degno ricordo ai posteri di una tale onorificenza, che ad altra 
famiglia mai nei secoli passati era stata accordata. 

Del che volle mostrarsene grato lo stesso Pontefice Pio VII che al 
suo ritorno dalla violenta deportazione a cui era stato tratto, a ricor- 



PRNTINI DI ROMA. 

danza dell 'avvenimento ed a nuova testimonianza di onore verso la Fami- 
dia Pontini, volle elio lo stemma gentilizio della medesima venisse con- 
tornato da una fascia portante tra due cannoni (emblema della violenza) 
la epigrafe „ Ut Lateranensis et Vaticana Basilica Pentinia Domus ; 
Anno 1811. „ 

Ma se al marchese Ulisse era dato di accrescere in sì ampio modo 
il decoro della propria Casa., al Marchese Francesco era riserbato di sol- 
levarla ai primissimi onori della Chiesa Romana. E che egli fosse fino 
dalla sua prima giovanezza dotato dalle più eminenti virtù noi ne abbia- 
mo la più splendida prova nel vederlo alla verde età di 16 anni an- 
noverato dalla Santità di Pio VII tra suoi camerieri Segreti di mantel- 
lone e poscia dallo stesso venerato Pontefice nominato Canonico della Pa- 
triarcale Basilica Lateranense. 

Ne 1816 egli veniva trascelto a portare in qualità di Delegato Apo- 
stolico il cappello Cardinalizio ad un nuovo Porporato Spagnolo. 

Nel 1820 ebbe posto tra Prelati, e fu nominato Ponente del Buon 
Governo, ufficio delicatissimo che egli tenne con rettitudine esemplare : 
del che riconoscente oltremodo l'autorità suprema lo promoveva due anni 
dopo a Ponente del Tribunale Criminale della Consulta. 

Nel 1826 aspettavano pure nuovi onorevoli uffici, poiché in quel- 
l'anno noi lo troviamo Uditore del Supremo Tribunale della Segnatura, 
e Suddiacono Apostolico della Cappella Palatina. 

Nel 1827 durante il Conclave,, ove veniva eletto alla Sede Ponti- 
fìcia S. S. Pio Vili, esso vi disimpegnò l'ufficio di Uditore. 

Nel 1828 ebbe nomina di Luogotenente della A. C- 

Nel 1831 fu Presidente del Tribunale Colleggiale (secondo turno) 
e nell'anno appresso Segretario della Congregazione generale del Censo. 

Nel 1835 venne eletto a Votante del Tribunale supremo della Se- 
gnatura, a Chierico della Camera Apostolica e Membro della Congrega- 
zione di Revisione. 

Nel 1846 tenne la Presidenza degli Archivi, e Tanno appresso quella 
del dicastero di acque e strade, come fu chiamato ad altri onorevolissimi 
uffici che gli seguitarono ancora nel 1848. Fu in quest'anno che dal 
Ministro dell' interno di veniva affidata la delicatissima ed ardua missio- 



PENTINI DI ROMA. 

ne di sedare la minacciosa agitazione di varie migliaia di forzati che 
trovavansi nella darsena di Civitavecchia che minacciava convertirsi in 
aperta rivolta ove in difetto di milizie il senno, le voci amorevoli ed il 
coraggio civile di quell'egregio Prelato, che presentossi loro, inerme non 
li avessero persuasi a più sani intendimenti ed alla pristina soggezione. 
Tanto può anche su malvagi, più che la forza brutale, il linguaggio 
dell'amore e della conciliazione. 

Tante virtù e così lunga serie di ufìfci sostenuti con tanto decoro 
della Santa Sede, dovevano finalmente essere coronate dal più largo premio 
a cui possa aspirare nell'ordine ecclesiastico chi dedicò intera la sua vita 
a favorire gì' interessi della Chiesa. Monsignor Pentini veniva nel marzo 
1863 sollevato all'onore della Sacra Porpora, servendo coi suoi lumi e colle 
sue virtù a rendere sempre più venerato il Sacro Collegio Cardinalizio. 

La sua morte avvenuta nel 17 Decembre 1869 fu un lutto non so- 
lamente pei suoi venerabili Colleghi, ma per tutta Roma che vedeva nella 
perdita di quella cara vita spegnersi una delle sue glorie più ambite. 

Rappresentanti di questa nobilissima Famiglia sono attualmente, il 
marchese Don Gaetano Canonico della insigne Patriarcale Basilica Latera- 
nense che accoglie in sé le virtù tutte dei venerabili ed illustri suoi An- 
tenati ed il marchese Massimo Aluffi, nobile patrizio che agli esempi, ra- 
rissimi de' suoi Avi aggiugnendo il lustro dei propri, ne rendono il nome 
caro e venerato per tutta Roma. 



Conte F. Galvani 








PEPPOLI DI BOLOGNA 



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PERUZZI 

(di Firenze) 



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olentissima si fu questa famiglia in Firenze per le ricchezze favolose 
che insieme alla famiglia dei Bardi acquistò. La sola famiglia Peruzzi 
vuoisi che imprestasse al re d' Inghiterra nel 4339 la somma di un mi- 
lione e centosettantacinque mila fiorini d' oro che oggi equivarrebbe a 
quella di quattro milioni seicento sessantamila zecchini. Il re d' Inghilterra 
non restituito né fruito , né capitale ai Peruzzi ed ai Bardi che facevano 
società di Cambio, e i quali ultimi aveano imprestato a lui una somma 
anco più forte, fu necessario fallissero, e trascinassero seco loro in que- 
sto fallimento le principali case bancarie di Europa. 

L'arte del Cambio era portala al massimo in quei tempi, per cui le 
ricchezze più grandi delle case fiorentine si dovettero a questo ramo 
d'industria; così fu della casa Medici e di altre. 

La famiglia Peruzzi, in prima della Pera proveniente da Roma, cambiò 
nome quando si ascrisse ad una delle Arti in Firenze, perchè era impe- 
dito ai nobili e plebei di aspirare alle magistrature, e per ciò ottenere era 
necessario ascriversi ad una delle arti maggiori. 

Dai Peruzzi vennero nove Gonfalonieri e cinquantaquattro Priori. Vi 
furono "Cardinali , Vescovi; Cavalieri, Ambasciatori. 

Giovanni Villani parlando dell' imprestito fatto dalla famosa compagnia 
Bardi e Peruzzi al re d'Inghilterra nella guerra che ebbe col re di 
Francia Filippo VI di Valois, dice: a loro mani venia tutte sue rendite 
e lane e cose ed elli ne formano tutte le sue sp esarie , gaggi e bisogne 
e soprammontarono tanto le spese e bisogne del re oltre alle rendite e 
cose ricevute per lui che i Bardi si trovarono a ricevere dal re tornato 
dall' oste detta tra di capitale e provvisioni e riguardi fatti loro per 
lo re più di cento ottanta mila di marchi di sterlini, i Peruzzi più di 
centotrentacinque mila di marchi, ogni marco valea fiorini quattro e 
mezzo d' oro , che montavano più di un miglione e trecento sessantacin- 
que mila fiorini d' oro, che valeano un reame. 

Questa famiglia dei Peruzzi oltre le ricchezze che possedè fu una delle 
più antiche di Firenze, come una delle più illustrate per cariche nel tempo 
della Repubblica. Vi era una piccola porta, o postierla nel primo cerchio 
delle mura che dalla famiglia Peruzzi era denominata della Pera. E nella 
riforma del governo proposta da Giano Della Bella nel i292, e nello sta- 



2 PERUZZI 

bilimento del* Gonfaloniere di giustizia, fu uno dei sei Priori riformatori 
Giotto Peruzzi figlio di Arnoldo Stipite di questa famiglia, e dallo stesso 
Arnoldo nacque Pacino che fu Gonfaloniere nel 1297. Da questo Pacino 
deriva un ramo delle due famiglie di Firenze, e Donato che è stipite del- 
l' altro ramo esistente egualmente in Firenze. 

Da Bonifazio di Berto di messer Ridolfo discendente da Donato di 
Arnolfo e da Mandella dei Ricasoli nel 4370 nacque Ridolfo Peruzzi men- 
tre la repubblica di Firenze era nelle più gravi tempeste civili. Eranvi in 
Firenze molte sette, a capo di una delle quali fu Bonifazio padre dì Ri- 
dolfo insieme con Simone di Rinieri della stessa famiglia, che fu condan- 
nato a morte. 

Detta famiglia fu una di quelle che nelf anno seguente sofferse gravis- 
simi danni dal furore popolare nella sollevazione dei Ciompi. Ridolfo na- 
cque sgraziatamente non solo mentre la repubblica era in preda alle fa- 
zioni popolari , ma in tempo ancora che i Medici erano in massimo favore 
per potere, aspirare adagio adagio alla sovranità per le loro immense ric- 
chezze. Coloro che vivamente si opposero a che la casa Medici non pren- 
desse la sovranità di Firenze furono Niccolò da Uzzano ed il nostro Ri- 
dolfo, nel tempo che fu priore e nei suoi due Gonfalonierati di giustizia 
l'anno 4413 e l'anno 4432. Desso fu più volte destinato Ambasciatore, 
nel 4447 a Martino V Pontefice e nel 4432 a Eugenio IV. 

Ma la di lui opposizione virile perchè basata su i doveri di ottimo cit- 
tadino a nulla gli servì, poiché i Medici che avevano dato ad usura a mol- 
tissimi della città e non richiedendo denari avevano infiniti clienti e soste- 
nitori al supremo potere; per cui Ridolfo fu una delle vittime sacrificate 
alla libertà della repubblica , perchè temuto sommamente e per le virtù 
molte e ricchezze immense. Così può dirsi che col mancare di questo cit- 
tadino illustre si spense la libertà della patria. 

Difatto morto Niccolo da Uzzano, e resa più potente la parte dei Medici, 
non le si oppose che Ridolfo, Riualdo degli Albizzi e Palla Strozzi fino 
al 4434, tempo in cui la Casa Medici volendo richiamare dall' esiglio o re- 
stituire nel supremo potere Cosimo de' Medici, detto poi Padre della Pa- 
tria, fu costretto Ridolfo co' suoi a cedere a chi si apriva la via al supremo 
potere colle armi e colle stragi. 

Desso nel 4434 fu confinato nella città d' Aquila nel regno di Napoli per 
dieci anni, e vi muori nel 4440. 

Baldassarre discendente da Ridolfo nacque 4484 nelle vicinanze di Vol- 
terra, fu pittore ed architetto sommo. In Roma conobbe Raffaello e prese 
ad imitarlo specialmente nelle sacre famiglie. I suoi quadri a fresco ed 
olio son veri moltissimo. Non si conosce di lui come autentico che un 
quadro composto di tre mezze figure rappresentanti la Madonna tra San 
Giovati Battista e San Girolamo che si conserva a Torre Balbiana. Prese 
molto dello stile di Raffaello nel dipingere a fresco. Si cita come suo capo 
d' opera la Sibilla vaticinante ad Augusto il parto della tergine. Que- 
sta è una delle più belle pitture che illustrino Siena. Ma come pittore è 
più imitatore che creatore. La sua fama la deve meramente all' architet- 



PERUZZI 3 

tura in cui fu sommo ed uno dei più grandi della sua epoca. Uno de'più 
belli e magnifici edilizii creati su i suoi modelli è il palazzo Mazzini in 
Roma. Insieme con Antonio da San Gallo era stato fatto architetto della 
basilica di San Pietro quando mori nel 453G. 

Fu sommo nella prospettiva perchè dette all' invenzione tuttora greggia 
e imbarazzata di Pietro del Borgo l'eleganza che le mancava immaginando 
1' uso di quel che si chiama i punti di distanza. Il Vignola nel suo trat- 
tato sulla Prospettiva ha seguito passo passo Baldassarre Peruzzi. 

Il Museo del Louvre ha del Peruzzi un quadro dove è rappresentata la 
Madonna che cuopre di un velo il bambino Gesù addormentato , e tre di- 
segni. 

Veramente però il Peruzzi Baldassarre nacque in Acciano nella diocesi 
dì Volterra, ma in quella parte che dipendeva dallo stato di Siena, per 
cui fu detto anco Baldassarre da Siena. Quantunque uomo di moltissimo 
merito non ebbe mai favorevole la fortuna; poiché modestissimo e povero, 
altri sempre (rasse il profitto delle di lui fatiche, essendo sempre misera- 
mente ricompensato. Dopo la di lui morie soltanto , come avviene quasi 
sempre ai grandi uomini , si scorse la vastità del suo ingegno e si dovè 
stabilire che i suoi parti temevano poco o punto il confronto dei più belli 
fra li antichi. Dove fu veramente insuperabile, al dire del Vasari e del 
Milizia, si fu nella Prospettiva, e raccontasi che in una volta della Far- 
nesina in Roma fece alcuni ornamenti di stucco tanto simili al vero da ri- 
manere ingannato lo stesso Tiziano. Egli dipinse le scene per la Calandra 
del Bibbiena, rappresentata alla corte di Leone decimo; ed il Lanzi dice 
di lui che trovò un'arte nuova e la perfezionò. Si rammentano alcuni suoi 
quadri da stanza dipinti a olio e pare che il dubbio sull'autenticità delle 
di lui pitture non debba cadere che sopra i quadri da altare. Da quel che 
è stato riferito pare si debba ritenere con giustizia il Peruzzi come uno 
dei più grandi restauratori dell'architettura e come stimabile pittore. 

Ma quale sarà stato lo sconforto di questo grande uomo nel vedere in 
mezzo alle assidue sue fatiche il mondo riconoscere sì poco i suoi meriti, e 
languire la sua famiglia nello stento di ogni cosai 

Fu architetto dell'Opera del Duomo di Siena; ma veniva ricompensato 
con soli 50 scudi all'anno. Quando la sua gloria cominciava a inalzarsi 
fulgida , muori non senza sospetto che 1' invidia gli avesse propinato il 
veleno. 

Un fatto solo ricorderà qual fosse la sua intemerata fede cittadina. In 
mezzo alla più gran povertà ricusò di servire agli eserciti pontifici e im- 
periali che assediavano Firenze. 

Ritornando ora all' antica famiglia Peruzzi, le ricchezze in immobili 
erano smisurate. Basti il riportare quello dice Ademollo nelle note alla 
Marietta de' Ricci, per farsene un' idea. 

« Tutto il ceppo di Palazzi che occupa il lato di ponente della Via 
» de' Benci e che s' interna verso S. Firenze, era formato dalle case Pe- 
» ruzzi, le quali occuparono il suolo e la forma di gran porzione dell' an- 
» tico Palagio o Anfiteatro Fiorentino (sul quale rinvio il lettore al mio 



4 PERUZZI 

» libro sugli spettacoli dell' antica Roma al capitolo dell' Anfiteatro ) e for- 
» mavano quella piazza che si chiama dei Peruzzi, dove fu celebrata con 
» solenne pompa la funebre cerimonia della coronazione di Coluccio Salu- 
» tati morto nel 1406. In questi palazzi Peruzzi fu ricevuto Giovanni Pa- 
» leologo Imperatore di Costantinopoli col Despoto, ossia Demetrio suo 
» fratello e tutta la loro corte nel 1439, venuti in Firenze per occasione 
» del Concilio. Sulla Piazza Peruzzi corrispondeva la Loggia Peruzza 
» dove un cartello di marmo 1' addita all' osservatore. Per tutti i contorni 
» di questo luogo si vede l'arme Peruzzi, consistente in sei pere d'oro, 
» in Campo Celeste. » 

Fralli uomini eminenti della famiglia Peruzzi vuoisi annoverare anco 
Carlo da Aufidia, il quale discendeva da coloro dei Peruzzi che nella ri- 
voluzione del 1434 erano stati mandati in esilio da Firenze. Egli fu cele- 
bre nelle armi come condottiero e fu creato a tal carica dalla Repubblica 
per disciplinare le soldatesche del contado, nel quale ufficio si condusse 
benissimo. 

E bene noverare i Gonfalonieri di Giustizia che uscirono dalla famiglia 
Peruzzi. 

Nel 1297 Pacino , insieme con Duccio Anselmi, Lippo di Manno Manni, 
Cione Canigiani, Arrigo Rocchi, Pagno di Strozza degli Strozzi. 

Nel 1318 Donato con Lotto Ardinghi, Ciompo Ducei, Giovanni Marignolli, 
Benino Borgoli. 

Nel 1331 Donato, con Pugio Boninsegna , Bartolo Paradisi, Tegghino 
Tecchi, Ricco d' Avanzi, Francesco Salviati. 

Nel 1364 Simone , con Andrea Villani , Niccolò Malegonnelle, Simone 
Ristori, Ugolino di Vieri, Paolo Rucellai. 

Nel 1394. Rinieri, con Lionardo Dell' Antella, Andrea Minerbetti, Guido 
del Palagio, Agnolo Tagliamoci^, Donato Acciaiuoli. 

Nel 1403 Niccolò, con Bartolommeo Valori, Ubaldo Ubertini, Tommaso 
Ardinghelli, Ridolfo Ciai, Bartolo Ridolfi. 

Nel 1414 Ridolfo, con Arrigo Wazzinghi, Maso degli Albizzi, Ubaldo 
Ubertini, Vanno Castellani, Paolo Bordoni. 

Nel 1430 Bartolommeo, con Antonio da Rabatta, Piero Bonciani, Nic- 
colò Rittafè, Giovanni di Cherichino, Lionardo Fantoni. 

Nel 1432 Ridolfo, con Ubertino Risaliti, Dosso Spini, Piero Pecori, Lo- 
renzo Ridolfi, Oddo Altoviti. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Reumont Alfredo, Tavole Cronologiche e Sincrone della Storia Fiorentina. Biogra- 
fia Universale. — Benedetto Varchi , Storia fiorentina. — Nardi , Storia fiorentina. — 
Ademollo, Note alla Marie tta de" Ricci. Raccolta di Elogi d'uomini illustri Toscani. — 
Villani Giovanni. — Segni, Storie Fiorentine. — Macchlavelli Niccolò, Storie. — Scipione 
Ammirato, Istorie Fiorentine. 






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PERUZZI 



(di Firenze) 



Potentissima si fu questa famiglia ia Firenze per le ricchezze fa- 
volose che insieme alla famiglia dei Bardi acquistò. La sola famiglia 
Peruzzi vuoisi che imprestasse al re d' Inghilterra, nel 1339, la somma 
di un milione e centosettantacinque mila fiorini d'oro, che oggi equi- 
varrebbe a quella di quattro milioni seicento sessantamila zecchini. Il 
re d' Inghilterra non restituito uè frutto, né capitale ai Peruzzi ed ai 
Bardi, che facevano società di Cambio, e i quali ultimi aveano impre - 
stato a lui una somma anco più forte, fu necessario fallissero, e tra- 
scinassero seco loro in questo fallimento le principali case bancarie 
di Europa. 

L'arte del cambio era portata al massimo grado in quei tempi, per 
cui le ricchezze più grandi delle case fiorentine lo dovettero a questo 
ramo d' industria; così fu della casa Medici e di altre. 

La famiglia Peruzzi, in prima della Pera, proveniente da Roma, 
cambiò nome quando si ascrisse ad una delle Arti in Firenze, perchè 
era impedito ai nobili e plebei di aspirare alle magistrature, e per ciò 
ottenere era necessario ascriversi ad una delle arti maggiori. 

Dai Peruzzi vennero nove Gonfalonieri e cinquantaquattro Priori. 
Vi furono Cardinali, Vescovi, Cavalieri, Ambasciatori. 

Giovanni Villani, parlando dell' imprestito fatto dalla famosa com- 
pagnia Bardi e Peruzzi al re d' Inghilterra nella guerra che ebbe col 
re di Francia Filippo VI di Valois, dice : a loro mani venia tutte sue 
rendite e lane e cose eòi etti ne formano tutte le sue spesane, gaggi e 



PERUZZI DI FIRENZE 

bisogne e soprammontarono tanto le spese e bisogne del re oltre alle ren- 
dite e cose ricevute per lui che i Bardi si trovarono a ricevere dal re 
tornato dall'oste detta tra di capitale e provvisioni e riguardi fatti loro 
per lo re pia di cento ottanta mila di marchi di sterlina i Peruzii più 
di centotrentacinque mila di march?, ogni marco valea fiorini quattro e 
mezzo d' oro, che montavano più di un miglione e trecentosessantacinque 
mila fiorini d' oro, che valeano un reame. 

Questa famiglia dei Peruzzi oltre le ricchezze che possedè fu una 
delle più antiche di Firenze, come una delle più illustrate per cariche 
nel tempo della Repubblica. Vi era una piccola porta, o postierla nel 
primo cerchio delle mura che dalla famiglia Peruzzi era denominata 
della Pera. E nella riforma del governo proposta da Giano Della Bella 
nel 1292, e nello stabilimento del Gonfaloniere di Giustizia, fu uno dei 
sei Priori riformatori, Giotto Peruzzi figlio di Arnoldo, stipite di que- 
sta famiglia, e dallo stesso Arnoldo nacque Pacino che fu Gonfalo- 
niere nel 1297. Da questo Pacino deriva un ramo delle due famiglie 
di Firenze, e Donato che è stipite dell' altro ramo esistente egualmente 
in Firenze. 

Da Bonifazio di Berto di messer Ridolfo discendente da Donato di 
Arnolfo e da Maddalena dei Ricasoli nel 1370 nacque Ridolfo Peruzzi 
mentre la Repubblica di Firenze era nelle più gravi tempeste civili. 
Eranvi in Firenze molte sètte, a capo di una delle quali fu Bonifazio 
padre di Ridolfo insieme con Simone di Rinieri della stessa famiglia, 
che fu condannato a morte. 

Detta famiglia fu una di quelle che nell' anno seguente sofferse 
gravissimi danni dal furore popolare nella sollevazione dei Ciompi. Ri- 
dolfo nacque sgraziatamente non solo mentre la repubblica era in preda 
alle fazioni popolari, ma in tempo ancora che i Medici erano in mas- 
simo favore per potere aspirare adagio adagio alla sovranità per le 
loro immense ricchezze. Coloro che vivamente si opposero a che la 
casa Medici non prendesse la sovranità di Firenze furono Niccolò da 
Uzzano ed il nostro Ridolfo, nel tempo che fu Priore e nei suoi due 
Gonfalonierati di giustizia l'anno 1413el'anno 1432. Desso fu più volte 
destinato Ambasciatore, nel 1417 a Martino V Pontefice e nel 1432 a 
Eugenio IV. 



PE RUZZI DI FIRENZE 

Ma la di lui opposizione virile, perchè basata sui doveri di ottimo 
cittadino, a nulla gli servì, poiché i Medici che avevano dato ad usura 
a moltissimi della città e non richiedendo denari avevano infiniti clienti 
e sostenitori al supremo potere; per cui Ridolfo fu una delle vittime 
sacrificate alla libertà della repubblica, perchè temuto sommamente 
e per le virtù molte e ricchezze immense. Così può dirsi che col man- 
care di questo cittadino illustre si spense la libertà della patria. 

Difatto morto Niccolò da Uzzano e resa più potente la parte dei 
Medici, non le si oppose che Ridolfo, Rinaldo degli Albizi e Palla Strozzi 
fino al 1434, tempo in cui la casa Medici volendo richiamare dall'esilio 
o restituire nel supremo potere Cosimo de' Medici, detto poi Padre della 
Patria, fu costretto Ridolfo co' suoi a cedere a chi si apriva la via al 
supremo potere colle armi e colle stragi. 

Desso nel 1434 fu confinato nella città d'Aquila nel regno di Na- 
poli per dieci anni, e vi morì nel 1440. 

Baldassarre, discendente da Ridolfo, nacque nel 1481 nelle vicinanze 
di Volterra; fu pittore ed architetto sommo. In Roma conobbe Raffaello 
e prese ad imitarlo specialmente nelle sacre famiglie. I suoi quadri a 
fresco ed olio son vari e moltissimi. Non si conosce di lui come auten- 
tico che un quadro composto di tre mezze figure rappresentanti la 
Madonna tra S. Oiovan Battista e S. Girolamo che si conserva a Torre 
Balbiana. Prese molto dello stile di Raffaello nel dipingere a fresco. 
Si cita come suo capo d' opera la Sibilla vaticinante ad Augusto il 
parto della Vergine. Questa è una delle più belle pitture che illustrino 
Siena. Ma come pittore è più imitatore che creatore. La sua fama la 
deve meramente all' architettura in cui fu sommo ed uno dei più grandi 
della sua epoca. Uno dei più belli e magnifici edilìzi creati su i suoi 
modelli è il palazzo Mazzini in Roma. Insieme con Antonio da S. Gallo 
era stato fatto architetto della basilica di San Pietro quando morì 
nel 1536. 

Fu sommo nella prospettiva, perchè dette all'invenzione, tuttora 
greggia e imbarazzata di Pietro del Borgo, l'eleganza che le mancava 
immaginando 1' uso di quel che si chiama i punti di distanza. Il Vi- 
gnola, nel suo trattato sulla Prospettiva, ha seguito passo passo Bal- 
dassarre P e ruzzi. 



PERUZZI DI FIRENZE 

Il Museo del Louvre ha un quadro del Peruzzi dove e rappresen- 
tata la Madonna che cuqpre di un velo il baino ino Gesù addormentato, 
e tre disegni. 

Veramente però il Peruzzi Baldassarre nacque in Acciano nella 
diocesi di Volterra, ma in quella parte che dipendeva dallo Stato di 
Siena per cui fu detto anche Baldassarre da Siena. Quantunque uomo 
di moltissimo merito, non ebbe mai favorevole la fortuna; poiché mo- 
destissimo e povero, altri sempre trasse il profitto delle di lui fatiche, 
essendo sempre miseramente ricompensato. Dopo la di lui morte sol- 
tanto, come avviene quasi sempre ai grandi uomini, si scorse la va- 
stità del suo ingegno e si dovè stabilire che i suoi parti temevano 
poco o punto il confronto dei più belli fra li antichi. Dove fu vera- 
mente insuperabile, al dire del Vasari e del Milizia, si fu nella Pro- 
spettiva, e raccontasi che in una vòlta della Farnesina in Roma fece 
alcuni ornamenti di stucco tanto simili al vero da rimanere ingannato 
lo stesso Tiziano. Egli dipinse le scene per la Calandra del Bibbiena, 
rappresentata alla corte di Leone X; ed il Lanzi dice di lui che trovò 
un 1 arte nuova e la perfezionò. Si rammentano alcuni suoi quadri da 
stanza dipinti a olio e pare che il dubbio sull' autenticità delle di lui 
pitture non debba cadere che sopra i quadri da altare. Da quel che è 
stato riferito pure si debba ritenere con giustizia il Peruzzi come uno 
dei più grandi restauratori dell'architettura e come stimabile pittore. 

Ma quale sarà stato lo sconforto di questo grande uomo nel ve- 
dere in mezzo alle assidue sue fatiche il mondo riconoscere sì poco i 
suoi meriti, e languire la sua famiglia nello stento di ogni cosa ! 

Fu architetto dell' Opera del Duomo di Siena: ma veniva ricom- 
pensato con soli 50 scudi all' anno. Quando la sua gloria cominciava 
a inalzarsi fulgida, morì, non senza sospetto che l' invidia gli avesse 
propinato il veleno. 

Un fatto solo ricorderà qual fosse la sua intemerata fede cittadina. 
In mezzo alla più gran povertà ricusò di servire agli eserciti pontifici 
e imperiali che assediavano Firenze. 

Ritornando ora all' antica famiglia Peruzzi, le ricchezze in immo- 
bili erano smisurate. Basti il riportarsi a quello che dice Ademollo 
nelle note alla Manetta de' Ricci, per farsene un' idea. 



PERUZZI DI FIRENZE 

« Tutto il ceppo di Palazzi elio occupa il lato di ponente della 
« Via de 1 Benci e che s 1 interna verso S. Firenze, era formata dalle 
« case Peruzzi le quali occuparono il suolo e la forma di gran por- 
« zioue dell' antico Palagio o Anfiteatro Fiorentino (sul quale rinvio 
« il lettore al mio libro sugli spettacoli dell' antica Roma al capitolo 
« dell'Anfiteatro) formavano quella piazza che si chiama dei Peruzzi, 
« dove fu celebrata con solenne pompa la funebre cerimonia della co- 
« ronazione di Coluccio Salutati morto nel 1406. In questi palazzi Pe- 
« ruzzi fu ricevuto Giovanni Paleologo Imperatore di Costantinopoli 
« col Despoto, ossia Demetrio suo fratello e tutta la loro corte nel 
« 1439, venuti in Firenze per occasione del Concilio. Sulla Piazza Pe- 
« ruzzi corrispondeva la Loggia Peruzzi, dove un cartello di marmo 
« l'addita all'osservatore. Per tutti i contorni di questo luogo si vede 
« 1' arme Peruzzi consistente in sei pere d' oro, in campo celeste. » 

Fra gli uomini eminenti della casa Peruzzi vuoisi annoverare anco 
Carlo da Aufidia, il quale discendeva da coloro dei Peruzzi che nella 
rivoluzione del 1434 erano stati mandati in esilio da Firenze. Egli fu 
celebre nelle armi come condottiero e fu creato a tal carica dalla Re- 
pubblica per disciplinare le soldatesche del contado, nel quale ufficio 
si condusse benissimo. 

È bene noverare i Gonfalonieri di Giustizia che uscirono dalla fa- 
miglia Peruzzi. 

Nel 1279 Pacino, insieme con Duccio Anselmi, Lippo di Man- 
no Manni, Cione Canigiani, Arrigo Rocchi, Pagno di Strozza degli 
Strozzi. 

Nel 1318 Donato con Lotto Ardinghi, Ciampo Ducei, Giovanni Ma- 
rignolli, Benino Borgoli. 

Nel 1331 Donato, con Pugio Boninsegna, Bartolo Paradisi, Teg- 
ghino, Tecchi, Ricco d' Avanzi, Francesco Salviati. 

Nel 1364 Simone con Andrea Villani, Niccolò Malegonnelle, Si- 
mone Ristori, Ugolino di Vieri, Paolo Rucellai. 

Nel 1394 Rinieri, con Lionardo Dell' Antella, Andrea Minerbetti, 
Guido del Palagio, Agnolo Tagliamochi, Donato Acciaioli. 

Nel 1403 Niccolò, con Bartolommeo Valori, Ubaldo Ubertini, Tom- 
maso Ardinghelli, Ridolfo Ciai, Bartolo Ridolfì. 



PERUZZI DI FIRENZE 

Nel 1414 Ridolfo, con Arrigo Mazzinghi, Maso degli Albizzi, Ubaldo 
libertini, Vanno Castellani, Paolo Bordoni. 

Nel 1430 Bartolommeo, con Antonio da Rabatta, Pietro Bonciani, 
Niccolò Rittafè, Giovanni di Cherichino, Lionardo Fantoni. 

Nel 1432 Ridolfo, con Ubertino Risaliti, Dosso Spini, Pietro Pecori, 
Lorenzo Ridolfi, Oddo Altoviti. 

Rappresentanti attuali sono i fratelli Comm. Ubaldino e Marchese 
Cosimo, il primo dei quali resse per buon spazio di tempo nel 1862 il 
Ministero dell' interno, ed è rappresentante al Parlamento Nazionale 
del Collegio di S. Croce di Firenze, e Sindaco di quella città, per ta- 
cere di tanti nobilissimi uffici da esso sostenuti con generale soddi- 
sfacimento: il secondo è Gran Maestro di Cerimonie della Real Casa 
dominante. 

T. G. 



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PERUZZI 

DI TOSCANA E DI FRANCIA 



.La casa Peruzzi è una delle più illustri e più antiche 
della Toscana, ove cominciò a farsi conoscere fino nei pri- 
mordi della Repubblica Fiorentina, nella quale i suoi membri 
furono per tempo innalzati alle più importanti cariche dello 
Stato, ed il loro nome andò unito alla costruzione di consi- 
derevoli monumenti, che esistono ancora (0. I Peruzzi, con- 
giunti alle più nobili famiglie di Toscana, ebbero il diritto di 
avere logge e torri ( 2 ), che prima del xii secolo era riservato 
solo alle tredici principali famiglie di Firenze. Quando Roberto, 
re di Sicilia, nel 1510 venne a Firenze per vedere di ricon- 
ciliare fra loro i Guelfi ed i Ghibellini, ricevette nel palazzo 
Peruzzi una ospitalità al tutto regale. E in questo palazzo 
medesimo ebbe alloggio Maria di Borbone, moglie di Roberto 
d^Angiò, nelPoccasione che la Repubblica nelPanno 1347 gli 
ebbe fatto quella accoglienza di tanto splendore. E finalmente 



(i) Una porta, una contrada, una piazza ed un palazzo, abitato dai rappresentanti di questa casa, 
furono edificati dai Peruzzi ne' rioni di Santa-Croce e di San Pietro Schcraggio, situati nel recinto della 
antica Firenze. 

(2) Le logge erano edifici fatti a mettere in mostra la magnificenza de' grandi nelle feste che da- 
vano, mentre il popolo esercitavasi in cavalcare, in ispassi, in combattimenti nello spazio che stava innanzi 
alle medesime. Siccome poi tutte le grandi case di Firenze erano intente al commercio, cosi le logge erano 
quasi altrettante borse e luoghi di convegno, ove s'adunavano i sensali ed i mercanti a trattare di affari 
colle compagnie. 



PERUZZI 

anche Giovanni VII Paleologo, imperatore dei Greci, fu pur 
egli ricevuto in questo principesco palagio, quando addi 13 
febbrajo del 1437 venne a Firenze al Concilio generale, rac- 
colto per trattare della riunione della Chiesa greca colla 
latina. I quali onorevoli avvenimenti furono dipinti con 
sommo talento e non minor verità da Coccapani e Dandini, 
pittori italiani, in due magnificili quadri che possono ancora 
vedersi nel palazzo Peruzzi. 

Questa famiglia, che occupava le più importanti magi- 
strature della Repubblica, era nominata anche per le immense 
ricchezze guadagnale col commercio e colla guerra. La sua 
grande dovizia diedele facoltà a disporre di somme consi- 
derevoli, tanto a favore di Roberto, re di Napoli, che a 
vantaggio della Religione di Malta, allora residente a Rodi, 
e di Odoardo III, re d 1 Inghilterra, che di que" 1 giorni era 
inviluppato in una guerra contro Filippo di Valois, re di 
Francia. Gli storici Giovanni Villani e Manzi dicono, come 
cosa indubitata, che la corona della Gran-Brettagna restò 
debitrice verso la compagnia Peruzzi della residua somma, 
a que" 1 tempi enorme, di 900,000 fiorini d^oro, che non le 
venne pagata mai più, per cui fu costretta a sospendere i 
suoi pagamenti, gettando cosi in uno scompiglio grandissimo 
tutti gli affari commerciali di Europa. Le somme allora do- 
vute alla compagnia Peruzzi dalle teste coronate vengono 
ragguagliate a più di 30 milioni, e della massima parte di 
questi prestiti si conservano ancora i documenti neir archi- 
vio di casa Peruzzi (0. 

La storia di Firenze ci mostra tutte queste grandi fami- 
glie repubblicane, quali i Medici, i Peruzzi, gli Strozzi, i 
Pazzi, ecc., attendere ad un tempo al commercio, alla politica, 

(i) Nella biblioteca Riccardiana a Firenze trovarci quattro volumi in pergamena della Banca Pertzzi . 
dell'anno i3io in avanti, i quali sono classificati sotto i numeri 21 14, 211 5. 2116 e 2117. 



PERUZZI 

alle belle arti, alP amministrazione civile e militare. Fra i 
membri della casa di cui parliamo nomineremo principalmente 
Baldassare Peruzzi, celebre pittore ; e prima di lui, nel 1579, 
Benedetto Peruzzi, il primo incisore in pietra fina che si cono- 
sca dopo il risorgimento delle arti, come dice Pistorico Zoli 
nel suo Trattato della fabbricazione di mosaichi in pietre dure: 
i quali tutti furono certamente artefici di non comune vaglia. 
Benedetto era fratello di Bonifacio Peruzzi, capo de"* Guelfi 
fiorentini, e fratello di Rodolfo, la cui famiglia trasmigrò in 
Francia nel 1459. Secondo il testimonio dello storico Am- 
mirato, Benedetto era in voce di sommo artefice e d^uomo 
valente ne" 5 negoziati: il perchè ebbe Pincarico di una am- 
basciata a Roma presso Bonifazio IX, poi a Milano presso 
Galeazzo Visconti, conte di Virtù, e non cessò di avere le 
trattative diplomatiche più difficili fino nel 1599. 

Le prime prove delP esistenza in Toscana della famiglia 
Peruzzi risalgono al 1150, ed al 1151 le si trovano in due 
contratti, conservati negli archi vj della Trinità di Firenze. 
Quasi tutti gli storici concordano nel riguardare questa fami- 
glia come uscita da quella Delle Pera, di cui porta le armi, 
e che venne da Roma nella capitale della Toscana con la co- 
lonia mandatavi dalP imperatore Augusto ad accrescere la 
popolazione. Questo avvenimento è ricordato in molte iscri- 
zioni antiche, e specialmente in quelle del palazzo Ridolfi a 
Firenze. 

Dante nel decimosesto canto del Paradiso fa cenno delle 
grandezze di questa casa, ove dice: 

Nel picchi cerchio sventrava pei* porta 
Che si nomava da quei della Pera: 

abbiamo poi una prova dell 1 amicizia tra questo grand'Wmo 
ed i Peruzzi nella maschera che questi gli fecero levare 



PERUZZI 

dopo la sua morte, e che conservasi ancora come reliquia 
preziosa nel palazzo di questa famiglia. 

I Peruzzi, rivestiti delle più alte dignità loro conferite 
dalla Repubblica, partecipando a tutte le vicende della tem- 
pestosa sua esistenza, corifei della libertà, gonfalonieri, am- 
basciatori, insigniti di alte funzioni della Chiesa e di militari 
comandi, andarono sempre del paro coi Colonnesi, co'' Mala- 
spina, coi Pignatelli, coi Pazzi, coi Medici, i quali dovevano 
poi infine diventare signori della città. 

I capricci della fortuna li dispersero più d'una volta, e 
li costrinsero, come tanti altri, a cercare asilo presso le na- 
zioni vicine. Già nel 12 15, epoca della guerra tra i Guelfi 
ed i Ghibellini, Marco e Paolo Peruzzi, partigiani dell 1 impe- 
ratore Federico II, capo e protettore dei Ghibellini, erano 
stati costretti a seguitarlo in Germania; ed avevano dimora 
a Middelbourg quando ricevettero da questo principe le 
signorie di Longy, di Middelbourg in Baviera. 

Matteo Peruzzi, uno de 1 discendenti di Marco, fu sena- 
tore della città di Augusta, consigliere intimo di Massimi- 
liano I, poi arcivescovo e principe di Seltzbourg, e finalmente 
fu creato cardinale nel IMI da papa Giulio II, il quale 
mandollo Tanno seguente a Ravenna per negoziarvi la pace 
de 1 principi d'Italia. 

I membri della famiglia rimasti a Firenze erano intanto 
alla testa degli affari della Repubblica, e continuarono a di- 
morarvi per tutto il tempo che sussistette. Di fatto negli ar- 
chivj diplomatici di Firenze trovasi una lettera di mano del 
celebre Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che 
serve di documento a quanto fu detto, leggendosi in essa: 
che quando Antonio Peruzzi nell'anno 1451 fu mandato am- 
basciatore presso il sommo pontefice Eugenio IV, il governo 
avevalo scelto (cosi cantavano le credenziali) da una delle 



PE RUZZI 

più illustri famiglie levate a grandezza insieme colla Re- 
pubblica. 

Tra gli uomini ricordati con maggior riguardo negli 
annali fiorentini, dobbiamo porre in prima linea Giotto Pe- 
ruzzi, uno de 1 priori della libertà, acquali nel 1292 fu dato 
incarico di ordinare lo Stato e di mettere in vigore gli sta- 
tuti proposti dal celebre loro collega Giano della Bella. A 
quest 1 epoca i priori della ìibertà aveano surrogato i consoli, 
e, come primi magistrati della Repubblica, erano arbitri della 
pace e della guerra. 

Pacino Peruzzi (capo-stipite della famiglia Peruzzi, ora 
residente a Firenze), fratello di Giotto sopraccitato, fu tre 
volte priore della libertà; poi fu eletto gonfaloniere o capo 
della Repubblica nel 1297: mandò a sue spese al Papa sei- 
cento arcieri a sottomettere i rivoltosi, de* 5 quali erano duci 
i Colonna. Donato Peruzzi, quel medesimo che fece fare le 
celebri porte di bronzo del battistero di Firenze, e i suoi di- 
scendenti Nicolò, Simone, Bonifacio, Bartolomeo, Rodolfo ed 
Annibale, furono tutti innalzati alla dignità di gonfaloniere. 

Simone Peruzzi deve essere considerato come uno dei 
più grandi cittadini di Firenze. Dappoiché fu nominato am- 
basciatore della Repubblica presso Roberto d^ Angiò, re di 
Napoli, fu veduto comandare nel 1555 le truppe che Firenze 
mandava contro Carlo di Boemia, eletto imperatore e nemico 
della libertà d' ) Italia. Simone era membro del consiglio nel 
1365, quando P odioso Malatesta, che già da qualche tempo 
aspirava al governo della Repubblica, ebbe ricominciato con 
nova caldezza le malvagie sue brighe. Il timore che Mala- 
testa era giunto ad ispirare ai suoi colleghi parve assicurarsi 
in certo qual modo V unanimità de^ suffragi: ma Simone Pe- 
ruzzi stoppose alla sua nomina con molto vigore, infuse 
coraggio nel consiglio, e colla sua eloquenza ottenne che la 



PERUZZI 

proposizione fosse rigettata. I magistrati della città, in gui- 
derdone di tanto servigio, fecero porre per tre sere conse- 
cutive innanzi alla porta del suo palagio un fanale acceso, 
con questa iscrizione: Simon Peruzzi^ lìberator patriae: onore 
concesso rarissime volte dalla Repubblica, e solo in circo- 
stanze straordinarie. 

Rodolfo non è uno degli uomini meno ragguardevoli 
della sua famiglia. Egli levossi in fama colla lunga e corag- 
giosa resistenza che oppose alPambizione de 1 Medici, e che 
soggiacque con tutto il suo partito nel 1454 quando P illu- 
stre Cosimo diventò capo della Repubblica. La famiglia Pe- 
ruzzi fu dispersa ancora una volta, e la politica dei Medici 
adoperò per modo che questi cittadini, terribili avversarj 
della loro elevazione, non potessero per lungo tempo ritor- 
nare agli affari. Machiavelli dice, che in questa circostanza la 
reazione fu tanta, che alle proscrizioni seguitate non mancò 
altro che il sangue per somigliare al tutto a quella di Siila. 

Luigi, Francesco e Giovanni Peruzzi, proscritti pur essi 
a questo tempo, come gli Albizzi, gli Strozzi, i Guadagni ed 
altri, abbandonarono la patria e rifuggironsi ad Avignone, 
ove, recando un gran nome, una bella fama politica e grandi 
ricchezze, furono ammessi nelP ordine della primaria nobiltà 
della medesima. 

Per tre secoli i Peruzzi sostennero in Francia la dignità 
della loro stirpe, e ricevettero molti testimonj della confi- 
denza de" 1 monarchi di quel regno. Nicolò Peruzzi fu segretario 
della regina nel 1552, Francesco Peruzzi fu consigliere del 
re nel 1560, ed il marchese Luigi Peruzzi, barone di Barles 
e signore di Montdevergues, nel 1750 fu innalzato al grado 
di luogotenente generale, e nominato governatore di Ardres 
(Passo di Calais). Tristano, 1? Eremita, dice che la famiglia 
Peruzzi, accondiscendendo al desiderio di Enrico li, ridusse 



PERUZZI 

il numero delle pera nelle sue armi a quel medesimo dei 
gigli, e vi aggiunse il mollo: Super datum est, a perpetuare 
la memoria del favore di questo Re di Francia. 

Più lardi, per uno di que* 1 ritorni tanto frequenti nella 
storia del Medio-Evo, la fortuna che abbassava i Medici 
alzava la casa Peruzzi. Queste due famiglie, che più volte 
mescolarono il loro sangue co' ) matrimonj, nel 1783 trova- 
ronsi di bel nuovo avvicinate per una parentela che confon- 
deva i loro diritti, e cancellava al tutto le vestigie delle 
antiche loro divisioni. 

Anna Luisa d' Averardo de* 1 Medici, erede diretta di un 
ramo de^ Medici, rimontando a Bernardetto, gonfaloniere nel 
1445, sposava il cavaliere Bindo Peruzzi, discendente di- 
retto ed erede di Pacino Peruzzi, gonfaloniere nel 1297, e 
da questa unione discesero i tre attuali rappresentanti dei 
Peruzzi di Firenze: 

1.° Giovanni Battista Peruzzi, nato nel 1784, 

2.° Vincenzo Peruzzi, nato nel 1789, 

3.° Simone Luigi Peruzzi, nato nel 1792, oggi ministro 
residente di Toscana, in Francia e nel Belgio, commenda- 
tore della Legione d 1 onore, cavaliere di Santo Stefano di 
Toscana e del Santo Sepolcro di Gerusalemme, ricevuto nella 
stessa Gerusalemme. 

I quali, in virtù di questa unione, alle sue armi accop- 
piarono quelle de" 5 Medici, de^ quali potranno anche pigliare 
il nome dopo la morte del loro zio Pietro Paolo de" 1 Medici, 
ultimo rampollo di questa famiglia. Nel codicillo fatto nel 
1759 da Anna Maria Luisa, sorella di Giovanni Gastone, 
ultimo granduca della casa Medici, si dice che il figlio di 
Averardo de 1 Medici è il più prossimo fra i suoi agnati, e che 
estinguendosi i maschi di questa linea sarebbono chiamati a 
surrogarli i figli della linea femminina. I Peruzzi oggidì sono 



PERUZZI 

i soli che discendono dalla famiglia di Averardo de* 1 Medici, 
la quale cosa fu provata dalla porzione che ricevettero nel 
1808 deir eredità dell'* Elettrice palatina Anna Maria Luisa, 
sorella di Giovanni Gastone, divisa fra i coeredi alla morte 
di Averardo de 1 Medici di Firenze, padre di Anna Luisa dei 
Medici, moglie del cavaliere Bindo Peruzzi. 

Da quanto sopra fu detto appare chiaro che il lustro 
di casa Peruzzi risale al x secolo. La sua storia e la sua 
genealogia, stesa nel 1721 da Pietro Mariani, archeologo aral- 
dico, dietro titoli e documenti originali, giacciono in deposito 
colle scritte di prova nell'archivio della Deputazione della 
nobiltà a Firenze. Tutti gli storici fiorentini, che sono molti, 
concordano nel porre la famiglia Peruzzi non solo nella serie 
di quelle che parteciparono di più agli avvenimenti politici 
della loro patria, ma anche fra le più illustri della Toscana. 
Vedasi di fatto che questa famiglia dal suffragio de*' suoi 
concittadini fu onorata nove volte dell' 1 alta dignità sovrana 
di Gonfaloniere o capo della Repubblica, e più di sessanta 
volte di quello di Priore della libertà. Egli è poi meraviglia 
che essa, dopo aver sofferto per tanti secoli le politiche tem- 
peste, delle quali tante patrizie famiglie furono assottigliate 
ed anche spente, e per cui molti de* 1 loro membri dovettero 
uscire della patria e recarsi in Francia, in Germania, in Ispa- 
gna ed in Polonia, a fondare nuovi rami della loro casa, sia 
trovata ancora vivace sul suolo medesimo ove il suo lustro 
ebbe principio ed incremento. 

Nella cappella Peruzzi della chiesa di Santa Croce nel- 
l'anno 1841 furono scoperte alcune pitture di Giotto, de- 
scritte da Vasari nella vita di questo celebre pittore, le quali 
per isfortuna furono varie volte storpiate probabilmente al- 
l' epoca della riforma e delle turbe civili. La famiglia Peruzzi, 
che mostrossi mai sempre protettrice illuminata delle belle 



PERUZZI 

arti, risolvette di farle ristorare e di affidare al pittore Marinò 
l'esecuzione di questo lavoro. Questo artefice, non ispaventato 
alle immense difficoltà che presentava, s'accinse all'opera con 
lunga lena, e riusci nell'intento a meraviglia, ritornando mae- 
strevolmente a vita i primitivi colori di questa bella compo- 
sizione, verace monumento restituito all' ammirazione degli 
artefici e di tutti gli uomini dotti. 

L' arma della famiglia Peruzzi è d' azzurro con sei Pera 
d'oro poste in giro allo scudo, accoppiato allo stemma della 
casa Medici. 

Le seguenti Tavole genealogiche della famiglia Medici, 
del ramo Peruzzi -Medici e della famiglia Peruzzi, stabili- 
scono evidentemente: 1.° L'alleanza dei Medici coi Peruzzi; 
2.° La discendenza di quelli ed il diritto che essi hanno, 
come ultimi rampolli della famiglia Medici, di prenderne il 
nome e le armi dopo la morte del loro zio Pietro Paolo 
Medici. 



TAVOLE GENEALOGICHE 



DELLA 



FAMIGLIA PERUZZIMEDICl 



DI TOSCANA E DI FRANCIA 



Med 



ici 



Questa genealogia è cstralta da quella scritta per ordine dell'ultimo granduca 
Giovanni Gastone de J Medici nel 4730, e che si trova per eredità nella famiglia 
Peruzzi. 



Tuv. I. 



Medico Medici, 970 

I 
Gherardo 

! 

Berto 

I 
Bernardo 

I 
Imbono 

I 
Chiarissimo 

I 

i 

Filippo 

I 
Averardo 

I 
Averardo 



Chiarissimo 

I 
Averardo 

I 
Giovanni 

(Fedi Tav. II). 



Giovenco 

I 
Giuliano 

I 
Averardo 

I 
Bernardetto 

I 
Averardo 

! 

Bernardetto 
{Fedi Tav. Ili) 



PERUZZI 



Giovanni, (Fedi Tav. I). 



Tav. II. 



Lorenzo 

I 
Pietro 

I 
Francesco 

! 

Giovanni 

I 
Lodovico Giovanni 

I 
Cosimo I, 

granduca di Firenze 

I 
Ferdinando I 



Cosimo, 
Padre della Patria. 

I 
Pietro 

I 
Lorenzo 

I 
Pietro, Leone X 

I 
Lorenzo 



Alessandro, 
duca di Firenze 



Francesco I 

I 
Cosimo li 

I 
Ferdinando II 

I 
Cosimo III 



Giovanni Gastone, 

ultimo granduca 

di questa casa a Firenze. 



Caterina. 

m. 

Enrico II, 

re di Francia, 1555. 



Maria, 

m. 

Enrico IV, re di Francia, 1600. 



Anna Maria Luigia, 
m. 
l'Elettore palatino del Reno. 
Fu questa donna che dichiarò e rico- 
nobbe col suo testamento del 1759, ed i 
codicilli del 1745, i gradi di parentado 
di questa famiglia coi differenti rami 
pretendenti. 



PER UZZI 



Nicolò 
( Fedi Tav. I.) 

I 
Giulio 

I 
Nicolo 

! 

Averardo 

I 
Giulio 

I 
Nicolò 

ì 
Averardo 

I 
Pietro Paolo 

I 
Averardo 



Tav. UT. 



Pietro Paolo Anna Luigia, 

col cav. Bindo Peruzzi, 1785. 



PERUZZI 



Per uzzi-Medici 



Taxi. IV. 



Bernardetto Medici, 
gonfaloniere nel 145S 

1 
Averardo 

I 
Bernardetto 

I 
Nicolo 

I 
Giulio 

1 
Nicolo 

1 
Averardo 

I 
Giulio 

Nicolò 

I 
Averardo 

I 
Pietro Paolo, 
col testamento di S. A. S. l'E- 
lettrice palatina del Reno, in 
data 15 aprile 1759, e col co- 
dicillo del 1745 fu dichiarato 
l'agnato il più prossimo della 
famiglia regnante dei Medici. 

I 

Averardo , 

poeta e uomo di lettere 

celeberrimo 



Pietro Paolo 



I 
Anna Luigia 



Pacino Peruzzi, 
gonfaloniere nel 1297 

I 
Rinieri 

I 
Luigi 

I 
Rinieri 

I 
Rinaldo 

I 

Rinieri II, 

gonfaloniere nel 1594 

I 
Giovanni 

1 
Simone 

! 

Gherardo 

1 
Gio. Battista, senatore 

I 
Simone, n. 1657 

I 
Bindo, n. 1657 

I 
Bindo Simone, n. 1696 



Cavaliere Bindo Peruzzi, nato 1729 



Giovanni Battista 



Vincenzo 



I 
Simone Luigi 



PERUZZI 



Peruzzo, 1050 

I 
Ubaldino, 1080 

I 
Guido, 1110 

I 

Peruzzo II, 1159. 

Solo nel USO si trova 

per la prima volta 

il nome di Peruzzo 

nelle pubbliche carte. 

I 
Ottaviano, 1190 

I 
Amedeo, 1221 



Tav. V. 



Arnoldo, 1250 



Pacino, Giotto, Donato, 

{V. Tav. FI) sette volte {V. Tav. Vi:, 

priore della libertà, 

negli anni 1292, 1505, 1514, 1525, 

1526, 1551 e 1555 

I 

Bartolomeo, 

priore negli anni 1566 e 1581; 

gonfaloniere nel 1587 

I 

Giotto II, 

priore nel 1405 

I 
Bartolomeo II. 
Questo ramo si estinse molto prima de- 
gli altri. Ebbe dei cavalieri di Rodi e di 
Gerusalemme. 



Filippo, 
priore, 1282 

I 
Peruzzo 

I 
Mieli i 

I 
Peruzzo II 

I 
Marsiglio 

I 
Francesco 

I 
Lodovico 

I 
Giulio 

1 

Marsiglio, 

creato cardinale 

dal papa Alessandro VI, 

nunzio in Ispagna, 

e cameriere segreto 

di Paolo II. 



Ottaviano 

1 
Simone 

I 
Rinieri 

I 

Nicolò, 

gonfaloniere 

nel 1405. 

Ramo estintosi 

dopo 
qualche secolo. 



PERUZZI 



Tav. VI. 



Arnoldo, 1250 



Pacino, 
priore nel 1283, 1288 

e 1295, 
gonfaloniere nel 1297 



Giotto, 
{Vedi Tav. precedente) 



Rinieri, 
priore, 1507 



Luigi, 1564, 
gonfaloniere 

I 
Rinieri, 1590 

e 1597, 
gonfaloniere 

! 

Rinaldo 

I 
Rinieri 

I 
Giovanni 

I 
Simone 

I 
Giovanni 

I 

Gherardo, 

senatore 

I 
Gio. Battista 

I 
Simone 

I 
Bindo 

I 
Bindo Simone 

I 

Bindo, 

m. 

Anna Luigia 

Medici, 1785 



Simone, 

gonfaloniere nel 1567, 

e priore negli anni 1541 , 

1544, ISSO, 15S7, 1570 

e J57S. 
Fu più volte ambasciatore 

e generale in capo 
nelle guerre contro l'Imp. 

Ai 50 giugno, 1421, 

prese possesso del porto 

di Livorno, in nome 

della Repubblica, 

che l'aveva aquistato 

dai Genovesi. 



Filippo 

I 
Jacopo 

I 
Verano 

I 

Bartolomeo, 

gonfaloniere 

nel 1450. 



Donato. 

Da lui sortirono i Peruzzi 

emigrati in Francia, 

e che si estinsero 

in Firenze nel 1801 

I 
Ridolfo 

I 
Berto 

I 
Bonifacio 



Berto II: 

i suoi figli dopo i mali 

sopravvenuti 

alla Repubblica 

fiorentina, 

passarono a stabilirsi 

in Francia. 



Giovanni Battista 



Vincenzo 



Simone Luigi 



Ridolfo II: 
i suoi figli 

ed i suoi nipoti 
migrarono 
in Francia, 

e si stabilirono 
in Avignone 

I 
Francesco 

I 
Giuliano 

I 
Francesco 

I 
Paolo 

I 
Pietro 

I 
Francesco 

I 
Pietro Giuseppe 

I 
Giacomo Gius. 

! 

Luigi, marchese, 

luogotenente 

generale 

in Francia. 



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PESARO DI VENEZIA 



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PETRARCA 



( di Firenze ) 



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1 roppo scarse sono le notizie che vorrebbero adunarsi nel secolo XIX 
di una famiglia estinta fino dai primi del secolo XV. Conservare quelle 
poche che ci rimangono, e metterle insieme acciò per l'avvenire si con- 
servino è tutto quello che si può fare. Pur tuttavia giova sperare che 
quel poco che si dà potrà in seguito servire di guida ad altri quando il 
«aso o le investigazioni, fornissero maggiori notizie. La famiglia Petrarca 
è originaria dell' Incisa piccola terra del Valdarno superiore distante, forse., 
quindici miglia da Firenze. Il primo di questa casa del quale ci sia rimasta 
memoria è un Ser Garzo vissuto nel secolo XIII. Da chi prevenisse è in- 
certo. Sappiamo però che esercitava il notariato, professione allora nobi- 
lissima, e che visse 104 anni. E' noto altresì che fu uomo riputatissimo 
per pietà ed erudizione, sendochè il celebre Francesco Petrarca di lui ne- 
pote, nell'epistola III del libro VI delle Famigliari, scrive di lui: Vir san- 
ctissimus, et ingenio, quantum sine cultura literarum fieri potuit claris- 
simus. Da Ciatto di Lapo di Ser Garzo suddetto, vissuto intorno al 4300, 
si vuole che discenda la famiglia dall' Ancisa, e cui appartenne quel Pie- 
rantonio di Filippo distinto letterato morto nel secolo XVII, le di cui opere 
in fatto di archeologia e storica erudizione si conservano inedite nella 
Biblioteca Magliabechiana, e nell'Archivio della Deputazione sopra la No- 
biltà, e che meriterebbero di essere rese di pubblico diritto. 

MIGLIORE di Ser Garzo di lui si ha notizia che nel 1257 fosse Canonico 
della chiesa di S. Vito all'Incisa. E' indubitato però che nel 1290 abitava 
in Firenze nel Sesto di Borgo esercitando la professione di notato. Viveva 
tuttora nel 1299, imperocché come erede del padre già defunto, si chiama 
soddisfatto da Colto di Dato del popolo di S. Leonardo d'Arcetri per certe 
pendenze che avevano tra loro. 

Ser Parenzo fratello del precedente, esercitò la professione del padre, 
siccome rilevasi da una cartapecora esistente nell'archivio della Badia del 
Monastero di Passignano, ove si legge : Rusticus, qui Sprioratus dicilur, 
olim m Simonis de Fighino constituit suos procuratores t'arenznm, et Pe- 
traccolum ejus filium de Ancisa notarios. Nel 1281 era per asserto del P. 
Gamurrini, scrittore che merita poca fede, Cancelliere oe' Conti Guidi e 
Boggiiiopoli; ma nel 1290 doveva però essere iu Firenze, perchè sì trova 
aominato fra i Notarj fiorentini del Sesto di Porta S. Piero. Fu alliesì 



2 PETRARCA 

notaro della Badia di Settimo, siccome apparisce da una pergamena se- 
gnata di numero 23 esistente nell'Archivio Diplomatico di Firenze tra le 
«arte spettanti al già soppresso Monastero di Cistello, in cui leggesi in data 
del 4 settembre del 4304, che, Ser Parenzo del fu Ser Garzo dall' Ancisa, 
confessa di avere ricevuto da D. Francesco Cellerajo maggiore di detta 
Badia lire 7 -e soldi -13 di fiorini piccoli a conto di ciò che doveva avere 
dal monastero predetto, per salario di rogiti dal 1294 fino a tutto il detto 
giorno. Ser Parenzo morì poco dopo il 4306. 

Lapo suo figlio, si trova nominato in un atto del 4304 col quale, per 
rogito di Ser Bartolo di Riesser Ricco da Figline, viene emancipato dal 
padre. E nel 4308, come erede del padre, stando in Padova, fa procura 
in Ricco di Aldobrandino da Figline; il quale come suo procuratore, fa 
istanza alla Signoria di Firenze, che le imbreviatuie di Ser Parenzo sieno 
raccomandate a Sor Bartolo di Riesser Ricco da Figline. 

Ser Petracco fratello del precedente. Da lui indubitatamente trassero 
il cognome i suoi posteri. Fu giureconsullo, e Ano dal 4302 godè la carica 
di Cancelliere delle Piiformagioni, come afferma Dino Compagni nella sua 
Cronaca. Nel 1300, per asserto del medesimo cronista, fu sostituito a Cione 
di Buggerino de'Rlinerbetti per invigilare con Segna di Bono, alla edifica- 
zione di alcune castella del Valdarno superiore, e particolarmente a quello 
<di S. Giovanni, ebe sotto la direzione del celebre Arnolfo si edificava per 
il Comune di Firenze per tenere iu soggezione le potenti famiglie degli 
libertini e de' Pazzi, le quali nelle loro scorrerie minacciavano di mano- 
mettere la libertà della Repubblica. Quindi è che essendo egli uomo di 
molta prudenza e destrezza nei pubblici affari, fu sempre adoperato dalla 
Repubblica in cose di molta importanza e due volte fu Ambasciatore ai 
Pisani, cioè, nel 4301 e 4302. Circa questo tempo si eccitarono dai Cerchi 
e dai Donati tutti quei tumulti che accaddero in Firenze allorché i fioren- 
tini si divisero in Bianchi e in Neri. Son note le vicende che portarono 
all'esilio Corso Donali, e note son del pari le sciagure a cui andarono 
soggetti i di lui partigiani. Ria Cor>o Donati sicuro del favore di Carlo di 
Valois e di quello del popolo, rientrò in Firenze con molti di sua parte, 
abbassò i Bianchi, e per vendicarsi dell' esilio sofferto, tolse a pretesto 
una congiura, per la quale, secondo si diceva, i Bianda praticavano di 
essere rimessi al .-governo della repubblica, e cacciò in bando i principali 
capi della loro setta. Ser Petracco fu nel numero dei proscritti; e non 
ancora crasi egli partito da Firenze, che già la plebe dava il sacco alle sue 
case, e Caute de'Gabbrielli di Gubbio, uomo crudele di parte Guelfa, al- 
lora Potestà di Firenze, lo citò ed in contumacia lo condannò in lire mille 
e a tre anni d' esilio. Non avendo il Potestà con sì malvagia opera saziato 
l'odio de' Neri, d'indi a pochi mesi con altra sentenza crudelissima con- 
dannò Ser Petracco al taglio della mano destra, e ad essere bruciato vivo, 
con accusa di aver falsificato uno istrumento in pregiudizio di Riesser A4» 
bizzo di Riesser Guido Franzesi. Calunnia atrocissima e crudele vendetta, 
che non avrebbero avuto luogo fra un popolo che libero chiamavasi, se 
>due freni fossero stati in quella repubblica; uno alla licenza, l'altro alla 



PETRARCA 



dalle 



Putrì 



tirannide. Esule dunque dalla patria, l'elracco si con lusso 
ei-unsi rifugiati tulli i Ghibellini, Ira [i quali Dante, per aspettare mi- 
gliore avvenire. Infatti nel 1303 allorché venne Legalo in Toscana il 
Cardinale [Niccolò da Prato mandato da Clemente VI per metter pace tra 
le due fazioni, fu elelto Sindaco dei fuoruscili a maneggiare il trattalo 
insieme con Messer Lapo di Ricovero; ma non essendosi nulla concluso fu 
costretto di lasciare di nuovo la patria e tornare in Arezzo. Stava in Avi- 
gnone esercitando la professione di ISotaro, quando nel -1308 per decreto 
della Signoria , fu assoluto dal bando e dichiaralo innocente; ma egli 
essendosi accomodato colà non si curò di tornare in patria. Il non 
«ver falto uso di questa grazia, ha fatto credere al P. Gamurrini che Pe- 
Iracco già stabilito in Avignone, ed ivi agiatamente accomodato non più 
curasse di tornare a Firenze. Ma la è cosa certa però eh' ei non passò con 
la sua famiglia in Avignone prima del 4313, cioè dopo la morte dell'Im- 
peratore Enrico VII, colla quale terminarono le speranze dei Ghibellini ; 
onde non è agevole di rinvenire il motivo per cui non volle, o non potè 
il suo ritorno effettuare. Petracco venne a morte nel 4323 e secondo altri 
nel 1326. 

Messeu Francesco suo figlio, uomo famosissimo, nacque in Arezzo e 
non all'Incisa come alcuni erroneamente scrissero, il 20 luglio del 4304. 
Passò peraltro i primi anni dell'infanzia all'Incisa, ove suo padre aveva alcuni 
possessi, e quindi fu condotto a Carpentras, piccola città del contado d'Avi- 
gnone, ove imparò grammatica, dialettica, reltorica e la lingua greca così 
bene in quella tenera età, che obbligò il padre a Riandarlo a Montpellier 
per apprendervi le leggi. I suoi maestri furono il celebre Giovanni Mu- 
gellano e Cino da Pistoia, da cui può credersi, che 1' arte ancora, e il 
gusto apprendesse della volgar poesia. Da Montpellier passò a Bologna, e 
in tre anni che ivi dimorò, udì tutto il corpo civile da'celebri giurecon- 
sulti Giovanni Calderàio e Bartolommeo da Ossa. Vero è però che avendo 
in odio quella scienza, e solo applicandovi per incontrare il genio del 
padre suo, gran tempo spendeva nello studio delle lettere umane a cui 
senlivasi fortemente inclinato. Sfortunatamente fu turbato in tali godimenti 
dall'arrivo di suo padre, il quale, volendo punirlo nei libri che lo avevano 
sedotto, consegnò alle fiamme la sua piccola biblioteca. Le lacrime del 
giovinetto placarono l' ira del genitore, il quale mosso da tenerezza tolse dal 
fuoco Virgilio e la rettorica di Cicerone, e ad es;o gli restituì. Rimasto 
orfano all'età di l J0 anni, subito ritornò coi pensieri alla dolcezza di quei 
luoghi campestri ove le prime immaginazioni poetiche lo avevano com- 
mosso, e lasciando Bologna tornò in Avignone. Quivi sciogliendo il suo bel 
genio, e la volgare poesia a gara coltivando col suo fratello Gherardo, 
tanto nome si acquietò per la dolcezza e purità dello stile, che fu in breve 
la sua amicizia dai personaggi più illustri ricercata, e specialmente dalla 
famiglia Colonna che allora in Avignone alla Corte del Papa dimorava. Il 
6 di aprile del 4327, il Venerdì-Santo, alle sei del mattino, aveva veduta, 
in una chiesa di quella città la figlia di Aldiberto di Noves appellata Lau- 
retta, di cui fortamente s' innamorò. Laura era unita ad Ugo de Sade, gio- 



4 PETRARCA 

v'me patrizio, originario d'Avignone ; e fedele ai doveri di sposa e di madre 
ella vietava al Petrarca fino la speranza. Fu questo amore del Poeta unico 
come egli assicura, ma peraltro così gran le e costante che non solo amò 
I-aura tutto il tempo che ella visse, ma lei morta ancora la pianse, e vi- 
vissima ne conservò la memoria fino agli ultimi estremi di sua vita. Sempre 
coli' imagine dell'amata donna suggellata nel cuore, visitò, o per meglio 
dire, corse, la parte meridionale della Francia, Parigi, la Fiandra, i Paesi 
P»assi e la Selva Ardenna, facendo echeggiare de' suoi caldi sospiri i luoghi 
pe'quali passava ; e dopo otto mesi di peregrinazione tornò a racchiudersi 
nella sol tudine di Valchiusa. Quindi acceso dal desiderio di proseguire i 
s-uoi studj. tornò di nuovo in Avignone, ove ad insinuazione del Car- 
dinale Giovanni Colonna si pose ai servvgj di Giovanni XII che lo no- 
minò suo Segretario. Era tanta la stima che il Papa aveva di lui che lo 
adoprò in importanti affari e più volte lo mando Ambasciatore in Italia, 
in Francia e in Inghilterra. Ma stanco finalmente dei rumori delle corti e 
tiesideroso di quiete, rinunziò la carica e tornò a Valchiusa. Circa a 
questo tempo, dette principio al suo poema, U Affrica. La seconda 
guerra punica ne fu l'argomento; Scipione l'Eroe. Da questa sua fa- 
tica ne sperava una gloria immortale ; ma per mala sorte ignorava 
egli con tutti i suoi contemporanei il bel lavoro fatto sopra lo stesso ar- 
gomento da Silvio Italico, la di cui opera molti anni dopo fu scoperta e 
pubblicala dal Poggio. Frattanto la fama del suo poema divulgavasi dap- 
pertutto, e fu cosa degna di meraviglia, che il 23 di agosto del -1340 con 
qualche ora d' intervallo, gli pervennero a Valchiusa due lettere, una del 
Senatore di Roma che lo invitava ad incoronarsi al Campidoglio; l'altra 
del Cancelliere del a Università di Parigi che gli offriva lo stesso trionfo. 
La scelta da! Poeta era già fatta: la sua diletta patria, l'Italia, doveva es- 
sere spettatrice di tanta gloria con cui veniva onorato uno dei più celebri 
tra i di lei figli. Petrarca ambiva da lungo tempo l'alloro poetico; e ne 
aveva fatta parola a Roberto d' Anjou Re di Napoli, la di cui influenza 
aveva affrettato l'ammirazione ed i suffragi dei Senatori di Roma. Questo 
Principe coltivava le lettere con molto trasporto e le proteggeva da Re. 
Francesco adunque non volle esser debitore che a lui della corona che gli 
veniva offerta. Imbarcatosi pertanto a Marsilia, in bre\e tempo giunse a 
Napoli ove da quel Monarca fu accolto con tutti i segni di onore e di amo- 
revolezza. Il Re ed il Poeta ebbero diverse conferenze sulla poesia e sulla 
storia: questi volle una prova più rigorosa; egli si esibì di risponJere per 
tre giorni a tutti i quesiti che gli sarebbero stati proposti sulla storia, 
sulla letteratura e sulla filosofia, e fu tale esame cosi felice, che il Re non 
solo lo giudicò degno della corona poetica, ma più volle con grande ista .za 
lo pregò a volerla ricevere iu Napoli di sua mano. Nulia profittando però 
su questo argomento, volle almeno esigere la promessa che il poema L' Af- 
frica terminato che fosse, gii sarebbe da esso intitolato. Dandogli l'udienza 
di congedo il Re, onoravalo del titolo di suo Elemosiniere ordinario., e gli 
concedeva diplomi che tra gli ai tri privibgj gli davano l'autorità di por- 
tare in tulle ie circostanze di grande cerimonia la corona di lauro o di 



PETRARCA 5 

mirto a suo talento; di più spogliatosi il Re della sua veste regole ne 
adornò il Poeta, e lo pregò di portarla il giorno della sua incoronazione. 
li di 13 aprile di'l 1341, giorno di Pasqua di Resurrezione, Francesco 
giunse a Roma ove salito al Campidoglio, in mezzo alle più vive acclama- 
zioni, ricevè per le man' del Senatore Orso Conte Dell' Anguillaia suo 
grande amico, l'alloro poetico, ed il titolo di cittadino romano con altri 
pi ivilegj. Dopo di che condotto con gran trionfo alla Basilica di S. Pietro, 
Francesco depose sull'ara gli allori che cingevano la sua fronte, e quindi si 
parti per Lombardia con animo di tornarsene in Avignone. Ma giunto a Parma 
fu quivi ritenuto dai Signori da Correggio, i quali come racconta egli 
stesso, nel giorno medesimo che vi entrò, s' impadronirono di quella città 
cacciandone il presidio di Mastino della Scala Signore di Verona, che fino 
a quel tempo vi aveva esercitato il dominio. Passavano frattanto nel -1342 
le somme chiavi, per la morte di Benedetto XII, nelle mani di Clemente 
VI. I Romani deputarono per loro ambasciatore il Petrarca onde prestare 
obbedienza al nuovo pontefice; ma in realtà collo scopo di adoprarsi presso 
il Papa amnchè questi restituisse la S. Sede in Roma. Bene accolto, ben 
ricevuto, trovò presso Clemente VI le più cortesi esibizioni ; ebbe onore- 
voli uffici, ma non petè conseguire il fine principale della sua missione. 
Tornato a Valchiusa intende che Cola di Rienzo Tribuno e padrone d'i 
Roma, citava i Re al suo tribunale, e pubblicava altamente che i suoi con- 
cittadini avrebbero ripresa la loro antica dominazione sopra l'universo. 
Allora tutte le illusioni del Poeta si risvegliarono. Difensore ardente del 
Tribuno, in mezzo alla corte pontificia, si congratula seco e lo esorta a 
proseguire nelle incominciate riforme; e già impaziente di consigliarlo da 
vicino, corre a fermare stanza in Italia. La nuova della strage dei Colonna 
lo trattiene a Genova; piange la disgrazia dei suoi mecenati; ma perdona 
ancora al Tribuno purché Roma sia repubblicana. Ma disgraziatamente la 
bella causa era in cattive mani. Non aveva il Tribuno criterio politico, non 
attitudine alle armi. Cercò ai Magnati l'opera loro, poi li oltraggiò, li mi- 
nacciò di morte senza avere il coraggio di farli morire. Confidò nel popolo 
che lo aveva fatto grande, ma non seppe trarne altro profitto. Il Tribuno 
cadde nel 4354, e con lui disparve quel fantasma di libertà che aveva se- 
dotto il Petrarca. La peste del 4348 gli rapisce il caro obietto dell'amor 
suo. Laura chiuse gli occhi all'eterno sonno il 6 di aprile, quel giorno 
istesso ed in quell'ora ch'ei la prima volta la vide. Disfogato per alcun 
tempo il dolore che stringevagli il cuore in Valchiusa, ei passò per invito 
di Luigi Gonzaga Signore di Mantova a consolarsi presso di lui. Di là 
scrisse all'Imperatore Carlo IV una lettera eloquente per esortarlo a ren- 
dere la pace all'Italia. Circa questo tempo la Repubblica di Firenze gli 
spediva Giovanni Boccaccio per offrirgli la restituzione de' beni ch'erano 
stati confiscali alla sua famiglia, co' suoi diritti alla cittadinanza, e la di- 
rezione dello studio che di recente era stato fondato nella capitale della 
Toscana. Ma egli ricusò modestamente le offerte fattegli, e tornò di bel 
nuovo a racchiudersi a Valchiusa. Frattanto Roma era di nuovo in preda 
all'anarchia. Clemente VI richiese di consiglio il Petrarca, e questi gli ri- 



6 PETRARCA. 

spose da poeta. Parlò degli antichi diritti del popolo romano, della neces- 
sità dì umiliare i potenti, di escludere gli stranieri dalle cariche; e dichiarò 
apertamente che non vedeva altro mezzo per abbattere l'anarchia salvo 
quello della restaurazione della repubblica basata sulle leggi dell'eguaglianza 
e della giustìzia. Morto Clemente VI, Petrarca tornò in Italia e andò alla 
corte di Giovanni Visconti Arcivescovo di Milano, cui servi di Consigliere. 
Frattanto l'Imperatore Carlo IV l'onorava del titolo di Conte Palatino, ed 
invìavagli il relativo diploma entro una scatola d'oro di un peso considera- 
bile. Petrarca accettò un tuie onore, e rimandò la scatola al Cancelliere 
dell' Impero. Nauseato in appresso del rumore delle corti, andò peregrinando 
per varie città d' Italia, e fu allora che giunto a Venezia donò a quella re- 
pubblica la sua ricca e scelta biblioteca, che fino allora erasi condotta 
dietro a se non senza spesa e cure grandissime. 11 Senato assegnò un pa- 
lazzo per l'alloggio del Petrarca e per collocarvi i suoi libri; donde pro- 
venne che è stato riguardato come il primo fondatore «Iella tanto celebre 
Biblioteca di S. Marco. Frattanto Urbano V lo richiamava alla sua corte con- 
ferendogli un Canonicato a Carpentras. Allora Petrarca profittando di questa 
favorevole circostanza, scriveva una lettera lunga e commovente per deter- 
minare il Papa a ristabilire la S. Sede in Roma; e prima che terminasse 
l'anno potè congratularsi di vedere alfine esauditi i suoi voti, lilialmente 
fatto vecchio e travaglialo dalle infermità si ritirò nel villaggio d'Arquà 
presso Padova, ove il 48 di luglio del 1374 terminò la celebre sua carriera 
compianto dall'universale. Cosi l'Italia perde questo grand' uomo, il di cui 
nome va congiunto a tutti i nomi più illustri del sècolo XIV, e che fu 
accompagnato altresì alla maggior parte dei casi più notabili di quel tempo. 
Il suo nome, inseparabile da quelli di Dante e del Boccaccio, basterebbe a 
confutare l'asserzione troppo spesso ripetuta, che il risorgimento delle let- 
tere iti Italia non è dovuto che alla presa di Costantinopoli del -1453. Dei 
suoi talenti letterarj è superfluo favellare, perchè non vi è chi non ne ab- 
bia notizia. Solo diremo che il Petrarca nacque poeta ; e lo fu dappertutto, 
ne' suoi studj, ne' suoi negozi politici, nel suo amore, ne' suoi discorsi e 
perfino nelle sue lettere. L' affetto istesso che portò alla sua patria non fu 
in lui che un sogno poetico ; ma fu il sogno di tutta la sua vita. I suoi 
costumi non furono adatto puri ; ma non mai corrotti. Nella sua gioventù 
aveva avuta una figlia naturale che maritò a Francescolo da Bassano figlio 
di un tale Amico da Porta Vercellina, il quale fu dal poeta istituito 
erede universale. Egli era peraltro profondamente religioso; e tra le abi- 
tudini di una vita semplice e studiosa, narrasi che si alzava regolarmente 
a mezzanotte per pregare. Il Petrarca scrisse molte opere, ma ciò che lo 
rese immortale è certamente il suo Canzoniere. In esso quell'anima poetica 
si mostra veramente inspirata; in esso sparge indubitatamente tutto il bello 
di un talento originale. Il cantore di Laura dimostrò in questo suo lavoro 
di quale prodigioso ingegno avcvalo favorito natura. Quando si leggono i 
suoi versi, sembra di udire il fremito della sua lira ; dappertutto il Poeta 
ne trae suoni d'ineffabile dolcezza. L'accusa di monotonìa nei suoi versi 
sarebbe un aggravio; ma a costoro si risponde che è un difetto del genere 



PETRARCA 7 

più che del poeta. L'amante di Laura si lagna, poi si lagna ancora, e tale 
■continuo lamento stanca talvolta certamente; ma nell'amore piacciono so- 
vente le repetizioni; e Petrarca con mirabile artifizio, ha varialo, por quanto 
permettevalo il soggetto, tale fondo uniforme con pitture della vita pastorale 
che son piene di naturalezza e con alti pensamenti religiosi. Le sue lettere 
sono oggidì la parte più curiosa delle sue opere latine; furono stampate 
per la prima volta nel -1484 senza data. Tali lettere contengono preziose 
particolarità intorno la sua vita, non meno che sopra i costumi e la storia 
letteraria e politica del secolo XIV: ed attualmente se ne sta facendo una 
nuova, più corretta e completa edizione, tanto delle Famigliari che dille 
Senili, per cura del Signore Avvocato Giuseppe Fracassetti di Fermo. Le 
espressioni del Poeta in queste lettere sono spesso vivaci e patetiche; ma 
non sempre naturali, e la sua prosa tradisce sovente il poeta. Molti furono 
i chiosatori delle sue opere, quasi trenta gli scrittori della sua vita. La 
più compiuta edizione delle opere di Petrarca è quella di Basilea del 4581. 
Si conservano però di lui molte Epistole ed altre cose inedite in varie Bi- 
blioteche d'Italia. Tra le cose inedite fin qui, è pregio dell'opera notare 
un Mss. autografo del Petrarca, ritrovalo nella Biblioteca Palatina di 
Firenze dal suo dotto Presidente Cav. Francesco Palermo. Questo codice 
è il 499 della vecchia numerazione e il 180 della nuova, e che venne alla 
Biblioteca Palatina con la celebre collezione di Gaetano Poggiali, a cui 
pervenne da Piero Del Nero e dai Guadagni con altri tredici manoscritti 
della Divina Commedia. Noi sappiamo che alcuni eruditi hanno impugnato 
l'autenticità di questo mss. Ma senza farci giudici di una questione così 
ardua, nutriamo fiducia che il Cav. Palermo saprà persuadere della verità 
della cosa anco i più ritrosi ed avversi. Petrarca fu grande amico di Boc- 
caccio, a cui morendo lasciò 50 fiorini d' oro per comperarsi una veste fo- 
derata di pelo di zibetto onde riparare al freddo nella stagione invernale. 
GHERARDO suo fratello si dilettò di poesia, poi vestì 1' abito di Certosa 
nel monastero di Materino presso Marsiglia. Nel testamento del fratello 
Francesco dal 1370, è nominato tra i beneficati. In lui si estinse la famiglia 
Petrarca e non in Selvaggia di lui sorella carne alcuni scrissero, tra i quali 
il P. Gamurrini, che dice maritata a Giovanni di Messer Tano da Semi- 
fonte. Questa supposta Selvaggia, dicono essere stata amata da Benedetto 
XII, il quale avendo conferito a Francesco Petrarca un canonicato 
in Padova , l' avrebbe fatto anco Cardinale , se gli avesse lasciata la so- 
rella; la quale poi gli fu accordata dal fratello Gherardo: ma che poi il 
Papa non mantenesse la promessa. Tale favola accolta dai protestanti, troppo 
leggermente ripetuta dallo storico Villaret ed anco da Fleury, è confutata 
da un fatto che non è più permesso di mettere in dubbio : Petrarca non ha 
avuta sorella alcuna. Vuoisi peraltro notare che in Chiusi visse una famiglia 
Petrarca che pretese venire dall'Incisa, di cui resta un arme gentilizia so- 
pra la porta di una casa fabbricata nel 1559 da Niccolao Petrarca attri- 
stino, al quale pure appartiene una sepoltura esistente nella Cattedrale di 
quella città. 



8 PETRARCA. 

SCRITTORI DAI QUALI S[ È TRATTA LA PRESEKTE ISTORIA 

Crescimbeni, Storia della volgare poesia. ■ — Gamurrini, famiglie Nobili Toscane ed 
Umbre. — Sansovino,, Vita del Petrarca, sta in fronte del Canzoniere cento volte im- 
presso. — Negri, Istorie degli scrittori fiorentini. — Bandiki, Vita di Messer Fran- 
cesco Petrarca sta in fronte al Canzoniere. — Compagki, Cronaca dei suoi tempi. — 
Leonardo Aretiko, Vita del Petrarca. Vedi anche gli spogli di Pìerantonio daWAncisa, 
ed il Repetti nel suo Dizionario Geografico della Toscana agli articoli Chiusi, Arezzo 
e Incisa. 



PETRI 



(Siena) 



Se la nobiltà della Famiglia Petri non risale ai tempi più remoti della 
Repubblica Senese, ciò non toglie che quella Famiglia non venisse in se- 
guito tra le più reputate, e diremo ancora, tra le più benemerite del Go- 
verno Toscano, per un numero ragguardevole di individui che vi pre- 
starono l'aiuto validissimo del loro ingegno e della loro mano e che 
meritandosi le più distinte onorificenze, occuparono uffici notabilissimi e si 
resero chiari non solo pel modo integerrimo con cui li ressero, ma per 
lo acume che vi spiegarono e per lo zelo con cui adempierono la missione 
oro affidata, qualunque fosse il ramo o civile, o amministrativo od ec- 
clesiastico a cui venissero chiamati. Troppo arduo perciò sarebbe per noi 
il tener dietro cronologicamente alla lunga serie di cospicui uomini di 
toga, di probi funzionari amministrativi, di incorrotti impiegati superiori, 
di valorosi ufficiali e di zelanti Ministri dell' Altare, che la Famiglia Petri 
somminstrò alla Toscana, poiché il voler dire di tutti, ove per "tutti suo- 
nerebbei non mendace la parola d' encomio, potrebbe far sembrare a ta- 
luno esuberante la nostra lode e il dire di pochi suonerebbe imperdona- 
bile dimenticanza per coloro che tralasciati, avrebbero diritto ad una simile 
onorevole menzione. Crediamo perciò non poter meglio adempiere alla 
nobile missione che ci siamo imposti, che precisando l'epoca in cui i Petri 
vennero assunti alla Cittadinanza Fiorentina, e dando ai nostri lettori un sunto 
del decreto con cui S. A. Serenissima il Gran Duca di Toscana in data del 
17 marzo 1654 accordava un tale diritto per primo ad Orlando di G. B. 
g' Antonio Petri e suoi legittimi discendenti, decreto che nella sua inte- 
nrità troviamo nella filza trentunesima del Consiglio dei Duecento, esistente 
dell'Archivio delle Riformagioni : e ciò facciamo ancora poiché in esso si 



PETRI DI SIENA 

citano alcuni particolari che riguardano questa illustre Famiglia. Da esso 
adunque apprendiamo, che i Petri da oltre ottanta anni abitavano in Firenze : 
che uno Stefano Petri, fratello di Orlando, era in quell'epoca Priore di 
S. Maria a Settignano, e che questa Famiglia si applicava particolar- 
mente al commercio delle lane, ed in altri utili negozii. Ad Orlando per- 
ciò che faceva istanza di pagare le gravezze in Firenze alla regola dei 
Cittadini Fiorentini, era concessa ampia facoltà, qualunque fosse il luogo 
ove si trovassero i suoi beni, di versarne le tasse in Firenze, come ai 
Cittadini Fiorentini si competeva, dandosi ordine di farne notamento re- 
golare agli Officiali del Monte, negli opportuni registri, ed accordando 
libertà piena ad Orlando di iscriversi a quel Gonfalone che meglio gli 
talentasse. Ne degeneri da Orlando furono i suoi discendenti, che anzi 
fecero a gara per dimostrare come ben meritata fosse 1' onorificenza stata 
loro concessa, col rendersi maggiormente utili e benemeriti all'illustre 
Città che li aveva con tanto amore ospitati, non che all'intera Tocsana. 

Di Francesco che visse nel cominciare del secolo XVII e si acquistò 
bella fama negli studi forensi, abbiamo alle stampe le seguenti Opere che 
attestano la profondità del suo ingegno. 
Allegationes : 
Consilia : 
Entrambe pubblicate a Napoli nel 1656 

È viva ancora nel cuore di molti, come quella di ottimo cittadino e 
di integerrimo Funzionario, la memoria del Dottore Agostino Pcinco 
Petri, che non sappiamo se lasciasse più desiderio di sé per le sue virtù, o per 
la squisitezza de' suoi modi, o per la cultura della mente. Certo è che mo- 
rendo esso perpetuava nei propri figli l'esercizio di quelle rarissime doti 
che avevano formato l'ornamento precipuo della dì lui esistenza. 

Infatti, Francesco veniva insignito dal Gran Duca Leopoldo II con 
sua Lettera autografa in data del 28 novembre 1852 della Croce del me- 
rito sotto il titolo di S. Giuseppe, per i servigi da lui prestati in diffi- 
cilissimo momento, nel suo alto ufficio di Prefetto del Compartimento di 
Firenze. E qui giova il dire come in quest' ufficio, in epoche in cui era 
facile il far servire l'autorità all'arbitrio, egli' non trasmodasse mai, e 
si acquistasse anzi la stima e 1' affetto di coloro che per diversità di opi- 
nioni politiche avrebbero potuto avversarlo. Ne con ciò vogliamo dire 



PETRI DI SIENA 

che egli transigesse alcuna volta coi propri doveri, che anzi egli man- 
tenne sempre in altissimo conto, ma che nel farli valere, nel dar forza 
alla legge, e nell'applicarne i rigori, usò quella temperanza che forma il 
più bell'elogio del Magistrato e genera il rispetto alla legge medesima. 

Giuseppe fu uomo di profonda dottrina: come Cancelliere del Censo 
a Siena e poscia in Lucca venne in altissima reputazione di solerte in- 
gegno e di zelante Impiegato. 

Curzio pure è cultore indefesso delle scienze giuridiche ed ha titolo 
di Avvocato. Esso è Giudice attualmente del Tribunale Civile e Correzio- 
nale di Lucca: ufficio che egli esercita con quella savia imparzialità che 
distingue l'ottimo Magistrato. 

Anche Lodovico ebbe in sommissimo amore fino da giovinetto le 
scienze legali e vi fece tali progressi da ottenere ben presto l' avvocatura. 
Fu Commissario della Repubblica di S. Marino, ed oggi funge l'ufficio di 
Procuratore in Siena. 

Pietro applicatosi agli studi ecclesiastici, fu uomo di molte cogni- 
zioni teologiche e zelantissimo nel proprio ministero. Dovette alla sua 
dottrina ed alla sua carità religiosa, se venne eletto a Parroco della Pro- 
positura di Trequanda. La sua morte fu lamentata da quanti ebbero con 
lui amichevoli relazioni. 

A Lucio ultimo figlio di Agostino Pacifico e fratello di Francesco, 
Giuseppe, Curzio, Lodovico e Pietro, dietro le istanze fatte dall'illustre 
Magistratura civica di S. Miniato, veniva con Rescritto del 16 aprile 184 1 
del Granduca Leopoldo II conferita la nobiltà per sé, la propria moglie, 
figli e legittimi discendenti, di quella cospicua città, estendendone il bonefì- 
cio a tutti i figli del defunto Agostino Pacifico, e ciò con esenzione delle 
Tasse dovute alla Comunità. Di questo Rescritto fu data comunicazione 
a chi di ragione il 19 aprile 1841 dalla Segreteria della Deputazione pel 
Regolamento della Nobiltà e Cittadinanza di Toscana, residente in Fi- 
renze. Lucio esercita il Notariato e gode fama di rara onestà e di molta 
dottrina. 

Figlio dell'Avvocato Giuseppe è Enrico, che educato agli studi ed 
esempi paterni venne per essi in bella rinomanza. Nominato Ayvocato, 
sostenne diversi onorevoli uffici e poscia venne sollevato alla Presidenza 
dei Tribunali di Montepulciano ed Arezzo. Consigliere in seguito della 



PETRI DI SIENA 

Corte di Appello sedente in Lucca, è Presidente del Circolo delle Assise 
di Livorno e Pisa. Uffici tutti che sostenuti da lui con esemplare dignità 
e saviezza, fanno più che le nostre parole, piena testimonianza della 
molta valentia del suo ingegno. 

Figli di Lucio sono Carlo, Eugenio, e Agostino. 

Il primo è tra i Causidici che onorano maggiormente il Foro Luc- 
chese. 

Il secondo appartenne nel 1848 col grado di Capitano alla Guardia 
Nazionale di Montelaterone, e poscia fu eletto a Gonfaloniere di Cinìgiano : 
Oggi le sue cure sono particolarmente rivolti a tutelare gl'interessi 
agricoli di Montelaterone. La cortesia dei suoi modi e la versatilità del 
suo ingegno lo rendono caro e stimato da tutti. 

Agostino tenne l'ufficio di Pretore : è Consiglier Provinciale e fa 
parte della Corte di Appello di Firenze. 

Conte F. Galvani. 



4 ) 




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PETRUCCI 

(di Siena) 



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In Pelruccio calzolaio stato Consigliere della Repubblica di Siena nel 
-1499, figlio di Cambio ch'era stato pur Consigliere nel -1249, 4260 e 1262, 
dette origine e cognome ai Petrucci. Federigo suo figlio fu dottissimo 
giureconsulto e tenne cattedra di leggi in Perugia; ma molto più si rese 
celebre per essere stato maestro del famoso Baldo oracolo dei suoi tempi. 
I suoi discendenti presto si elevarono al potere e favoriti dalla qualità 
dei tempi e dalle turbolenze che agitavano la loro patria, nel 4500 per- 
vennero a costituirsi Signori di Siena la quale dignità ritennero fino al 1524 
epoca in cui ne furono spogliati ed insieme alla fazione Moresca cacciati 
dalla Città. Tentarono però nel seguente anno coll'aiuto dei Fiorentini di 
tornare in patria; ma i Senesi che non volevano più sapere di tiranni, non 
solo si difesero con valore ma rigettarono e posero in fuga gli assalitori. 
Dette fine a questa e ad altre vicende la riconciliazione avvenuta tra gli 
Ordini Patrizio e Plebeo fatta ad istanza di Carlo V il quale vi pose il 
presidio; ma i Senesi non volendo soffrire diesi volesse edificare anche 
una fortezza, cacciarono il presidio e nel 1552 s'impegnò una Jotta ac- 
canita. Non mancarono i Francesi siccome nemici capitali di Carlo V d'in- 
fiammare sensi alla difesa : essi spedirono Piero Strozzi, e l'Imperatore il 
Marchese di Malignano; ma il vero conquistatore di Siena fu Cosimo 
Medici che dal proprio gabinetto diresse tutte le operazioni. Difatti nel 4554 
perduta dallo Strozzi la battaglia di Marciano, Il 2 agosto gli Spaglinoli 
entrarono in Siena. La difesa che i Senesi fecero della loro libertà è una 
delle più belle pagine della storia d'Italia; basti il dire che le donne se- 
nesi guidate da Laudamia Forteguerri e da Faustina Piccolomini pugna- 
rono per la patria. Caduta Siena le sorti d' Italia rimasero in potere de- 
gli Spagnuoli. 

ChECCO-KOSSO d Antonio Cavaliere a spron d'oro; nel 4414 fu Amba- 
sciatore al Re di Napoli, poi a Martino V nel 4423, per offrirgli la città 
di Siena per residenza del Concilio. Cuoprì ancora la [carica di Potestà 
di Bologna nel 4424, poi di Pisa nel 4426. 

Antonio suo figlio nel 4424 rimpiazzò il padre nella carica di Pote- 
stà di Bologna; nella stessa qualità governò i Perugini nel 4427, ed i Pi- 
sani nel 4430. Scoppiata la guerra tra i Fiorentini e Paolo Guinigi Signore 
di Lucca, Antonio prese le armi in favore dei Lucchesi; ma i Fiorentini 
che erano in lega coi senesi vollero vendicarsene facendolo esiliare dalla 
patria. Allora andò a Milano ed in vendetta dei Fiorentini istigò Filippo 
Maria Visconti a prendere la difesa di Lucca. Difatti quel Duca vi mandò 
Francesco Sforza suo generale al qnale riuscì di togliervi l'assedio. Accor- 
tosi il Petrucci che Paolo Guinigi meditava di vendere Lucca ai Fiorenti- 
ni, lo fece carcerare e così il trattato non ebbe effetto. Quindi fu condot- 



1 



2 PETRUCCI 

tiero dell'esercito di Niccolò Piccinino, e gli serbò fede finché non vidde che sì: 
mosse contro i Lucchesi ai quali era attaccatissimo; allora tornò nell'esercito 
delio Sforza da cui fu lasciato a guardia d'Acquapendente; ma il Petrucci 
ricevuto un premio da Eugenio IV lasciò quella terra in potere del Papa. 
Rei 4432 fu eletto Senatore di Roma e ciò in benemerenza dell'avere 
berato Eugenio IV assediato in Castel S. Angiolo e scortatolo ad Orvieto. 
Nello stesso anno insieme al Conte Bernardino Ubaldini della Carda fu man- 
dato dai Visconti in aiuto dei Senesi contra i Fiorentini; ed allorquando 
fu fatta la pace, il Petrucci fu dai Senesi eletto Commissario per restituire 
ai Fiorentini tutte le terre e Castella di cui si erano impadroniti 
durante le ostilità. In tale circostanza, forse per guadagnarsi la protezione 
di Cosimo Medici, si portò ad assalire nel proprio Castello di Broglio Bin- 
d accio da Ricasoli che era fuoruscito e lo fece prigione; ma l'astuto Co- 
simo credè suo utile l'affezzionarsi una potente e numerosa famiglia fioren- 
tina perlochè mandato a cacciare il Petrucci da Broglio richiamò il Rica- 
soli in patria o gli accordò intieramente il perdono. I senesi per non ir- 
ritare i Fiorentini bandirono il Petrucci dalla patria e lo dichiararono ri- 
belle. Allora andò a Napoli e colà tenne pratiche colile Alfonso d'Aragona 
istigandolo ad impadronirà (li Siena: ma i Senesi scoperta la trama gli ab- 
terono il suo Castello di Perignano e promisero grossa taglia a chi Io 
desse vivo o morto nelle loro mani. Mori a Napoli nel 1464 ove rivestiva 
la carica di Consigliere del Re. Fu soldato di gran valore ma la vanità e 
l'ambizione smisurata furono in lui una macchia: nel resto molto noto pel- 
le sue iniquità essendo in lui nulla straordinario l'omicidio, lo stupro e la 
violenza. Cosi presso a poco parla di lui Pio II ne suoi commentari.. 

GiovaN-battista suo figlio bandito col padre andò a Napoli e colà ot- 
tenne un canonicato in quella Metropolitana. Nel 4468 Paolo II gli con- 
feri l'Arcivescovato di Taranto, Chiesa che renunziò nel 4489 a favore di 
Francesco Catalano, contentandosi del titolo di Arcivescovo Madlacense'e di 
Vescovo di Teramo. Morì al 4489 o secondo altri nel 4498. 

Pakdolfo di Bartolommeo. Costui fu quello che elevò a gran splen- 
dore la sua casa. Siena nel suo principio fu governata per due secoli dai 
Nobili; ma durante questo tempo l'ordine dei Mercanti divenuto ricco e 
potente disputò il potere ai Nobili che furono esclusi dalle magistrature. 
Da quest'epoca in poi le mutazioni del governo eie turbolenze che ebbero 
luogo per abbattere la pubblica amministrazione furono tante quante le ge- 
nerazioni che si succedettero. Furono pertanto padroni di Siena i IX 
Priori, i XII Governatori, poi i XV Riformatori, quando finalmente nel 
4384 volendosi porre un argine al grave disordine che agitava quella Re- 
pubblica si convenne istituire una esistenza politica che col nome di Monti 
dovesse governare la città, ed a cui furono chiamati a far parte tutti coloro 
che avevano partecipato nei passati reggimenti. Da questa nuova istituzione 
ebbe origine il Monte dei IX, quello dei XII, l'altro dei Riformatori e quello 
del Popolo. Dallora in poi Siena fu sempre in preda alla guerra civile. 
In tali critiche circostanze i senesi avevano spesso avuto ricorso a Pandolfo 
siccome uomo di vastissima mente di grande facondia e di meriti sommi 



PETRUCCI 3 

cosicché era divenuto l'arbitro di Siena. Per lungo tempo altri due gentil uo- 
mini Niccolò Borghesi e Leonardo Bel lauti avevano diviso il favore popolare: 
Borghesi era suocero del Petrucci ; tuttavia per amor di libertà nel 1497 
si determinò di abbracciare contrarie opinioni. Pandolfo impaziente di tro- 
vare nel suocero un fermo oppositore alla sua grandezza lo fece barba- 
ramente pugnalare il 19 Luglio del 1500; gli altri repubblicani veduto 
nell'esempio altrui la probabilità di essere sacrificali abbandonarono il loro 
partito. Il Petrccci afferrò subito le redini del reggimento con idee di po- 
tere assoluto e dal dispotismo passò alla tirannia. Da tutto questo noi pos- 
siamo concbiudere che Pandolfo fu un prepotente fortunato e nulla più. Ve- 
nuto il tempo del Ducn Valentino dovè ritirarsi dal potere e dalla patria ; 
rispettò per altro il Borgia la città di Siena perchè era sotta la protezione 
della Francia,, ma nel -1503 volle conchiudere un accordo in conseguenza 
del quale fu deliberala la proscrizione di Pandolfo cui il Valentino chiamava 
perturbatore della Toscana. Si parti di Siena Pandolfo dirigendosi a Lucca 
ove per trarlo nella trappola il Borgia aveva scritto lettere che fosse ben 
ricevuto. Ma il Petrucci fu salvato dalla sua buona sorte. Quell'uomo infame 
dopo aver capitolato in Pienza cogli oratori Senesi di fargli avere il sal- 
vacondotto dai Fiorentini,, mandò tosto 50 uomini a cavallo a Lucca per 
trucidarlo, ciocché gli veniva fatto se il Capitano dei Fiorentini che si tro- 
vava a Cascina non gli avesse arrestati. In questa dilazione il Petrucci 
avvertito se ne fuggì a Pisa e la sua vita fu salva. Bimesso in patria due 
mesi dopo per intercessione di Luigi XII Re di Francia, fu ben tosto li- 
bero da ogni sospetto per la morte di Alessandro VI e per la carcerazione 
del Valentino. Ad Alessandro VI successe nel pontificato il Cardinale Fran- 
cesco Piccolomini-T edeschini che prese il nome di Pio III. Apparteneva quel 
Papa all'ordine popolare e per conseguenza non poteva essere favorevole 
allo stabilimento del Principato ; ma Pio III dopo ventisei giorni di re- 
gno passò all'altra vita ed è fama che Pandolfo lo avesse fatto avvelenare 
in una piaga. Nel 4511 caduto gravemente ammalato volle prima di morire 
collocare nella propria grandezza ed autorità Borghese suo figlio, ed a tale 
effetto ottenne il fi Febbraio che il medesimo in benemerenza del 
padre venisse surrogato nel collegio di Balia, nel numero dei IX 
Uftìziali della guardia, ed in tutti gli altri Uffizi e dignità nei quali era 
deputato Pandolfo. Pilori ai Bagni di S. Filippo il 21 Maggio del 1512 ed 
ebbe a spese del Comune splendidi funerali. Il Petrucci fu uomo di letteratura 
e di scenze poco meno che digiuno; ma per civile prudenza e per ingegno 
famoso. 11 suo governo però fu spesso accompagnato dalle stragi e dalle 
rapine e da altri delitti che alia tirannia sogliono essere compagni. L'en- 
trate pubbliche non poche volte convertì in proprio uso, molti cittadini con- 
dannò all'ostracismo ed alla confisca, ed altri con maniere più modeste 
allontanò dalla patria. E fama che più di sessanta persone parte dell'Ordine 
dei IX e parte degli altri Ordini, fossero state per suo ordine uccise co! ferro, 
eoi veleno e con altre maiiere di supplizi. E vero bensì che Pandolfo non fu 
per natura inclinato alla crudeltà, ma il consiglio di Antonio Giordani dà Ve- 
nafro tale lo rendeva, e lo faceva iu tal maniera comparire alla faccia 
del mondo. 



=1 



4 PETRUCCI 

Borghese suo figlio. Dopo la morte di Pandolfo nacquero subito con- 
tese tra l'Ordine del Monte dei IX perlochè giudicando egli piccolo soste- 
gno le milizie lasciategli dal padre, e temendo molto più dell'Ordine popo- 
[. lare che vedeva di mal occhio lo stabilimento del Principato, condusse da 
Perugia altri 100 Cavalli ed altrettanti fanti, e gli Uffiziali di Balia che 
dai voleri del Monte dei IX dipendevano, assoldarono Orazio Baglioni con 
altri 300 Cavalli. Sebbene tali provvedimenti bastassero per il momento 
a tenere in freno i cittadini, pur tuttavia il partito repubblicano non ces- 
sava di macchinare nuovi torbidi per mettere in discredilo il Petrucci facen- 
dolo comparire per la sua giovine età incapace di regolare uno stato. Raf- 
faello Petrucci Vescovo di Grosseto uomo scaltro quanto ambizioso, fino 
dalla morte di Pandolfo si era prefìsso di salire al dominio della patria, 
ed essendo in buona grazia di Leone X gli riuscì facile di raggiungere 
la meta. Difatti nel 4515 sostenuto dal Papa entrò in Siena e si stabili 
nella tirannide. Borghese prima che vi giungesse il nuovo padrone si partì 
da Siena in compagnia di Fabio suo fratello ancor fanciullo, lasciando le 
sue sostanze, la moglie e quattro figlie tutte in tenera età in balìa dei suoi 
nemici. P»affaello non contento di averlo detronizzato lo condannò all'ostra- 
cismo, lo dichiarò ribelle e gli confiscò i beni. Dopo sì gravi sventure si 
ricovrò presso Ferdinando d'Aragona Re di Napoli da cui però non ottenne 
i richiesti soccorsi per tentar il ritorno in patria; ma solamente in ristoro 
dei suoi infortuni ebbe l'investitura di vari feudi in quel Regno. E fama 
che colà procedesse e tali stravaganze da essei'e considerato per pazzo. Morì 
in quella Città il G ottobre del 4526. 

Alfonso fratello del precedente. Pandolfo suo Padre Io volle ecclesia- 
stico; difatti diventò prete ma non buon prete perchè superbo, prepotente, 
ed avido di denaro. Giulio II nel 4510 lo nominò Vescovo di Sovana; nel 
4511 Cardinale del titolo di S. Teodoro e gli dette in commenda l'ammi- 
nistrazione della Chiesa di Massa e Populonia. Nel4512 avvenuta la morte 
ili Pandolfo volò a Siena ove collarini alla manosi fece a contrastare fie- 
ramente ii domino di quella città a Borghese suo fratello; ma non avendo 
trovata corrispondenza nel popolo abbandonò l'impresa. Nell'interregno di 
Giulio II fu uno dei Cardinali che si dettero briga in conclave per l'ele- 
zione di Leone X; poi disgustatosi col Papa ordì una congiura contro di 
esso nella quale tirò gli altri Cardinali Soderini, Corneto, Riario e Sauli. 
Scoperto il trattato Leone X mandò un suo messo al Petrucci che trovavasi 
ad una sua villa, sotto pretesto di volere rimetterlo in Siena unitamente 
al fratello Borghese che per opera dello stesso Leone X era stato cacciato- 
li Petrucci prestò fede all'invito del Pontefice e senza indugio volò a 
Roma. Presentatosi al Papa fu per suo ordine arrestato. Condotto in Castel 
S. Angelo vi fu strangolato dal carnefice il 6 Luglio del 4517 nella 
florida età di anni ventisei. Gli altri Cardinali umiliatisi al Papa ottennero 
il perdono, ad eccezione però del Corneto il quale non si fidando del Papa 
fuggì né più ricomparve sulla scena del mondo. 

Raffaello di Giacoppo, fattosi ecclesiastico ottenne un canonicato 
nella Cattedrale di Siena. Alessandro VI lo elesse Protonotario Apostolico 



PETLLCU 
e Vescovo ili Grosseto; e Leone X, di cui era stato compagno nell'esilio, 
dopo ili averlo arricchito delle pingui Abazzie di S. Galgano, di S. Maria 
di S|uneto e dell'ultra di S. Donato in Poggio di Siena, nel 1845 lo nomi- 
nò Castellano di Castel S. Angelo e lo pose al dominio della pallia 
dopo di averne cacciato Borghese suo cugino che dallo stesso Raffaello fu 
dichiarato ribelle e condannato all'esilio. Pervenuto al potere seppe mante- 
nersi sul trono onde sebbene nel 1522 assalito dai fuorusciti con 12,000 
fanti guidati da Lorenzo Orsini Signore di Ceri, non solo si difese con valo- 
re ma rigettò e pose in fuga gli assalitori. Nello stesso anno Leone X lo 
nominò Cardinale, famigliare, commensale e suo Legato presso la Repub- 
plica di Siena. Morto Leone X intervenne al conclave che elesse Adriano 
VI ed insieme ai Cardinali Medici, Ridotti, Passerini e Piccolomini fu depu- 
tato a Livorno per ricevere quel pontefice ed accompagnarlo nel viaggio. 
Morì repentinamente nella sua villa di Bibbiano presso Siena il -17 Set- 
tembre 1522, e non fu compianto attesa la sua avarizia e l'alterezza usata 
nel governo di quella Città. 11 Petrucci fu uomo non pratico del governo 
civile e per mancanza d'ingegno incapace di regolare uno stato; ma ciò 
che è da reputarsi in lui si fu quello di scegliersi un numero di cittadini 
di senno e di qualità ai quali si riportò in tutte le sue operazioni. Un Cro- 
nista contemporaneo (il Tizio) ci ha lasciato scritto ciò che avvenne il gior- 
no che fu portato alla sepoltura « Il suo corpo, egli scrive, fu portato a 
» Siena, la sepoltura la fero di notte e quando lo portavano a sotterrare 
» in S. Domenico, fu tanta la furia e le strida dei Fanciulli che dicevano si 
» portasse a Fontebranda e si gittasse nel fosso, che bisognò che vi corresse 
» il Bargello e a fatica lo difesero dai sassi ciie avevano incominciato a 
» tirare, gridando che era una bestia e che si portasse alla Vetrice ove si 
» portavano i cavalli morti, e gli Frati tutti si fuggirò lasciando sola la 
» bara in mezzo ai birri, e a fatica lo condussero in chiesa e non fu visto 
» morire da alcuno e senza sacramenti, la morte fu secondo la vita: 
» il proverbio dice chi mal vive mal muore » 

Francesco di Cammillo. Dopo la morte de! Cardinale Raffaello si di- 
sputava tra l'ordine dei IX chi dovesse succedergli nella Signoria; ma 
conoscendo Francesco di avere partito bastante per salire al dominio della 
patria prese le redini del governo e nessuno osò diputargliele. Convinto 
dall'esperienza che l'appoggio e l'alleanza dei Medici erano state le basi 
fondamentali della grandezza del suo predecessore -\o\le seguire la di lui 
politica ed a tale effetto tentò d' unirsi con quella famiglia e particolar- 
mente col Cardinale Giulio da cui però ne ebbe soltanto cortesi parole. 
Quando quel Cardinale diventò Papa col nome di Clemente VII, Francesco 
gli spedì ambasciatori per chiudergli la sua alleanza; ma Clemente VII 
che desiderava di avere in Siena persona di sua fiducia che potesse coa- 
diuvarlo nei propri interessi deliberò fin da quel momento di cacciarlo 
dalla Città e di sostituirvi in sua vece Fabio Petrucci il quale per ren- 
derselo sempre più beneaffetto volle stabilire le di lui nozze con Caterina 
di Galeotto dei Medici. Frattanto chiamò a Roma Francesco sotto pretesto 
di volere con esso confermare la confederazione fatta tra la Repubblica 



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6 PETRUCCI 

fiorentina ed il di lui antecessore. II Petrucci dai suoi partigiani era stato 
sconsigliato di non andarvi; ma egli si fidò ed obbedì: Giunto alla presenza del 
Papa ebbe precetto di non uscire di palazzo fintantoché non avesse data 
cauzione di 10,000 fiorini d' oro di non partirsi di Roma. Con questo 
strattagemma Clemente VII gli tolse la supremazìa della patria e la con- 
feri a Fabio Petrucci il quale giunto in Siena fu ricevuto dai suoi con- 
cittadini colle più vive dimostrazioni di gioja. Francesco deluso delle spe- 
ranze diversameute concepite dovette suo malgrado rassegnarsi al destino. 
Quando nel 1524 fu deposto il governo di Fabio e che i Senesi non vol- 
lero più sapere dei Petrucci, Francesco ottenne di potere tornare in pa- 
tria a condizioni però di vivere da privato cittadino e sotto pena della 
ribellione alla prima mancanza; ma il Petrucci non obbedì, e nel 1539 
tentò di rovesciare il governo. Allora fu dichiarato ribelle ed insieme con- 
finato con Muzio e Cammillo suo figli. 

EuSTACCHio era figlio naturale del Cardinale Raffaello natogli da arra 
donna di bassa condizione che teneva in qualità di sua coicsibina allorché 
era Prelato. Nel 4512 vestì l'abito di Cavaliere Gerosolimitano e quando 
Raffaello divenne padrone di Siena fu eletto Capitano di 200 fanti a guar- 
dia della Piazza. Caduti i Petrucci andò a Malta ove si vuole che restasse 
ucciso difendendo quell'Isola dai Turchi nel 4565. 

Federigo di Alessandro nel 1513 fu eletto Protonotario Apostolico e 
nel 1529 Vescovo di Gallipoli. Fu uomo di vastissima erudizione ed incli- 
nato alla pietà. Morì compianto nel 4530. 

Fabio di Pandolfo nel 1523 coli' appoggio di Clemente VII diventò 
Signore di Siena dopo di averne cacciato Francesco. Nel 1524 si recò a 
Firenze per celebrarvi le nozze con Caterina de Medici già stabilite da" 
Clemente VII, che furono causa che l'odio crebbe verso di lui, cosicché 
una gran parte dei cittadini istigati dal Cardinale Colonna r.emico di Cle- 
mente VII determinarono di cacciarlo dalla patria. Difattì poco dopo si 
scuoprì una congiura alla di cui testa erasi posto un Marìinozzi; ma Fa- 
bio o fosse per codardia o per timore di procurarsi altri nemici , lasciò 
tutti impuniti contentandosi soltanto di avvertirli. Pur tuttavia i suoi con- 
cittadini mal soddisfatti del suo modo di governare, si ribellarono, e Siena 
il 18 Settembre si trovò in preda alla sollevazione. Veduto il Petrucci che le 
proprie forze erano inssufficenti per sedare la ribellione chiese ajuto al 
Cardinale Passerini che governava Firenze in nome dei Medici ; ma 
mentre quel porporato attendeva a raccogliere soccorsi, ebbe la nuova che 
Fabio era stato cacciato. Così dopo soli dieci mesi deposto il governo di 
Fabio venne a terminare la grandezza dei Petrucci in un giovine animoso 
sì, ma poco esperto ed incapace per la sua età di regolare uno stato, tro- 
vatosi profugo nel -1526 tentò coli' ajuto dei Fiorentini di tornare in pa- 
tria j ma i Senesi rimasero vittoriosi ed il Petrucci deluso abbandonò 
l' impresa ricovrandosi a Roma presso Clemente VII. Morì Governatore di 
Spoleto il 9 Agosto del 1529 in età di 24 anni non compiti. 

Lattanzio di Giacoppo per renunzia del Cardinale Alfonso suo cu- 
gino nel 1516 ottenne il Vescovato di Sovana; ma nel 1517 avendo preso 



PETRUCCI 7 

parie alla congiura del cugino diretta contro la vita di Leone \ fu pri- 
valo di (nulla dignità e la Chiesa di Spvona fu data a Domenico Collesta. 
Venuto questi a morte nel -1520, il Petrucci potè tornare alla sua Diocesi la 
quale amministrò con saviezza e prudenza finoalla sua morte avvenuta nel 4527. 
ANGELO d'fAchille fu dottore in decreti e poeta assai distinto. Fattosi 
ecclesiastico Giulio II nel 1512 lo elesse Vescovo di Berlinoro; in tale 
qualità intervenne al Concilio di Laterano sotto Leone X e fu uno dei 
Prelati che più si distinguessero per dottrina in queir adunanza. Cessò di 
vivere nel 1514 il 18 Settembre. 11 Faretro gli dedicò il suo poema inti- 
tolato Sena Vetus. 

Gì 0. Maria d'Antonio nel 1565 fu eletto Cavaliere e Commendatore 
di S. Stefano, poi da Cosimo 1 fu destinato Ambasciatore residente alla 
corte di Francia. Morì nel 45S2. 

Achille suo figlio andato a Parigi servì il Duca di Guisa nelle 
guerre di religione scoppiata al seguito del massacro di Vassy. Nel 4572 
prese parte alla strage detta di S. Bartolommeo avvenuta la notte dal 23 al 
24 Agosto., anzi scrivendo al Granduca Cosimo 1 vantavasi di avere ucciso 
I' ammiraglio di Coligny ; in questo caso sarebbe uno di più tra gli Ita- 
liani che ebbero mano in quel memorando e terribile avvenimento. 

Alfonso d'Antonio-Maria fu Monaco ed Abate Vallombrosano e nel 
4620 Vescovo di Chiusi eletto da Paolo V. Mori nel 4639. 

Alessandro di Pandolfo destinato alla Chiesa, Clemente VIII nel 4602 
lo nominò Vescovo di Massa e Paolo V nel 4615 lo trasferì da quella sede 
all'Arcivescovato di Siena. Splendido in elemosine in religione esemplaris- 
simo governò con molta saviezza per lungo tempo la sua Diocesi e morì 
compianto per le sue virtù nel 4628. 

Gloria e decoro accrebbero a questa famiglia il B. Gio. Battista reli- 
gioso servita abbruciato dagli eretici nel Monastero di Praga nel 4420; il 
B. Giacomo francescano Vescovo di Sessa secondo il Vadingo, o pure 
d' Aleria in Corsica secondo 1' Ughelli dal 4507 al 1517; Pietro d'Antonio 
Vescovo di Bertinoro morto nel 1537 ; Carminilo di Girolamo dotto Giure- 
consulto e Professore della celebre Università di Pisa mancato alla vita 
nel 1520; Rinaldo Uditore della Sacra Bota nel 1553 e quindi Vescovo di 
Forlì, e finalmente la Beata Agnese Domenicana morta con fama di esimia 
pietà intorno al 4530. 

Un ramo dei Petrucci esiste tuttora dimorante a Tonila. Un'altra dirama- 
zione di questa casa si estinse varj anni sono nella persona di Gio. Maria Arci- 
diacono della Cattedrale di Siena che chiamò erede delle sue sostanze Celso 
del Cav. Giuseppe Bargaglì di Siena con obbligo di assumere il cognome 
ed arme dei Petrucci. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Pecci, Istorie di Siena. — Ugurgeri, Pompe Senesi. — Ciacconio, Vite dei Pontefici 
e Cardinali. — Gigli, Diario Senese. — Cardella, Vite dei Cardinali. — Tommasi, Istorie 
di Siena. — Male volti,/ storie di Siena. — Coresi-Del Bruono, Prìorista Senese MSS. 
nella Magliabechiana. — Pio II, Commentarli rerum memorabilium quae temporis suis 
contigerunt. 



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PIETRA 

(di Vigevano) 



Secondo risulta da pubblici documenti e dalle pagine di molti accre- 
ditati scrittori, tra i quali Luca Contile, la nobile famiglia Pietra vanta 
un'antichità ed un lignaggio tanto illustre, quanto possa andarne su- 
perba la più inclita casata d'Italia. Sino dall'anno di nostra salute 1040 
per intrinseca proprietà ottenuta dall'imprese, furono i conti Pietra 
signori di molte terre e castelli. AH" epoca poi dell'imperatore Corrado 
visse un certo Giovanni Pietra, il quale perchè impresto 50,000 fiorini 
d' oro al detto Corrado venne da lui creato vicario imperiale, ed il diritto 
gli concesse di far coniare monete. — Fu fratello di Giovanni un Isnardo 
cardinale in Roma. Lo Spelta, autore di riputata fama, scrive di un 
certo Alberto Pietra, ch'era condottiero di molte migliaia di Bernesi 
per servigio dei Duchi di Milano. Il Corio, istorico milanese, vede in un 
Guglielmo Pietra il capitano generale del popolo di Pavia verso il 1288. 
Se ad uno ad uno menzionar volessimo tutti i personaggi ch'encomiati 
vennero dai succitati cronisti, il pericolo sarebbe per noi inevitabile di 
attediare i benevoli lettori, e di distorci dalla brevità che abbiamo pro- 
messo. Non è per questo che dispensar ci possiamo dal ricordare i se- 
guenti uomini che in questa famiglia per eminenti virtù sovra d'ogni 
altro si segnalarono : — Conte Francesco Brunoro, che fu senatore di 
Milano — Conte Antonio, che venne eletto governatore di Lodi, e poscia 
segretario dei duchi Massimiliano e Francesco II Sforza, e finalmente fu 
tesoriere generale dei medesimi Duchi — Conte Galeazzo, consigliere e sena- 
tore ducale ed imperiale di Milano, e primo vescovo della città di Vigevano, 
il quale assegnò per dote al vescovato di questa città l'abbazia di S. Maria 



PIETRA DI VIGEVANO. 

d'Acqualunga, consistente in un latifondo di pertiche 10,000 circa — Conte 
Francesco Brunoro II, gran ciambellano del duca Lodovico Sforza, mae- 
stro ducale di casa, aio e tutore dei duchi Massimiliano e Francesco II 
Sforza; il quale ebbe il vanto di accompagnare i detti Duchi presso l'im- 
peratore Massimiliano I d'Austria, d'ove poi rimasero fintanto che ven- 
nero reintegrati nel ducato. Fu inoltre tesoriere generale e governatore 
di Vigevano, Lodi e Cremona, ed a lui si attribuisce l' aver sottratto dal 
potere dei Veneziani nel 1515 i suoi concittadini. Venne poi eletto ducal 
consigliere e senatore di Milano, presidente dell'annona, castellano del 
castello, ed ambasciatore a diverse Potenze. Dietro di se lasciò cinque 
figli, i quali prestarono i loro servigi a quasi tutti i Duchi di Milano 

— Maurizio, secondo vescovo di Vigevano, che fondò il palazzo vescovile 

— Conte Ermes, arciprete della metropolitana di Milano — Carlo, cele- 
bre capitano al servigio di Filippo IV e Carlo II. 

Debbonsi inoltre annoverare in questa nobile famiglia quattro cavalieri 
di Malta, e cinque di S. Stefano. 

Gli autori storici che hanno parlato di questa nobile famiglia oltre ai 
succitati sono i seguenti: Gio. P. Crescenzi, Lodovico Domenichi, Fulvio 
Fontana nei Pregi della Toscana. Sacchetti nella Vigevano illustrata, 
Brambilla, Della Chiesa di Vigevano, e Dal Pozzo, annoverato tra i cava- 
lieri di Malta. 

(Dal Teatro Araldico.) 




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PILA DI SPOLETO 






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PILA 

(di Spoleto ) 



Illustre per antichità, per virtù, per dignità presentasi la Famiglia Pila 
da Spoleto. Originaria di Craveggia nella Valle Vigezzo di Domodossola 
nell' alto Novarese, lascia incerto se desse il nome o se lo prendesse 
da due luoghi così chiamati uno in prossimità a Craveggia, l'altro nella 
Val di Sesia. Un incendio che distrusse intorno al 1500 l'archivio par- 
rocchiale, tolse allo storico di poter formare un completo albero genea- 
logico di questa chiarissima famiglia, mentre il dotto Carlo Caralli nel dare 
i suoi cenni statistico-storici della Valle di Vigezzo parla dei Pila, ac- 
cennando ancora come circa al 1730 per le guerre continue da che ve- 
niva funestato il paese natio moltissimi emigrassero lontano, stabilendo 
loro dimora specialmente nel pacifico Stato Pontificio. 

Ne di tali emigrazioni era nuovo il fatto, che bene è noto come 
parecchie famiglie del milanese lasciati i patrii luoghi fermassero sede 
colà dove miglior aspetto vi era di tranquillo vivere, e fu così che l'ac- 
cennato Cavalli privando delle famiglie illustri vigezzine che stavano al- 
l'estero, nominava i Pila di ricchissimo censo, i quali avevano venduti i 
propri beni nella Valle di Vigezzo, essendo passati a Spoleto ed in 
Orvieto. 

Lo stemma della nobile Famiglia Pila componevasi di una torre in 
campo azzurro dalla quale elevasi un pino, con sbarra d' oro che tra- 
versa la torre, e con due stelle ai lati del pino : fu nel 1837 che Mon- 
signor Andrea Pila credette di adottare un nuovo stemma con Aquila in 
campo d'oro ed una rosa con due palombe in campo azzurro. 



PILA DI SPOLETO 

Ora componesi del sopraccitato stemma antico Pila con torre in campo 
azzurro, dalla quale si eleva un pino, con due stelle ai lati del pino, a 
diritta è inquartato il nuovo stemma con Aquila in campo d' oro, ed una 
rosa con ai lati due colombe in campo azzurro, ed a sinistra lo stemma 
Carocci con Aquila in campo d'oro, ed un carroccio trionfale in campo 
azzurro, con una sfolgorante cometa in alto; sormontato poi lo scudo di 
una corona dalla quale sorge un' aquila. 

Ad illustrazione poi di questa nobile Famiglia stimiamo opportuno 
pubblicare 1' Albero Genealogico, ricordando come per il sinistro dell' in- 
cendio siensi distrutti i documenti antecedenti al 1500 e che risalivano 
ad epoca lontanissima con indicazione di persone che sostennero le più 
alte dignità sì civili che militari, come ecclesiastiche. 

ALBERO GENEALOGICO 
DELLA GENTE PILA DI SPOLETO 

Nell'ottobre del 1854 il Gonfaloniere di Spoleto certificava ed atte- 
stava come « i Conti Pila coeredi, posteri e discendenti essere per linea 
« femminile della nobile famiglia Carrocci oriunda di Preci, ed ascritta 
« al patriziato di questa città. » E ciò perché legalmente s' inscrissero 
nel libro delle riformanze del detto Municipio come creati e nominati 
nobili del Sacro Romano Impero con diploma di Ferdinando III Impera- 
tore dei Romani, datato da Vienna nel Novembre 1648 e cosi tutti i figli 
eredi, posteri e discendenti legittimi dei Carrocci, tanto da maschi che da 
femmine, nati e nascituri in perpetuo. Il che deve essere particolarmente 
ricordato, perchè se la Famiglia Pila era nobile per se, di un titolo mag- 
giore venne quasi a rifornirsi quando la illustre Signora Augusta Car- 
rocci figlia del Cav. Giuseppe N. Carrocci e della Contessa Fine Beni di 
Gubbio si strinse in matrimonio con il Conte Antonio Pila patrizio spo- 
etano. Monsignor Francesco dei Conti Fabi Montani tesseva nel Giugno 
1870 un' elogio storico della Contessa Augusta Pila Carrocci, nel quale 
con bella dizione e con dovizia di documenti venne a mostrare la no- 
bilissima prosapia che venne ad unirsi con 1' altra non meno illustre 
dei Pila. 

Non è a dire quanto commendevoli sieno stati i rappresentanti di 
cosi preclaro patriziato, e come in ogni ufficio abbiano dato prove e la- 
sciato larghissimo esempio di distinta intelligenza e di rara virtù. E poi- 



PILA DI SPOLETO 

oliò questi cenni hanno confine ristretto, ne ci è possibile 1 molti per- 
sonaggi nella loro splendida vita descrivere, così ci ristringeremo a ri- 
cordare : 

Quelli del presente secolo, con Giovanni Andrea che tanta \ ella lama 
lasciò di se, e Monsignor Andrea defunto nel 1868 dopo essere stato al 
governo di varie provincie, quindi per molti anni Ministro dell' Interno, 
ed in fine Auditor Generale della R. C. A. 

Monsignor Luigi Pila Carocci forma il decoro della romana prela- 
tura. Nato da Antonio conte Pila morto nel Febbraio 1849, e dalla con- j 
tessa Augusta Carrocci neh' agosto 1854, creato canonico liberiano, avvo- ! 
cato della romana curia, protonotario apostolico ad instar, prelato do- 
mestico, referendario dell' una e 1' altra segnatura, abbreviatore del parco 
maggiore, e cavaliere del S. Sepolcro, non si tenne pago alla nobiltà del 
casato stimando di avere da ciò lustro bastante, ma il proprio nome volle ] 
rendere chiarissimo per la coltura delle lettere. Il ricordo del XVIII cen- 
tenario di S. Maria in Mariano, se lo mostra scrittore forbito, le sue sto- I 

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rie del nuovo Canale Marittimo di Suez e della pontificia milizia lo ri- j 

velano uomo di studii profondi; quindi dotto e paziente nella storia e ero- j 
naca di Spoleto, nel codice diplomatico spoletino, e di vantaggio gran- 
dissimo a quanti fanno ricerca del vero con la sua cronaca romana, di j 
cui sarebbe penoso ogni ritardo nella pubblicazione per le stampe. La- i 
voro ancora pregiatissimo è di Monsig. Luigi Pila il suo viaggio in 0- 
riente, ed altre opere che sono di pregio per la fatica letteraria. 

Quando v' hanno famiglie siffattamente splendide per nobiltà di ca- 
sato, e per copia di personaggi che le illustrano: quando a rappresen- 
tanti di tali famiglie v' hanno uomini come Monsig. Luigi Pila, ben con- 
viene deplorare che le stranezze del secolo portino alcuni a cancellare 
i titoli venerandi del patriziato, altri ad incastellarne senza merito, perchè 
se nobiltà fittizia o per stolta voglia di ambizione è frivola e dannevole 
cosa in bene ordinata società; la nobiltà vera, antica per origine, è grande 
nei suoi attuali rappresentanti, forma sempre il decoro del paese e 1' e- ! 
sempio alla soda virtù, senza cui nulla vale 1' oro e la potenza. 

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PINO DI GENOVA 



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PIOVERE 



«Ploveneam familiam antiquissiuiam esse constai, quae 

et nobilitate sanguinis et opibus claruit, etc. » 

Paglurino, iib. 3.° Cronache di Vicenza. 

.La Famiglia Piovene, tra le patrizie Vicentine, è nobilissima 
ed una delle più cospicue. Questa, sotto gli auspicii di Ottone li 
Imperatore, come n' attestano molti storici, venne di Germania, 
già seltecenfanni circa, con Arnaldi e Gualdi, famiglie pure patri- 
zie e primarie di questa città. Ella fu padrona del castello di 
Piovene, che trasse il nome da lei e lo ritiene ancora ; così le 
insegne impresse ne' luoghi e cose pubbliche ne fanno ampio te- 
stimonio, oltre all' attestato di Battista Pagliarino nella sua Sto- 
ria delle famiglie nobili di Vicenza, et il Catalogo dei duchi, 
marchesi et conti, et altri nobili et popolari di nome della mar- 
ca trivigiana, registrato nelle croniche di Ezzelino da Romano, 
ove i signori Piovene sono chiamati Conti, sive castellani di Pio* 
vene. Lo stesso appare dagli annali della città di Vicenza, ove 
chiaramente si vede la causa eh' ebbe di detto Castello di Pio- 
vene dagli atavi dei viventi signori Piovene, quando furono co- 
stretti tutti i signori titolati ad alienare gli stati loro alla città. 

La virtù e guerriera e politica di questa famiglia non è im- 
provvisa, né ordinaria, ma eroica, e stabilita con ragione eredita- 
ria, onde ha tant'oltre avanzato la popolare condizione, che i primi 
potentati dell'Europa, avendo conosciuto i Piovene utilissimi stro- 
menti delle glorie loro, li hanno adoprati negli affari più im- 
portanti senza distinzione di cariche o maneggi. Tralascio gli 
splendori de' tempi mollo addietro, né mi curo di annoverare tutti 



P I O V E N E 

quelli che nei tempi medesimi furono celebri, per non avere a tes- 
sere una troppo lunga storia. 

Pochissimo di questa gente gigantesca rappresenterò nel qua- 
dro di questo foglio, onde possa il leggitore far congetture del 
rimanente. 

L' ardore militare o la prudenza politica di Scipione Pio- 
vene, del fu cav. Francesco, non comporta (T esser preposta ad 
alcuno, oltre a molte altre doti. Marzari, nelle storie di Vicenza, 
riferisce, che questi fu spedito dal cardinale D. Francesco d'Esle 
a suo fratello allora residente di Napoli, e da quello poscia ad 
Enrico re di Francia, figlio e successore di Francesco I, e che 
trattò gli affari degli Stati loro con tanta gravità, e con tanta 
candidezza gli interessi del padrone, che ammirando sua Mae- 
stà le rare qualità di questo Cavaliere, con estraordinario favore 
Io ammise tra' suoi scudieri. Egli ebbe a moglie una della no- 
bilissima casa Alvia, ed in tale occasione fu onoralo da Sua Mae- 
stà di molta giurisdizione di Castelli. 

Francesco 11, che successe al fratello, gli confermò gli onori, 
e di vantaggio lo fece grande Scudiere, ovvero, come dicono i fran- 
cesi, Monsieur le premier. 

Fu per il medesimo re spedito ambasciatore a Pio IV Sommo 
Pontefice, e alla Serenissima Repubblica di Venezia per affari 
di grande rilievo, nel maneggio de' quali accrebbe tanto di re- 
putazione, che affatto superata l'invidia, dopo la morte del padro- 
ne, a cui successe Carlo IX, fu dal gran Consiglio con universale 
acclamazione confermalo negli onori conseguili ; cosicché il car- 
dinale d'Este sopraddetto, quando intese la sua morte, mentre dalla 
corte di Francia, ove era stato legato apostolico, giunse in Ilalia, 
piangendo amaramente, disse, che niun' altra disavventura mag- 
giore gli poteva accadere, quanto la perdita di questo soggetto, 
commendandolo mai sempre per uno dei primi Cavalieri che 
avesse P Italia. 



P I O V E N E 

I conti Lodovico e Marc' Antonio, fratelli di dello Scipione, 
facendo mirabili prove di sé stessi, terminarono gloriosamente il 
viaggio di questa vita nel fine dell' età loro coli' armi alla mano 
sotto Vienna. 

I conti Cesare e Guido, figli del R. Leonardo Piovene, negli 
anni più teneri della loro puerizia, furono mandati alla corte di D. 
Carlo Emanuele Filiberto, Serenissimo di Savoja, capitano ge- 
nerale delle armi di Carlo V, il quale, avendoli conosciuti d' e- 
slraordinaria generosità d'animo, diede a Guido il titolo di Capi- 
tano degli archibugieri a cavallo della guardia di S. A., e a Cesa- 
re quello di Luogotenente della medesima nelle guerre di Picardia, 
del Piemonte e di Langrogna; ma venne poscia richiamato in pa- 
tria dai parenti per provvedere alla successione con 1' accasarsi, 
e poco dopo, a richiesta degli ambasciatori di S. M. alla Serenissi- 
ma Repubblica di Venezia, passò in Francia capitano di cinquanta 
celale contro gli Ugonotti, ove si diportò così prode e valoroso, 
che ali" occasione della guerra di Cipro fu richiamato e destinato 
luogotenente generale della cavalleria di quel Regno; e trovando- 
si in Nicosia, che dall' Ottomano esercito era gravemente com- 
battuta il 15 agoslo 1570, all'ora del mezzo giorno, mentre la 
cavalleria lurchesca era sbandata e occupala a foraggiare, attaccò 
i Turchi con tanto valore, che occupati due forti, e fatta grande 
strage dei primi, avendo per indubitato d' esser soccorso dalla ca- 
valleria, come gli era stato promesso, fece tal impeto nel grosso, 
che arrivò fino al padiglione di Mustafà, capitano generale delle ar- 
mi ottomane, mettendoli in tale scompiglio, che in altro più non 
confidarono, che nella fuga, e già buona parte ricorsi ai lidi s'erano 
ricoverati ne' vascelli. Ma non essendogli mai arrivalo il promes- 
so soccorso, sempre combattendo, e soddisfacendo appieno all' uf- 
ficio di magnanimo guerriero e prode capitano, cadde trafitto da 
molle ferite, e perduta la maggior parte de' suoi soldati, incorag- 
giti i Turchi della sua morte, riportarono una sanguinosa vittoria. 



P I O V E IN E 

II conte Guido, suo fratello, il quale continuava nel servizio 
del Serenissimo di Savoja col titolo di colonnello maggiore, e il 
cui valore nell'armi, portato sull'ali della fama, Io avea reso ce- 
lebre in tutta P Europa, fu richiamalo anch' egli alla patria e de- 
stinato governatore di Candia e delle milizie di quel Regno dalla 
Serenissima Repubblica, dalla quale poscia fu spedito ambasciatore 
al Serenissimo di Savoja, nella nascita dell' infante Filiberto , e se 
dalla morte immatura non era prevenuto, accresceva mirabilmente 
lo splendore della patria. 

II conte Guido e Giuliano, fratelli Piovene, ambidue cavalieri 
de' SS. Lazzaro e Maurizio, soggetti d'eminente dottrina, disqui- 
sita facondia e regia munificenza, non solo conservarono la servitù 
contralta da' maggiori con le Serenità di Savoja e di Mantova, di 
cui i conti Filiberto e Scipione furono capitani di molto grido, ma 
P accrebbero di vantaggio a segno di grande famigliarità, e di ciò 
ne fa chiaro testimonio il soggiorno che fece Filiberto duca di 
Savoja in casa loro a spese d' essi signori *, e le varie ricreazioni 
con le quali splendidissimamente Io accolsero, come lo stesso 
Marzari asserisce, e le memorie, che al dì d' oggi conservano co- 
testi signori viventi, ne fanno ampia fede. 

Guglielmo, duca di Mantova, diede loro più volte questo se- 
gno di famigliarità, e per caparra della slima grande che faceva 
di questi signori, elesse ambasciatore alla Maestà Cesarea il conte 
Guido per affari di molta importanza, il quale, prevenuto da morte 
immatura, raccolto da' suoi, anzi da tutta la città, con grande 
tributo di lagrime e sospiri, lasciando la cura di queste cose mor- 
tali, salì a cogliere il premio di tanle sue virtù. 

Lo stesso favore in occasione di passaggio ricevettero dall' e- 
minentissimo cardinale Collalto. In somma le alte maniere di co- 
testi signori con irresistibile forza traevano i grandi a favorirli ed 
onorarli. 

Né l'eroica virtù di questa famiglia è punto illanguidita in 



IMOVENE 

questa eia, nella quale, sebbene ristretta a poco numero, non le 
mancano tuttavia soggetti eminenti in lettere, facondia e virtù 
militare, pronti ad affaticare pel bene della patria, e a spendere, 
non pur Toro, ma il sangue per cooperare alla sua gloria e splen- 
dore. Però non comporta la singolare modestia di cotesti signori 
viventi che si venga a più ampii particolari sulle virtù che tanto li 
distinguono. 

Con Sovrana risoluzione 18 dicembre 1817, l'ora defunto 
conte Luigi Piovene fu confermalo nella avita nobiltà, e con altra 
S. R. 14 luglio 1820 ottenne la dignità e titolo di conte dell' im- 
pero austriaco. Per disposizioni leslamenlarie gli attuali rappresen- 
tanti di questa cospicua casa assunsero anche gl'illustri cognomi 
di Godo e Porto (1). 



[ì] Yeggasi l'albero genealogico degli attuali rappresentanti. 



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(di Pistoja) 

Avendo noi pubblicato iti questo Sommario diverse genealogie di Nobili fami- 
glie Pistojesi, omettemmo di pubblicare quella riguardante la Casata Pistoj appar- 
tenente in origine a quella Città, come abbiamo rilevato da molli documenti, Ca- 
sata resasi illustre nel corrente Secolo dal Chiarissimo Cav. Commendatore Giusep- 
pe Pistoj, il quale ben merita di avere un posto nel presente Storico Sommario, e 
di esser così segnalalo alla memoria dei Posteri non tanto pei suoi pregj singolari 
che gli valsero la non comune distinzione di essere dai diversi Governi della To- 
scana per 48 anni occupato alternativamente negli affari Diplomatici, ed ammini- 
strativi, quanto ancora per le sue virtù Cittadine coli' esercizio delle quali ben me- 
ritò della sua Patria. 

Riparando adesso a questa nostra omissionejrendiamo di pubblica ragione là 
storia genealogica di questa Stirpe, affinchè rilevati da Noi soggetti che 1' hanno 
illustrala si scorga la giustizia di essere collocala accanto alle nostre Nobili Fa- 
mìglie Toscane. 

Sebbene siano per Noi riuscitejnfruttuose le ricerche praticate, onde conosce- 
re 1" autore di questa Famiglia ciò non pertanto troviamo negli antichi Cronisti Pi- 
stojesi citati in fondo a questi cenni, che alcuni individui ad Essa appartenenti in- 
cominciarono fino dal Secolo decimoquarto a segnalarsi negli uffici pubblici, e sotto il 
nome di Guglielmo, Giovanni, e Marco Antonio Da Pistoja a noi ce li tramanda la 
Storia. In progresso di tempo siccome molte altre Casate, subì ancor questa una 
cerla modificazione, e si cangiò nel nome di Pistoj, conservando però tuttavia l' an- 
tico appellativo Da Pistoja. 

Guglielmo Da Pistoja che fioriva nel secolo XIV fu uomo versatissimo nelle let- 



2 P1ST0J 

tere Greche, e Latine, e celebre per le sue poetiche composizioni di guisa che ac- 
quisissi la stima, e P amicizia del famoso Poeta Pistojese Cino Sinibuldi. 

Giovanni Da Pistoja nell'anno 1417 occupava degnamente la Cattedra di Ret- 
lorica, e Poetica nell' università di Bologna; e nel 1465 

Marco Antonio Da Pistoja fu celebre Giureconsulto, e Lettore nella predetta 
Università. 

Successivamente non si trovano nei Diarj Pistojesi altri soggetti che meritino 
particolare menzione, ma la illustrazione di questa Famiglia è tutta moderna pe- 
rocché non incominciò veramente a rifulgere che nei primordj del secolo corrente 
col Commendatore Giuseppe, e con altri Personaggi suoi antenati, che sebbene di 
minor conto, pure giova ricordare per lustro, e splendore di questa schiatta. 

Giuseppe Pistoj fu Cavallerizzo di Sportello o Scudiere del Gran Duca Pietro 
Leopoldo I di celebre memoria. 

Francesco, Padre del Commendatore Giuseppe, intrapresa la carriera militare 
fu graduato nel distinto Corpo delle Guardie Palatine al servizio del Gran Duca 
suddetto. 

Ferdinando percorse anch'Egli la carriera delle armi, militò sotto le aquile del 
I Napoleone, e dopo di essersi coperto di gloria in più battaglie vinte da quel 
Grande, morì combattendo all'assedio di Konigsberg in Germania. 

Giovanni fu Cassiere dell'Amministrazione Militare, e 

Giovacchino era Magazziniere dei sali e tabacchi a Siena. 

Ma qui cade in acconcio di far menzione del Cav. Commendatore Giuseppe, e 
mediante un rapido cenno biografico porre in rilièvo i servigj da lui prestati allo 
Stato, e li onori cavallereschi, e civili che gli furono compartiti da diversi governi, 
e Potentati Europei dovuti ai suoi meriti, ed alle sue qualità di mente e di cuore, 
per cui acquistossi gloria e rinomanza imperiture. 

Ammesso nel dì 7 Giugno 1806 nel Supremo Tribunale di giustizia, nell' anno 
1812, dopo di aver militato nel Corpo dei RR. Cacciatori a piedi della Regina di 
Etruria, fu nominato dal governo francese Traduttore giurato delli Atti Municipali 
ed Inlerpetre di diversi Tribunali Militari. 

Nel 1814 fu nominato Commesso nella I. e R. Segreteria degli Affari Esteri, 
e nel 1817 essendo stato incaricato il Conte Baldelli Commissario straordinario 
alla Regia Corte di Sassonia per trattare del matrimonio dell'Arciduca Leopoldo, 
il Commendator Giuseppe gli fu assegnato per suo Segretario. — Quindi nel 3 di- 
cembre 1821 fu nominato nella stessa qualità pel Marchese Carlo Ginori Lisci, il 
quale fu Egli pure inviato Commissario straordinario pel Governo Toscano alla 
Corte suddetta per trattare del matrimonio del Gran-Duca Ferdinando III, e nel 
dì 7 settembre 1822 nominato primo Commesso al dipartimento degli Affari Esteri, 
ove passò poscia primo Segretario sotto P immediata dipendenza del celeberrimo 
Conte Vittorio Fossombroni, dopo il quale ufficio, il Commendatore Giuseppe fu 
onorevolmente nominato nel successivo anno 1825 incaricato di affari per la To- 
scana presso il governo Francese. 

Dopo di aver sostenuto altri uffici, e adempito altre nobili missioni nell' inte- 
resse del Governo, nel di 10 novembre 1832, fu creato Sopraintendenle Generale 
al Dipartimento delle RR. Poste di Toscana, carica che occupò pel corso di anni 
20 e perdurante la quale fu inviato Commissario straordinario a Roma per trattare 
una nuova convenzione postale. Nel 1851 concluse la convenzione postale con la 
Francia. 

In fine nel 1852 nella sua età settuagenaria ed afflitto da gravi incomodi di 



P1ST0J 3 

salute, domandò, ed ottenne il meritato riposo con ragguardevole aumento di pen- 
sione, per ricompensa di tanti utili servigj da lui prestati al governo ed alla sua 
Patria, a vantaggio della quale consacrò intieramente la sua vita. 

Adesso il Commendatore Giuseppe vive privatamente pago soltanto dell'eser- 
cizio di quelle virtù cittadine, che sono il suggello della sua vita intemerata, e 
straordinariamente opefosa. 

Stimo pregio dell'opera qui riportare le onorificenze di cui è stato insignito 
da varj Governi Europei il divisato Commendator Giuseppe perdurante il corso 
della lunga sua carriera, non per far pompa di tante decorazioni cavalleresche, che 
certamente repugnerebbe alla conosciuta di lui modestia, ma perchè dalla prove- 
nienza di quelli onori si veda che al vero merito li onori stessi destinavansì. 

Commendator dell' ordine del merito sotto il titolo di S. Giuseppe di To- 
scana. 

Commendator dell' Ordine Imperiale della Corona di ferro d' Italia. 

Commendator dell' Ordine Imperiale di S. Anna di Russia. 

Commendatore della Legion d'onore di Francia, conferitali nel 1851 da Napo- 
loonc III. Presidente di quella Repubblica 

Cavaliere del merito Civile del Regno di Sassonia. 

Cavaliere di S. Stefano di Toscana. 

Cavaliere di S. Maurizio, e Lazzero del già Regno di Sardegna. 

Cavaliere dell' Ordine Costantiniano di S. Giorgio di Parma. 

Cavaliere della Ducale Casa Albertina di Sassonia Meiningen. 

Il Magistrato Civico di Pistoia con deliberazione del 23 Gennaio 1864, confer- 
mava la Nobiltà Pistojese, non tanto al prefato Commend. Giuseppe, quanto a tut- 
ti i Membri della sua Famiglia, e glie ne dava partecipazione per mezzo del Gon- 
faloniere Nobile Sig. Alessandro Sozzifanti con sua lettera del 26 di detto mese; 
Deliberazione sanzionata poscia con Sovrano Rescritto del 1 Marzo 1844. 

Adesso questa Nobile prosapia fiorisce nei seguenti soggetti 

Avv. Clemente Auditore, e Giudice d' Istruzione al Tribunale di Prima Istanza 
di Arezzo. 

Avv. Leopoldo, secondo Auditore al Tribunale di Prima Istanza di S. Minialo 

D. Vittorio R. Architetto Civile a Pisa. — Questi tre sono figli dell' altefatc 
Cav. Commendatore Giuseppe Pistoj. 

Cesare Aud. Militare a Salerno insignito di recente dal II. Governo Italiano 
della Croce dei SS. Maurizio e Lazzero. 

Francesco figlio di Giovacchino esercente l'Avvocatura ad Arezzo 

Suor Teresa Giuseppa Superiora delle Salesiane a Pescia, ove si dislingue per 
la sua esemplare Pietà, e per 1 illuminata saggezza con cui dirige quel Monastero. 



Autori e Documenti dai quali sono stali tratti questi Cenni. 

FIORAVANTI — Memorie Storiche di Pistoia. 

SALVI — Storia di Pistoia. 

ALFEROLI — Diario Pistoiese. 

Lettera della Deputazione sulla Nobiltà, e Cittadinanza Toscana. 

Lettera del Municipio Pistojese, ed altri Documenti. 




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PITTI 

( di Firenze ) 



Jja famiglia Pitti di Firenze ebbe per primitivo domicilio il castello di Se- 
mifonte oggi nffatlo diroccato. I! Progenitore si fu Bonsignore dei Pitti, 
che dopo la rovina del suo territorio andò peregrinando in Palestina ed 
ivi muori. 11 di lui figlio Bonsignore pose il suo domicilio in Firenze ed 
ebbe Maffeo il quale fu priore nel 1283, onore che ebbero i Pitti quaran- 
tasette volle fino al 153(3, ed in questa famiglia tredici individui tennero 
la suprema carica di Gonfaloniere di Giustizia. 

Bonaccorso figlio di Maffeo fu uomo molto religioso e ricco per cui potè 
soddisfare alla sua somma pietà edificando e dotando un monastero ed uno 
spedale in S. Anna in Verzaja ; ebbe per figlio Neri che fu Priore nel 
4361 e nel 1368. Peraltro chi elevarono la casata alla celebrità che ot- 
tenne furono i figli che ebbe Neri da Corradina di Gio. Strozzi sua mo- 
glie. Tra questi bisogna far menzione specialmente di Pietro, Luigi Fran- 
cesco e Bonaccorso. 

Pietro tenne in Firenze le primarie magistrature, e fu chiamato tre 
volte per Potestà dai Tifernati. Da Neri suo figlio venne Francesco che 
fu avo di un altro Francesco che sedè tra i Priori nel 1530, e fu uno 
della Balìa dopo la estinzione della libertà di Firenze. 

Da Ginevra Lanfredini gli nacque nel 1519 un figlio detto Jacopo, il 
quale essendo stato governatore di diverse città della Toscana finalmente 
nel 1568 fu eletto Senatore, e nel 1572 andò ambasciatore a Gregorio XIII 
e muori nel 4579. 

Jacopo contribuì più che altri ad illustrare la famiglia Pitti. Datosi fino 
dai primi anni allo studio della letteratura salì in fama di eultissimo uo- 
mo. Tuttora ci rimangono alcuni de' suoi scritti, fra i quali molte poesie 
e discorsi accademici, 1' Apologia dei Cappucci, dialogo in difesa dei po- 
polani di Firenze contro le accuse dategli dal Guicciardini ; la vita di Jn~ 
tonio Giacomini Tebalducci, e le Storie fiorentine che furono pubblicate 
nel 1842 nell' Archivio Storico. Queste Storie comprendono il tempo tra 
il 1494 ed il 1529 e stanno di mezzo tra il Varchi ed il Segni, quantunque 
non cedano punto loro in valore. 

Jacopo prese per moglie Maddalena di Sinibaldo Gaddi che portò nella 
famiglia Pitti il patrimonio ed il cognome dei Gaddi. Gammillo e Cosimo 
di lui figlio divisero la discendenza in due rami. Gammillo ebbe per figlio 



2 PITTI 

Iacopo detto Gaddi che in Italia e fuori si rese celeberrimo per la sua 
erudizione; questi scrisse il Trattato Storico della famiglia dei Gaddi; 
li elogi latini degli uomini più celebri di Firenze; un trattato de Scripto- 
ribus non ecclesiasticis stampato in Firenze nel 4648, e molti altri lavori 
fece. 

Sinibaldo di lui fratello continuò la linea dei Pitti Gaddi che si estinse 
nel 4748 in Sinibaldo di Pietro ultimo dei maschi di questo ramo. Sini- 
baldo T ultimo ebbe dal Granduca Gio Gastone nel 4728 il titolo di Marchese. 

Come rappresentante della famiglia Pitti restò l'altro ramo proveniente 
da Cosimo altro figlio dello Storico Iacopo, ma si spense anco questo nel 
4796 in Gaspero di Lorenzo Gaetano. 

Luigi Secondo figlio di Neri Pitti fu inviato ambasciatore a Lucca a 
Gregorio XII nel 4408 a condolersi con lui perchè non avesse mantenuta 
la promessa fatta di un concilio, per calmare la chiesa agitata dallo sci- 
sma di più pontefici; nel 4414 fu mandato a Napoli per congratularsi col 
re Ladislao per la pace fatta con Luigi di Angiò : Nei 4442 per lo stesso 
re Ladislao fu governatore della città d'Aquila. Tra i figli di Luigi fu il fa- 
moso Nerozzo che profittando delle discordie della Grecia nel secolo deci- 
moquinto salì al Trono di Tebe che lasciò ai suoi figli, i quali però ne fu- 
rono spogliati dai Turchi. 

Francesco fu due volte Priore, Governatore di Pistoja e di altre città 
di Firenze; ed anch'esso fu Governatore della città di Aquila per Ladi- 
slao re di Napoli; ebbe diversi figli fra i quali Caterina e Giannozzo. Ca- 
terina contrasse matrimonio con quel Guido de' Guidi Conte di Moncione 
che fu ucciso nel 4421. Giannozzo sostenne onorifici incarichi nella Re- 
pubblica di Firenze. Fu Priore nel 4437, nel 1440 e nel 4443. Nel 4452 
Gonfaloniere di Giustizia. Portò le armi in favore della casa di Ara- 
gona nella guerra che sostenne per l'acquisto del regno di Napoli, 
e nell' ingresso solenne che fece il re Alfonso in questa città fu armato 
sulla porta cavagliere a sproni d' oro. Nel 4446 andò ambasciatore al Pon- 
tefice Niccolò Quinto. Nel 4447 fu inviato ad Alfonso di Aragona per sa- 
pere cosa egli si volesse dalla Repubblica fiorentina, perocché si era po- 
sto col suo esercito a campo a Montepulciano. Nel 4452 si portò a Livorno 
a ricevere Eleonora di Portogallo sposata a Federigo terzo Imperatore e 
per servirle di scorta fino a che si rimanesse nel dominio fiorentino. Nel 
4453 fu uno degli ambasciatori mandati a Roma a conferire con Pio se- 
condo per la pace ed una lega fra tutti i principi e le Repubbliche cristiane 
per agire contro i Maomettani. Nel 4472 fu tra i venti cittadini deputati 
a ricondurre all'obbedienza della Repubblica la città di Volterra che si 
era ribellata, e morì nel 4473. 

Da Sebastiano suo figlio che fu Priore nel 4503 nacque Giovanbatisla , 
il quale fu posto in Rargello dal Cardinale Passerini nel 4527 per aver 
detto male della famiglia dei Medici, ma cacciata questa poco dopo da 
Firenze, fu posto in libertà. Egli era uomo dotato di moltissime virtù e 
fra queste un amore ardentissimo della libertà della patria., stata concul- 
cata dai Medici per cui godea altissima stima e venerazione fra' suoi, con- 



PITTI 3 

cittadini. Quando i fiorentini oppressi dalla prepotenza delle armi di Carlo 
quinto e del Papa Clemente settimo dovettero cedere ai Medici, Gio. Battista 
fu uno degli ostaggi per la garanzia dei patti stabiliti. Ma i Medici li rup- 
pero e relegarono il Pitti al di là delle 30 miglia dal Dominio fiorentino. 
Gio. Battista non polendo sostenere la lontananza dalla patria ruppe Pesi* 
glio, per cui nel -1534 fu condannato nella pena della ribellione maggiore. 
Prese parte a tutte le cospirazioni per atterrare la dominazione dei Medici 
e dopo la battaglia di Montemurlo si ricoverò in Napoli. Il ramo di esso 
manco verso la metà del Secolo decimosettimo. 

Più illustre delle altre è la discendenza di Bonaccorso. Egli stesso scrisse 
una cronaca assai pregiata della propria famiglia in cui riporta i fasti di 
essa ed ì proprj. Fu Gonfaloniere di giustizia nel 1412 e nel 1410; e fu 
impiegato in molte ambascerie. Fu inviato nel 1396 in Francia a trattarvi 
con Carlo Sesto una lega per cinque anni contro i Visconti. Ma il re non 
avendo adempiuto a quanto avea promesso vi tornò nel 1398 perchè man- 
tenesse i patti convenuti. Andò nel 1401 ia Trento a Boberto di Wittel- 
sbach fatto re dei Romani per spingerlo a muovere la guerra a Gio. Ga- 
leazzo Visconti nemico costante della Repubblica di Firenze, ed in questa 
ambasceria ebbe il privilegio eli porre per cresta al cimiero il leone della 
Baviera. Nel 1404 fu mandato a Genova per ricuperare le mercanzie state 
tolte ai Fiorentini da Lemeingre luogotenente del re di Francia. Nel 1406 
tornò a Parigi per chiedere soddisfazione dell'insulto fatto agli ambascia- 
tori fiorentini che erano stati imprigionati in Fiandra da Giovanni di Va- 
lois Duca di Borgogna detto il Cavaliere senza paura. Nel 1410 intervenne 
nell'accampamento di Luigi di Anjou che faceva la spedizione di Napoli 
contro il re Ladislao. Nel 1419 fece parte della solenne ambasceria in- 
viata a Castrocaro per incontrarvi il Papa Martino Quinto ed accompagnarlo 
a Firenze, stabilita per propria sede fino a che non fossero cessati i tor- 
bidi e l'anarchia di Roma 

Bonaccorso ebbe molti figli da Francesca di Luca degli Albizzi. Roberto 
fra questi che fu Gonfaloniere di giustizia nel 1445. Da costui derivava Don 
Miniato di Girolamo Pitti monaco Olivetano ed abate del monastero di S. 
Miniato al Monte presso Firenze, celebre per le immense cognizioni let- 
terarie non tanto quanto per la vasta dottrina nelle scienze matematiche. 
Fu molto amico di Giorgio Vasari; e si vuole da molti che le vite dei 
Pittori che hanno reso illustre il nome del Vasari sian state scritte da 
Don Miniato sugli appunti somministrati dallo stesso Vasari. 

Da Neri altro figlio di Buonaccorso venne un ramo che si estinse nel 
1747 in Baccio di Cosimo che muori nel 1747 in Spagna ove avea preso 
stanza per ragioni di commercio. Da Luigi che per due volte fu Potestà 
di Milano e di Cremona venne Pierantonio che nel 1468 fu confinato come 
istigatore della guerra che i fuorosciti fiorentini aveano intrapresa contro 
Piero de' Medici. Da questo venne quel ramo che si estinse nel cavagliere 
Ottavio morto nel 1809. 

Luca di Buonaccorso nacque nel primo di giugno del 1395 ottenne nella 
Repubblica molte magistrature e molte onorevoli missioni. Nel 1440 fu da 



4 PITTI 

Eugenio quarto mandato a Roma per spingere Antonio Rido castellano del 
Forte S. Angelo ad impadronirsi della persona del cardinale Vilelleschi, 
il quale condotto da sfrenala ambizione incuteva timore di nemiche inten- 
zioni verso i dominii papali. Il cardinale non solo fu imprigionato, ma 
nella lotta che sostenne per difendere la propria vita ricevè molte ferite 
delle quali muori. Nel 4449 fu pure inviato ambasciatore a Francesco 
Sforza per congratularsi seco lui della sua ascensione al trono di Milano e 
per offrirgli li ajuti della Repubblica onde ridurre sotto il suo potere il 
ducato contrastatogli. Nel 1452 era uno del magistrato dei dieci nella guerra 
contro Alfonso re di Napoli. Le ricchezze di Luca erano immense, gene- 
rosissimo era, per cui i suoi concittadini lo stimavano molto e lo amavano, 
e a ciò contribuiva pure Cosimo de' Medici che lo aveva in gran pregio, 
perchè gli si mostrava devotissimo. 

Di fatto nel 4458 essendo egli Gonfaloniere di giustizia ordinò si ammaz- 
zassero in prigione Girolamo Macchiavelli, Carlo Henizzi, e Niccolò fiar- 
badori, uomini amantissimi della patria libertà; ed a Cosimo Luca fece 
credere che a ciò fare fosse stato condotto da scoperta congiura contro la 
potenza Medicea. In rimunerazione di questo nel 4463 Cosimo fece un de- 
creto per il quale si stabiliva che il Pitti dovesse essere armato cavagliere 
del popolo con fastosissima pompa sul battistero di S. Giovanni. Per questo 
fatto Luca aggiunse al suo stemma^ che era composto di fasce ondate di 
argento in campo nero, la piccola croce rossa insegna del popolo fioren- 
tino, sotto il rastrello rosso scempio a quattro pendenti. 

Morto Cosimo de' Medici gli successe Piero suo tìglio uomo <iu nulla e 
di mal ferma salute. Egli fu circuito da uomini ambiziosi che pretendevano 
• ai di lui favori, e dagli amatori della libertà patria per ridurlo a rendere 
le sue franchigie a Firenze. Luca Pitti voleva in qualunque modo essere 
l'uomo il più cospicuo in Firenze; ma Diotisalvì INeroni uomo di assai 
più vasta mente di Luca agognava allo stesso fine. 

Si stabilirono due fazioni, quella del piano che teneva per i Medici, 
quella del monte con alla testa Luca per la Repubblica: si venne alle armi. 
Niccolò Soderini, nemico dei Medici, senza ambizione, e caldo amatore 
della patria, il primo si armò e condotto seco quasi tutto il popolo di ol- 
trarno andò alle case di Luca Pitti pregandolo a montare a cavallo, ma 
accortosi Luca che se il Medici cadea non a lui sarebbe toccato il supremo 
rango nella Repubblica, ma a Diotiaalvi INeroni, non solo non volle accon- 
sentire al Soderini ma lo consigliò ancora di cessare dalle armi e tornar- 
sene a casa, per cui Niccolò pronosticò che non solo con ciò facea per- 
dere alla patria la sua libertà, ma a sé ed agii altri la patria, a lui lo 
stato, e le sostanze. Difatto Piero divenuto il più forte, per che avea dalla 
sua il Gonfaloniere, ed il popolo, nominò nuovi magistrati; ed Agnolo 
Acciaioli, Niccolò Soderini, e Diotisalvi Neroni furono costretti a salvare 
colla fuga la vita. 

Luca fidato nella promessa fattagli da Piero di tenerlo nei consueti onori 
rimase in Firenze, ma al proprio vituperio all' abbandono diluiti: deserto 
in sua casa ebbe in orrore la vita e mori nel 4472. Lasciò incominciato 



PITTI B 

il suo palazzo famoso in tutta Europa detto ancor Palazzo Pitti, e 1.» sua 
villa (li Rusciano fuori la porla a S. Niccolò, ambedue col disegno di Fi- 
lippo di Ser Rrunellesco. 

Luca Pitti ebbe tre mogli, dalle quali gli vennero molti figli. 

Il palazzo così detto Pitti fu cominciato nel 1441 da Luca Pitti come 
abbiam detto col disegno di Ser Rrunellesco, ma coli' opera di Luca Fan- 
celli architetto fiorentino moltissimo abile, il quale Fancelli fece pure la 
Tribuna della SS. Annunziata col disegno di Leone Batista Alberti. Quando 
morì Brunellesco nel 4444 il palazzo era compiuto fino alle seconde fine- 
stre ; fu proseguito fino al tetto nella parte media, ma senza le ale ed i 
rondeaux. Nel 1465 cessata la potenza di Luca Pitti non potè compiersi 
la fabbrica poiché i parenti non erano in grado di proseguirla secondo il 
primo disegno. 

Nel 4529 il palazzo era di proprietà di Ruonaccorso Pitti ma non vi era 
che il corpo principale di tre piani senza cortile, senza il giardino di Ro- 
boli e senza quelle moltissime aggiunte che furono fatte in seguito da Co- 
simo primo, e dai suoi successori. 

Buonaccorso di Ruonaccorso di Luca Pitti nel 4549 vendè per noverila 
fiorini di oro alla Duchessa Eleonora di Toledo moglie di Cosimo primo 
il palazzo colle case che fiancheggiavano la piazza, e tutto il territorio 
chiamato 1' orto dei Pitti ed alcuni poderi. Di tutto questo terreno col di- 
segno del Tribolo, e del Rontalento Cosimo fece il celeberrimo giardino 
detto di Roboli poiché quel territorio si chiamava di Rogoli appartenente 
forse in prima alle famiglie Rorgoli, e cambiando il g, o l' rg in b fu 
detto Roboli. 

Rartolommeo Ammannati seguendo il disegno del primo e second'ordine 
vi aggiunse le due ale ; quindi si aggiunsero le ale di fianco le quali fu- 
rono compiute dall'architetto Poccianti sotto Leopoldo secondo. 

Ruonaccorso il maggiore dei figli di Luca Pitti nacque nel 4419 ottenne 
cariche luminose nella Repubblica di Firenze. Nel 4464 andò ambasciatore 
a Luigi undecimo per congratularsi della sua ascensione al trono di Fran- 
cia dopo la morte di Carlo settimo. Nel 4464 fu inviato a prestare obbe- 
dienza a nome della Repubblica al papa Paolo secondo, dal quale pei suoi 
meriti fu creato cavagliere. Nel 1487 fu Gonfaloniere di giustizia. Si am- 
mogliò nel 1445 con Francesca di Matteo Scolari nipote del celebre e po- 
tentissimo Pippo Spano, dalla quale ebbe diversi figliuoli fra questi Lorenzo 
e Giovanni. Il primo fu Gonfaloniere di giustizia nel 1514 ed ebbe per 
figlio Ruonaccorso che fu priore nel 1528. Oliando fu tolta la libertà di 
Firenze questo Ruonaccorso era fra gli otto di guardia, e balia, e in quel- 
1' epoca fu tolto di ufficio. 

Da Giovanni venne quel Buonaccorso che figurò nel contratto di vendita 
del palazzo Pitti ad Eleonora di Toledo. A questa vendita non furono tanto 
condotti i Pitti dal decadimento della loro potenza, quanto dal prepotente 
volere della famiglia Medicea. 

Questo ramo cessò nel secolo decimosettimo. 

Pi«ro di Luca parteggiò sempre per Medici per cui avendo preso parte 



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6 PITTI 

nel 1497 alla congiura di Bernardo del Nero per rimettere in Firenze i 
Medici espulsi Piero fu bandito dalla patria. Antonio suo figlio fu sempre 
aderente ai Medici ed essendo egli presso papa Clemente settimo quando 
fu spenta la libertà di Firenze fu da lui mandato come parte della Balia 
creata a riformare il governo. Questo ramo mancò nel 1680. 

Iacopo di Luca fu ardentissimo della libertà e nel 4498 fu eletto com- 
missario generale nella guerra contro i Pisani. Da esso discendono i su- 
perstiti Pitti. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTI-: ISTORIA 

PASSERINI, note alla Mariettu de' Ricci. — Delizie deyli Uomini eruditi 
Toscani. — Scipione Ammirati, Storie. — INardi, Storie. — Enciclo- 
pedia. — Segni, Storie. — Biografia Universale. 





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PLACIDI 

(di Siena) 



La illustre famiglia Placidi discende da Radi nella Provìncia di Siena. 

Ugo fu uno fra i Trenta Citladini eletti nel 1232 dal Consiglio nel Magistrato, 
i quali con grand'animo preso l'Ufficio cominciarono a far le provvisioni per soste- 
nere la guerra, allorché l'Imperatore Federigo s'incamminava verso l'Italia. 

Cione nel 1251 fu Gonfaloniere dei Cavalieri della Città di Siena, nella spedi- 
zione contro i Guelfi Fiorentini. 

Altro Cione nel 1306 fu ambasciatore della Repubblica a pacificare quei di 
Montiano, con i Grossetani; e nel i 338 si trovava fra i primi Cavalieri fatti dal 
Pubblico, e nell'andare con un Principe Francese in giro per la Città, secondo la 
costumanza di quei tempi, ricevette distinti particolari onori. 

JBartolotnmeo d' Aldello ricevette la sommissione di Grosseto ai Senesi nell'anno 
1310. 

Placido d' Ugo IV Aldello fu il primo che nel 1326 risiedè nel supremo Mae- 
strato, e nel 1394 fu mediatore delle differenze tra i conti di Sovana, e quei di 
Santa Fiora. 

Domenico venne nel 1380 nominato Commissario della Repubblica andando 
ambasciatore a Carlo Re di Napoli, e quindi a Pio terzo per fare la consegna della 
Contea della Suvara. 

Il Beato Domenico di Cione, celebre servo di Dio, venne nel 1428 eletto Cano- 
nico regolare. 

Francesco di Nanni, per sospetto appartenente alla congiura, fu nel 1457 con- 
dannato ad una somma di denaro, ed al confino. 

Giovanni D' Agnolo, ìnstituendo nel 1473 il Monte di Pietà, fu il primo Ca- 
marlingo. 

Messer Placido D' Aldello annoverato nel 1480 fra gli eletti di Balìa, e tolto 
dal Magistrato dei Nove, fu Capitano del popolo, ma per le vicissitudini avve- 
nute fu tolto dal Magistrato, e da ogni Ufficio, ed onor pubblico, e confinato per 



2 PLACIDI 

qualtroanni insieme ai fratelli Neri e Domenico; ma informato a pieno il Duca di Sessa 
mando {conosciuta la insolenza di, chi governava la Repubblica) un suo amba- 
sciatore alla Balìa a comandargli da parte di Sua Maestà Cesarea, della quale E- 
gli era oratore in Roma, che annullasse e revocasse il confino ai Cittadini Placidi, 
protestando della inobbedienza e ingiustizia se in fatto non eseguiva la commis- 
sione. 

Neri d'AIdello nell' Anno 1482, quantunque gentiluomo di alto intendimento, 
non dimeno con i suoi fratelli, ed alcuni altri del Monte dei Nove, fu dai popolari 
di Siena, privalo di ogni ufficio ed onor pubblico, e confinalo per quatlro anni 
fuori dello Stato, proibendo sotto rigorosissime pene che da alcuno gli fosse dato 
ricetto, o somministrato cosa alcuna; ond'egli si gettò nelle braccia del Re Ferdinando 
di Napoli, sulle cui Galere montato scorse per Mare lungo le Maremme di Siena, 
pcrlochè dalla Balìa fu con altri dichiarato ribelle, dal che maggiormente irritato 
contro quel Reggimento, si unì con gli altri, ed avendo ottenuto alcune genti dal 
Signore di Piombino, per ordine del Re di Napoli, si fece vedere armato soilo Mon- 
te-Riggìoni, che tenuto dagli Esuli era assedialo dai Senesi, e sebbene fosse messo 
in fuga non per questo perdette 1' ardire né la riputazione, anzi tanto si adoperò, 
e col senno e colla mano ritornò per forza nella Città di Siena il 22 Luglio 
1487, ed essendosi creata nuova Balìa in numero di Ventiqualtro Egli fu uno dei 
nuovi senatori. Tre anni dopo gli fu data la carica di fare il Muro, levare i Bo- 
schi e le Macchie dal Lago di Pietra e di Castiglione, come con Giacomo Pe- 
trucci puntualmente eseguì. Era già stato eletto a stipulare in Roma la pace tra 
1 ordine dei Nove, e dei Riformatori, e poi dei Nove, con i Dodici. Scacciata poi 
la fazione Novesca dalla popolare, Neri con molti altri si gettò fuoruscito, po- 
nendosi ai servigi di Alfonso Re di Aragona, dal quale venne nominato a suo Con- 
sigliere. — Eguale qualità di Consigliere ebbe dal Redi Napoli, ottenendo da Lui il 
governo di varie Città, e dopo tornato in Patria ebbe in dono dalla Repubblica la 
Torricella di Chianti. In quell'epoca la sua figlia contrae matrimonio con Antonio 
Spannocchi. 

Altro Domenico nel 1507 fu Ambasciatore alla Dieta di Costanza. Fu Cava- 
liere illustre e Cancelliere lungo tempo del Senato di Siena. Grande influenza aveva 
sul popolo come avvisa il Feretriocon i seguenti versi 

Tu elongare tibi plebes mirabunda sonanti 
Sedibus applaudit plenis recitante theatro 
Pondera quique tenes humuris ingentia rerum 
Qua nulli s melius potatt mandare Senalus 
Debentur merito tibi maxima, et inclyta faclis. 

Scacciato poi nel 1527 di Siena fu confinalo a Urbino. Egli fu dei primi che col- 
l'csercito di Papa Clemente Settimo e dei Fiorentini, lento di ritornare alla Patria-. 
Andò vano il pensiero, ma in compenso venne consolato dal Papa, ottenendo il 
Governo di Orvieto. 

Altro Aldello nel 1524 fu Ambasciatore in Viterbo presso il Commendatore 
Herrera mandato in Spagna e in Italia dall'Imperatore Carlo V. Nel 25 luglio 1526 
venne rollo e disfatto colle sue truppe sotto Siena, e dichiarato ribelle e reo di 
Lesa Maestà. 

Nel 1527 fu nominato dal Papa Clemente VII Senatore di Roma, e nel Cam- 
pidoglio trionfò la sua virtù, e grandezza. Fu oratore di diritto Civile. Nell'aprile- 
1555 Lo troviamo CapiLano d'Infanteria, venendogli commessa la Guardia della Città 



PLACIDI 3 

ili Pier.za. — l'asso Capitano in Francia di una Compagnia di Corazze per la Lega 
Cattolica. Tornato in Toscana ebbe eguale cornando ad Arezzo. L'Ammirali dice 
che essendo Aldello stato sfidalo dal Capitano Bombaglino di Arezzo, recnsò 
di venire al cimento dell'Armi non per codardia ma per riverenza che aveva colla 
veneranda decrepitezza, il quale allo di cortesia piacque tanto al Gran-Duca Cosimo 
I, che ove prima slimava Aldello per valoroso lo reputò poi per generoso, e pru- 
dente. Schivò pure battersi a duello con Persio Buoninsegni. 

lacomo fu Castellano del Castello S. Angiolo a tempo di Paolo Terzo, e nel 
I5'i-3 Vescovo di Sessa. 

Fra Lepido Cavaliere di Malta fu inviato nel 1571 dal Gran-Duca in ajuto di 
Ridolfo Primo Imperatore con alcune genti. Mori coli' arme alla mano sotto la 
Fortezza di Pappa colpito da una moschettata in testa dopo la rotta navale. 

Fra Girolamo Gerosolimitano fu Capitano in Alemagna nel 1592, e venne Al- 
fiere della compagnia comandala da Lepido, e avvenuta la morte di questo, fu 
surrogato nel Comando. 

Marc' Antonio ebbe l'onore di essere adoperato dal Cardinale di Santa Fiora 
per la pace fra Paolo Quarto, e Filippo Secondo Re di Spagna. Appartenne 
all'Esercito del Duca di Lorena inviatovi da Madama Cristina Granduchessa di To- 
scana, e diede segni di gran valore nell'impresa di Negroponte e Bona. Fu fatto 
poi Governatore e Capitano di un' Isola fortificata. Guerreggiò in Ungheria, e la 
sua fama di valoroso guerriero gli procurò dai serenissimi potentati molte cariche 
come di capitano della Banda di Poggi in Casentino; di Governatore della For- 
tezza, e Capitano nelle Milizie di Montepulciano, e maestro di Campo. Giunto a 
grave età chiese ed ottenne il Comando dei Cavalleggeri di Montalcino, la qual 
Città essendo prossima alla sua Villa di Poggio alle Mura, avrebbe potuto avere 
le comodità desiderate. Morì compianto universalmente nell'anno 1637. 

Galgano di Luzio nel 1644 fu Capitano d'Infanteria, e poi mandato a governare 
le Armi di Montalcino. 

Giulio suo fratello lo rimpiazzò nel Comando di Capitano, allorquando Gal- 
gano fu nominato a Montalcino. 

Colui che portò il titolo di Conte a questa illustre famiglia fu un Aldello che 
lo conseguì dal Re Augusto che lo estese ai suoi fratelli, e discendenti tulti da loro. 
Dopo avere amministrati i fasci del Campidoglio nella dignità di Senatore di Roma 
fu oratore a Carlo Quinto per la fazione di alcuni suoi Cittadini fuorusciti. Guidò 
con tanto valore la Fanteria della Repubblica, e custodì con tanta sollecitudine la 
Città di Pienza, mentre la Signoria Sanese s'era ricoverala in Montalcino. Com- 
battè contro i francesi tanto valorosamente ancora alla difesa dì Malia assediata 
dai Turchi. Dal Gran-Duca ebbe l'onore di portare 1' insegna degli uomini d'arme 
•di Siena, e fu gentiluomo della Maestà della Regina Casimirra di Pollonia. 

Un'altro Aldello ancora militò con tanta reputazione in Francia, e finì i suoi 
giorni governando le Armi di Montalcino. Egli insieme al fratello Francesco furono 
quelli che si opposero perchè Francesco di Cammillo Petrucci succedesse nel go- 
verno al Cardinale Raffaello Petrucci. 

Evanlro figlio di Marc/Antonio fu Capitano d'Infanteria a Pescia, ed Aldello 
suo figlio fu nominalo Capitano d'Infanteria nella ritirata della guerra che vigeva 
fra i Principi collegati e i Papalini. Fu all'assedio della Molta in Francia, e se- 
guendo il Duca di Anghienne in Alemagna si trovò alla battaglia di Hordlinghen 
seguita fra Francesi e Bavaresi, ed ivi rimase ferito. Morì nel fiore della sua gio- 
ventù in Zulnechei. 



4 PLACIDI 

Giovanni di squisita letteratura, particolarmente nelle letlere umane, ed in ri- 
guardo alle scenze legali si facilitò larghissima slrada nella corte di Roma, a con- 
seguire notabile dignità, tra le quali fu di essere assunto alla Chiesa di Sessa nel 
Regno di Napoli. Placido suo fratello gli dedicò una coltre di Rroccato esistente 
nella Chiesa di S. Domenico in Siena. 

Nel 18 Febbraio di ogni anno si pone nei fasti della Città di Siena la morte 
del Beato Lorenzo Placidi. Fu questo servo di Dio uno dei più innamorati del Cro- 
cifìsso, fra i seguaci del Beato Giovanni Colombini, e le sue ammirabili virtù cri- 
stiane meritarono che fosse reso chiaro colla fama di alcuni miracoli. 

Pompilio del Cavaliere Lelio fu gran Conservatore della Religione. 

Muzio fu dei Cento uomini del Gran-Duca, e fu denominato il Cavaliere sin- 
cero, e Ridolfo il Cavaliere Inviato. 

Furono fatti Cavalieri di Malta Fra Tommaso, e Fra Placido nel 24 settem- 
bre 1657. 

Furono fatti del pari Cavalieri di S- Stefano Postumio di Fabio nel 26 aprile 
1572; Giovan Battista di Giulio, nel 16 settembre 1573, e Lelio di Pompilio nel 
14 settembre 1590. 

In ricompensa dei gran servigi prestati al pubblico ebbero i Placidi la Signo- 
ria del Poggo alle Mura neir anno 1490, confermata loro da Carlo V nel 1550 
per istrumento di Ser Francesco Petroni Fil. 5 n. 92, e confermata nuovamente 
sotto quello stesso Governo nel 1563. 

Nell'anno 1455 (Rog. Ser. Agnolo di Meo di Gano) ebbero pure . la Signoria 
di Vicarello che oggi da loro tutte si godano. 

Attualmente rappresentano questa famiglia gli onorevoli Signori Conti Giulio 
e Giovanni, nei quali non sapremmo se più encomiare, o le virtù pubbliche o le 
private, in cui la bontà del cuore, è pari alla nobiltà dei sentimenti; diremo sol- 
tanto che il Conte Giulio nel 29 Maggio 1853 ottenne la bolla di aggregazione all'or- 
dine di Malta dal Luogo-Tenente del Magistero Balj Fra Filippo di Colloredo, e 
nel 9 aprile 1856 dallo stesso Fra Filippo di Colloredo gli venne inviata altra 
bolla così concepita « Abbiamo accordalo al Cavaliere Conte Giulio Placidi, Vet- 
« tori, Guerrini, Cavaliere di devozione del nostro sacro Militare Ordine Geroso- 
« limitano, la facoltà di portare la Croce appesa al collo ». 

In attestato della sua sodisfazione per gli zelanti ed utili servigi prestati in 
vantaggio dei carcerati di Siena, ed incoraggiarlo nel tempo stesso a perseverare 
con eguale impegno nei medesimi, Sua Altezza Imperiale e Reale il Gran-Duca 
Leopoldo Secondo sotto di 9 Giugno 1855 si degnò ordinare che fosse fatta appo- 
sitamente coniare in argento, e fosse trasmessa allo stesso Sig. Conte Giulio Pla- 
cidi, che allora cuopriva ancora la carica di Gonfaloniere di Sovicille, una meda- 
glia di Onore coli' effige di Esso Regio Concedente, e con una iscrizione che con- 
giungesse al nome del Placidi il titolo di siffatta distinzione. 

QUESTE NOTIZIE SONO TRATTE 

DallUghelli — Ugurgeri — Gigli — Male volti — Dal Coresi del Bruno — e 
da alcuni manoscritti della Biblioteca Nazionale. 



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PLACIDI 

(di Siena) 



La illustre famiglia Placidi discende da Radi nella Provincia 
di Siena. 

Ugo fu uno fra i trenta Cittadini eletti nel 4232 dal Consiglio 
nel Magistrato, i quali con grand' animo, preso 1' Ufficio, cominciarono 
a far le provvisioni per sostenere la guerra, allorché l'Imperatore 
Federigo s' incamminava verso l' Italia. 

Cione nel 4251 fu Gonfaloniere dei Cavalieri della Città di 
Siena nella spedizione contro i Guelfi Fiorentini. 

Altro Cione nel 1306 fu ambasciatore della Repubblica a pacificare 
quei di Montiano con i Grossetani; e nel 1338 si trovava fra i primi 
Cavalieri fatti dal Pubblico, e nell'andare con un Principe Francese in 
giro per la Città, secondo l' uso di quei tempi, ricevè distinti onori. 

Bartolommeo d'Aldello ricevette la sommissione di Grosseto 
ai Senesi nell' anno 1310. 

Placido d'Ugo D'Aldello fu il primo che nel 1326 risiedè nel 
supremo Maestrato, e nel 1394 fu mediatore delle differenze tra i 
Conti di i^ovana e quei di Santa Fiora. 

Domenico venne nel 1380 nominato Commissario della Repub- 
blica, andando ambasciatore a Carlo Re di Napoli, e quindi a Pio 
terzo, per fare la consegna della Contea della Suvara. 

Il Beato Domenico di Cione, celebre servo di Dio, venne nel 
14-28 eletto Canonico regolare. 

Francesco di Nanni, per sospetto, appartenendo alla congiura, 
fu nel 1457 condannato ad una somma di denaro, ed al confino. 



PLACIDI DI SIENA 

Giovanni D'Agnolo, ^istituendo nel 1473 il Monte di Pietà, fu 
il primo Camarlingo. 

Messer Placido D'Aldello annoverato nel 14-80 fra gli eletti 
di Balìa, e tolto dal Magistrato dei Nove, fu Capitano del popolo; 
ma per le vicissitudini avvenute fu tolto dal Magistrato e da ogni 
Ufficio ed onor pubblico, e confinato per quattro anni insieme ai 
fratelli Neri e Domenico; ma informato a pieno il Duca di Sessa 
mandò (conosciuta la insolenza di chi governava la Repubblica.) un 
suo ambasciatore alla Balìa a comandargli da parte di Sua Maestà 
Cesarea, della quale Egli era oratore in Roma, che annullasse e 
revocasse il confino ai Cittadini Placidi, protestando della inobbe- 
dienza e ingiustizia, se in fatto non eseguiva la commissione. 

Neri d' Aldello nell'Anno 1482, quantunque gentiluomo di alto 
intendimento, nondimeno con i suoi fratelli ed alcuni altri del 
Monte dei Nove, fu dai popolari di Siena privato di ogni ufficio 
ed onor pubblico, e confinato per quattro anni fuori dello Stato, 
proibendo sotto rigorosissime pene che da alcuno gli fosse dato 
ricetto o somministrato cosa alcuna; ond' egli si gettò nelle braccia 
del Re Ferdinando di Napoli, sulle cui Galere montato, scorse per 
mare lungo le Maremme di Siena; perlochè dalla Balìa fu con altri 
dichiarato ribelle, dal che maggiormente irritato contro quel Reggi- 
mento, si unì con gli altri, ed avendo ottenuto alcune genti dal 
Signore di Piombino, per ordine del Re di Napoli, si fece vedere 
armato sotto Monte -Riggioni, che tenuto dagli Esuli era assediato 
dai Senesi, e sebbene fosse messo in fuga, non per questo perdette 
1' ardire né la riputazione; anzi tanto si adoperò, e col senno e colla 
mano che ritornò per forza nella Città di Siena il 22 Luglio 1487; 
ed essendosi creata nuova Balìa in numero di Ventiquattro, Egli fu 
uno dei nuovi senatori. Tre anni dopo gli fu data la carica di 
fare il Muro, levare i Boschi e le Macchie dal Lago di Pietra e di 
Castiglione, come con Giacomo Petrucci puntualmente eseguì. Era 
già stato eletto a stipulare in Roma la pace tra 1' ordine dei Nove, e 
dei Riformatori, e poi dei Nove con i Dodici. Scacciata poi la fazio- 
ne Novesca dalla popolare, Neri con molti altri si gettò fuoruscito, 



PLACIDI DI SIENA 

ponendosi ai servigi di Alfonso Re di Aragona, dal quale venne non» 
nato a suo Consigliere. — Eguale qualità di Consigliere ebbe dal Re di 
Napoli, ottenendo da Lui il governo di varie Città, e dopo tornato in 
Patria ebbe in dono dalla Repubblica la Torricella di Chianti. In quel- 
l'epoca la sua figlia contrasse matrimonio con Antonia Spannocchi. 

Altro Domenico nel 1507 fu Ambasciatore alla Dieta di Co- 
stanza. Fu Cavaliere illustre e Cancelliere lungo tempo del Senato 
di Siena. Grande influenza aveva sul popolo come avvisa il Feretrio 
con i seguenti versi: 

Tu elongare libi plebes mirabunda sonanti 
Sedibus applaudii plenis recitante theatro 
Pondera quique tenes humuris ingentia rerum 
Qua nullis melius potuit mandare Senatus 
Debentur merito tibi maxima, et inclyta factis. 
Scacciato poi nel 1527 di Siena, fu confinato a Urbino. Egli fu dei 
primi che coll'esercito di Papa Clemente Settimo e dei Fiorentini, tentò 
di ritornare alla Patria. Andò vano il pensiero, ma in compenso 
venne consolato dal Papa, ottenendo il Governo di Orvieto. 

Altro Aldello nel 1524 fu ambasciatore in Viterbo presso il 
Commendatore Herrera mandato in Spagna e in Italia dall' Impera- 
tore Carlo V. Nel 25 luglio 1526 venne rotto e disfatto colle sue 
truppe sotto Siena, e dichiarato ribelle e reo di Lesa Maestà. 

Nel 1527 fu nominato dal Papa Clemente VII Senatore di 
Roma, e nel Campidoglio trionfò la sua virtù e grandezza. Fu ora- 
tore di diritto Civile. Nell'aprile 1555 lo troviamo Capitano d'Infan- 
teria, venendogli commessa la Guardia della Città di Pienza. — Passò 
Capitano di Francia di una Compagnia di Corazze per la Lega 
Cattolica. Tornato in Toscana ebbe eguale comando ad Arezzo. 
L' Ammirati dice, che essendo Aldello stato sfidato dal Capitano 
Bombaglino di Arezzo, recusò di venire al cimento dell'armi, non 
per codardia, ma per riverenza che aveva colla veneranda decrepi- 
tezza; il quale atto di cortesia piacque tanto al Gran -Duca Cosimo I, 
che ove prima stimava Aldello per valoroso, Io reputò poi per genero- 
so e prudente. Schivò pure battersi a duello con Persio Buoninsegni. 



PLACIDI DI SIENA 

Iacomo fu Castellano del Castello S. Angiolo a tempo di Paolo 
Terzo, e nel 4543 Vescovo di Sessa. 

Fra Lepido Cavaliere di Malta fu inviato nel 1571 dal Gran 
Duca in aiuto di Ridolfo Primo Imperatore con alcune genti. Morì 
coli' arme alla mano sotto la Fortezza di Pappa colpito da una 
moschettata in testa dopo la rotta navale. 

Fra Girolamo Gerosolimitano fu Capitano in Alemagna nel 1592, 
e venne Alfiere della compagnia comandata da Lepido, e avvenuta 
la morte di questo, fu surrogato nel Comando. 

Marc' Antonio ebbe l'onore di essere adoperato dal Cardinale 
di Santa Fiora per la pace fra Paolo Quarto e Filippo Secondo 
Re di Spagna. Appartenne all' Esercito del Duca di Lorena, inviatovi 
da Madama Cristina Granduchessa di Toscana, e diede segni di gran 
valore nell'impresa di Negroponte e Bona. Fu fatto poi Governatore e 
Capitano di un'Isola fortificata. Guerreggiò in Ungheria, e la sua fama 
di valoroso guerriero gli procurò dai serenissimi potentati molle 
cariche, come di capitano della Banda di Poggi in Casentino, di Go- 
vernatore della Fortezza e Capitano nelle Milizie di Montepulciano, e 
maestro di Campo. Giunto a grave età, chiese ed ottenne il Comando 
dei Cavalleggieri di Montalcino, la qual Città essendo prossima alla 
sua Villa di Poggio alle Mura, avrebbe potuto avere le comodità 
desiderate. Morì compianto universalmente nell' anno 1637. 

Galgano di Luzio nel 164-4 fu Capitano d'Infanteria, e poi 
mandato a governare le Armi di Montalcino. 

Giulio suo fratello lo rimpiazzò nel Comando di Capitano, 
allorquando Galgano fu nominato a Montalcino. 

Colui che portò il titolo di Conte a questa illustre famiglia fu 
un Aldello che lo conseguì dal Re Augusto che lo estese ai suoi 
fratelli e discendenti tutti da loro. Dopo avere amministrati i fasci 
del Campidoglio nella dignità di Senatore di Roma, fu oratore a 
Carlo Quinto per la fazione di alcuni suoi Cittadini fuorusciti. Guidò 
con tanto valore la fanteria della Repubblica, e custodì con tanta sol- 
lecitudine la Città di Pienza, mentre la Signoria Sanese s' era ricove- 
rata in Montalcino. Combattè contro i francesi tanto valorosamente 



PLACIDI DI SIENA 

ancora alla difesa di Malta assediala dai Turchi. Dal Gran - Duca 
ebbe l'onore di portare l'insegna degli uomini d' arme di Siena, 
e fu gentiluomo della Maestà della Regina Casimirra di Pollonia. 

Un'altro Aldello ancora militò con tanta reputazione in Francia, 
e finì i suoi giorni governando le Armi di Montalcino. Egli insieme 
al fratello Francesco furono quelli che si opposero perchè Francesco 
di Cammillo Petrucci succedesse nel governo al Cardinale Raffa- 
ello Petrucci. 

Evandro figlio di Marc' Antonio fu Capitano d'Infanteria a Pescia, 
ed Aldello suo figlio fu nominato Capitano d' Infanteria nella ritirata 
della guerra fra i Principi collegati e i Papalini. Fu all'assedio della 
Motta in Francia, e seguendo il Duca di Anghienne in A'.emagna si 
trovò alla battaglia di Hordinghen seguita fra Francesi e Bavaresi, ed 
ivi rimase ferito. Morì nel fiore della sua gioventù in Zulnechei. 

Giovanni di squisita letteratura, particolarmente nelle lettere 
umane, ed in riguardo alle scienze legali si facilitò larghissima strada 
nella corte di Roma, a conseguire notabile dignità, tra le quali fu 
di essere assunto alla Chiesa di Sessa nel Regno di Napoli. Placido 
suo fratello gli dedicò una coltre di broccato esistente nella Chiesa 
di S. Domenico in Siena. 

Nel 18 Febbraio di ogni anno si pone nei fasti della Città di 
Siena la morte del Beato Lorenzo Placidi. Fu questo servo di Dio 
uno dei più innamorati del Crocifisso, fra i seguaci del Beato Gio- 
vanni Colombini, e le sue ammirabili virtù cristiane meritarono che 
fosse reso chiaro colla fama di alcuni miracoli. 

Pompilio del Cavaliere Lelio fu gran Conservatore della 
Religione. 

Muzio fu dei Cento uomini del Gran -Duca, e fu denominato 
il Cavaliere sincero, e Ridolfo il Cavaliere Inviato. 

Furono fatti Cavalieri di Malta Fra Tommaso e Fra Placido 
nel 24 settembre 1657. 

Furono fatti del pari Cavalieri di S. Stefano Postumio di Fabio 
nel 26 aprile 1572; Giovan Battista di Giulio, nel i6 settembre 
1573, e Lelio di Pompilio nel 14 settembre 1590. 



PLACIDI DI SIENA 

In ricompensa dei gran servigi prestati al pubblico, ebbero i 
Placidi la Signoria del Poggio alle Mura nell'anno 14-90, confermata 
laro da Carlo V nel 1550 per istrumento di Ser Francesco Petroni 
Fil. 5 n. 92, e confermata nuovamente sotto quello stesso Governo 
nel 1563. 

Neil' anno 1455 (Rog. Ser. Agnolo di Meo di Gano) ebbero 
pure la Signoria di Vicarello; che oggi da loro tutte si godono. 

Attualmente rappresenta questa famiglia l' onorevole Signore 
Conte Giovanni, nel quale non sapremmo se più encomiare, o le 
virtù pubbliche o le private, in cui la bontà del cuore è pari alla 
nobiltà dei sentimenti; il di lui fratello Conte Giulio morto or sono 
vari anni nel 29 Maggio 4853 ottenne la bolla di aggregazione 
all'ordine di Malta dal Luogo -Tenente del Magistero Balj Fra Filip- 
po di Colloredo, e nel 9 aprile 1856 dallo stesso Fra Filippo di 
Colloredo gli venne inviata altra bolla così concepita: « Abbiamo 
« accordato al Cavaliere Conte Giulio Placidi, Vettori, Guerrini, 
« Cavaliere di devozione del nostro sacro Militare Ordine Gerosoli- 
« mitano, la facoltà di portare la Croce appesa al collo. » 

In attestato della sua soddisfazione per gli zelanti ed utili 
servigi prestati in vantaggio dei carcerati di Siena, ed incoraggiarlo 
nel tempo stesso a perseverare con eguale impegno nei medesimi, 
Sua Altezza Imperiale e Reale il Gran -Duca Leopoldo Secondo, 
sotto di 9 Giugno 1855, si degnò ordinare che fosse fatta apposita- 
mente coniare in argento, e fosse trasmessa allo stesso Sig. Conte 
Giulio Placidi che allora cuopriva ancora la carica di Gonfaloniere 
di Sovicille, una medaglia di Onore coli' effige di Esso Regio Conce- 
dente, e con una iscrizione che congiungesse al nome del Placidi 
il titolo di siffatta distinzione. 

U. D. 




POLENTANJ DI RAVENNA 



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POLENTÀNI 



(di Ravenna) 



È a tutti abbastanza noto , per le infinite istorie che ne parlano, 
quanto antica fra le città d' Italia sia Ravenna, e in qual grado di 
potenza all' età dei municipj particolarmente sia pervenuta. Fu dessa la 
sede di tanti imperatori, esarchi e re sapientissimi, da non invidiare, né 
gloria, né splendore a qualsiasi altra città sì dell' Italia come dell'Europa. 
Se non che da tanto alto grado discese ne' tempi piti a noi vicini, deplo- 
rabile condizione, a cui tante altre umane grandezze soggiacquero. — 
Ravenna fu prima sotto la signoria dei Traversari, e poscia sotto quella 
dei Polentani. — Ostasio, il primo che si conosca di questa casa, discac- 
ciati ed estinti i Traversari, si fé' assoluto signore di Ravenna, ed a lui 
successe il figlio suo Bernardino — Guido di Bernardino venne dal 
Papa eletto vicario di Ravenna, e non molto tempo dopo miseramente 
perdette il bene dell' intelletto — Bernardino, figlio di Guido, successe 
al fratello — Ostasio II genito pur esso di Guido, resse il governo di 
quella città dopo il fratello nell'anno di nostra salute 1358. — Le 
figlie di Guido furono tre. Maritossi la prima con Francesco Gonzaga, 
marchese di Mantova ; la seconda con Causignorio Della Scala, signore di 
Verona ; e 1' ultima fu donna di Lanciotto Malatesta, uccisa da lui mede- 
simo insieme al di lui fratello Paolo, perchè colti in adulterio. — Il 
divin carme, che sulla loro sventurata peripezia sciolse 1' Alighieri, bastò 
per render Francesca da Rimini celebre alla posterità, che compiangendo 



POLENTANI DI RAVENNA. 

tanta umana fralezza guarda di scemare in lei la macchia d' un com- 
messo delitto — Obizo, figlio di Ostasio II, fu capitano della repub- 
blica di Venezia dalla quale venne posto nell' ordine di quei nobili, che 
coi Carraresi, signori di Padova, incontrarono una guerra tanto ostinata 
— Finalmente Ostasio III, figlio di Obizio suddetto, per l' empietà delle 
sue tirannie venne dal popolo detronizzato 1' anno 1441, e, datasi Ravenna 
in braccio alla Veneta Repubblica, vi spedì questa Jacopo Marcello onde 
la governasse. Condotto Ostasio con la propria moglie in Venezia, fu di 
là confinato in Candia, ove chiuse tenebrosamente i suoi giorni ; e così 
in lui finì pure la sua disgraziata famiglia, che per lo spazio di un secolo 
e mezzo avea tanto pomposamente signoreggiato Ravenna. 



(Dal Teatro Araldico) 



D 



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(di Reggio di Calabria) 



Le cronache più reputate che ci rimangono dei tempi di Cario 
Magno e di alcuni eccelsi poeti italiani che ne fecero argomento dei 
loro versi, gli storici che impresero a scrivere le notizie di quell'epo- 
ca , ci raccontano le persecuzioni acerrime a cui dovettero , per ra- 
gioni di Stato, sottostare per opera di quell'Imperatore alcune fami- 
glie reputatissime tra le quali ci piace citare, poiché oggi ci torna in 
acconcio, quella dei Pontari conti di Magonza. Devesi a queste per- 
ciò se alcuni individui di così illustre famiglia, bramando sfuggirne 
possibilmente il danno colla salvezza della vita, abbandonando ogni 
loro avere, cercarono emigrando un ricovero in Lombardia e ponen- 
dosi sotto l' immediato patrocinio del Re Desiderio, che era in aper- 
tissima guerra con Carlo Magno, patrocinio però che fu loro di ben 
corta durata, perchè, vinto Re Desiderio dalle soverchianti armi fran- 
cesi e fatto prigioniero, e resa soggetta a Carlo Magno la Lombar- 
dia , fu buona ventura pei Pontari se essi giunsero a procurarsi un 
nuovo rifugio circa il terminare del secolo ottavo nelle estremità 
delle Calabrie rette a dominio in allora dall'Imperatore Greco. Pare 
che primo a porre stabile dimora fosse Donato, contro cui più parti- 
colarmente erano rivolte le persecuzioni eli Carlo Magno. Ma vano 
sarebbe per noi il fare regolari e fruttuose ricerche (molto più dopo 
che esse tornarono vane nei più accurati storici Calabresi) da quell'epo- 
ca remotissima fino al secolo decorso, degl'individui che fiorirono in 
questa famiglia, la quale in tempi anteriori aveva fondato nelle vici- 
nanze di Reggio di Calabria, e propriamente nella contrada Tripodi, la . 
Chiesa beneficiata di S. Procopio, poiché incendi perpetrati in varie 
epoche dai Saraceni e da altri popoli barbareschi, ed i frequenti tre- 
muotiche desolarono le Calabrie ed in modo speciale Reggio, distrussero 
a più riprese tutte le memorie esistenti nei pubblici e privati archivi, 
che furono o arse o in mille guise disperse. E noi dobbiamo avere per 



PONTARI DI REGGIO DI CALABRIA. 

buona ventura se a quel solerte ingegno che fu D. Giuseppe Logoteta, 
così accurato scrutatore delle notizie storiche della sua Reggio , fu 
dato, rovistando nelle carte che confusamente si trovavano neh' ar- 
chivio arcivescovile rovinato dal terribile terremoto che afflisse le 
Calabrie nel 1783, di rinvenire per caso un documento in data del 
maggio 1537, nel quale si fa parola dei Pontari, e che consiste in un 
decreto di quella Curia Arcivescovile col quale si fa formale intima- 
zione a Lattanzio quondam Giovanni, patrono per legittimo retaggio 
della Chiesa beneficata di S. Procopio, di riedificare entro il termine 
di un anno la Chiesa di S. Procopio, da moltissimi anni diruta a ca- 
gione dei tremuoti, senza che niuno si dasse pensiero di ridonarla 
al culto divino a cui veniva destinata per mente del suo fondatore, 
sotto pena, scorso quel lasso di tempo senza avere fatto eseguire 
l'opportuno lavoro e curato che gli abitanti della contrada Tripodi 
non fossero più oltre privati della S. Messa, di perdere ogni diritto 
al possesso , e di vedere assegnati i beni annessi a quel beneficio , 
a tenore dei Sacri Canoni, al Seminario dei chierici di quella Diocesi- 
A questo decreto va pure unita la risposta di Lattanzio che,, dichia- 
rando apertamente di non trovarsi allora in condizioni economiche 
così fortunate da poter sottostare alla riedificazione di quella chie- 
sa nel mentre che in tutto si sottomette alle disposizioni del Sacro 
Concilio di Trento, implora che gli sia conservato il dominio assoluto 
del suolo ove si innalzava detta Chiesa e delle terre da lui dipen- 
denti, colPobbljgo di pagarne al Seminario il censo correspettivo che- 
potesse essergli imposto. E che un tale decreto avesse la sua piena 
esecuzione e la proposta di Lattanzio venisse favorevolmente accolta, 
lo si desume dall'essere stati i discendenti di quello, come gli attuali 
rappresentanti di una così illustre famiglia, sempre in possesso della 
terra ove si veggono ancora le rovine della chiesa di S. Procopio, e dal- 
l'avere puntualmente pagato al Seminario il canone che loro veniva 
imposto. La religiosa pietà che fu sempre ereditaria nella famiglia 
dei Pontari , non poteva però permettere , una volta che^ Ella fosse 
tornata in migliori condizioni economiche, che quei fedeli cristiani 
rimanessero più oltre privi degli uffizi divini in una località che loro 
poteva essere di minore utilità; e fu perciò che Don Antonio Pontari 
figlio di Salvatore chiese ed ottenne di poter riedificare quella Chiesa in 
altro posto dal primitivo, ma sempre nella stessa contrada, conservan- 
dole sempre l'intitolazione di S. Procopio, e facendole ampia donazio- 
ne di nuove terre, come risulla da pubblico atto notarile rogato in 



PONTAUI DI REGGIO DI CALABRIA. 

Reggio tra il sacerdote Antonio Pontari ed il molto Reverendo Don 
Francesco Greco Procuratore fiscale della Curia Arcivescovile, in da- 
ta del 26 aprile 1732. 

Dette queste poche particolarità che riguardano se non la prima 
origine, almeno l'antichità della famiglia Pontari, verremo ora a dire 
brevemente della discendenza diretta fino ai giorni nostri del sum- 
mentovato Lattanzio, quale risulta dall' albero genealogico della me- 
desima che per buona ventura ci venne alle mani per la cortesia di 
un valente scrittore di notizie patrie, che volle farcene dono. 

Giovanni fu padre di Lattanzio che sposò Angela Caccamo, donna 
di illustri natali e di religiosissimi principii. 

Francesco che condusse in moglie Silvia , appartenente pur essa 
alla cospicua famiglia Caccamo. 

Giovanni Gregorio che contrasse matrimonio con Lucrezia da Ca- 
pila di origine nobilissima. 

Salvatore che sposò Innocenza Straidi. 

Gaetano che si unì a Francesca Milea. 

Salvatore che menò a sposa Domenica Curato della cui nobiltà 
parleremo in queste pagine. 

Gaetano, in fine, che sposatosi a Maria Massari, visse con lei giorni 
felicissimi. 

Noi non citeremo ad uno ad uno tutti i nobili e cospicui uffici a 
cui questi individui ricchi di ingegno e di virtù, vennero sollevati in 
Reggio, poiché troppo a lungo ci condurrebbe il farlo , e poiché noi 
crediamo che le onorificenze meritate piuttosto che tornare in lode 
di quelli che le acquisirono, sono gloria di coloro che seppero farne 
un giusto reparto, e perchè nell'onorata memoria che essi lasciarono 
e vive tutt' ora in Reggio, è il più bell'elogio che per noi si potesse 
tributare ai medesimi, è la pagina più illustre della storia di questa 
famiglia. 

Attuale rappresentante ne è Salvatore, nobile patrizio, le cui rare 
prerogative aumentano lo splendore della industre prosapia a cui ap- 
partiene. Frutti del suo matrimonio con Musola Griso, donna vera- 
mente secondo il cuor suo, e troppo presto mancata ai viventi , ne 
sono figli Francesco, Giuseppe e Lucrezia. 



Conte Francesco Galvani. 




PORCELLETTI DI NAPOLI 




PORCELLETTI DI NAPOLI EC 



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PORCELLETTI 



JLa famiglia Porcelletti della città di Napoli, come 
quella di Spagna e d^Arles, riconosce la medesima origine, 
e Tarma sua consiste in una troja nera in campo d^ro, che 
corre sovra una gleba di color verde. 

Oggi ancora riscontransi in Provenza tre distinte fami- 
glie, che da quella dei Porcelletti discesero, e le quali 
conservano anche presentemente e il nome e P arma mede- 
sima. Esse sono le famiglie di Fos, di Maillane e di Bave. 
Nessuno v^a che non sappia come, provenuta dalla Grecia 
una colonia di Focensi per abitare la Provenza, abbia appro- 
dato casualmente ad un villaggio, posto sulla riva del mare, 
e il quale apprese il nome di Fos. 

Rapporto poi alP etimologia del cognome ed alP origine 
deir arma dei Porcelletti diremo essere involta nelle più 
dense tenebre, non volendo neppure lordare queste pagine 
col ricordare la vergognosa tradizione popolare, che riferisce 
Marc Vulson de la Colombière nella sua Histoire héroìque du 
Blason. 



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k3e molle e diverse sono le opinioni sull'origine di questa il- 
lustre Famiglia, egli è certo però che nel corso di 400 anni circa, 
essa ha conseguilo tulle le maggiori magistrature e le più decorose 
per la patria. Il Pagliarino, nel lib. 6, è di parere che sia origi- 
naria di Vicenza, poiché si trovano scritture comprovanti che vi 
abitassero sino dal 1082 ; per conseguenza restano false le opi- 
nioni che sia venuta in Vicenza o da Porlo Gruaro, o dal Porlo 
di Legnago al tempo d'Ezzelino tiranno, che mori P anno 1257 
circa, o da Ferrara P anno 1193. 

GP individui di questa cospicua famiglia si sono ognora di- 
sutili ne' pubblici servigli, e conservarono per più generazioni 
P onorifico incarico di condottieri di gente d' armi. 

Porto, giureconsulto di grande fama, è il primo di cui abbiamo 
memoria in un diploma diligentemente tolto da un libro di tali 
raccolte fatte per Paolo Gualdo nobile vicentino nelP anno 1588. 

L'imperatore Carlo V, volendo premiare i meriti distinti 
verso P augusta sua casa di tutte le famiglie Porto, emanò da 
Bologna, in data ]4 dicembre 1532, un diploma, con cui eresse 
in contea il Castello di Vivaro e Valvegna, situalo nel territorio 
vicentino, colPeslensione e collazione del Conte di Vivaro e del 
rango di cavalieri aurati a ciascun ramo di essi ed alla loro di- 
scendenza maschile ,* titolo ed onori che furono riconosciuti e con- 
servati dalla serenissima dominante. 

Non degeneri dagli avi per lustro e ricchezze sono gli attuali 
rappresentanti in Vicenza delle diverse famiglie dei Conti Porto. 




DEL POZZO DI VOGHERA 



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PROFILI 



(di Jesi.) 



L' epoca nostra presenta il singolare contrasto di chi per una mala 
intesa democrazia vuole cancellato qualunque titolo nobiliare, e di chi si 
dà faccenda per trovare nelle vecchie istorie qualche ricordo della pro- 
pria famiglia. Tutti però sono in errore, poiché, antica nobiltà senza virtù 
presente, niente vale, e nobiltà impastata dai contemporanei quando non 
si leghi ad atti di grandezza, è futile e ridicola ambizione. 

Lo storico però che vergine di prevenzioni e di pregiudizi consulti 
nomi ed avvenimenti, li evoca dalla sua vita, li sindaca con scrupoloso 
giudizio, e a tutto siccome trova ragione, così di tutti parla imparziale, 
lo storico e richiama in onoranza i nomi di famiglie che da altri si la- 
scerebbero cadere in oblio, e respinge di dar lustro e fama ad altri che 
senza meriti pretenderebbero elevarsi in distinzione. 

Non sono estranee queste idee al soggetto della Famiglia che veniamo 
con brevissimo cenno ad illustrare, appunto per essere queste una delle 
rare che senza speciosità, senza vanto di antica polvere sui blasoni, ma 
con soda virtù seppe di padre in figlio fino all' ultimo attuale rappresen- 
tante trasfondere e continuare i magnanimi sentimenti di savi ed illu- 
minati cittadini. 



PROFILI DI JESI 

Jesi è terra che si può dire privilegiata per tale ordine di persone, 
poiché le cronache non riportano molti nomi illustri per blasoni, ma mol- 
tissimi ne segnalano alla pubblica ammirazione e riconoscenza. — Quanti 
chiarissimi ingegni, e pii e sapientissimi ecclesiastici, e valorosi capitani, 
ed eletti cittadini preposti alla pubblica cosa, non lasciarono i proprii 
nomi in opere ragguardevoli, ond' è che impossessatosene la storia, que- 
sta celebrolli siccome degni di altissimo onore. 

Il Re Magnani scrisse a Lodovico Antonio Muratori una lettera dando 
parecchie notizie storiche di Jesi e dei suoi uomini più illustri. — Chia- 
mata Jesi dal fiume Esio, ora Fiumicino, venne dall' imperatore Fede- 

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rico II favorita di molti privilegi, quando ripassò per quella del 1216, 
dappoiché in essa aveva avuto i natali mentre fuvvi di passaggio sua 
madre Costanza, siccome rilevasi dall' epigrafe siili' arco di Sanmarino 
nella piazza di S. Francesco. 

Fra i nomi dei Coloni, Ghisbieri, Bisaccioni, Giorgini, Grisi, Ripanti, 
ed altri, trovasi quello dei Profili, come nel 1554 coi Garzoni cavaliere 
Gerosolomitano. — Il Baldassini racconta nelle memorie istoriche di Jesi 
che nel 1400 allorché Sigismondo Malatesta venne sconfitto dal Conte di 
Montefeltro e dagli altri Capitani del Papa, un Profili fu tra i cittadini 
che ottennero per Jesi la restituzione del Castello di Mosciano, e quindi 
far parte dei tre Deputati destinati a conciliare le differenze fra i po- 
poli di Monte Carotto del poggio di S. Marcello. 

Nel 1556 poi essendosi Papa Paolo IV alleato con Arrigo II di Fran- 
cia, nella tema che gli Spagnoli assalissero Jesi, vennero eletti quattro 
capitani Venanzi, Quirini, Giorgini, Baldassini, ai quali con altri citta- 
dini fra cui un Andrea Profili dovevano guardare la città a difesa, e si 
bene lo fu, che allontanato il pericolo venne esternato il ricordo in tela 
votiva con i versi: 

Libera fatta V alba patria Esina 

Da gente ultramontane in un col voto 

Rende pia Gratia alla Bontà Divina. 

Nel 1680 un Giovanni Profili fu fra i canonici regolari di S. Sal- 
vadore ; e quando per il moto proprio di Papa Benedetto XIV « ut a ju- 
dicis vulgo da Giudicali Consulum seu Officii Consulatus Lujusmodi in 
quibus recursus et appellano ecc. » si scelsero i più ragguardevoli cit- 



PROFILI DI JESI 

tadini por senno e prudenza, fra avvocati e procuratori trovasi ancora 
un Antonio Profili ; il che tutto sempre rivela la stima e fiducia di che 
godeva questa celebrata Famiglia. 

Monsignor Don Felice Profili tale è nome che da solo basta a dar 
fama ad una famiglia, avendo tutte quelle qualità di mente e di cuore 
che a ragguardevolissimo personaggio si avvengono. Non fa quindi ma- 
raviglia che di altissima stima venga segnato; che dalla S. Sede di speciali 
e numerosi incarichi venisse fornito, e che parecchie Accademie gareg- 
giassero per averlo prime a socio onorevolissimo. 

Giovane ancora insegnò belle lettere e archeologia cristiana come pro- 
fessore nel Seminario, del quale venne poi creato Vice-Rettore e quindi 
Rettore, tanto seppe mostrarsi per merito e per onore meritevole della 
fiducia per la posizione delicata a cui sta annessa la somma cura della 
gioventù. Passato alla Segreteria dei Beni venne creato Camerier di S. S. 
Cavaliere di Malta, dell' ordine Gerosolomitano, poi Consultore della Sacra 
Congregazione delle Indulgenze. 



S. De R. 







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SEDICI QUARTI 



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DI FIRENZE 



Questa illustre Famiglia che nella storia della Nobiltà 
di Firenze dettala da P. Monaldi viene citata fra le Patrizie 
di questa Città, venne con imperdonabile trascuranza, obliata 
dagli altri storici genealogisti che avrebbero potuto traman- 
darcene come fecero di tante altre che meno della Famiglia 
Pucci meritarono l'onorata menzione d'essere tramandala ai 
posteri con qualche notizia che ne particolarizzasse l'origine 
primitiva. Dovremo perciò limitarci a dire che le nostre in- 
dagini non valsero a sorpassare il Ì3G0 poiché solo in quel- 
l'epoca ci fu dato riscontrare che un Duccio de J Pucci se- 
deva nel supremo magistrato di quella Città. Indizio certo 
del moltissimo conto in cui fino da detla epoca era tenuta 
una tale Famiglia, e della potenza a cui era salita. 

Fra gli individui che mantennero il primitivo splendore, 
anzi lo vennero maggiormente aumentando, noi citeremo il 



PUCCI 

celebre giureconsulto Pietro Pucci che nel 1590 occupò con 
moltissima lode il posto di Rettore generale dello studio di 
Pisa e morì sotto Caniffa in Ungheria nel 1 596. 

Barlolommeo Giovanni che nel 1020 acquistò per se e 
suoi discendenti il diritto di tumulazione nella Chiesa di S. 
Francesco e che fu uomo di specchiatissime virtù. 
IN uccio di lui figlio che nominato Cavaliere di S. Stefano nel 
4 638 veniva spedito in qualità di Ambasciatore da IMattias 
Medici generalissimo delle Armi di Toscana in Pescia^ alla 
Repubblica di Lucca nel 1649, per stabilire alcune demar- 
cazioni di confine. 

Barlolommeo figlio di Nuccio., Cavaliere pur esso di S. Ste- 
fano per Decreto del 29 Giugno 1644 e morto nel 1654. 

Francesco figlio pure esso di Nuccio e di eguale onori- 
ficenza del fratello Barlolommeo insiguito nel 13 Dicembre 
1671. 

Molti e diversi furono gli onorevoli uffici a cui anche 
nello scorso secolo vennero chiamati quasi tutti gli individui 
di questa nobilissima Famiglia, che accoppiarono sempre alle 
doti preclarissime della mente quelle pure del cuore, e fu- 
rono perciò tenuti in ogni epoca in altissima estimazione ; e 
lo zelo, l'intelligenza e la rettitudine che essi posero a bene 
dissimpegnarsi, formano di essi il più nobile elogio. 

Di questa illustre prosapia, avvenne due rami, uno spe- 
cialmente fiorente per splendore di nome e di ricchezze in 
Firenze, l'altro in Pescia^ del quale però ignoriamo l'epoca 
che abbandonasse Firenze per fissare colà la sua dimora. 

Nel chiudere questi brevi cenni che illustrano questo 
chiarissimo casato, sentiamo il debito di qui registrare il ce- 
lebre Professore Francesco Pucci dimorante attualmente in 
Venezia il quale non degenere del nome e delle virtù de' suoi 



PUCCI 

maggiori, raccolse pure per ben meritale prestazioni,, alle; u- 
manità sofferente quale scentilìco operatore dentista, e per le sue 
dotte momorie pubblicale, una distinta messe di onorificenze 
e di Cavaleresebe Decorazioni^ non che vari diplomi delle più 
classiche scientifiche Accademie non solo d'Italia ma anche 
dall' Estero, (i) 



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(1) Cav. Uff. Commendatore della Venerabile Istituzione del S. Salvatore dei Cavalie- 
ri di Mont-Real, Gerusalemme, Rodi e Malta — Dentista Chirurgo dei seguenti Collegi : 
Istituto Ravà ai SS. Apostoli — Convitto Nazionale Marco Fosearini S. Catterina — Col- 
legio Armeni condotto dai RR. PP. Mechitaristi a S. Rafaello — Collegio Franco S. Rarnaba 

— Istituto e Convitto Femm. delle Maestre di S. Dorotea, S. Andrea — Istituto e Convitto 
Femni. condotto dalla sig. Luigia Caldana a S. Cassiano — Collegio Ulivo S. Maria Formosa. 

— Presidente onorario e rappresentante la Società Internazionale di Napoli per la Venezia 
con Medaglia d'oro — Vice-presidente e cooperatore con Medaglia d'argento della Lega giova- 
nile di Mutuo Soccorso di Catania — Vice-presidente d'onore con Medaglia d'argento gover- 
nativa della Accademia di Carcassonne residente in Francia — Membro d'onore dell'Istituto 
scientifico Europeo, premiato con 3Iedaglia d'oro di I. classe per i servigi prestati e che 
presta tuttavia a prò dell'umanità — Protettore onorario dell'Accademia Letteraria Artistica 
di S. Rartolommeo in Galdo — Socio della Società Geografica Italiana di Firenze — Membro 
onorario con Medaglia d'oro dell'Accademia scientifica umanitaria di Giovanni Pico della Mi- 
randola — Membro onorario dell'Accademia scientifico-letteraria artistica di Parigi — Socio 
corrispondente della Società Magnetica Italiana con Medaglia d'argento, Bologna — Socio ono- 
rario dell'Istituto Geografieo-storico-Arcbeologico di Bartolommeo Borghesi in Milano — Socio 
benemerito dei Salvatori di Gaeta con medaglia d'argeuto — Membro dell'Istituto oftalmologi- 
co in Smirne — Presidente onorario dei Salvatori di Roma con Medaglia di I. classe. 





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PUCCINELLI 



(di Véscia) 



11 Padre Placido Puccinelli, storico la di cui autorità in fatlo di notizie risguar- 
danti le cose di Poscia, e più particolarmente la famiglia Puccinelli, è per noi su- 
periore ad ogni altra e perchè Pesciatino egli slesso e delle patrie storie solertis- 
simo investigatore, e perchè appartenente al medesimo illustre stipite dei Puccinelli, 
a niuno meglio di lui era dato il poterne investigare 1' origine. È perciò che se- 
guendo la di lui asserzione, noi non esiteremo a dire questa famiglia originaria di 
Mcnabbio Castello della Repubblica Lucchese, ed un ramo di quella essersi traspor- 
tato in Pescia nella prima metà del 1400. 

Cominciando le nostre indagini dall'epoca in cui questa Famiglia risiedeva a 
IVfenahbio, noi troviamo citalo dal Lucchesini tra gli Anziani preposti al Terziere 
di S. Paolino in Lucca nel 1390 un Agostino Puccinelli, e dieci anni dopo tra i 
Consiglieri di Stato pel Terziere di S. Martino un Niccolao appartenente alla stessa 
Famiglia; onorificenze che unicamente si concedevano a quest'Individui che meglio 
avevano meritalo della cosa pubblica. E Ira quelli che posero stanza in Pescia, 
vediamo, al dire dello storico Puccinelli, avere bellissima rinomanza e come uo- 
mini di toga e di spada Se'r Antonio, e Antonio di Iacopo che negli anni 1450 e 
1451 accorsero con due distìnto Compagnie di fanti da essi capitanale, in soccorso 
dei Pisani 



2 PUCCINELM 

Espulsi da Mcnabbio a causa di risse avute con altri, diversi a loro per colore 
politico, nel 3500 i due rami che ivi ancora risiedevano, si unirono questi a quel- 
l'altro ramo che aveva già in antecedenza fissalo il suo domicilio a Pescia, for- 
mando per tal modo una ricca e potente Famiglia. 

Fra quelli che più grandemente illustrarono questa nobile Prosapia, noi anno- 
vereremo per primo, Gismondo che nel 1554 regnando Cosimo I Gran Duca di To- 
scana, fu sollevato al grado di Capitano di una Compagnia di Fanti, e nel 1572 
dal Consiglio generale venne ascritto per se e suoi discendenti a lutti gli onori. 
Esso morì Castellano di Montecarlo, sei anni dopo di avere menata in moglie Ca- 
terina di Filippo Orabini. Anche Luca militò valorosamente ed ottenne onorevoli 
gradi uell' armata, sotto il Duca di Savoia nel 1615. 

Annibale di Cesare, morto nel 1624 fu versatissimo nelle Scienze Legali. 

Né alle armi soltanto si limitò la gloria acquistatasi da questa cospicua Fami- 
glia, che nella gerarchia eccleciastica non le mancarono i primi e più splendidi ono- 
ri. Giacomo, fratello di Luca fu rettore della Chiesa della Costa del Ramo. 

Don Alfonso, monaco scopcllino della Congregazione del Salvatore ebbe fama 
di predicatore di vaglia: fu abate dell'Ordine in Lucca, e poscia sollevato a quello 
di Visitatore e Generale di quel pio sodalizio. Innocenzo X volendo però dare una 
pubblica testimonianza dell'altissimo conto in cui teneva le virtù dell'umile Mo- 
naco lo nominò Arcivescovo di Manfredonia. Esso cessava di vivere nel 1656. 

Ci narrano le memorie di que' tempi, come Egli avesse descritto in più volumi 
scritti elegantemente in idioma Ialino la Storia del concilio di Trento, e come di 
quest' Opera che gli costava immensissime fatiche fosse già in pronto la pubblica- 
zione, quando venuto a cognizione che il Card. Pallavicino stava per dare alla luce 
una storia del medesimo argomento, o per tema che il proprio lavoro male reg- 
gesse al confronto di quello dell' illustre Porporato, o per troppa modestia, lo con- 
dannò all'oblio con grave danno di chi poteva trarre non lieve profitto dalle sue 
dotli elocubrazioni. 

Callisto di lui fratello, non minore per esercizio di virtù cristiane ad Alfonso 
fece parte della religiosa Famiglia dei padri Servili. Nominato al Vescovado di Ur- 
bino egli vi lasciò, onorata memoria di se nei dieci anni che resse la chiesa di 
quella cospicua Città. Passò a miglior vita nel 1675, compito appena il suo sessan- 
tesimo anno. 

Abbiamo di lui alle stampe : La istoria di Maria Vergine, predica panegi- 
rica in occasione della processione dell'Abito dei dolori di Maria, pubblicala in 
Padova nel 1643 : La dote di Santa Madre Chiesa, predica per la pubblicazione 
del SS. Giubileo concesso a lutti i fedeli Cristiani dalla Santità di Innocenzo X nel- 
l' ingresso del suo felicissimo Pontificato, stampata in Brescia nel 1645 : ed un Com- 
pendio della Storia del Concilio di Trento scritto dal p. Sforza Pallavicini della 
Compagnia di Gesù, edito in Roma nel 1660. Il Lucchcsini parlando di questo ul- 



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inno lavoro, lo chiama Opera non infelice, nò indegna dì alare a lato di ([nella 
del Calatone. 

Don Stefano Puccinelli, zio dello Storico, Cu uomo di molta dottrina: vi fu 
però chi abusò tristamente negli ultimi momenti della sua vita della posizione in 
cui si trovava, inducendolo a distrarre una parie del suo pingue patrimonio per 
farne dono a persone a cui non era dovuta: diecsi che questo atto di inqualifica- 
bile inala fede fosse consumato in un momento in cui i parenti dell' infermo Irova- 
vansi assenti. 

Don Placido Puccinelli, Monaco Cassincse, antiquario, cronista Cerimoniere sa- 
cro, e nell'Accademia dei Faticosi di Milano, conosciuto sotto il denominativo di 
Infaticabile, pubblicò in Milano nel 1664 V Istoria delle eroiche gesta di Ugo 
il Grande, Duca della Toscana, di Spoleto e di Camerino, Vicario d Italia per Ot- 
tono HI Imperatore e Prefetto di Homa : opera che vediamo da molli Storici citala 
con parole onorevoli : La Cronaca dell' Abbadia di Firenze, suoi privilegi pon- 
tifici' e cesarei ; La Galleria sepolcrale, Il trattato di circa 1000 Iscrizioni, e 
Le Memorie di Pescia. La prima di queste Opere è dedicata a Desiderio Monte- 
magni segretario di Stato del Gran Duca di Toscana: la seconda ai signori Gio- 
vanni, Francesco, e Francesco Antonio Covoni: la terza agi' illustriss. cav. Brac- 
cio e Alessandro Valori : la quarta al rev. padre don Gius. Costile, abate della 
patriarcale basilica e del Sacro Monastero di S. Paolo di Roma: l'ultima air illu- 
striss- e revereudiss. Guido Vincenzo Forti. Tutte queste pubblicazioni videro la 
luce in Milano nel 1644, mentre le dediche datano dall' Abbadia di Firenze. 

Anton Francesco figlio del D. Francesco Puccinelli per decreto del 5 dieombre 
del 1723 fu nominato cavaliere di Santo Stefano. 

Anche Pier Maria Puccinelli fu uomo di profonda dottrina in materia ecclesia- 
stica come ne fauno fede i vari scritti che di lui abbiamo alle stampe, ed i molli 
che giacciono ancora inediti. Tra gli stampati meritano speciale ricordo La vita 
della serva di Dio Maria Mad. Turriani pubblicata in Roma nel 1731, La vita 
del Card. Leandro Colloredo dell' Oratorio di Roma, stampata pur essa in Roma 
nel 1738, e per ultimo il Ragguaglio delle virtù di don Ani. Simone Ciccarelli, 
sacerdote e fratello dell' Oratorio di S. Filippo Neri in Roma, edita nel 1745. De- 
gl' inediti sono a nostra notizia : Lettera parenetica di S. Girolamo a Lela per 
istruirla a bene educare le figliuole : trad. dal Latino con aggiùnta di brevi annota- 
zioni : Esser gran male il permettere non solamente, che il demonio per mezzo 
degli ossessi, predichi le verità della fede, e V osservanza delle leggi divine, ma 
ancora il trattenersi ad udirlo così predicare: Dissertazione: Manuale paro- 
chorum alphabetico ordine digestum. Dilucidazione de' sacri riti ed altre cir- 
costanze della messa. Catechismo sopra tulli i precelti del Decalogo. Sopra la 
forma della consacrazione, dissertazione contro il p. Le Brun. Ragguaglio delle 
virtù e santa vita del p. Bernardino Pierolti. 



i PUCCINELLI 

Anton Francesco Puccinclli ammogliato con la signora Anna Casciani di Pescia 
ebbe 17 figli che 12 soli gli vissero 5 maschi e 7 femmine 4 delle quali si fecero 
- monache e le altre tre si maritarono in casa Sannini, Galeotti e Ceramelli. 

Fra questi figli è da rammentarsi Monsignor Francesco che la mattina del 26 
gennaio 1809 passò agli eterni riposi, in età di anni 67 e mesi 3. Era Cav. di S. 
Stefano P. M. Priore della Chiesa Conventuale e provveditore della R. Univer- 
sità di Pisa. Egli nacque in Pescia, fece i suoi primi studi nel seminario di Luc- 
ca, e li proseguì nella detta Università. Fin d'allora riluceva in esso una sin- 
goiar chiarezza e perspicacia d' ingegno e un trasporto poco comune in quei ver- 
di anni per ogni genere di scienza. Ai 16 anni, tempo in cui gli altri giovani spin- 
ti dal bollore dell'età corrono impetuosamente lieti ai piaceri o almeno sospira- 
no la libertà di goderne, egli abbandonò il mondo e la comodissima fortuna 
che gli apparteneva, eome primogenito, nella casa paterna per ritirarsi nella Reli- 
gione dei Gesuiti, sorgente di tanti uomini dottissimi, ove si dedicò con special 
cura al servizio del Signore e alla coltura della mente. Quivi infiammato maggior- 
mente dallo splendore delle virtù e delle dottrine che vi fiorivano, si assodò sempre 
più nella pietà, e fece dei progressi rapidissimi nella carriera delle scienze, talché 
divenne ben presto precettore di belle lettere in Fermo, poi in Ascoli, e in fine 
ebbe il carico dell' osservatorio del Collegio di Brera unitamente al celebre Mate- 
matico Boscovich che lo stimava e lo amava sommamente, e che dipoi si portò a 
Pescia a convivere per molti mesi con lui, dando l'ultima mano alla grand' opera 
stampata in Bassano. Soppressa la religione essendo tornato in Toscana fu impie- 
gato in opere di molta importanza dall' immortai Leopoldo, ottimo conoscitore dei 
talenti e della sapienza, la cui memoria sarà sempre in venerazione presso tutti i 
Toscani. Questo Sovrano illuminato, da prima lo dichiarò suo mattemalico, e lo ag- 
giunse al celebre P. Ximeues, acciò lo aiutasse nell'adempimento delle incombenze 
addossategli ; poi lo incaricò interamente dell' esecuzione dei grandiosi lavori che si 
facevano nella Maremma. Perciò il Puccinelli regolò 1' Ombrone, e altri fiumi della pro- 
vincia inferiore, accrebbe e rinforzò il Molo di Castiglione della Pescaia, e sopraintcse 
all'ultimazione della bellissima strada che da Pistoia conduce a Modena, mostrando in 
ogni occorrenza una comune perizia nelle scienze, con l'aiuto delle quali i lavori di tal 
sorta si concepiscono con saviezza e si conducono a fine felicemente. Compite con 
lode queste fatiche fu eletto nel 1797 Primicerio della Cattedrale di Pescia e dopo 
tre anni passò Canonico nella Metropolitana Fiorentina. Finalmente fu decorato de'due 
onorifici impieghi di Priore della Conventuale e di provveditore dell'almo studio 
Pisano. Sollevato a quest' ultima carica eminente, ma gelosa dette prova di fino di- 
scernimento, di un' animo imparziale, e di un fervido zelo per l' ingrandimento e per 
il lustro del corpo ragguardevole a cui precedeva. Alla scienza vera e alle virtù 
che possedeva, accoppiava ancora molte pregevoli doti che davano risalto al suo 
sapere e rendevano caro a tutte le colle società. Accoglieva ciascheduno con modi 



PUCCINELLI S 

gentili, trattava con una sincera bontà, mostrava della considerazione a chiunque 
n' era degno per qualche titolo. Andava in traccia del vero merito, e 1' aveva in pre- 
gio ovunque lo trovava, faceva del bene come poteva, e in tutte le occasioni si di- 
stingueva con una dolce ed obbligante affabilità e una rara moderazione di spirito. 
Fu perciò la di lui perdita sommamente e universalmente amara. Nel Cimitero Ur- 
bano di Pisa sì legge a suo riguardo l'appresso iscrizione: 

AÌQ 

FRANCISCVS PVCCINELLIVS 

NOBILI GENERE PISCIAE ORTVS 

TEMPLI HV1VS EQVEST ANTISTES ■ INFVLATVS 

NEC-NON PISANI ■ ATHENAEI ■ CVRATOR 

AB • INEVNTE ■ AETATE 

CVM • SOCIETATI ■ IESV ■ NOMEN • DEDISSET 

BREVI • MAGNAM • DOCTR1NAE ■ LAUDEM 

TVM • POLITIORIBVS ; LITTERIS 

TVM • MATHEMATICA ■ ARTIBVS : SIBI ■ PEPERIT 

DEINDE • A • PETRO ■ LEOPOLDO M ETR • D 

REGII • MATHEMATICI • TITVLO • DECORATVS 

SVAM • OMNIBVS • FIDEM 

SEDVLITATEM ■ SOLERTIAM • PROBAVIT 

IN MVLTIS • PROVINCIAE • PARTIBYS ? PERLVSTRANDIS 

GRAVISQVE • MOMENTI • MOLITIONIBVS • EXSTRYEND1S 

POST • VARIA • MVNERA ■ PROBE ■ SANCTEQVE ■ GESTA 

OBIIT ' VII KAL . IANVAR ANNO • SAL MDCCCVIII 

AET • SVAE • LXVIII 

VINCENTIVS • S • STEPH ; EQ ■ FRATRI DESIDERATISSIMO • H M ■ P 

L'altro fratello Cav. Vincenzo fece le Carovane sulle Galere Toscane le quali 
avevano l' incarico di tenere purgati i mari e le spiagge dalle depredazioni dei Cor- 
zari : fu di carattere generoso: coprì diverse pubbliche gratuite cariche. Nel 1787 
si ammogliò colla sig. Anna Cecchi dalla quale ebbe 5 figli. 

A decoro della famiglia restano al presente il Cav. Antonio, Enrico, Francesco, 
figli al Cav. Vincenzo, con Lorenzo che cessò di vivere bambino, e Teresa che fu 
maritata al Cav. Vincenzo Sannini di Pescia. 

Il Cav. Antonio domiciliato a Firenze da molti anni fu impiegato distinto nel 



6 PUCC1NELLI 

corpo delli Ingegneri come Consigliere, fu poi chiamato all'importante direzione dei 
pubblico Censimento Toscano, e resse questo posto con molla intelligenza, giustizia, 
e sodisfazione generale, facendosi amare dal numeroso personale che da lui dipen- 
deva. Fu decorato della croce di Cavaliere di S. Stefano, e per lavori Catastali fatti 
a richiesta del Governo Sardo fu da questo decorato della Croce dei SS. Maurizio 
e Lazzero. Chiese nel 1862 il suo riposo dopo 43 anni di servizio. Nonostante ritirato dai 
pubblici impieghi il R. Governo lo chiamò a Torino a far parte della Commissione 
della perequazione delle imposte del Regno d' Italia, quindi lo nominò nella commis- 
sione Direttiva delle R. Terme di Monte Catini, e al posto di Gonfaloniere del Co- 
mune di Monsummano, ed attualmente i suoi Paesani lo hanno eletto a rappre- 
sentare i loro interessi amministrativi al consiglio della Provincia. 

Francesco suo fratello pure domiciliato a Firenze è Avvocato e impiegato nel- 
1' Uffizio della suprema Corte di Cassazione. 

L'altro fratello Enrico rappresentante la famiglia vive onoratamente in Pescia, 
ha occupato diverse gratuite pubbliche cariche nel proprio paese. Ammogliato alla 
signora Maddalena Rimbolti, ora defunta, ebbe 5 figli, Attilia, Marianna, Giuseppe, 
Amalia e Vincenzo. 

Marianna e Amalia cessarono di vivere ragazze, e Attilia maritata, lasciando 
il sig. Gaetano Scoti suo consorte nella desolazione con 5 figli. 

Il figlio Giuseppe ha percorso la carriera militare, Capitano dell'armata di Ca- 
valleria del Regno d'Italia. Si ritirò nel 1863 decorato delle medaglie al valore mi- 
litare, ed attualmente milita come Ufficiale nell'esercito della Repubblica Argentina in 
America. 

L'altro figlio Vincenzo restò erede del Cav. Vincenzo Sannini suo Zio come 
marito della sua Zia paterna Teresa nel 1855. Nel 1859 militò come volontario nelle 
R. Truppe Sarde nella guerra per l'indipendenza d'Italia. Fu poi dal Governo nomi- 
nalo Gonfaloniere del Comune del Borgo a Buggiano, ed attualmente copre diverse 
pubbliche cariche gratuite, nel proprio paese, e fa parte del consiglio provinciale a 
Lucca. Si sposò in prime nozze alla nobile Signora Ottavia Mannelli Galilei di Fi- 
renze, della quale restò vedovo nello slesso anno del matrimonio 1858. E nel 1862 
si sposò in seconde nozze colla nobile sig. Lida Cantini di Livorno della quale a 
due bambini Luigi e Lorenzo: Individui tulli che alle virtù pubbliche e private di 
cui danno luminosissimi esempi, devano l'alta considerazione in cui sono tenuti da 
tutti gli onesti. 

QUESTE NOTIZIE SONO TRATTE 

Dal PUCC1NELLI, dal LUCCHESINI e da molte Memorie inedite esistenti ne- 
gli Archivi di Poscia e di Lucca. 





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OUARATESI 

( Dà Quotata iteli' Aretino ) 



XXlcuni cronisti vogliono essere la famiglia Quaratesi originaria di Arez- 
zo : ma da fonti più sicure si raccoglie essere il loro stipite oriundo di 
Quarata. Imperciocché quattro famiglie, Casa Quaratese, Casa Gainurrina, 
Ricovera e Marsuppina erano le dominanti di quella terra e castello, 

I Quaratesi, comecché in prospera fortuna fino da' tempi i più remoti, 
fecero pensiero di non più vivere la vita dei terrazzani, e stabilirono 
fissare la loro dimora a Firenze, onde viver vita più agiata e venire in 
considerazione. 

Calati pertanto i Da Quarata in questa città, spiegarono tosto alla 
loro comparsa, uno sfoggio di lauto vivere per la bramosia di venire a 
capo di essere ammessi a' pubblici affari. Niente però furono considerati 
in sul principio; avvegnaché, sendo Arezzo partigiana a' que tempi del 
Ghibellinismo, che è quanto dire favorire la dominazione straniera 
in Italia, così i Da Quarata furono presi per Ghibellini. Peraltro era ciò 
il contrario; perciocché tenendo i Quaratesi per la Parte Guelfa, forse 
vennero a dimora in Firenze onde apertamente vivere in quella opinione, 
ed operarare a beneficio del Guelfismo, che vale lo stesso che liberare 
Italia nostra da esser vassalla degli oltramontani. 

Rolando. I Quaratesi riconoscono per loro progenitore esso Rolando, 
altrimenti chiamato Oliando da Quarata: ed è lui medesimo il quale da 
quella Terra venne a fissare la dimora di se e de' suoi a Firenze verso 
il 1450. Niente di lui è narrato negli antichi ricordi; ma il figlio suo 
Iacopo, il quale fecesi conoscere uomo di salde massime e sapiente, tro- 
vasi registrato siccome sindaco. 

Lotto di Bindo. Arrigo Vii nel 1312 cingeva d'essedio Firenze. Bindo 
fu tra i guerrieri che valorosamente combatterono; ed Arrigo per ven- 
detta fattolo prendere, lo cacciò in bando. 

Bernardo Di Neri. Ebbe egli missione nel 1322 di recarsi a S. Miniato, 
acciò chieder truppe contro Castruccio Castracani signore di Lucca; il 
quale fattosi capo dei Ghibellini in Toscana, minacciava di porre abbasso 



2 QUARATESI 

la repubblica. Altra missione ebbe egli, ed assai onorifica. Presa era Pi- 
stoia da Gastruccio e Bernardo venne colà spedito dai Fiorentini a trattar 
pace. Oltre a ciò fece opera che gli meritò encomio; avvegnaché ottenesse 
dal papa la revoca di scomunica scagliata contro quella città. Registra 
ezianJio la storia che Bernardo presedesse alla edificazione di Firenzuola, 
acciò porre in freno le incusioni degli Ubaldini. 

Castello di Bernardo. Abitavano i Da Quarata in Firenze nel popolo 
di S. Niccolò ed erano potenti. Imperciocché durante il reggimento di 
Gualtieri duca d' Atene, essendosi attaccata briga tra popolani e nobili, i 
Quaratesi stettero per quest'ultimi. Assaltati i Bardi nelle loro case, do- 
vettero scompigliati prender la fuga. Riparati in Borgo San Niccolò, Ca- 
stello di Bernardo Da Quarata coi Mozzi e i Da Panzano diede loro man 
forte; onde rifatta testa, ivi stettero, né il popolo potè cacciarli. — Pa- 
rimente Castello fecesi distinto in altre opere; perocché mandato a Ve- 
rona presso il Mastino della Scala concertò il pagamento di Lucca, ma- 
lauguratamente venduta. 

Sandro. Gualtieri duca d'Atene, signore di Firenze, usando blandizie 
verso il popolo era riuscito a cacciare i priori dal Palazzo della Signoria 
per ivi istallarsi assoluto, spogliando essi d'ogni autorità ed onorificenza. 
Annullò poscia i loro ordinamenti intorno alle arti e mestieri, e ciò fece 
per dominare tiranno. Ed allora accrebbe le imposte, volle forzate impre- 
stazioni e taglieggiò più che potè. Stufati i Fiorentini del suo mal gover- 
no ordirongli trame contro : e ben quattro se ne suscitarono. In quel 
torno era dei priori Sandro da Quarata; il quale, comecché integerrimo 
fosse ed aborrente dall'iniquo goveno del duca, fu per favore del popolo 
creato gonfaloniere. Enlrato in carica molto si adoperò a liberar la pa- 
tria dal perfido giogo; ed alla perfine venne ad esito fortunato. Alle gri- 
da : Muoia il tiranno, viva il comune e la libertà, il popolo ammutinossi 
e cinse il Palazzo. Quattrocento Borgognoni lo difendevano. Otto giorni 
continui durò la lotta : finalmente il duca e i suoi sgherri, presi da fame 
e sopraffatti dal numero, doveron cedere. Gualtieri ebbe salva la vita, ma 
fu dal territorio di Firenze bandito; lo che avvenne nel 1343. 

Sandro era abile ed esimio oratore; per lo che fu spedito in ValJarno 
agli Ubaldini ed ai Pazzi, i quali occupando quella parte, osteggiavano lo 
ingrandirsi della repubblica. Fu pure egli nel novero di coloro, che 
cooperano allo istaliamenlo e progresso dei buoni studii in Firenze. 

Alessandro di Simon di Neri. Fu insignito delle più alte cariche della 
repubblica. Fece ei celebrare una giostra come solenne dimostranza di 
onore a Manno Donati. Il quale capitanando i Fiorentini mandati a soc- 
corso di Bernabò Visconti erasi impadronito della città di Reggio. Dopo 
il 4357 come apparisce pe' suoi atti, Alessandro ordinò la costruzione della 
Pescaia sul fiume Arno a Porta S. Niccolò, acciò edificare le mulina pub- 
bliche. Vanni suo fratello ebbe gran parte alla rivoluzione dei Ciompi ; 



GIURATESI 3 

laonde in ricompensa della sua valentia fu armato cavaliere a spron d'oro 
sotto la loggia della Signoria. 

Piero di Castello nel 1391 improntò 42,000 fiorini d'oro senza perci- 
pere interesse alla repubblica fiorentina; e ciò fece affinchè l'erario pub- 
blico che era esausto si rinvigorisse, onde la guerra contro Giovan Ga- 
leazzo Visconti fosse spinta alacremente. 

LUCA DI SIMONE. Era egli abile siccome prudente ; epperò la repubblica 
lo spedì ambasciatore nelle Marche, acciò dar sesto alle vertenze ; lo che 
avvenne nel 1305. Assistè pure alle militari vicissitudini in detlo anno, 
ch'ebbero luogo in Val-d'-Elsa : venne indi castellano di Serravalle, ba- 
luardo importante sul confine lucchese. — Niccolò suo fratello non dege- 
nerava da lui ; avvegnaché andasse ambasciatore al re di Sicilia : e indi 
appresso passasse duce d'eserciti al re di Napoli. 

Castello di Piero è dalla storia designato qual uomo insigne; essen- 
doché fosse eletlo ad ambasciatore al papa verso il 44G0: e poscia in altra 
occorrenza avesse dalla repubblica incarico di far la risposta nll'amba- 
sciator di Milano. — Castello era non meno ricco che pietoso cavaliere: 
laonde per {sbramare il religioso suo zelo fece costruire con grande ma- 
gnificenza la chiesa e monastero di S. Francesco al monte fuor delle mu- 
ra di Siena: il qual fabbricato costò a lui cento mila fiorini d'oro. Nar- 
rasi eziandio eh' esso elargisse in fregiare di ornamenti il Pantheon fio- 
rentino, Santa Croce. Dovea questo tempio esser tulto incrostato per sua 
cura di marmi bianchi e neri; ma volendo gli Operai vietare a lui di 
apporvi lo stemma di sua famiglia, ei cessò dal suo patrocinio; sicché la 
facciata fu posta in abbandono, quando appena era incominciala. Racco- 
gliesi eziandio che per la sua pietà cristiana Castello fece a sue spese 
edificare la chiesa di S. Francesco, posta nel colle di S. Miniato presso 
Firenze. 

Giorgio di Giovanni uomo dottissimo fiorito verso il 4450. Riscosse 
gran plauso dai legisti per la interpretazione del Codice di Giustiniano; 
per cui sali in fama di luminare in Giurisprudenza. 

ANDREA DI GlOVAiNNI. Fu prete in Ispagna nel <S458. Ferdinando ed 
Isabella lo incaricarono di ringraziare i Fiorentini per aver trattati con 
giustizia gli affari di Pisa. 

Giovan Battista. Nella storia di Foligno trovasi molto commendato ; 
avvegnaché tenendo nel 1638 il governo di quella città, ^splendesse di 
egregie virtù. Cavaliere di Santo Slefano, ebbe in Pisa la carica di prio" 
re della chiesa dei Cavalieri, nel quale ufficio morì. 

Giovan Francesco. Cavaliere di Santo Stefano si distinse nelle sue scor- 
rerie per mare. Fu governatore dello stato Senese nel 4728: estinta la 
famiglia medicea regnante in Toscana, fu uno dei membri della Reggenza 
pei duchi di Lorena che successero nel granducato. 

Come abbiam già detto, i Qtiaratesi furono conosciuti negli scorsi se- 



4 QUARATESI 

coli sotto la denominazione (lei Da Quarata. Imperocché la Consorteria 
delle famiglie Quaratese, Gamurrina, Ricovera e Marsuppina che fecero 
edificare questa Terra, vollero chiamarla Quaratula per distinguerla da 
Quarata grande di Arezzo. 

I Quaratesi risiedono anche ai dì nostri in Firenze e sono rappresen- 
tati nei Signori Gavalier Niccolò del fu Luigi e Gìovan Battista di Filippo. 

SCRITTORI DAI QUALI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA. 

GAMURRiNI, Storia delle famiglie Nobili Toscane ed Umbre. — Inghi- 
rami, Storia della Toscana. — Monaldi, Istoria delle famiglie Fiorentine. 
— Ammamati, Storie fiorentine. — Manoscritti dell' archivio di casa Qua- 
ratesi. 



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QUARATES] DI FIRENZE 






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QUARATES 

(di Roma) 



Alcuni cronisti vogliono essere la famiglia Quaratesi originaria di 
Arezzo: ma da fonti più sicure si raccoglie essere il loro stipite oriundo 
di Quarata. Imperciocché quattro famiglie, Casa Quaratese, Casa Gamur- 
rina, Ricovera e Marsuppina erano le dominanti di quella terra e castello. 

I Quaratesi, comecché in prospera fortuna fino da' tempi i più re- 
moti, fecero pensiero di non più Tivere la vita dei terrazzani, e stabilirono 
fissare la loro dimora a Firenze, onde viver vita più agiata e venire 
in considerazione. 

Calati pertanto i Da Quarata in questa città, spiegarono tosto alla 
loro comparsa, uno sfoggio di lauto vivere per la bramosia di venire 
a capo di essere ammessi a' pubblici affari. Niente però furono considerati 
in sul principio ; avvegnaché, sendo Arezzo partigiana a' que tempi del 
Ghibellinismo, che è quanto dire favorire la dominazione straniera in Italia, 
così i Da Quarata furono presi per Ghibellini. Peraltro era ciò il con- 
trario ; perciocché tenendo i Quaratesi per la Parte Guelfa, forse vennero 
a dimora in Firenze onde apertamente vivere in quella opinione, ed ope- 
rare a beneficio del Guelfismo, che vale lo stesso che liberare Italia 
nostra da esser vassalla degli oltramontani. 

Rolando. I Quaratesi riconoscono per loro progenitore esso Rolando, 
altrimenti chiamato Otlando da Quarata : ed è lui medesimo il quale da 
quella Terra venne a fissare la dimora di se e de' suoi a Firenze verso 
il 1150. Mente di lui è narrato negli antichi ricordi ; ma il figlio suo 
Iacopo, il quale fecesi conoscere uomo di salde massime e sapiente, tro- 
vasi registrato siccome sindaco. 

Lotto di Bindo. Arrigo VII nel 1312 cingeva d'assedio Firenze. 



QUARATESI DI ROMA. 

Bindo fa tra i guerrieri che valorosamente combatterono; ed Arrigo per 
vendetta fattolo prendere, lo cacciò in bando. 

Bernardo Di Neri. Ebbe egli missione nel 1322 di recarsi a S. Mi- 
niato, acciò chieder truppe contro Castruccio Castracani signore di Lucca ; 
il quale fattosi capo dei Ghibellini in Toscana, minacciava di porre abbasso 
la repubblica. Altra missione ebbe egli, ed assai onorifica. Presa era Pi- 
stoia da Castruccio e Bernardo venne colà spedito dai Fiorentini a trattar 
pace. Oltre a ciò fece opera che gli meritò encomio ; avvegnaché ottenes- 
se dal papa la revoca di scomunica scagliata contro quella città. Registra 
eziandio la storia che Bernardo presedesse alla edificazione di Firenzuola, 
acciò porre in freno le incursioni degli Ubaldini. 

Castello di Bernardo. Abitavano i Da Quarata in Firenze nel po- 
polo di S. Niccolò ed erano potenti. Imperciocché durante il reggimento 
di Gualtieri duca d'Atene, essendosi attaccata briga tra popolani e nobili, 
i Quaratesi stettero per quest'ultimi. Assaltati i Bardi nelle loro case, 
dovettero scompigliati prender la fuga. Riparati in Borgo San Niccolò, 
Castello di Bernardo Da Quarauta coi Mozzi e i Da Panzano diede loro 
man forte ; onde rifatta testa, ivi stettero, né il popolo potè cacciarli. ■=- 
Parimente Castello fecesi distinto in altre opere ; perocché mandato a Ve- 
rona presso il Mastino della Scala concertò il pagamento di Lucca, ma- 
lauguratamente venduta. 

Sandro. Gualtieri duca d' Atene, signore di Firenze, usando blan- 
dizie verso il popolo era riuscito a cacciare i priori dal Palazzo della 
Signoria per ivi istallarsi assoluto, spogliando essi d'ogni autorità ed 
onorificenza. Annullò poscia i loro ordinamenti intorno alle arti e me- 
stieri, e ciò fece per dominare tiranno. Ed allora accrebbe le imposte, 
volle forzate imprestazioni e taglieggiò più che potè. Stufati i Fiorentini 
del suo mal goveruo ordirongli trame contro: e ben quattro se ne su- 
scitarono. In quel torno era dei priori Sandro da Quarata ; il quale, co- 
mecché integerrimo fosse ed aborrente dall' iniquo governo del duca, fu 
per favore del popolo creato gonfaloniere. Entrato in carica molto si 
adoperò a liberar la patria dal perfido giogo; ed alla perfine venne ad 
esito fortunato. Alle grida : Muoia il tiranno, viva il comune e la li- 
bertà, il popolo ammutinossi e cinse il Palazzo. Quattrocento Borgognoni 



QUARATESI DI ROMA. 

lo difendevano. Otto giorni continui durò la lotta: finalmente il eluca 
e i suoi sgherri, presi da fame e sopraffatti dal numero, doveron cedere. 
Gualtieri ebbe salva la vita, ma fu dal territorio di Firenze bandito: 
lo che avvenne nel 1343. 

Sandro era abile ed esimio oratore; per lo che fu spedito in Val- 
darno agii Ubaldini ed ai Pazzi, i quali occupando quella parte, osteg- 
giavano lo ingrandirsi della repubblica. Fu pure egli nel novero di co- 
loro, che cooperarono allo istallamene e progresso dei buoni studii 
in Firenze. 

Alessandro di Simon di Neri. Fu insignito delle più alte cariche 
della repubblica. Fece ei celebrare una giostra come solenne dimostranza 
di onore a Manno Donati. Il quale capitanando i Fiorentini mandati 
a soccorso di Bernabò Visconti erasi impadronito della città di Reggio. 
Dopo il 1357 come apparisce pe'suoi atti, Alessandro ordinò la costru- 
zione della Pescaia sul fiume Arno a Porta S. Niccolò, acciò edificare 
le mulina pubbliche. Vanni suo fratello ebbe gran parte alla rivoluzione 
dei Ciompi ; laonde in ricompensa della sua valentia fu armato cavaliere 
a spron d' oro sotto la loggia della Signoria. 

Piero di Castello nel 1391 improntò 12,000 fiorini d'oro senza 
percipere interesse alla repubblica fiorentina; e ciò fece affinchè l'erario 
pubblico che era esausto si rinvigorisse, onde la guerra contro Giovan 
Galeazzo Visconti fosse spinta alacremente. 

Luca di Simone. Era egli abile siccome prudente ; epperò la repub- 
blica lo spedì ambasciatore nelle Marche, acciò dar sesto alle vertenze; 
lo che avvenne nel 1365. Assistè pure alle militari vicissitudini in det- 
to anno, ch'ebbero luogo in Val-d'-Elsa: venne indi castellano di Ser- 
ratile, baluardo importante sul confine lucchese. — Niccolò suo fratello 
non degenerava da lui ; avvegnaché andasse ambasciatore al re di Si- 
cilia; e indi appresso passasse duce d'eserciti al re di Napoli. 

Castello di Piero è dalla storia designato qual uomo insigne; es- 
sendoché fosse eletto ad ambasciatore al papa verso il 1460: e poscia 
in altra occorrenza avesse dalla repubblica incarico di far la risposta 
all' ambasciator di Milano. — Castello era non meno ricco che pietoso 
cavaliere: laonde per isbramare il religioso suo zelo fece costruire con 



. QUARATESI DI ROMA. 

grande magnificenza la chiesa e monastero di S. Francesco al monte 
fuor delle mura di Siena : il qual fabbricato costò a lui cento mila fio- 
rini d'oro. Narrasi eziandio ch'esso elargisse in fregiare di ornamenti 
il Pantheon fiorentino, Santa Croce. Dovea questo tempio esser tutto in- 
crostato per sua cura di marmi bianchi e neri; ma volendo gli Operai 
vietare a lui di apporvi lo stemma di sua famiglia, eì cessò dal suo pa- 
trocinio ; sicché la facciata fu posta in abbandono, quando appena era 
incominciata. Eaccogliesi eziandio che per la sua pietà cristiana Castello 
fece a sue spese edificare la chiesa di S. Francesco, posta nel colle di 
S. Miniato presso Firenze. 

Giorgio di Giovanni uomo dottissimo fiorito verso il 1450. Eiscosse 
gran plauso dai legisti per la interpretazione del Codice di Giustiniano; 
per cui salì in fama di luminare in Giurisprudenza. 

Andrea di Giovanni. Fu prete in Ispagna nel 1458. Ferdinando 
ed Isabella lo incaricarono di ringraziare i Fiorentini per aver trattati 
con giustizia gli affari di Pisa. 

Giovan Battista. Nella storia di Foligno trovasi molto commendato ; 
avvegnaché tenendo nel 1638 il governo di quella città, risplendesse di 
egregie virtù. Cavaliere di Santo Stefano, ebbe in Pisa la carica di prio- 
re della chiesa dei Cavalieri, nel quale ufficio morì. 

Giovan Francesco. Cavaliere di Santo Stefano si distinse nelle sue 
scorrerie per mare. Fu governatore dello slato Senese nel 1728: estinta 
la famiglia medicea regnante in Toscana, fu uno dei membri della Eeg- 
genza pei duchi di Lorena che successero nel granducato. 

Come abbiam già detto, i Quaratesi furono conosciuti negli scorsi 
secoli sotto la denominazione dei Da Quarata. Imperocché la Consorteria 
delle famiglie Quaratese, Gamurrina, Ricovera e Marsuppina che fecero 
edificare questa Terra, vollero chiamarla Quaratula per distinguerla da 
Quarata grande di Arezzo. 

I Quaratesi risiedono anche ai dì nostri in Firenze e sono rappresen- 
tati nei Signori Cavalier Niccolò del fu Luigi e Giovan Battista di Fi- 
lippo. 



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QUERINI 

(di Roma) 



Ben più largo spazio che alle nostre Biografie sia segnato, ci occorre- 
rebbe per degnamente raccontare della illustre Famiglia Querini, la quale 
non teme confronto per onore di antichità, per dovizia di gloria, per isplen- 
dore di meriti. 

Le doti di virtù, di sapienza, di savio consiglio, di militare valore, re- 
sero la Famiglia Querini in ogni secolo ed in ogni luogo commendevolis- 
sima ; ed i privilegi con che venne insignita danno prova che la nobiltà 
del casato non fu mai titolo vano o fiore vuoto di ambizione, sibbene 
frutto di belle menti a cuori magnanimi congiunto. 

Accreditati scrittori sostengono e documentano che la Famiglia Que- 
rini tragga origine dalla terra di Quire, da cui venne poscia la celebre 
tribù Quirina, che al tempo delle proscrizioni de' triumviri emigrò su 
quello di Padova. 

Il Daru poi nella sua storia della Repubblica veneta sostiene che i 
Querini erano di casa potentissima, originaria dalla illustre Famiglia ro- 
mana dei Sulpicii, ond' è- che fra" loro antenati annoveravano l'impera- 
tore Galba, fatto che teneva prova dall' avere tre Querini portato il nome 
di quel romano imperatore, elevati al dogado fino dall'ottavo secolo. 

Allorquando poi, secondo che narra Claudiano, nel 402 Alarico re dei 
Visigoti presentossi sulle creste delle Alpi Giulie, e « la fama battendo 
« con terrore le sue ali proclamò la marcia della barbara soldatesca, ed 
« empì di costernazione tutta l' Italia, » i Querini emigrarono nella Ve- 
nezia e con gli altri profughi montati quanti più legni poterono avere, si 
diressero nel vicino estuario di Caorle, quindi verso le lagune. — Fu- 



QUERINI DI ROMA 
gato quel nembo di ferocissimo flagello vollero rivedere il patrio suolo, ma 
scendeva in allora Attila più terribile che mai, ond'è che i Querini uni- 
tisi agli emigrati di Padova, Asolo, Ceneda, Belluno, stabilirono loro di- 
mora nelle isole di Luprio, Dorsoduro, Olivolo, Torcello, Rialto, vivendo 
ordinatamente senza distinzione di grado, senza codice, senza giuramenti, 
essendoché in tutti una era la fede e l' amore. 

Moltiplicandosi poscia la popolazione, fu d'uopo provvedere alla pub- 
blica cosa, che da famiglia diveniva Stato, ed in allora appariscono i 
Querini creati tribuni nelle ìsole dì Torcello, Rialto, Eraclea, Malamocco, 
quindi triunviri generali, e segnati fra le ventiquattro illustri case più 
antiche di Venezia che costituirono il primo patriziato. 

Nel 697 erano sorte parecchie discussioni nel mentre che i Longo- 
bardi infestavano Venezia dalla parte di terra, e gli Schiavoni dalla parte 
di mare : in Eraclea fu convocata una generale adunanza ; Cristoforo pa- 
triarca di Grado prese a calmare gli animi concitati contro parte dei 
tribuni, ed i Querini abbenchè godessero estimazione proposero che a si- 
miglianza di Roma, Genova, Napoli, venisse creata una- autorità con il ti- 
tolo di duca, che si chiamò dux, doge, e votarono per la elezione di que- 
sto primo doge che fu Paolo Lucio Anafesto. 

Il nome dei Querini figura eziandio in quelle onorevoli e speciosissime 
ambascierie che i Veneziani mandavano a' re Longobardi, agli impera- 
tori di Oriente ed a quelli di Germania per ottenere la riconferma dei 
trattati e privilegi pe' quali era riverita ed estimata la veneta repub- 
blica. 

Nel 853 Lucilio Querini figlio di Giovanni III venne creato cardinale 
da papa Leone IV, ed intervenne al Concilio Lateranense. 

Ottone Querini di Paolo fu nel 1178 elettore di Orio Mastropiero, qua- 
rantesimo doge, ed adoperossi validamente nel gran Consiglio perchè ve- 
nisse detronizzato Andronico 1' usurpatore dell' impero di Oriente, e con- 
tribuì patriotticamente all' imprestito contratto nel 1187 dalla veneta re- 
pubblica per riparare ai malanni della guerra. — Ma la sua gloria più 
bella si fu, allorquando queir eroe meraviglioso di Enrico Dandolo vecchio 
di novantun' anni, lasciato il dogato si fece comandante supremo della 
flotta destinata a combattere i Musulmani, ed Ottone Querini gli si mise 
al fianco e combattè con esso e vinse, e dato il voto al Baldovino per- 
chè fosse re di Gerusalemme, si ebbe a giusta ricompensa di molte isole, 



QUERINI DI ROM A 
e privilegi in quelle, e diritti di juspatronalo, onde venne giustamente 
commendato per cittadino savio e valoroso. 

Dopo il 1223 cominciò in Italia quella lotta terribile e disastrosa per 
la Chiesa e per la Nazione, fra Federico II e papa Gregorio IX. 

La repubblica di Venezia non potè tenersi estranea, e nella spedi- 
zione che preparò per la Puglia, prepose Leonardo Querini figlio di Do- 
menico all'alto grado del generalato dell'armata, e questi alla fiducia in 
esso riposta degnamente corrispondendo, seppe far rispettare il Leone di 
San Marco : inviato quindi con venti galee in soccorso di Baldovino, riu- 
sci a sconfingere i Musulmani, e quando Gerusalemme venne ridonata ai 
cristiani, esso ritornossone a Venezia, ove ricevuto con pompa e trionfo 
solennissimo si ebbe la veste procuratoria. 

Leonardo Querini nel 1228 combattè contro l'imperatore di Nicea, 
trionfò della flotta nemica, e lasciò una pregiata descrizione dell'isola di 
Candia. 

Bartolomeo Querini di Romeo, figura pure fra gli uomini celebri, eletto 
per i molti suoi meriti vescovo di Venezia nel 1274 da papa Gregorio X, 
e quindi passato alla sede di Trento ove morì nel 1310. 

Un solenne avvenimento registra la storia nel 1310, con la congiura 
dei Tiepolo, Badoaro e Querini in Venezia. — Fino dal 1299 Marino Bo- 
conio, essendo doge un Gradenigo, s' era eretto difensore dei diritti del 
popolo e fece minaccia di commuovere la repubblica, se la aristocrazia 
non ismettesse di governare quasi dispoticamente. La cospirazione venne 
scoperta, e Boconio co' suoi compagni perdette la vita sul patibolo. — 
Mario Querini, Boemondo Tiepolo e Badoaro non intimoritisi per tale 
fatto, e studiando le ragioni del malcontento popolare e trovandole più 
che giustificabili giustissime, collegatisi co' nemici del Gradenigo vollero 
ripurgare la repubblica dalla preponderanza che andava V aristocrazia ac- 
quistando, e tener alta la bandiera della civile libertà. 

La cospirazione venne tesa con tali e tante cautele che il governo 
ignorolla abbenchè numerosissimi fossero i congiurati e ben muniti di 
armi e di aiuti. — Nella notte del 15 Giugno 1310 Mario Querini capi- 
tanando la propria schiera venuto sulla piazza di San Marco trovò i sol- 
dati del governo pronti a respingere con le armi gli assalitori. — Il doge 
Gradenigo era stato avvertito che nelle case dei Querini e dei Tiepolo si 
tramava qualche cosa contro l'aristocrazia, perciò premunissi dinanzi 



QUERINI DI ROMA 
alla rivolta che doveva scoppiare in quella notte : ma Mario Querini non 
si scoraggiò, ed arditissimo venne alle armi: non fu lungo il combat- 
timento, ma accanito, finalmente ucciso Boemondo Tiepolo prevalse la 
forza della aristocrazia, ed i cospiratori vennero sacrificati in uno alla 
vera libertà della repubblica di che volevano farsi rivendicatori, e furono 
puniti molti nella vita, altri nelle sostanze con le confische e con l'esi- 
lio. — Mario Querini era stato ucciso nel fiero combattimento sulla piazza 
da Marco Giustiniano. 

Il doge Gradenigo tentò allora di appagare alcuni desideri del popolo, 
ma l'aristocrazia mostrossi paurosa, ed instituì anzi il Consiglio dei 
Dieci con pieni poteri, e sciolto da qualunque formalità legali. — Fu ap- 
presso a tale fatto che il veneto senato ordinò a' Querini di togliere il 
gallo dalle loro insegne, e presero in allora lo scudo in campo diviso con 
T azzurro di sopra e di sotto il vermiglio con tre stelle d'oro. — Altri 
rami di questa famiglia portarono tre gigli dorati per dono dei re di 
Francia, ed altri segni concessi dai re di Spagna. 

Nel 1322 Bartolomeo Querini venne eletto vescovo di Yenezia : nel 1373 
Tommaso Querini per Falta sua prudenza e sapienza essendo stato di 
grande vantaggio a papa Gregorio XI per la risoluzione di ritornare la 
sede pontificia da Avignone a Roma, venne creato cardinale. 

Nel 1381 segnossi il nome di Querina Querini per il glorioso vanto di 
essere stata la madre di san Lorenzo Giustiniani, principale ornamento 
di Venezia per scienza e virtù. — Nel 1504 Vincenzo Querini venne ce- 
lebrato per il sapere suo veramente meraviglioso, avendo imparato in soli 
ventiquattro giorni la lingua ebraica, ed a 18 anni avendo proposte ben 
duemila conclusioni. — Fu ambasciadore, poi frate di Camaldoli, e la 
morte rapigli il cardinalato a cui avealo eletto papa Leone X. — Nel 1524 
Girolamo Querini fu promosso a patriarca di Venezia. ■ — Nel 1535 Eli- 
sabetta Querini fu onore della italiana letteratura, amica del Bembo, del 
Della Casa e dei più distinti scrittori del suo tempo. — Nel 1548 Fran- 
cesco Querini già primicerio in san Marco, ebbe specialissime onoranze 
per la sua eminente dottrina. — Nel 1557 sorge poi gigante nella Fa- 
miglia Querini il nome di Marco, di quel valoroso capitano che ebbe ti- 
tolo di flagello degli Ottomani. — Fu esso che negli anni 1551-67 e 69 
menò strage sui corsari che infestavano il golfo di Venezia, e giunse a 
totalmente distruggerli. — Nel 1571, con sole tredici galee ebbe il fiero 



QUERINI DI ROMA 
ardimento di passare fra mezzo alla flotta musulmana, non solo con- 
servando incolumi i propri legni, ma per di più danneggiando grave- 
mente i nemici. Soccorse Famagosta, poscia si congiunse a Messina con 
Venier, ed unitosi ai federati contribuì validamente alla gloriosissima 
vittoria delle Curzolari. 

Il Foscarini nella storia della Letteratura Veneziana, il p. Giovanni 
degli Agostini, il Zanotto, il Romauini, e quanti scrissero intorno alla ve-, 
neta repubblica hanno descrizioni frequenti intorno alla famiglia Querini, 
sì che noi dobbiamo lamentare la brevità dello spazio che non ci accon- 
sente di riportare i lunghi brani ai quali altamente commendasi così il- 
lustre famiglia. 

Dal Dizionario Enciclopedico e dalle Biografie dei più illustri uomini 
che onorano 1' Europa, troviamo il nome di Angelo Maria Querini nato 
in Venezia nel 1680. — Fu questi distintissimo letterato ; e, secondo esso 
scrive di se, i Gesuiti aveano tentato con ogni mezzo di attrarlo nella 
loro religione, mentre volle entrare nella regola di san Benedetto. — 
Nel 1698 professò in Firenze. — Nel 1702 chiamato a Perugia per so- 
stenere un'ardua tesi di teologia sulla scienza media di Dio, trovossi 
di fronte a combatterlo i più eminenti dottori Gesuiti , ma la vittoria fu 
sua. — Percorse la Germania, i Paesi Bassi, l' Inghilterra, la Francia, e 
fu amico dei più celebri scienziati del suo secolo. — Fra la massima stima 
dei pontefici, trovò per altro opposizione da papa Clemente XI, che vie- 
togli di pubblicare il primo volume della storia delF ordine Benedettino 
siccome quella che con documenti comprometteva alcuni diritti della Corte 
Romana. ■ — Venne Angelo Maria Querini creato consultore del Santo Uf- 
fizio, dallo stesso Clemente XI, e da Innocenzo XIII fu eletto vescovo di 
Corfù. Benedetto XIII trasferillo poi a Brescia e nominollo cardinale. Cle- 
mente XII lo destinò a bibliotecario del Vaticano. — Durante il conclave 
compiacevasi il Querini di mostrare ai cardinali la sua preziosa raccolta 
di medaglie; quando udendo che veniva stimata del valore di 181 mila 
franchi, disse « non fia vero che fra i poveri io possegga tanto tesoro, » 
e regalolla alla biblioteca del Vaticano. — Morì fra il generale compianto 
nel 1755. 

La famiglia Querini venne a suddividersi in ben venti branchi, alcuni 
de' quali in Candia, dove nel 1420 era nato Lauro Querini che fu distinto 
letterato. 



QUERINI DI ROMA 
— Uno di questi rami trapiantassi in Roma rendendo sempre più 
onorata tanto illustre prosapia. Attuali rappresrntanti di tale branco in 
Roma è F avvocato Querino Querini, che le belle e rari doti di mente 
alterna con il patrio amore. 

In ogni branco poi troviamo uomini cospicui, e sempre quella altezza 
di virtù che rende veramente onorevolissima questa Famiglia, la quale po- 
-che ha seconde nella antichità del casato, nella ricchezza della gloria, e 
nello splendore di storiche pagine collegate ai fatti della patria. 

S. DE R. 



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Il Crescenzio nella Corona della Nobiltà d'Italia anno- 
vera quest'illustre famiglia genovese fra quelle che si pre- 
giano aver avuti diversi personaggi, segnalali non tanto nelle 
lettere e dignità ecclesiastiche, quanto nell'armi, ne" 1 governi 
e nelF imprese marittime. Vanta inoltre tra" 1 suoi due beale, 
Maria e Cecilia, i cardinali Ottaviano e Lorenzo, ed altri 
insigni prelati, non che una serie di uomini distinti che 
vennero adoperati neir amministrazione delle cose della Re- 
pubblica Ligure. Nella formazione de* 1 28 Alberghi fu com- 
presa in quello di casa Fieschi. Pretende il Recco nelle sue 
Memorie genealogiche delle famiglie di Genova, che questa fa- 
miglia sia originaria da Piacenza, e da un ramo della famiglia 
Rossi. 



L'arma consiste in un leone traversato da una banda. 
Fransone, Della nobiltà di Genova. 




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(di Genova) 



Molti personaggi, segnalati tanto nelle lettere e dignità ecclesiasti- 
che, quanto nell' armi, ne' governi e nell' imprese marittime, vanta que- 
sta illustre Famiglia genovese. Conta altresì tra' suoi due beate, Maria e 
Cecilia ; due Cardinali, Ottaviano e Lorenzo, ed altri insigni prelati, non 
che una serie di uomini distinti che vennero adoperati nell' amministra- 
zione delle cose della Repubblica Ligure. 

Fu compresa nella formazione de' 28 Alberghi in quello di Casa 
Fieschi. 

È originaria di Piacenza, e viene da un ramo della Famiglia Rossi. 



T. A. 




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(di Firenze) 



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le antiche e potentissime famiglie fiorentine è ila notarsi quella dei 
Ricasoli, celebrata così dal Verino: 

» Ricasolana domus magnis memoranda cothurnis, 
» Quae sua prò patria obiecit castella tot hosti, 
» Panzanae sobolis fertur de semine nata. 

Essa d'origine Longobardica era già potente nel secolo IX e Signora 
non solo dei forti castelli di Ricasoli e di Panzano donde trasse il nome, 
ma eziandìo di Campi, di Tornano, di Rroglio, della Trappola, di Ver- 
une, di Sagona, di Modano, di Rocca Guicciarda, di Monteaguto e di 
altre fortezze situate nel Chianti. Rodolfo uomo potentissimo vissuto nel 
secolo XI dette nome a questa casata che perciò si disse de' Firidolfi, ciot- 
te filiis Ridolphi, finché dal castello di Ricasoli i suoi discendenti 
non presero il nuovo cognome. Che questi dinasti fossero possessori di 
una gran parte del castello di Ricasoli non vi ha dubbio facendone ba- 
stantemente prova due atti, l'uno del 4295 nel quale si fa memoria del 
castello di messer Ugo da Ricasoli, l'altro del 4298 in cui viene ricor- 
dato un Nardo del fu Cino da' Ricasoli. Ho accennato che in gran parte 
il detto castello apparteneva alla famiglia omonima, sul riflesso che gli Impe- 
tori Arrigo VI nel 4191 e Federigo II nel 4220 confermarono con altret- 
tanti diplomi ai Conti Guidi anco la metà del castello di Ricasoli e suo di- 
stretto. Nel 1389 questo castello divenne proprietà dei Fiorentini perchè 
ceduto spontaneamente dalla famiglia dominante ; non così avvenne di 
quello della Trappola perchè nel 4394 ad onta dei suoi reclami dovè 
restare in potere dei Fiorentini, poi del primo Duca di Firenze e quindi 
del Granduca Cosimo I il quale nel 4564 concedè con titolo Baronale ai 
viventi di questa casa la giurisdizione civile e criminale sopra il feudo 
granducale del castello e distretto della Trappola e di Rocca Guicciarda, 
feudo che cadde nel 4777 , nel qual anno per motuproprio dei 29 Luglio 
i Ricasoli ne furono spogliali con riservo peraltro degli allodiali e del 
ttolo. Questa illustre famiglia come appartenente alla classe dei Magnati 
ebbe poca parte nei destini della Fiorentina Repubblica, essendo stala 



2 RICASOLI 

esclusa dalle Magistrature nel 1282, cioè, nell' epoca in cui fu istituito 
il governo popolare, e venne soltanto riabilitala dopo olire un secolo 
dietro renunzia del loro cognome ed insegna e per solenne decreto 
della Repubblica. I Ricasoli, allora si divisero in varie consorterìe, cioè, 
in Firidolfl, in Bindacci e Fibindacci, e sotto tali denominazioni die- 
dero alla Repubblica Fiorentina tredici Priori ed un Gonfaloniere di 
giustizia. Nel -1049 dotarono la Badia di Coltibuono, come consta per 
istrumento che nel suo originale conservasi nell' archino di quel Mona- 
stero, donando ai Monaci Vallombrosani l'antico loro Oratorio di San 
Lorenzo con molti beni. 

Ugo di Berengario fu Monaco ed Abate vallombrosano, e nel 1-163 
da Alessandro III venne elevato alla porpora cardinalizia colla Diaco- 
nia di Sant'Eustachio. Morì nel 1194. 

RANIERI suo fratello; in qualità di Capitano servì l'imperatore Fede- 
rigo I detto Barbarossa nelle guerre di Lombardia, per cui questo 
Monarca con diploma del 1167 gli concesse in feudo i castelli di Campi 
e Tornano, e credesi pur anco quello di Broglio; quindi Arrigo VI 
nel 1497 ampliò la donazione paterna aggiungendovi Moriano poi Rica- 
soli nel 1182. Nel 1202 fu condottiero dell'esercito fiorentino nella Val- 
delsa alla guerra di Scmifonte. 

Alberto suo figlio, fu ai servigi dell'impero per cui nel 1213 dall' im- 
peratore Ottone IV ebbe conferma dei privilegi già da Federigo I e da 
Arrigo IV suoi predecessori al di lui padre concessi. Nel 1230 governò 
i Senesi qual Potestà, e quindi come loro Capitano gli guidò all'acqui- 
sto dei castelli di Chianciano e di Sarteano. Da Frisia Pannocchieschi dei 
Conti d'Elei sua consorte ebbe in figli Ranieri ed Ugo, dai quali deri- 
vano per retta linea le due diramazioni che tuttora non senza gloria 
figurano nella loro patria. 

Ugo suo figlio Guelfo di fazione. Nel 1260 combattè sull'Arnia nei 
campi di Monteaperti. Dopo la sconfitta dei Guelfi vagò ramingo per va- 
rie città d'Italia, né tornò al suo castello di Ricasoli che dopo ristabi- 
lite le cose, ritrovando detto castello in gran parte smantellato e distrutto 
per opera dei Ghibellini suoi nemici. Nel 4280 figurò tra i Grandi che 
giurarono di osservare la pace stabilita dal cardinal Latino. 

Ranieri suo fratello seguì la parte Guelfa e nel 4260 unitamente ad 
Ugo si trovò alla sconfitta dei suoi nella battaglia di Monteaperti. Dopo 
di ciò qual fuoruscilo portossi colle sue schiere al Montesansavino ove 
si fortificò; avvenuta nel 1266 la rotta dei Ghibellini a Benevento ove 
vi rimase morto anco il Re Manfredi di Svevia, die assalto ai Senesi, ai 
quali tolse le Serre ed i forti castelli d'Armaiolo e Rapolano. Morì nel 4286 
con fama di esperto e valoroso soldato. 

Bindaccio di Albertaccio; nel 1312 cambattè valorosamente per la 
patria contro la prepotenza dell'imperatore Enrico VII; nel 1345 con- 



RICASOLI 8 

lio l'guceione dulia Fuggiota ;;l!a battaglia ili Montecatini ; poi nel 1325 
n quelli! d' Altopascio contro Casiruccio Castracani. Nel 1332 fu Potestà 
di Bologna e nel 1335 dal Cardinale Egidio d'Albornoz Legato pontifi- 
cio fu nominato Capitano generale nella guerra contro gli Ordelaflì che 
avevano usurpato alla Chiesa le città di Orvieto, Gubbio, Fermo e Meldola. 
In questa spedizione il Ricasoli si distinse per senno e valore, e fu opera 
e merito suo il far tornare alla devozione di Giovanni XXII le città ribellate. 

Angelo suo figlio destinalo alla Chiesa divenne Canonico delia Cat- 
tedrale di Camerino, nel 1355 Innocenzio VI lo elesse Vescovo di Soia, 
poi d'Anversa nel 1357. Nel 4370 da Gregorio XI fu trasferito al Ve- 
scovato di Firenze e finalmente da Bonifazio IX nel 4391 a quello 
dì Arezzo. Trovandosi nel 1390 nel proprio castello di San Giusto nel 
Chianti fu assalilo dai Senesi guidati da Giovanni degli Ubaldini ; sebbene 
inferiore di forze si difese valorosamente contro gli attacchi dell' ini- 
mico, ma quindi dovè capitolare; pervenuto il castello in mano dei 
Senesi fu dai medesimi immediatamente diroccato. 

Albertaccio suo fratello. Nel 1341 Mastino della Scala Signore di 
Verona aveva tolto Lucca ai Rossi di San Secondo colà Vicari del Re di 
Boemia, umiliato dalle sue disgrazie vendè quella città ai Fiorentini. 1 
Pisani che anelavano pure a tanto acquisto corsero ad assediare Lucca ■ 
costretti i Fiorentini a difendere le loro ragioni inviarono alla volta di 
quella città un poderoso esercito ; il Ricasoli fu uno dei Capitani di 
questa spedizione e nella sconfitta che ebbero i Fiorentini rimase pri- 
gioniero dei Pisani. Quindi fu eletto Commissario dell'esercito fiorentino 
nelle guerre Gogli Ubertini nel 1349, in quelle conlro i Pistoiesi nel 1350, 
poi nelle altre della Valdambra contro i Tarlati da Pietramala nel 1353. 
Nel 1354 combattè in favore d' Innocenzio VI contro Francesco Ordelaflì 
a cui ritolse Forlì. Nel 1380 dalla Repubblica fiorentina gli fu conferito 
la dignità equestre, e sebbene appartenesse all' ordine dei Magnati fu am- 
messo al benefizio della popolarità con tutti i suoi discendenti. Morì 
compianto nel 1389 ed ebbe a spese del Comune splendidi funerali, ai 
quali intervenne tutta la Signorìa e ciò non tanto in benemerenza degli 
utili servigi resi alla patria, quanto per avere nello stesso anno sotto- 
posto alla Repubblica il proprio castello di Ricasoli e suo distretto. 

CARLO di Granello. Passò i primi anni della sua giovinezza alla corte di 
Giovanni XXIII che lo ebbe carissimo, e nel 1393 tornato in patria fu am- 
messo al benefizio della popolarità e sostenne pel Comune varie ambascerìe. 
Nel 1434 fu posto di nuovo nel numero dei Magnati, e ciò per opera di 
Cosimo Medici, il quale volle vendicarsi di lui perchè nell'anno antecedente 
era stato nel numero di coloro che avevano decretato il suo bando. 

Bettino di Bindaccio, nel 4357 combattè in favore d' Innocenzio VI 
elle guerre di Romagna contro gli Ordelaflì, quindi per la patria con- 
tro i Pisani nel 1364; ciò pertanto gli aprì l'adito alla Magistratura dei 



4 RICASOLI 

Capitani di parte Guelfa, del qual Magistrato potevano anco far parte 
i Magnati. Bettino fu uno dei più severi nell' ammonire, e nel 1378 
quando si trattò di procedere contro Giraldo Giraldi e Francesco Mar- 
tini, egli per ventidue volte gli mise a partito ; poi veduto che i suoi 
colleghi non erano conformi alla sua volontà, fece serrare le porte del 
Palazzo e fattesi recare le chiavi giurò che a dispetto di Dio e degli 
uomini nessuno dovesse uscire di lì se prima i due cittadini non erano 
ammoniti; questo fatto dette motivo alla rivoluzione dei Ciompi, per cui 
si trovò involto in gravi sciagure e per miracolo ebbe salva la vita, ve- 
nendo peraltro relegato in Ancona. Nel 4381 mediante la decapitazione 
di Giorgio Scali avendo termine il governo della plebe potè tornare in 
patria, e veduto che ristretto era il numero delle Magistrature che dai 
Grandi potevansi conseguire, chiese ed ottenne nel 1393 di essere fatto 
del popolo prendendo per suo nuovo cognome quello dei Fibindacci. 

GALEOTTO suo figlio, nel 1398 combattè per la patria nelle guerre 
dei Visconti, poi passato al servizio della Chiesa militò in favore di Gio- 
vanni XXIII contro Ladislao Re di Napoli. Tornato in patria nel 4420 
dai suoi concittadini fu preso di nuovo in considerazione pei quali so- 
stenne importanti missioni. Nel 1434 ebbe parte alla cacciata di Cosimo 
Medici, il quale tornato poco dopo in Firenze più potente di prima volle 
vendicarsene togliendogli la popolarità e cacciandolo in esilio. Rifugiatosi 
nel suo castello di Broglio vi fu proditoriamente imprigionato da Antonio 
Petrucci fuoruscito senese sperando con tal mezzo di conciliarsi 1' amici- 
zia e la protezione di Cosimo Medici per riacquistare il perduto dominio 
di Siena, ma l'astuto Cosimo credè suo utile l'affezionarsi una nume- 
rosa e potente famiglia fiorentina, e mandato Neri Capponi a cacciare 
il Petrucci da Broglio, richiamò il Ricasoli in patria accordandogli di 
nuovo la popolarità, perlochè grato del benefizio, d' allora in poi divenne 
uno dei suoi più validi appoggi. 

Bettino di Antonio, nel 1478 in occasione della guerra suscitata per 
la congiura de' Pazzi difese Broglio dall' armate del Re di Napoli e di 
Sisto IV. Sebbene avesse pochissime forze in confronto di quelle del 
nemico, pur tuttavia tenne il castello per oltre venti giorni; ma sopraf- 
fatto in seguito dal numero dei nemici dovè capitolare sebbene ad ono- 
rate condizioni. La Repubblica fiorentina giudicò di tale importanza la 
difesa di quel castello che volle sapergliene buon grado mediante il suo 
ritorno nella classe dei popolani assolvendolo eziandìo da ogni bando o 
condanna e dai debiti che aveva contratto col Comune. Morì nel 1485 a 
Livorno ove rivestiva la carica di Commissario di guerra nella spedizione 
fatta dai Fiorentini contro i Genovesi. 

Antonio suo figlio nel 1512 figurò tra coloro che si adoprarono per 
rovesciare il governo del Soderini da cui ne derivò la tornata dei Medici. 
Nello stesso anno fece parte del Magistrato dei Priori e nel 1519 salì 



RICASOLI •> 

alla suprema dignità di Gonfaloniere di giustizia, l'unico fra i Ricasoli 
che godesse tale onorilìcienza. Nel 1516 Leone X gli affidò l'incarico di 
dirigere la guerra contro i Rovereschi diretta a spogliare del Ducato 
di Urbino quella stessa casa della Rovere che nel 1494 aveva dato rico- 
covcro ai Medici nelle loro calamità, per investirne Lorenzo suo ni- 
pote. Nel 1520 ebbe la carica di Commissario dell'esercito fiorentino 
destinato, a rimettere in Siena Fabio Petrueci,, e la sconfitta sofferta 
lini Fiorentini sotto le mura di quella città fu attribuita alla viltà 
di osso Commissario. Dopo la cacciata dei Siedici nel 1527 gliene fu 
fitto carico in guisa che venne proferita la di lui condanna di morte e 
confisca; egli peraltro potè schermirsene fuggendo a Roma presso Cle- 
mente VII e colà si trattenne finche durò l'assedio. Caduta Firenze nel 1530, 
turno in patria e fu scelto a far parte della Balìa che doveva riformare 
il governo, poi nel 4532 dal Duca Alessandro fu eletto Senatore. Ucciso 
il Duca da Lorenzino de' Medici nel 1537 forzò il Senato ad eleggere 
Cosimo I, il quale dopo la battaglia di Montemurlo lo nominò uno dei 
giudici destinati a decidere della sorte dei prigionieri. Morì nel 4542. 

Leone suo figlio. Costui fu l'istrumento col quale il Duca Cosimo I 
si servì per perdere i Senesi. Mandatovi Ambasciatore residente nel 4552 
cominciò a spargere dei malumori tra il popolo per disporlo contro il 
Re di Francia che gli aveva presi in considerazione; ciò produsse una 
congiura che fu sventata e due Salvi e due Vignali, capi della trama, furono 
condannati alle forche ; ciononostante la scaltrezza del Ricasoli e del 
Duca Cosimo I portò tali conseguenze che spinti i Senesi alla dispera- 
zione li condusse alla loro totale rovina. Caduta Siena nel 4555 il Ri- 
casoli passò in Francia a trattar la pace con Enrico III. Mori nel 4563 
dopo di essere stato elevato alla porpora senatoria. 

Giulio fratello del precedente fu Commissario nel Chianti, e dopo 
la caduta di Siena Cosimo I ad esso affidò l' incarico di assoggettare al 
dominio Mediceo le terre e castella che si erano mantenute fedeli all' an- 
tica Repubblica. Nel 4553 fu eletto Senatore; nel 4557 fu inviato Ambascia- 
tore alla casa Farnese e di Savoia ; nel 4559 a Pio IV per seco congratu- 
larsi in occasione della di lui esaltazione al Pontificato, poi all'imperatore 
Massimiliano II nel 4564. Nello stesso anno chiese ed ottenne dal Granduca 
Cosimo I il dominio feudale sui castelli di Trappola, Rocca Guicciarda e Sa- 
gona, già antichi feudi di sua casa, con titolo Baronale da perpetuarsi nei 
suoi discendenti per linea di primogenitura. Morì nel 4570. Il Ricasoli ha 
il merito di avere proseguite le importantissime operazioni idrauliche che 
nei suoi possessi di Valdichiana aveva già intraprese suo padre, opera- 
zioni che poi furono condotte a termine dall' attuale dinastìa Lorenese. 
Simone di Ranieri ; avendo contratto nozze con una parente di Cal- 
listo III e d' Alessandro VI si stabilì in Roma ove nel 4500 ottenne la 
Tesorierìa pontificia. Fu accettissimo a Leone X ed a Clemente VII, e nella 



6 RICASOLI 

circostanza del sanguinoso saeco di Roma fu uno degli ostaggi richiesti dal- 
l'esercito imperiale. In tale luttuoso avvenimento non vi fu iniquità che non 
si commettesse, e hasti il dire che il cadavere di Giulio II fu disotlerrato e 
spogliato dei suoi arredi; di quest'orrendo spettacolo non goderono i due 
condottieri dell'esercito Giorgio di Frandsperg, ed il Contestabile di Bour- 
bon, poiché questi rimase ucciso nell' assalto, quegli che si vantava di por- 
tare il capèstro per strangolare il Papa morì d'apoplessìa nel viaggio. Il Ri- 
casoli non potè a lungo sopravvivere a tanti duri trattamenti, e specialmente 
oppresso dagli anni e dalle infermità mori di cordoglio dopo pochi giorni. 

Giovan Battista suo figlio, fattosi ecclesiastico divenne Canonico 
delia Metropolitana fiorentina, quindi fu chiamato a Roma da Clemente 
VII che lo elesse suo Commensale e Cameriere segreto: di poi lo no- 
minò Prefetto dell'esercito Pontificio nell'Ungheria nelle guerre contro 
il Turco, e nel 4538 da Paolo IH fu eletto Vescovo di Cortona. Nello 
stesso anno Cosimo I lo inviò Ambasciatore all' imperatore Carlo V 
per trattare di gravissimi affari; nel 4555 a Filippo II Re di Spagna per 
assistere alle nozze di quel Monarca colla Regina d'Inghilterra, e nel 1557 
a Paolo IV per trattare degli affari di Siena. È specialmente noto sotto 
il nome di Vescovo dell'ampollina, perchè Cosimo I nel 4553 gli affidò 
l'incarico di recarsi in Francia affine di corrompere i servi di Piero Strozzi 
per propinargli un veleno dallo stesso Cosimo preparato ; ma la Regina Ca- 
terina che di ciò si era accorta lo fece sorvegliare in modo da rendere vani i 
di lui tentativi. Morì Vescovo di Pistoia uel 4580. IlRicasoli fu uomo erudi- 
tissimo ed ascritto all'Accademia Fiorentina. Francesco Baldelli dedicò a lui 
la traduzione dal latino dell'opera De bello sacro di Benedetto Accolti. 

Giovanfrakcesco di Paolo fu cavalier gerosolimitano e nel 4647 Bali 
e Generale delle Galere dell'ordine. Rivestendo tali qualità si acquistò 
eterna benemerenza per avere accresciute le fortificazioni dell' Isola di 
Malta coll'erezione di una Fortezza che tuttora si chiama il Forte Ricasoli. 

Ottaviano di Bettino fu cavaliere di S. Stefano e nel 4640 Gran 
Contestabile dell'Ordine. Il Granduca Ferdinando II nel 4644 lo investì 
del Baliato di Monferrato : passato quindi in Germania al servizio della 
Casa d'Austria divenne Colonnello di un Reggimento di Fanteria. Mori 
con gloria in un fatto d'armi nel 4649. 

Pandolfo di Francesco dapprima vestì l'abito di Gesuita, ma dopo 
pochi mesi lasciato l'ordine ottenne un Canonicato nella Metropolitana 
fiorentina. Scrisse varie opere che gli acqnistarono fama di erudito e 
dotto Teologo: difatti era dotato di molta dottrina e di un contegno ap- 
parentemente morigerato per cui fu tenuto in molta stima presso la Corte 
ed il pubblico- Tuttavia un uomo cotanto pio ed illuminato all'età di cin- 
quanta anni si lasciò trascinare in un abisso di lubricità che lo trasse 
a ruina. Narrasi che avendo una tal Faustina Mainardi donna di bassa 
condizione formata una scuola di fanciulle, il Ricasoli si volle mettere 



R1CAS0U 7 

alfu lesta ed alto direziono (lolla Maestra egualmente che delle educande; 
l'educazione oltrepassava i limili (Iella spiritualità poiché abusò della 
religione per sedurre quelle innocenti creai tire ed insieme al libertinag- 
gio v'introdusse un pernicioso quietismo. Un fiate Calosanziano rivelò 
all'inquisitore la confessione di una educanda di questa scuola ed il 
Tribunale intraprese i! processo. La sentenza ebbe luogo il 28 Settem- 
bre del iOii colla quale furono condannali il Ricasoli e la Mainardi al 
carcere a vita e gli altri a pene proporzionate alle loro complicità. Pan- 
dolfo subì la sua pena con esemplare rassegnazione e dopo sedici anni 
di prigionia consumala tra le penitenze più austere mancò ai guai della 
vita il 17 Luglio del 1657. Lasciò scritto la V ita di S. Filippo Benizzi 
con dedica al Pontefice Urbano VISI. Firenze 1626. L'opera iutitolata Ac- 
cademia Giaponica nella quale in forma di Dialogo si provano le verità 
della Cattolica religione contro le false opinioni dei Gentili. Queslo la- 
toro è diwso in tre parli, la prima delle quali è dedicata al Granduca 
Cosimo IL Bologna 1613. Un orazione in lode della Virginità e for- 
tezza militare, fatta in occasione della morte del Principe Don France- 
sco de' Sledici, dedicala alla Granduchessa Cristina di Lorena madre del 
defunto. Firenze -1615. Altra Orazione fatta in occasione delle Esequie 
del Granduca Cosimo IL Venezia 1622. Scrisse pure in latino la Vita 
del P. Angelo Maria Montorsi religioso servita che venne pubblicata in 
Venezia nel 4623 e quella di S. Margherita da Cortona. Molte sue let- 
tere latine ed ebraiche si conservano tuttora nella Biblioteca Palatina. 

Orazio di Gio: Battista, Cavaliere e Priore dell'ordine di S. Stefano 
nel 1614, e Gran Contestabile nel 1656. Attese con buon successo fino 
dalla prima sua gioventù allo studio della filosofia morale per cui ac- 
quistò nome di erudito e dotto Filosofo. Lasciò scritto una pregievolissima 
opera intitolata Dialoghi Filosofici sotto il nome dell'Imperfetto Acca- 
demico della Crusca, la quale si conserva MS. nella Biblioteca Maglia- 
bechiana. Rimasero pure manoscritte molte sue leggiadre Poesie, ad ecce- 
zione di alcune che leggonsi impresse nell'Opere del Crescimbeni e del Redi. 

Luigi suo figlio, cavaliere e Priore dell'ordine di S.Stefano nel 1672, 
e Gran Contestabile nel 1690.Fu pure esso uomo eruditissimo, ascritto all'Ac- 
cademia Fiorentina, a quella degli Apatisti ed all' altra degli Arcadi di 
Roma. Morì il 27 Aprile del 1704. Lasciò scritto La Descrizione delle 
Esequie per la Regina di Francia Anna-Maria-Maurizia Firenze 1666; 
ed una Orazione funebre in morte del Granduca Ferdinando II stam- 
pata in Firenze nel 1671. 

Mattia del senatore Orazio, cavaliere di S. Stefano nel 1645, poi am- 
miraglio delle galere dell'Ordine nel 1671. Entrato in carica sciolse con 
felici presagj le vele e penetrando nelle acque della Numidìa trovò il 
25 giugno presso la fortezza di Sfaz un vascello nemico, in cui aveva 
preso l'imbarco un Chiaus Turco che da Costantinopoli passava a spie- 



S RICASOLI 

gare l'intenzione delia Porta QUomana ai popoli (ribulnrj dille coite 
affrieane. Procurò il nemico di schivare il cimento, ma faltosegli incon- 
tro il Ricasoli colle sue galere Io costrinse suo malgrado ad accollar la 
battaglia. La zuffa riuscì crudele e sanguinosa da ambe le parti, ma final- 
mente il nemico giunto agli estremi ed atterrito dalla strage dei compa- 
gni e dovette arrendersi. Si portò quindi a Messina per cacciare da quel- 
I' acque due fregate turche le quali afferrando tutto i! grano che compa- 
riva in quella piazza ave-vano messo in costernazione quelli abitanti che 
grati del benefizio gli spedirono un ambasciatore perchè ne fosse rinterpe- 
tre. Dopo di ciò si diresse verso l'Isola di Gianuti ove sorprese un 
Brigantino in cui eravi un lai Maometto Bassa di Costantinopoli. Colla glo- 
ria di queste imprese aveva dalo così fortuna lo cominciamento al suo 
comando che da tutti i suoi colleglli speravasi che ei fosse per rie- 
scire uno dei più famosi capitani di Marina ; ma la morte che non 
perdona né alla virtù né ai meriti lo tolse di vita nel primo anno del 
suo ammiragliato ai 22 Decembre. 

Giovanni suo fratello, fu senatore nel 1666, Cavaliere e Gran Conte- 
stabile dell'Ordine di S. Stefano nel 4686; Vicario di Pescia nel 4687. 
Morì nel 4689. 

Gloria e decoro accrebbe a questa celebre famiglia il Beato Bene- 
detto da Coltibuono monaco Vallombrosano morto con fama di esimia 
pietà il 20 Germino del Ì407. 

La Famiglia Ricasoli esiste tuttora in Firenze divisa in due dirama- 
zioni . quella dei Ricasoli Baroni che è rappresentala dai fratelli Bellino, 
Vincenzo e Gaetano: quella de'Bicasoli detti del ponte alla Carraja, che è 
suddivisa in due rami. Del primogenito è capo Alberto di Giovanfrancesco 
che nascendo da Lucrezia ultima dei Firidolfi ha raccolto la eredità di 
questa casa unita in consorteria colla sua, e di cui è moglie Elisabetta 
unica figlia di Bettino, il maggiornato dei Ricasoli Baroni. Dell' altro ramo 
è capo il cavaliere Orazio-Cesare, il quale essendo primo Priore della 
Comunità di Firenze allorché fu restaurato il Principato, presiedè alla 
Commissione Governativa che per un mese tenne le redini dello slato pel 
Granduca Leopoldo li. 

SCRITTORI DA' QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Galluzzi, Storia del Granducato. — Ammirati, Storie fiorentine — Ughelij, Italia 
sacra — Biscioni, Memorie di diverse famiglie fiorentine cod. XXVI nella Magliabe- 
chiana vi sono anco quelle dei Ricasoli — Brocchi , Vita del B. Benedetto Ricasoli 
Monaco Vallombrosano, sta nella raccolta dei santi e Beali Toscani — Monaldi, Fa- 
miglie fior. cod. nella Magliabechiana — Negri, Storia degli scrittori fiorentini — 
Marchesi, Galeria delV Onore — Varchi, Istorie fior. Pecci , Istorie di Siena — 
Vedi anche il Repetti nel Dizionario geografico della Toscana agli articoli Rica- 
soli, Trappola, Rocca Guicciarda, Modano, Verune, Broglio ec. ec ec. ed il Cav. 
Luisi Passerini nelle note alla Manetta dei Ricci. 




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RICCARDI 

(di Firenze) 



Fra le più cospicue famiglie fiorentine, e, per usare le parole di Dante, degne 
dei più alti scanni, una certamente è quella del Riccardi, a cui niuna cosa man- 
ca che valga a costituire una nobilissima prosapia. I titoli più riguardevoli, le pre- 
minenze più distinte fiorirono in questa Casa, specialmente sotto il Principato Me- 
diceo, percui la fecero, e nella sua patria e fuori risplendentissima. Congiunti poi 
agli onori cavallereschi e civili, goderono i Riccardi le prime ricchezze della Città, 
e la magnificenza dei palazzi e ville da loro abitate, son là, a far testimonianza 
dello splendore di questa illustre Casata. 

Anichino di Riccardo nativo di Colonia nell' Alemagna, venuto a dimorare in 
Firenze, quivi ottenne la cittadinanza fiorentina verso l'anno 1368; ma poiché, al 
dire dell 1 Ammirato, egli conseguì tal privilegio senza poter godere uffici, i Riccar- 
di, (che tal nome assunsero dal padre di Anichino) furono pochissimo considerati 
nei tempi repubblicani, e poco perciò figurano nelle pubbliche Cronache e Storie di 
quei tempi. Durante il regno dei Granduchi però ottennero la dignità senatoria e 
titolo marchionale, e salirono a tale grandezza da rivaleggiare colle prime famiglie 
di Firenze. 

Terenzio Riccardi, Uomo di grande dottrina e commendevole per le sue auree 
virtù, fu eletto Vescovo di Pistoia nel 1449, siccome ce lo addimostra 1' Ughelli nel- 
la sua Opera intitolata: L'Italia sacra. 

Iacopo si distinse per la sua magnificenza e liberalità. — Egli circa Panno 
1420 fece acquisto delle due signorie dei castelli e fortezze di Montevermini presso 
Fermo, e di Alica nel Pisano. 

Giovan Rattista, uno dei grandi e prodigiosi ingegni che fiorirono nel secolo 
XVII, fu professore della morale filosofia nell'Università di Pisa. — Egli conciliossi 



2 RICCARDI 

grande considerazione nella poesia, pcrcui avea naturale inclinazione, come ne fan- 
no prova le sue composizioni edite ed inedite. 

Riccardo, the fioriva nel principio del secolo XVII, fu uomo che al lustro ri- 
cevuto dalla sua Casa, seppe aggiungere quello del proprio merito, e raddoppiarlo 
nella sua persona colla virtù. — Egli amò con particolare passione la poesia, ed 
ebbe il nobilissimo genio di profondere dal suo doviziosissimo erario immense libe- 
ralità e dispendi per ragunare le più belle memorie di M. M. S. S. Vetusti, e ra- 
rità di volumi nella sua preziosa Libreria. — Diede alla luce molti suoi componi- 
menti, ed acquìslossi fama e rinomar za imperiture. — Vuoisi che egli possedesse 
fra le cose preziose, che in gran copia avea raccolte, l'Anello colla sfinge concai 
sigillava Cesare Augusto. — Parlano con lode di questo soggetto Leone Aliaci 
nella sua Drammaturgia, Gabriele Chiabrera, il Tassoni, Antonio Magliabechi, ed 
il Negri nella sua storia degli scrittori fiorentini Francesco, uomo integro e stima- 
bile per suoi talenti nelle scienze politiche ed economiche, fu crealo senatore verso 
il 1654 dal Granduca Cosimo III Dei Medici. 

Marchese Gabbriello suo figlio, personaggio di grande considerazione ai suoi 
tempi, è celebre nella storia, per aver sostenute varie ambascerie, e per avere 
occupato cariche eminenti, per durante il tempo delle quali fu impiegato in alti 
uffici di stato, cui, per la sua sagacia e prudenza disimpegnò onorevolmente. Egli 
fece dipingere da valente artista nel salone del palazzo di Via Larga i fatti e gli 
accidenti seguiti nel medesimo, mentre lo abitava la famiglia Medicea ; e nel tempo 
che risiedeva a Roma come Ambasciatore, fece estrarre dal Cimitero di Calisto il 
Corpo di S. Giuliano martire, e fattolo trasportare a Firenze, lo fece collocare nel- 
la Chiesa di S. Michele degli Antinori, ove tuttora esiste esposto alla venerazione 
dei fedeli. — Fu Cabbriello nel 1668 creato Maggiordomo, maggiore della Casa 
Reale del Granduca Cosimo III., presso il quale godeva grandissima estimazione e 
favore. 

Marchese Cosimo, il quale dopo di aver preslali importanti servigi allo Stato, 
fu nominalo Governatore della Città e Porto di Livorno, carica, che incominciando 
dal 1649, sostenne per varj anni con plauso comune. 

Marchese Francesco fu cavallerizzo maggiore della Corte Medicea nel 1684. — 
Egli fece notevolmente restaurare il suo palazzo di Via Larga facendolo adorno di 
statue, pitture ed oggetti preziosi, di cui volle accrescere la copiosa collezione che 
già era slata raccolta da' suoi antenati. 

Marchese Carlo fu universalmente amato e stimato per le sue virtù cittadine, 
e pe'suoi talenti militari. — Egli fu prode nel mestiero delle armi, ed occupò ca- 
riche e gradi eminenti nella Milizia. — Fioriva verso la fine del secolo XVII. 

N' è da taeersi 

Isabella Riccardi, la quale per le peregrine sue doti, e di mente e di cuore, me- 
ritò di essere annoverata fra le prime matrone fiorentine de'suoi tempi. — Sposata 
nel 1611 ad uno della nobile famiglia De'Boscoli, rifulse per tanta carità e filan- 
tropia, ebe niuuo rimandava da se senza averlo in qualche modo beneficato e socr 
corso. 

E qui pria di finire questi brevissimi cenni genealogici, mi sembra torni op^ 
portuno di spendere qualche parola sul magnifico Palazzo Riccardi di Via Larga. 

Nell'anno 1659 il Granduca Ferdinando De Medici trasferì il dominio di quel 
palazzo ne' Marchesi Riccardi, in persona di Gabriello surramentato, il quale lo 
fece rifiorire di un Arrede ricchissimo, più bello ancor di quello che vi era in an- 
tico, facendoci fare ogni sorta di abbellimenti per mano dei più rinomati artisti di 
quei tempi. - La costruzione di detto palazzo rimonta al 1430, alla quale applicò 



RICCARDI ;j 

l'animo Cosimo De' Medici Padre della Patria, col disegno del celebre 'architetto 
Mirheloz/.o. — Quindi servì a dimora della famiglia Medicea (ino al 1541; nella 
qual epoca essendosi trasferiti i Medici nel palazzo della Signorìa, il palazzo sud- 
detto restò disabitato fino all'epoca in cui Ferdinando ne trasferì il dominio ne' 
Marchesi Riccardi, come già si è dello. Il Giovio ragionando di quel Palazzo lo 
chiama pubblico Albergo della nobiltà di tutto il mondo e de 1 principali personaggi 
di Europa; ed infatti in quel palazzo sono state ospitate le due Rogine Carlotta 
di Cipri, e ((nella di Russia figlia del Re Tommaso, Carlo Vili nel 1494, allor- 
quando si fece nota la generosità ed il magnanimo ardire di Pier Capponi. — Nel 
1315 vi ebbe ricetto Papa Leone X. — Nel 1535 Carlo V in occasione delle nozze 
di Margherita d 1 Austria moglie di Alessandro De' Medici primo Duca di Firenze ; 
ina non finirei mai se dovessi fare il novero dei personaggi che lo hanno abitato, 
e dei fatti solenni che vi hanno avuto luogo. 

Ferdinando occupò la carica di maggiordomo del già Granduca Leopoldo II, 
e si segnalò in più occasioni allorquando gli furono affidati importanti uffici nel- 
l' interesse del Governo. — Egli era uomo libéralissimo, e profuse parte de 1 suoi 
tesori in opere pie e filantropiche, percui quando mancò alla vita, verso il 1850, 
lasciò gran nome di sé. — F'urono suoi eredi i sig. Mannelli, e Marchese Fran- 
cesco Vernaccia-Riccardi di Firenze. 

Anna e 

Cammilla furono eommendevoli per i pregi di cui esse erano adorne, i quali, 
congiunti dall esercizio di quelle virtù cittadine che sono 1 emblema della vera no- 
biltà, vissero ammirate e onorate dai loro concittadini. — Adesso riposano nei 
chiostri di S. M. Novella. 

A rappresentare in Firenze questa illustre stirpe resta di presente il Marchese: 

Carlo Riccardi, il quale colla nobiltà e chiarezza de' natali ha ereditata da' 
suoi maggiori quella nobiltà e grandezza d'animo che in essi mai sempre resulse; 
ina la sua modestia ci dispensa di far presenti gli altri suoi pregi, che grande- 
mente lo contraddistinguono frai suoi concittadini. 

AUTORI DAI QUALI SON TRATTI QUESTI CENNI 

Ammirato storie fiorentine. — Galluzzi storia del Principato. — Ughelli Italia 
Sacra. — Negri storia degli scrittori fiorentini. — Gamurrini storia delle famiglie 
ec. — Dai Prioristi Monaldi e Mariani — Giovio. Illustrazione ec. 








RICCARDI DI FIRENZE 



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(di Firenze) 



Fra le più cospicue famiglie fiorentine, e, per usare le parole di 
Dante, degne dei piìc alti scanni, una certamente è quella dei Ric- 
cardi, a cui niuna cosa manca che valga a costituire una nobilissima 
prosapia. I titoli più riguardevoli, le preminenze più distinte fiorirono 
in questa Casa, specialmente sotto il Principato Mediceo, per cui la 
fecero, e nella sua patria e fuori risplendentissima. Congiunti poi agli 
onori cavallereschi e civili, goderono i Riccardi le prime ricchezze 
della Città, e la magnificenza dei palazzi e ville da loro abitate, son 
là, a far testimonianza dello splendore di questa illustre Casata. 

Anichino di Riccardo nativo di Colonia nell' Alemagna, venuto a 
dimorare in Firenze, quivi ottenne la cittadinanza fiorentina verso l'anno 
1368; ma poiché, al dire dell' Ammirato, egli conseguì tal privilegio 
senza poter godere uffici, i Riccardi, (che tal nome assunsero dal pa- 
dre di Anichino) furono pochissimo considerati nei tempi repubblicani, 
e poco perciò figurano nelle pubbliche Cronache e Storie di quei tempi. 
Durante il regno dei Granduchi però ottennero la dignità senatoria e 
titolo marchionale, e salirono a tale grandezza da rivaleggiare colle 
prime famiglie di Firenze. 

Terenzio Riccardi, uomo di grande dottrina e commendevole per 
le sue auree virtù, fu eletto Vescovo di Pistoia nel 1449, siccome ce 
lo addimostra 1' Ughelli nella sua Opera intitolata : L 1 Italia sacra. 

Iacopo si distinse per la sua magnificenza e liberalità. — Egli circa 
T anno 1420 fece acquisto delle due signorìe dei castelli e fortezze di 
Montevermini presso Fermo, e di Alica nel Pisano. 



RICCARDI DI FIRENZE 

Giovan Battista, uno dei grandi e prodigiosi ingegni che fiorirono 
nel secolo XVII, fu professore della morale filosofica nell' Università 
di Pisa, — Egli conciliossi grande considerazione nella poesia, per cui 
avea naturale inclinazione, come ne fanno prova le sue composizioni 
edite ed inedite. 

Riccardo, che fioriva nel principio del secolo XVII, fu uomo che 
al lustro ricevuto dalla sua Casa, seppe aggiungere quello del pro- 
prio merito, e raddoppiarlo nella sua persona colla virtù. — Egli amò 
con particolare passione la poesia, ed ebbe il nobilissimo genio di pro- 
fondere dal suo doviziosissimo erario immense liberalità e dispendi per 
ragunare le più belle memorie di M. M. S. S. Vetusti, e rarità di vo- 
lumi nella sua preziosa Libreria. — Diede alla luce molti suoi com- 
ponimenti, ed acquistassi fama e rinomanza imperitura. — Vuoisi che 
egli possedesse fra le cose preziose, che in gran copia avea raccolte, 
l'Anello colla sfinge con cui sigillava Cesare Augusto. — Parlano con 
lode di questo soggetto Leone Aliaci nella sua Drammaturgia, Ga- 
briele Chiabrera, il Tassoni, Antonio Magliabechi, ed il Negri nella sua 
storia degli scrittori fiorentini. Francesco, uomo integro e stimabile pei 
suoi talenti nelle scienze politiche ed economiche, fu creato senatore 
verso il 1654 dal Granduca Cosimo III dei Medici. 

Marchese Gabbriello suo figlio, personaggio di grande considera- 
zione ai suoi tempi, è celebre nella storia, per aver sostenute varie 
ambascerie, e per avere occupato cariche eminenti, perdurante il 
tempo delle quali fu impiegato in alti uffici di stato, cui, per la sua 
sagacia e prudenza disimpegnò onorevolmente. Egli fece dipingere da 
valente artista nel salone del palazzo di Via Larga i fatti e gli acci- 
denti seguiti nel medesimo, mentre lo abitava la famiglia Medicea; e 
nel tempo che risiedeva a Roma come Ambasciatore, fece estrarre dal 
Cimitero di Calisto il Corpo di S. Giuliano martire, e fattolo trasportare 
a Firenze, lo fece collocare nella Chiesa di S. Michele degli Antinori, 
ove tuttora esiste esposto alla venerazione dei fedeli. — Fu Gabbriello 
nel 1668 creato Maggiordomo, maggiore della Casa Reale del Granduca 
Cosimo III, presso il quale godeva grandissima estimazione e favore. 

Marchese Cosimo, i! quale dopo di aver prestati importanti ser- 
vigi allo Stato fu nominato Governatore della Città e Porto di Livor- 



RICCARDI DI FIRENZE 

no, carica, che incominciando dal 1649, sostenne per vari anni con 
plauso comune. 

Marchese Francesco fu cavallerizzo maggiore della Corte Medicea 
nel 1684. — Egli fece notevolmente restaurare il suo palazzo di Via 
Larga facendolo adorno di statue, pitture ed oggetti preziosi, di cui 
volle accrescere la copiosa collezione che già era stata raccolta dai 
suoi antenati. 

Marchese Carlo fu universalmente amato e stimato per le sue virtù 
cittadine, e pe' suoi talenti militari. — Egli fu prode nel mestiere 
delle armi, ed occupò cariche e gradi eminenti nella milizia. Fio- 
riva verso la fine del secolo XVII. 

N' è da tacersi 

Isabella Riccardi, la quale per le peregrine sue doti, e di mente 
e di cuore, meritò di essere annoverata fra le prime matrone fioren- 
tine de 1 suoi tempi. — Sposata nel 1611 ad uno della nobile famiglia 
De Boscoli, rifulse per tanta carità e filantropia, che niuno rimandava 
da sé senza averlo in qualche modo beneficato e soccorso. 

E qui pria di finire questi brevissimi cenni genealogici, mi sem- 
bra torni opportuno di spendere qualche parola sul magnifico Palazzo 
Riccardi di Via Larga. 

Neil' anno 1659 il Granduca Ferdinando De Medici trasferì il do- 
minio di quel palazzo ne' Marchesi Riccardi, in persona di Gabriello 
surramentato, il quale lo fece rifiorire di un arrede ricchissimo, più 
bello ancor di quel che vi era in antico, facendoci fare ogni sorta di 
abbellimenti per mano dei più rinomati artisti di quei tempi. — La 
costruzione di detto palazzo rimonta al 1430, alla quale applicò l'ani- 
mo Cosimo De Medici Padre della Patria, col disegno del celebre ar- 
chitetto Michelozzo. — Quindi servì a dimora della famiglia Medicea 
fino al 1541; nella qual epoca essendosi trasferiti i Medici nel palazzo 
della Signorìa, il palazzo suddetto restò disabitato fino all'epoca in cui 
Ferdinando ne trasferì il dominio ne' Marchesi Riccardi, come già si 
è detto. Il Giovio ragionando di quel palazzo lo chiama pubblico Al- 
bergo della nobiltà di tutto il mondo e de' principali personaggi di 
Europa; ed infatti in quel palazzo sono state ospitate le due Regine 
Carlotta di Cipri, e quella di Russia figlia del Re Tommaso, Carlo VIII 



RICCARDI DI FIRENZE 

nel 1494, allorquando si fece nota la generosità ed il magnanimo ar- 
dire di Pier Capponi. — Nel 1515 vi ebbe ricetto Papa Leone X. — Nel 
1535 Carlo V. in occasione delle nozze di Margherita d'Austria moglie 
di Alessandro De' Medici primo Duca di Firenze ; ma non finirei mai 
se dovessi fare il novero dei personaggi che lo hanno abitato, e dei 
fatti solenni che vi hanno avuto luogo. 

Ferdinando occupò la carica di maggiordomo del già Granduca 
Leopoldo II, e si segnalò in più occasioni allorquando gli furono af- 
fidati importanti uffici nell' interesse del Governo. — Egli era uomo 
libéralissimo, e profuse parte de' suoi tesori in opere pie e filantropi- 
che, per cui quando mancò alla vita, verso il 1850, lasciò gran nome 
di sé. — Furono suoi eredi i sig. Mannelli, e Marchese Francesco Ver- 
naccia-Riccardi di Firenze. 

Anna e 

Cammilla furono commendevoli per i pregi di cui esse erano adorne, 
i quali, congiunti dall'esercizio di quelle virtù cittadine che sono l'em- 
blema della vera nobiltà, vissero ammirate e onorate dai loro concit- 
tadini. — Adesso riposano nei chiostri di S. M. Novella. 

A rappresentare in Firenze questa illustre stirpe resta di presente 
il Marchese: 

Carlo Riccardi, il quale colla nobiltà e chiarezza de' natali ha ere- 
ditata da suoi maggiori quella grandezza d' animo che in essi mai 
sempre rifulse; ma la sua modestia ci dispensa di far presenti gli altri 
suoi pregi, che grandemente lo cotraddistinguono fra i suoi concit- 
tadini. 

F. G. 







RIDOLFI DI- FIRENZE 



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RIDOLFI 

(di Firenze) 



Ugolino Verini nella sua illustrazione di Firenze in tal guisa celebra 
le lodi della illustre Famiglia Ridolfì 

« Elsu ferax olei, frugumque uberrima tellus, 
» Eregias insignes germit pietate Kidolpbos, 
» Dilectosque urbi, quorum Laurentins omni 
» Laude fuit Clarus, viteque exemplar boneste. 

Ed il Ch. Cav. Passerini nelle note alla Marietta de Ricci di Ademollo, 
così ne narra la genealogia. 

« I Ridolfì sono originarj di Poppiano in Val di Pesa. Nei tempi re- 
motissimi si dissero dei Ficini, cominciando solo a dirsi Ridolfì nel se- 
colo XIV, allorché Cione di Ridolfo venne coi suoi fratelli a stabilirsi in 
Firenze. Cione nel 1321 fu il primo dei 52 Priori che da quell' epoca al 
1530 diede questa Casa alla Repubblica, come Niccolò suo figlio nel 1350 
fu il primo dei 21 Gonfalonieri di Giustizia. In Bartolommeo ed Antonio 
figli di Niccolò si diramò la famiglia. 

« Bartolommeo, che fu più volte Priore e Ambasciatore a Clemente VI 
ed Urbano V, fu padre di Antonio che edificò lo spedale di S. Pier Novello 
del quale tuttora si scorgono le vestigia in faccia alla porta di Boboli detta 
di Annalena, e di Pagnozzo Priore nel 1414, che per mezzo di Ridolfo 
Cavaliere a spron d' oro fu avo di Giovanfrancesco uomo tutto devoto ai 
Medici, i quali lo elessero uno dei riformatori del governo dopo la caduta 
della Repubblica, e che ne ebbe in premio la porpora Senatoria. Ebbe due 
figli Lucantonio e Lodovico ambedue Senatori, e di Pagnozzo da cui nac- 
que Roberti famoso per essersi eretto Capo di una cospirazione Papista 



RIDOLFI DI FIRENZE. 

in Inghilterra nel 1571, e che scampato con la fuga il patibolo passò a 
Roma presso Pio V che gli ottenne il grado Senatorio e lo deputò Am- 
basciatore nel Portogallo. Fu il suo fratello il Senatore Giovanfrancesco 
eh' ebbe numerosa e celebre figliolanza in Ottavio Vescovo di Girgenti 
eletto Cardinale nel 1622 e morto nel 1624, in Lodovico Vescovo di Patti 
morto nel 1649, in Alessandro Consigliere del Re di Spagna fatto Marchese 
di Baselice nel 1602, e in Fra Niccolò generale dell' ordine Domenicano 
famoso per il processo e consecutiva destituzione sostenuta per le calunnie 
appostegli dai suoi nemici, accuse che poi furono conosciute false per il 
che ne ottenne, benché tarda, una riparazione. La discendenza di Pagnozzo 
mancò nel detto Monsignor Francesco di Lorenzo che morì in Napoli nel 
Luglio del 1697, ed il titolo Marchionale passò nei Rinuccini. 

» Antonio l'altro figlio di Niccolò fece parte della Signoria nel 1368 
e 1376 e si trovò involto in guai per la sommossa dei Ciompi dai quali 
fu nel 1378 confinato a Viterbo. Ebbe varii figli tra i quali Niccolò e Lo- 
renzo. Nacquero da Niccolò Giuliano capitano delle Galere dei Fiorentini, 
e Rosso famoso per la difesa della Castellina contro il Re di Napoli nel 1452. 
Fu padre di Fra Giuliano Priore di Capua uomo molto in credito tra i 
Cavalieri di Rodi, e di Rosso Ambasciatore al Conciliabolo di Pisa nel 
1511, cui in seguito fu affidata la educazione del Duca Alessandro. Gior- 
gio figlio di Rosso fu compagno nei disordini del Duca ed a lui fu at- 
tribuito il veneficio della Luisa Strozzi. Ei pure a sua volta fu fatto pu- 
gnalare dal Duca Alessandro nel 1523. Questo ramo malaviso ai Medici 
perchè produsse Niccolò di Giuliano e Giannozzo suo figlio difensori della 
patria nell'agone della sua libertà, mancò nel secolo decorso nel Cav. An- 
ton Domenico di Raffaello morto nel 1722. 

» Lorenzo di Antonio fa il più grande uomo di questa Casa, ed in- 
sieme uno dei più illustri Cittadini di Firenze. Come Legista godè ripu- 
tazione di essere uno dei più grandi Giuristi del suo tempo, reputazione 
che gli mantengono tuttora le numerose opere sue. Come uomo di Stato 
compose con M. Maso degli Albizzi e M. Filippo Corsini il famoso triumvi- 
rato che governò la Repubblica Fiorentina sul confine dei secoli XIV e 
XV e la resero la più rispettata e temuta delle italiane Repubbliche. So- 
stenne innumerevoli ed importantissime Ambascerie , tra le quali più 
celebri sono quella presso Jacopo |Re di Napoli nel 141 5 che lo elesse 



RIDOLFI DI FIRENZE. 

Cavaliere e gli concesse il privilegio d'inserire allo slemma la corona 
con le palme, e l'altra, nel 1425 ai Veneziani per iudurgli a collegarsi 
coi Fiorentini contro Filippo Maria Visconti. Vedendo che il Senato era 
alieno da questa Alleanza preso da animoso sdegno gridò che se i Ge- 
novesi non soccorsi lo aveano fatto Principe , i Fiorentini lo avrebbero 
fatto Re e che cosi divenuto più potente essi colla loro distruzione lo a- 
vrebbero costituito Imperatore ; dopo di che parti sdegnato dalla presenza 
dei Senatori, i quali commossi dall'atto magnanimo si piegarono, ed uni- 
tisi in lega coi Fiorentini rintuzzarono l'orgoglio del Duca. Ebbe prole di 
lui non meno distinta in Bernardo, Antonio, Giovanni e Luigi tutti Ca- 
valieri a Spron d'Oro. Bernardo, che fu uno dei deputati ad accompa- 
gnare l'Imperatore Federigo III nel suo passaggio per Firenze nel 1451 
ebbe discendenza dal Senatore Leonardo suo figlio, discendenza che fini 
per morte di Lorenzo del Senatore Raffaello nel 1628. 

» Tra le molte Ambascerie che ad Antonio furono affidate . una si 
fu quella a Paolo II per congratularsi della sua esaltazione, ambasceria 
da cui tornò Cavaliere. Messer Luigi fu Oratore al Duca di Milano nel 
1458 e giudicato tanto benemerito della Repubblica che alla sua morte 
nel 1462 fu per decreto pubblico provvisto ai suoi funerali a spese del 
pubblico erario. 

» Giovambatista suo figlio fu eletto Gonfaloniere un' anno dopo la 
cacciata di Pietro Soderini essendo stimato per uomo prudentissimo ed 
il solo capace a porre un freno alle discordie civili che dividevano la 
patria. Da Niccolò suo figlio, che convinto di complicità nella congiura 
ordita da Bernardo Del Nero per rimettere i Medici in Firenze fu deca- 
pitato nel 1497, venne alla luce Piero che essendo Gonfaloniere nel 1515 
fu eletto Conte Palatino da Leone X suo cognato, avendo egli menata in 
moglie Contessina figlia del Magnifico Lorenzo de' Medici. Non occorre 
dire quanta influenza avesse Piero nel Governo della Repubblica, influenza 
che esercitò fino alla sua morte avvenuta nel 1525. Di gran rinomanza 
furono Niccolò, Luigi e Lorenzo suoi figli. 

» Niccolò che insieme ebbe i Vescovati di Vicenza, di Viterbo, di 
Orvieto, Imola e Forlì e gli Arcivescovati di Salerno e di Firenze, sedi 
che mai non vide e che appena ottenute ad altri risegnò, fu da Cle- 
mente VII eletto Cardinale ed ebbe molta mano nei tumulti dei fuoru- 



RIDOLFI DI EIRENZE. 

sciti contro Cosimo I. Morì in conclave nel 1549 nel giorno medesimo 
in cui era disegnato per essere eletto Pontefice. 

» Luigi fu Senatore e potentissimo presso Cosimo I che lo destinò 
ad importanti missioni. Ebbe da adulterio un figlio nel Cav. Piero che 
da Cosimo I fu illegalmente legittimato e reso abile alla successione pa- 
terna in onta all'altro ramo della famiglia che figurava tra i fuorusciti. 
Da questo Cav. Piero discese un ramo che fu decorato del Marchesato 
di Montescudajo nel 1648, e che mancò nel Marchese Niccolò di Pietro 
morto il 30 Novembre 1727, essendogli nel nome e nei beni succeduti i 
Canonici di Ferrara e quindi gli Stiozzi, e nel Marchesato il ramo su- 
perstite dei suoi agnati. 

» M. Lorenzo, altro figlio di M. Piero di Niccolò e di Contessina dei 
Medici, fu segretario apostolico ed essendosi congiunto in matrimonio 
con Maria figlia del famoso Filippo Strozzi, mostrò molto favore ai fuo- 
rusciti Fiorentini talché si meritò lo sdegno di Cosimo I. Furono suoi 
figli Filippo vescovo di Albi morto nel 1574, e Pietro che presa parte 
nella congiura dei Pucci subì condanna di morte e confisca dei beni. 
Sottrattosi colla fuga al patibolo si riparò in Francia ove fu accolto con 
ogni sorta di onori da Caterina dei Medici che lo decorò del Collare del- 
l'ordine di S. Michele. » 

Da lui per retta linea discende il vivente Marchese Cosimo non de- 
genere dalle virtù de' suoi antenati , la di cui modestia mentre non mi 
permette distendermi nei meritati elogi, non mi risparmia per altro di 
notare le luminose cariche da lui sostenute in prò della patria e del ri- 
sorgimento Nazionale. 

Nel 1825 fu Direttore della Zecca, e della Pia Casa di Lavoro nel 
1828, cariche che tenne fino al 1830. — Nel 1833 fondò l'Istituto Agra- 
rio di Meleto. — Nel 1843 fu Prof, di Agraria nell'Università di Pisa, e 
Direttore di quello Studio Agrario. — Nel 1846 Ajo dei Principi. — Nel 
1847 Ministro dell'Interno. — Nel 1848 Ministro di Legazione in Inghil- 
terra. — Nel 1859 Ministro degli Affari Esteri e dell'Istruzione Pubblica. 
— Nel 1860 nominato Senatore del Regno d'Italia. — 



A. D. 




RODOLFINI-CONE STABILE DI NARNI 



RODOLFM-CONESTABILE 



(di Narni) 



I Rodolfini, detti anticamente nobili di Striano (1), perchè tennero 
siffatto castello in feudo, ebbono origine, secondo Fanuzio Campano, dalla 
Germania a' tempi di Carlo Magno che die loro moltissimi privilegi. Altri 
narrano che cotal gente traesse principio e nome dallo imperator Ro- 
dolfo : ma qual credito meritansi e Y opera del Campano, e le altre che 
discorron siffatte origini, sallo ogni buon critico, e però non mi trattengo 
più oltre su questo punto. 

II primo di cotesta gente, di cui abbiasi notizia certa, si è Giovan- 
ni I vissuto nel 1300 circa, e formante lo stipite del dipinto albero ge- 
nealogico fatto compilare dalla famiglia per la Croce di Malta. Esso ge- 
nerò Antonio I (1380), e questi Giovanni II (1415) eh' ebbe a moglie Fran- 
cesca Marzi, altra gente nobilissima da Narni, donde venne in luce il 
celebre Galeotto- Marzio. Da cotesto matrimonio nacquero Onofria (1418) 
donna di Pietro Paolo Vannelli Narnese e Giorgio e Battista eh' ebber 
moltissimo grido nella milizia, e che pe' singolari servizi prestati al Pon- 
tefice meritarono di esser creati Contestabili di S. R. C. Il che fu ra- 
gione ad Ostilio Rodolfini di cambiare, dopo il 1513, il suo antico casato 
in quello nuovo di Conestabile, parendogli forse dover con ciò derivare 
alla famiglia maggior decoro e fama. Ma non mancheranno persone che 
reputino sciocchezza il mutamento fatto per Ostilio, giacche gran parte 
della nobiltà delle genti è riposta neh' antichità del nome. E in fatti il 
tempo purgando ogni macchia e bruttura di loro origine, e fecondando 
lo stipite di molti virtuosi germi, le fan comparire chiare nitide e glo- 
riose a' nostri occhi. Ma i successori di Ostilio vollero ritenere per molto 



RODOLFINI CONESTABILE DI NARNI 

tempo anche 1' antico cognome. Sariami piaciuto dar qui notizie estese 
di Giorgio e Battista, ma le croniche non ne parlan che brevissimo. Gior- 
gio nel 1432 andò per Eugenio IV contro il Malatesta da Ri mini, e con- 
duceva la fanteria. Ai 3 Giugno 1434 si menò a campo in Vetralla sotto 
il comando del Patriarca Vitelleschi per far fronte al Prefetto di Vico, 
il quale con poderosa oste disturbava quelle contrade, e nel mese di Lu- 
glio fu spedito dal medesimo Patriarca a guardar la città di Todi, dove 
temeasi qualche mal giuoco de' nemici. Nel secondo tomo del bollano Cas- 
sinese leggesi un Breve di Eugenio IV in data 6 Gennaio 1434 col quale 
Giambattista e Giorgio vengono eletti Conestabili della Fanteria pontifì- 
cia. Nella Capena del Galletti riportasi eziandio un Breve del medesimo 
Pontefice, in data, Firenze 24 Gennaio 1434, col quale dassi a Giorgio e 
Battista l' investifura delle terre di Civitella e Civitucula. Nel 1437 Gior- 
gio era già morto, e questo rilevasi da un altro Breve del detto Ponte- 
fice, spedito in queir anno da Bologna, con cui esenta in perpetuo Bat- 
tista e figli del fu Giorgio, e tutti i loro discendenti da ogni gabella e 
dazio usi pagarsi in Narni, per mercè de' vantaggi recati con le loro 
armi alla Santa Sede. E si sa che in servigio di questa conducevano dieci 
lance a cavallo e duecento cinquanta fanti a tempo di sei mesi; la qual 
condotta venne più volte rifermata. Di Giorgio trovasi nominati due figli 
Giovanni III e Antonio IL Battista dopo la morte del fratello prosegui a 
stare a soldo del Pontefice, e Niccolò della Tuccia e Giambattista Pigna 
e la cronica di Bologna col Masini raccontano, che, essendo egli nel Giu- 
gno 1437 o 38 alla custodia del castello di Bologna presso la porta di 
Galliera, pattuì col Piccinino che, non avendo entro quel mese alcun soc- 
corso da potersi difendere contro le armi del Duca di Milano, avria ce- 
duto il Castello e la città, datogli prima in regalo sette o otto mila scudi 
o ducati. E cosi fu, non venuto alcun soccorso a tempo : e Battista, la- 
sciata Bologna, si condusse a Sangemine diocesi di Narni. Nel 1440 stava 
a soldo del Cardinal di Firenze per la chiesa. Nel 1454 fu deputato con 
altri cinque nobili cittadini per conchiuder la lega tra Narni e Amelia. Nel 
1456 trovasi ricordato, unitamente a Lucantonio Cardoli, come sindaco 
e procuratore della terra di Calvi a stabilire i confini tra essa, il Poggio 
e Narni. Ne so altro di Battista, salvo eh' ebbe due figli a nome Giu- 
liano e Matteo. 



RODOLFINI CONESTABILE DI NARNI 

Se la gente Rodolfini Conestabile fu gloriosa nelle armi, lo fu ed è 
ancora nel sapere, e vanta Bartolommeo e Giambattista quali eccellenti 
dottori in legge. D. Cassio reputatissimo canonico Teologo della nostra 
Cattedrale nel 1737, e monsignor Dionisio sufficentemente istruito nel- 
1' ecclesiastiche discipline; ma più virtuoso che dotto. Meritò per tanto 
esser fatto Vescovo di Viterbo nel 1803; e se la morte, che avvenne nel 
1806, non l'avesse sì presto rapito, sarìa stato messo nel novero de' Car- 
dinali, e già aveane avuto avviso da Monsignor Praga, incaricato dal 
Pontefice. Ne' pochi anni che resse la diocesi Viterbese fece moltissimo 
bene, ed institui un seminario di molto grido per la qualità dei mae- 
stri e de' giovanetti ben disciplinati. Fanno pure moltissima riputazione 
allo stipite i viventi conte Scipione e cav. Gian Carlo pieni di virtù e di 
sapere. Il secondo poi acquistossi nome per tutta Europa di eccellentis- 
simo archeologo, e le opere date in luce gliel confermano solennemente. 

Non debbe passarsi in silenzio Agesilao Conestabile, padre a Dionisio 
e Giovanni, personaggio assai reputato per senno, sapere, bontà di co- 
stumi e carità somma verso i poveri. Questi fu il primo a trasferire la 
famiglia in Perugia, ma cessò la vita in Narni nel 1796, ed ebbe pomposi 
funerali nella cattedrale di essa città. 

Merita pur menzione il fu cav. Francesco padre dei viventi Scipione 
e Gian Carlo, il quale piacque agli uomini per la sua somma virtù re- 
ligione e destrezza nel governare le cose del comune di Perugia, del 
quale fu capo più volte con piena soddisfazione della città. 

Nella nostra cattedrale godeano i Rodolfini il giuspatronato della cap- 
pella di S. Pietro e S. Egidio. La prima venne fondata e dotata da Ostilio. 

Il quadro dell' altare, rappresentante S. Pietro, che in cospetto degli 
altri Apostoli riceve le chiavi dal Nazzareno, è fattura del rinomato pen- 
nello di Livio Agresti forlivese, come dalla scritta: Livius Agrestus fo- 
roliriensis faciebat. Cotesta cappella, sendo guasta per 1' antichità, venne 
restaurata a spese di Anna Alfani della Staffa Conestabile. 

Questa e 1' altra nominata iscrizione furon scassate nel 1860 restau- 
randosi l'altare a spese del vivente cav. Scipione. In loro vece fu sosti- 
tuita altra dal sig. Arciprete D. Domenico Jacobelli. 

Dionisio e Cassio Conestabile rinnovaron la lapide sepolcrale di Girola- 
mo loro antenate, la quale è in terra dinanzi all'altare della prefata cappella. 



RODOLFINI CONESTABILE DI NARNI 

11 patrimonio de' Rodolfìni fu impinguato prima dall' eredità Camel- 
lani e Mangoni di Narni, quindi dall' eredità Alfani Staffa di Perugia. Do- 
menico Camellani ebbe da Marziana Massei di Narni una sola figlia, per 
nome Maria, maritata a Raffaele Conestabile, e ad essa fé' lascito di tutti 
i suoi beni per testamento rogato nel 1647. In tal modo s' incorporo l'asse 
Camellani in quello di Conestabile, e per simile i beni Alfani Staffa (erede 
del cognome e de' beni della propria gente) produsse Scipione e Anto- 
nio. Scipione ebbe a figli Chiara, donna del Conte Francesco degli Oddi, 
e Anna moglie a Giovanni Conestabile. Antonio, morto senza prole, la- 
sciò erede Scipione suo nepote e figlio di Anna, giacche Chiara fu in- 
feconda. Nato il matrimonio di Giovanni Conestabile con Anna, allora 
Agesilao, padre di esso Giovanni, si trasferì stabilmente circa il 1789 in 
Perugia, e così cessò cotesta famiglia in Narni. 

Da Giovanni e Anna nacquero Giancarlo, Teresa, Scipione, France- 
sco, Eleonora e Giovanna. Teresa maritossi a Menicone Meniconi di Pe- 
rugia. Gli altri moriron fanciulli, salvo il già nominato cav. Francesco, 
il quale impalmata vittoria de' principi Odescalchi, (2) ebbe da lei Scipione, 
Anna Carolina, Maddalena, Giancarlo. Scipione in prime nozze menò Giu- 
stina de' principi Barberini, da cui venne in luce Anna e Giovanna, ed 
in seconde nozze Teresa marchesa Tolomei di Firenze che il fé' lieto di 
tre figli Giustina, Giuseppe ed Antonio. Giancarlo, professore di Archeo- 
logia neh' università di Perugia, si congiunse a Maria Baron Irlandese, 
e da loro nacquero Francesco e Carlo. 

La detta gente gode le croci di S. Stefano, di Malta, di Cristo di 
Roma, la gran croce Costantiniana e di Cristo di Napoli. 



(1) Il castello di Striano, ora diroccato, è posto in Sabina tra Calvi e Magliano. Dai Rodolfìni passò 
in mano degli Orsini di Roma, signori un tempo di Calvi e Narni col titolo di Vicari per investitura avutane 
dal Pontefice. In seguito compronne parte il comune di Calvi per la somma di Scudi 2700, e l'altra parte fu 
donata alla società ed Archiospedale di S. Giacomo degl'incurabili di Roma. E questo nel 1546 ne alienò 
porzione a Paolo Orsini di Narni. 

(2) Donna Vittoria Odescalchi, eh' ebbe assai bella 1' anima e la persona, morì il 15 Febbraio del 1861 
in Narni di male apopletico e dopo lunga malattia. Il figlio D. Scipione fecele fare solenni e pomposi fune- 
rali nella cattedrale, e quindi trasportarne la salma in Perugia. 






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RONCIONI 



(di Pisa) 



L' origine di questa illustre Famiglia si perde nella antichità e invano lo sto- 
rico coscenzioso potrebbe credere di averla rintracciata sicuramente eh' altri 
per certo sorgerebbe a dirla di origine più remota. Il Lami deriva il cognome dei 
Rondoni da Baroncioni di cui trovasi ricordo in un documento pisano del 730 
conservatoci dal Muratori. Ma non sappiamo con qual fondamento : a noi basta 
1' averlo accennato a prova soltanto dell' epoca a cui si vogliono far risalire le 
prime memorie di questa nobilissima prosapia. 

Più consentaneo a verità e secondo 1' opinione dei più ci sembra 1' affermare, 
che questa Famiglia di origine Alemanna fu tra le poche, di che abbiamo i no- 
mi nel Volterrano, che l' Imperatore Ottone insignì in Pisa di moltissimi onori e 
privilegi regalandola di terre e di onori; e ne abbiamo prova dal vedere chia- 
mati i Roncioni nobili e Capitani di Ripafratta, poiché 1' erezione di quel Castello 
ebbe luogo sulle terre che Ottone III aveva largite a Manfredi de' Roncioni in be- 
nemerenza dei servigi a lui prestati. 

Di Simone e Guido dediti all' armi leggiamo gloriosissimi fatti nelle guerre 
di Terrasanta che si combatterono nel <I 099 : fatti che furono se non superati al- 
meno imitati da Guelfo e Lemmo Capitani neh' armata navale che venne dai Ge- 
novesi nel 1283 sconfìtta alla Meloria. 



RONCIONI 

Fu pure uomo d' armi riputatissimo e di molto ingegno fornito Pietro Ron- 
doni che nel 1314 era eletto uno trai dieci Consiglieri e Capitani a dirigere l'im- 
presa contro i Lucchesi, come nel 1285 lo era stato Guelfo capitano di galea tra 
gli 85 che presero parte alla spedizione contro Genova ove morì Puccio. 

Troviamo pure nel 1387 un Marco Roncioni eletto a Podestà di Castiglione 
della Pescaia. 

Fra gli uomini dediti alle cose di Chiesa e che vennero in buona fama in 
quell'epoca, troviamo come appartenenti a questa Famiglia, Gottifredo e Marco: 
Gottifredo fu Vescovo di Mazzara in Sicilia ove morì nel 1316. A tale proposito ci 
piace riferire, che nelle Memorie Storiche dei più' Illustri Pisani, si fa menzione 
di un Goffredo Roncioni Vescovo di Girgenti che nel 1 278 assisteva in Pisa alla be- 
nedizione di quel Camposanto, per opera dell'Arcivescovo Visconti; il che ci fa 
dubitare che il Vescovo di Mazzara e quello di Girgenti, Gottifredo e Goffredo non 
sieno che un solo individuo. Marco appartenne all' Ordine dei Predicatori e salì 
in tanta fama di sapienza e di rare virtù che il Clero di Pisa lo acclamò a suo 
Arcivescovo. La Corte Pontificia però non volle tener conto di questa nomina, 
ma non potendo disconoscere il frutto e decoro che poteva derivare alla Chiesa, 
sollevandolo tra suoi dignitari, lo nominò Vescovo di Urbino a grande soddisfa- 
zione di quella città che ebbe in lui un solerte, pio ed intelligente Pastore. 

Raffaelle Roncioni nato circa la metà del Secolo XV da Raniero e Ip- 
polita Marcucci ( giacché nei registri battesimali non è memoria precisa dell' anno 
della sua nascita ) fu uno dei più benemeriti scrittori di cose patrie che vanti 
Pisa. Le sue Memorie storiche, di molto pregio, videro ultimamente la luce nel- 
1' Archivio Storico per opera dei eh. professori Bonaini e Canestrini. Di Lui si 
hanno pure due volumi di versi, la più parte inediti, e che si trovano nel ricco 
Archivio di quella Famiglia, conservato religiosamente dall' ottimo Cav. Francesco 
Roncioni, ed aperto con rara nobiltà d' animo dal sullodato benemerito Cavaliere 
a quanti studiosi di cose patrie gliene fecero istanza. Nobilissimo esempio che 
dovrebbe avere molti imitatori, ma che vediamo pur troppo, e noi lo sappiamo 
per prova, quasi senza riscontro. Un saggio di questi versi fu pure pubblicato 
neh' Archivio Storico sopra citato. Raffaele scrisse ancora alcune Memorie sulle 
più celebri famiglie Pisane, e visse in intrinsichezza coi più celebrati uomini della 
sua epoca: nel 1563 ebbe la pievania di Caprona, nel 1579 fu nominato dottor* 
in legge, ed ebbe un canonicato, e nel 1610 sollevato all'arcipretura : onoranza in 
quell' epoca specialissima. Nella Biblioteca Palatina (Vedi il Codice al N. 723) tro- 
vasi una biografia di Lui, manoscritta che accenna ai più minuti particolari della 
sua vita. Esso mori il 25 Maggio 1619. 

Antonio Roncioni figura tra i più benemeriti Cavalieri di Malta nel 458.6. 

Girolamo di Ranieri unitamente ai propri fratelli, per perpetuare nella loro 



RONCIONI 3 

famiglia una onorificenza che fosse seme di nobilissimi esempi, fondava il 7 ago- 
sto del 1578 il Baliato di Lunigiana. 

Ranieri di Orazio nel 1604 era Capitano di Galea e peritissimo delle cose mi- 
litari. 

Lasciarono pure ottimo ricordo delle loro virtù: 

Orazio di Cammillo Rondoni (1645) 

E Girolamo del Bali Ces. (1657) 

Di questa Famiglia noi troviamo un Ramo in Roma trasportatovi da Ales- 
sandro Rondoni : in esso fiorì Ottavio di Lateduzio, uomo per prudenza e somma 
dottrina chiarissimo: tenne I' ufficio di Referendario di Segnatura, ed il Governo 
temporale di varie Città ecclesiastiche : poscia sollevato alla Dignità Vescovile in 
Ferrentino, vi cessò di vivere nel 1676. 

Ma troppo a lungo ci condurrebbe il dire di tutti coloro che in questa Fa- 
miglia rifulsero per eccellenza di studi, per egregi fatti d'arme, per nobiltà di uf- 
fici sostenuti fino ai dì nostri, recando onoranza a sé stessi, lustro alla terra che 
li vide nascere. 

Chiuderemo soltanto questi brevi cenni col dire, che il nobile Cavaliere Fran- 
cesco Roncioni che attualmente la rappresenta, tutte in sé racchiude quelle doti 
eminenti che lo qualificano 1' erede di tante virtù, di esempi si luminosi. 

F. Galvani. 

SCRITTORI DAI QUALI Si È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Oneste Memorie furono tratte dal Mandosio, dal Volterrano, dal Tronchi, dal- 
l' Ughelli, dal Roncioni Raffaello, dall' Archivio Storico, e dalle Memorie dei più 
Illustri Pisani. 



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RONDINELLI 



(di Firenze) 



Diversa è 1' opinione del Verino e Gamurrini sull'origine di questa 
Famiglia. Il primo giusta, la seguente illustrazione, la vole scesa da 
Fiesole. 

« Unde sit ignoro, tribuit cui nomen Hirundo : 
« Est antiqua tamen, carnit nec honore propago. 
« Ili Fesulis genitam soboles cen nobilis omnis 
« Ist Flaminie dicunt ex arcibus ortam. 

T altro da Rondine Castello nel contado di Arezzo, ma non sa allegare 
a giustificazione del suo asserto che 1' analogia del nome del Castello 
con il cognome della Famiglia. — Dovendo però determinare la sua pro- 
venienza da un Rondinello di Ulivieri, rammentato con Gherarduccio 
suo fratello in una pergamena del 1192 appartenente all' Opera di Santa 
Maria del Fiore, nacque da questi Spinalbello, detto Bello il quale sedè 
tra gli Anziani nel 1258 alloraquando in S. Reparata fu giurato la lega 
cogli Aretini. 

I Rondinelli furono costantemente seguaci del partito Guelfo, ed es- 
sendo dell' ordine popolare fecero parte del nuovo Stato dopo la riforma 
del 1282. 

Vieri di Bello fu, nel 1296, il primo dei trentasei Priori usciti da 
questa Casa tra queir epoca ed il 1530, siccome nel 1309 aprì la serie 
dei dodici Gonfalonieri di Giustizia usciti dal di lui sangue. 

Tra gli uomini più noti di questa Famiglia debbono menzionarsi i 
seguenti. 

Michele fu deputato a comprar Lucca dagli Scaligeri nel 1341 ; e 
diventato per le sue liberalità accettissimo al popolo, se ne fece capo 



RONDINELLI DI FIRENZE 

nel 1343 quando furono prese le armi contro i Magnati. Era con lui Fi- 
lippo di Rinaldo, ricchissimo mercatante seduto tra i Priori nel 1339, 
cui nacque altro Rinaldo, il quale dopo aver sostenuto due Ambascerie 
a Genova, Funa nel 1387 e 1' altra nel 1399, fu Gonfaloniere di Giusti- 
zia nel 1402, e dipoi nel 1408 fu mandato Ambasciatore residente presso 
la Repubblica di Lucca, cqu" incarico speciale di sorvegliare i fuorusciti 
Pisani, affinchè non tentassero nuovità a danno dei Fiorentini. Egli con- 
corse con Giovanni e Cosimo de' Medici alla edificazione del tempio di 
S. Lorenzo, e mancato di vita prima che 1' opera fosse condotta a com- 
pimento, ne lascio 1' onore espresso ai suoi figli. 

Tommaso di Vieri morì nel 1430 mentre risedeva tra i Gonfalonieri 
delle Compagnie, motivo pel quale se gli fecero solennissimi i funerali 
coli' intervento di tutte le Magistrature. 

Andrea di lui fratello fu mandato a Pisa nel 1434 per incontrarvi 
Eugenio IV Pontefice, il quale fuggitivo da Roma, cercava asilo presso 
la Repubblica Fiorentina, e per fargli scorta Ano a Firenze. 

Giovanni di Simone fu destinato Ambasciatore e Sindaco presso la 
Repubblica Senese nel 1433 per ricevere la consegna di quei castelli che 
a tenore dei patti della pace doveva quella Repubblica restituire ai Fio- 
rentini. Fu noto ai suoi tempi un frate Giuliano di Lorenzo Rondinelli 
dell' ordine dei Minoriti, il quale si offerse ad attraversare un rogo ac- 
ceso, nel 1498, per provare che frate Girolamo Savonarola era un falso 
profeta e fuori del vero sentiero della religione cattolica. Tralasciando i 
molti altri che potrebbero rammentarsi, non può passarsi in silenzio quelli 
che figurarono nei tempi dell' assedio di Firenze. Furono dessi France- 
sco di Ghino ed Alessandro di Giovanni. Il primo cooperò alla difesa 
dell' assediata città e dopo la capitolazione si elesse un volontario esilio. 
Partecipò a tutti i tentativi dei fuorusciti; ma caduto nelle mani di Co- 
simo I nel 1537, fu decapitato. L' altro fu zelante pei Medici, e prese 
le loro parti fino dal 1527, per il tumulto che avvenne per la loro cac- 
ciata dalla città. Nel 1529 era lontano da Firenze e tramava in Bologna 
a loro vantaggio, motivo per cui fu dalla Signoria dichiarato ribelle.. Du- 
rante l'assedio governò per Clemente VII tutta la provincia del Casen- 
tino: tornò a Firenze dopo la resa, e fu uno degli arruoti alla balia che 
riformò il governo. Traditore della sua patria, si rese traditore ancora 



RONDINOLI DI FIRENZE 

dei suoi sovrani. Era Commissario di Borgo S. Sepolcro quando colle schiere 
dei fuorusciti vi si avvicinò Piero Strozzi. Sollecitato da Baccio Valori 
a tradire il suo dovere consegnando quella città, glie ne die promessa: 
ma non potò effettuare il tradimento, perchè i Borghesi si armarono in 
propria difesa e costrinsero gli assalitori ad allontanarsi dalle mura della 
loro città. I fuorusciti dipoi furono sconfitti a Montemurlo rimanendo 
nelle mani di Cosimo I non pochi dei principali capi. Uno dei prigionieri 
fu Baccio Valori, tra le di cui carte si trovò una lettera che svelava il 
tradimento del Rondinelli. II Duca lo fece subito imprigionare, e dopo 
pochi giorni, cioè nel dì 20 Agosto 1537, lo fece insieme col Valori de- 
capitare. La sua morte non fu compianta e fu riguardata siccome un 
giusto gastigo di Dio, essendosi divulgato per Firenze come, non appena 
saputo l'arresto del Valori e dei suoi infelici compagni, si fosse presen- 
tato al Duca Cosimo per consigliarlo a farli tutti immediatamente mo- 
rire, sperando così che potesse restare occulto il proprio delitto. 

Durante il principato figurano tra i Rondinelli alcuni uomini di let- 
tere, e tra questi Giovanni che -fu il XLV Consolo dell' Accademia Fio- 
rentina, il quale dettò gli elogi funebri di Carlo IX re di Francia, e 
quello in morte di Caterina de' Medici Regina pure di Francia, non che 
F altro fatto per recitarsi solennemente a Città di Castello in morte di 
Chiappino Vitelli Marchese di Cetona e Generale della fanteria, lasciando 
anche manoscritte molte non ispregevoli poesie, ed il Canonico France- 
sco famoso latinista autore della Storia del Contagio del 1630 e 1633. 

Antonio di Ottavio fu Senatore, e Giovanni Battista Cavaliere di 
Malta ed Ambasciatore per queir Ordine presso il Pontefice Sisto V, fondò 
una ricca Commenda per i secondogeniti della sua casa, per cui molti 
dei Rondinelli furono fregiati di quella croce. 

La famiglia tuttora sussiste in Firenze rappresentata dal Marchese 
Andrea, insignita del titolo Marchionale sopra la terra del Bucine che le 
pervenne colla eredità e con il nome dei famosi Vitelli, dei quali fu l'a- 
vola dell' attuale rappresentante di questa casa. 

Estinta è la diramazione stabilita in Ferrara da Niccolozzo di Gio- 
vanni dopo la metà del secolo XV, dove si elevò ad alto stato e figurò 
nel rango delle primarie famiglie avendo dato molti uomini illustri, sia 

nelle armi, come nei maneggi politici. 

A. D. 



ROSSAUR 



Il uglielmo, Nicolò e Baldassare Rossaur, con diploma di S. M. 
l' Imperatore Leopoldo, dato da Vienna 30 luglio 4675, vennero 
elevati al grado di liberi Baroni del sacro romano impero, con tutti 
i diritti, privilegi e prerogative di cui godono lutti gli altri liberi 
Baroni dello stesso impero, e ciò in benemerenza dei meriti, delle 
virtù e glorie sì militari che cittadine che ognor distinsero i mem- 
bri di questa nobile ed illustre Famiglia. Infatti erano i Rossaur, 
già dal 4470, iscritti fra i primi palrizii di Gorizia; militava valo- 
rosamente Baldassare Rossaur nel 4 592 in Fiandra, da dove la 
sovrana clemenza Io chiamava all' esimio posto di capitano della 
Carniola -, morivano gloriosamente il Vluino, altro dei Rossaur, 
sui campi di Glissa, e Nicolò nel difendere eroicamente la città 
d' Ingolstadt ; altro Nicolò, figlio di Baldassare, nel 1598, fu luogo- 
tenente del comitato di Pisino ; in linea collaterale un Giuseppe 
Rossaur, nel 4 578, fu chiamato dall'Arciduca Carlo d'Austria al 
posto di consigliere intimo della corona, ed a Vluino, nel 4 597, fu 
dato f ufficio di luogotenente a Fiume. Oltrepasserebbe il margine 
impostoci nel compilare la presente opera il voler qui enumerare 
le gesta di tutti i Rossaur, che non solo conservarono intatto 
F onore ereditato dai loro antenati, ma Io trasmisero alla poste- 
rità ognor accresciuto e risplendente per prudenza, fedeltà, va- 
lore, esperienza ed accortezza. 



ROSSAUR 

Di quest'illustre casato pur troppo la linea maschile è estinta 
e rimangono solo a degnamente rappresentarla Giovanna baro- 
nessa Rossaur, nata conlessa Conti, vedova di Lodovico barone 
Rossaur i. r. ciambellano e capitano circolare ed ultimo possidente 
della Baronia Rossaur, ed Antonia baronessa Rossaur, vedova De 
Marinelli, figlia del fu Antonio barone Rossaur capitano di piazza, 
fratello di Lodovico. 

Un Sovrano Rescritto autorizza anche la discendenza femmi- 
nile a portare il nome de' baroni Rossaur. 

L 5 arma di questa Famiglia consiste in uno scudo diviso in 
quattro parti eguali ; nella parte sinistra inferiore e nella destra 
superiore, fondo argento, con un' aquila a due teste, coi rostri 
aperti e le ali spante, coi piedi separati e colla coda bassa ; nelle 
altre due parti, a campo aureo, un lupo rampante colla coda alta 
e tenendo fra i denti un agnello bianco. Sullo scudo una corona 
regia aurea, ornata di gemme e fregiata di nastri sciolti da una 
parte all' altra ; a destra rossi ed aurei, a sinistra neri ed ar- 
gentei. 





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ROSSELMIM 



(di Pisa) 



Non molte sono le memorie che abbiamo dagli Storici su questa nobile ed 
illustre Famiglia, esse però ci bastano a poterla annoverare tra quelle che nel 
nostro Sommario occupano un posto distinto tra le più notabili della Toscana. 
Che se al nostro buon volere non poterono in parte sopperire le ricerche che ci 
credemmo nel nostro debito di compiere, i nostri lettori non vorranno darcene 
carico, perchè nulla venne da noi trascurato perchè questa nostra Genealogia ve- 
nisse, almeno nelle sue parti principali, il più che per noi si potesse completa. 

Le più onorevoli memorie di questa illustre Famiglia, al dire degli storici G. 
B. Adriani e del Ciani, risalgono a Lodovico di Lenzo, uno tra i più potenti cit- 
tadini di Pisa. Aggregato dal Duca Giovanni dell' Agnello alla propria consorteria, 
ottenne il titolo di Conte coli' arme del Leopardo d' oro in iscudo rosso. 
Dotato di somma prudenza e tatto politico, venne mandato a pacificare i torbidi 
insorti tra gli abitanti di Riprafatta e quelli del territorio Lucchese ; impresa che 
esso condusse a termine con moltissima lode nel 1366. — Ebbero fama di esperti 
e valenti nell'arte del guerreggiare Ranieri e Gherardo figli di Odoardo. Il primo 
venne nel 1497 nominato a Provveditore generale dell'esercito Pisano a Livorno 
e nel 1501 Commissario generale per le fortificazioni e la difesa di Pisa e Go- 



2 ROSSELMINI 

mandante dei Terziari della milizia. Il secondo tenne il Capitanato in Livorno 
nel 1496, ed occupò diversi onorevoli uffici nella carriera giudiziaria. Benché in 
età avanzata, vale a dire nel 1553, assoldò 200 fanti per Don Garzia di Toledo in 
servigio del Governo Spagnuolo sotto di cui militava già con grado superiore ed 
in molta onoranza Agostino Rosselmini. Morto Ranieri, il di lui figlio Simone non 
solamente ne emulò le virtù, ma lo vinse nel coraggio ed in perizia militare : che 
se fortuna a lui negò di salire a queir altezza di grado in cui elevossi suo padre, 
certo non gli fu matrigna e gli permise distinguersi largamente in molti fatti 
d' arme ed ottenervi una rinomanza che altri cercherebbero invano farsi mag- 
giore. Nel 1554 con dugento fanti fu a guardia di Pistoia, difendendola strenua- 
mente : più tardi si trovò all' assedio di Mantecatini in cui diede prove di non 
comune coraggio, salendo il primo su quelle mura": difese Lucignano; ridusse al 
dovere una terra dei Piccolomini che non voleva più rimanervi in soggezione, e 
fortificossi contro i nemici che dalla piazza lo minacciavano. Nel 1555 venne in 
soccorso di Portoferraio che i Turchi avevano assalito, e con audace ardimento 
salito su una galea, si fece strada in mezzo 1' oste degF infedeli, e assicurò per 
tal modo con aiuto di uomini e d' armi le sorti pericolanti di quella piazza da 
tante parti minacciata da una forte e poderosa armata. Il Tronchi nei suoi Anna- 
li, narrando distesamente il fatto, ne dà tutto il merito al nostro Simone. Dive- 
nuto Colonnello, dopo la resa di Siena, fu delegato a prender possesso di Gros- 
seto in nome di Cosimo I neh 1 ' anno 1 559 ed ebbe in seguito il comando delle 
armi di Borgo San Sepolcro. Nel 1573 fu elevato al grado di Luogotenente delle 
galee, delle quali il comando era affidato al Principe Don Piero de' Medici, e con 
esse si recò sulle Coste di Barberia, spargendovi il terrore, ed operando mira- 
coli di coraggio. 

Oltre i citati, gli Storici ci hanno lasciata memoria di non pochi altri indi- 
vidui che cooperarono a rendere questa illustre Famiglia sempre più benemerita al 
paese, e noi ne verremo per ordine di data notando alcuni, perchè i nostri lettori pos- 
sino per sé stessi trarre un giudizio, come lungi dal venir meno col volgere de- 
gli anni agli antichi esempi, la Famiglia Rosselmini fiorisse sempre più vigorosa 
in ogni- ramo dell'umano sapere, occupando i più nobili uffici nella sua terra na- 
tale. 

G. B. del cap. Agostino (1563) 

Andrea di M. A. Rosselmini (1570) 

Francesco del capit. G. B. (1578) 

Cammillo di A M. (1578) 

G. B. di Cosimo (1617) 

Lorenzo di Cosimo (1627) 

Francesco di Piero (1647) 



ROSSELMINI 3 

Gius. Gaspero del cav. Francesco (1665) 

■Ranieri Francesco del cav. Giuseppe, eletto a gran Tesoriere dell' Ordine (1690) 

Cosimo Fil. del cav. Gius. (1698) 

Baldassar Maria Silvestro del cav. Ranieri (1718) 

Gaetano di Ranieri Fr. (1731) 

Più volte risplendette in questa chiara prosapia la Croce di Gerosolima. Ci- 
teremo perciò quelli che ne furono insigniti a nostra cognizione. 

Ferdinando di G. B. essendosi segnalato in vari incontri a favore di quella 
Militare Religione, fu nominato Comandante del forte del Gozzo. 

Simone nel 1701 ebbe il Commendatorato di Pavia. 

Pier Maria nel 1708, e Melchiorre nel 1722. 

Questa Famiglia che gode anche attualmente in Pisa di quella estimazione a 
cui dà diritto un lungo seguito di virtù cittadine, di nobili esempi, e di altissimi 
uffici disimpegnati con interezza e sapienza, è rappresentata dai Signori Cav. 
Rosselmini Ricciardi, e avv. Rosselmini. 

F. Galvani. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Questi appunti furono tratti dagli Annali del Tronchi e dalle storie dell' A- 
oriani e del Ciani, non che da alcune Cronache manoscritte. 



DE ROSSI 



Sino dal XVII secolo questa nobile e chiarissima Famiglia a- 
bitava la villa di Concadirame nel Polesine, e si denominava Am- 
brosi Rossi (1); poscia si trasferì in Rovigo verso il 1690, e nel 
1692 venne aggregata a quel Nobile Consiglio (2). 

In oggi è degnamente rappresentata dai nobili fratelli Ago- 
stino e Francesco de Rossi, il quale ultimo è cav. dei SS. Maurizio 
e Lazzaro, della Corona d'Italia ed attuale Sindaco di Rovigo. 



(1) Nella Chiesa de' F. F. di S. Gerolamo, delta della Fraglia, a destra, entrando, 
esiste la seguente lapide: 

D. 0. M. 

ANDRETE ET CASALINA 

JVG. ROSSI 

FILIIS 

AC 

SVCCESSORìBVS 

MDCCXX 

(2) Vedasi Reg. Consigliare Segreto Q. pag. 22 ed Aggregazione al Consiglio del 
sig. Domenico Ambrosi Rossi 1692, 12 Marzo, nel Reg. Cons. sud. 



ROSSI DI PARIA 



Altra famiglia dello stesso cognome esiste tuttora in Par- 
ma, che dicesi orionda di Milano, e riconosce Ciarlo Rossi per capo 
stipite; egli e i suoi figli discendenti legittimi furono dichiarati 
cittadini e nobili di Parma con ducale diploma del 22 otto- 
bre 4749. 

Rossi Ruffino, delegato sopra le strade, fu nominato Aiutante 
di camera della reale casa Borbonica il 21 aprile 1788, indi 
Bibliotecario della privata Biblioteca di S. A. R. cogli onori di Se- 
gretario di Gabinetto, per decreto 18 novembre 1779, e finalmente 
Ispettore della Casa Centrale di detenzione in Parma nel 1811. 

Rossi doti. Ferdinando, suo figlio, è morto in Parma nel 1850. 
Suoi figli: 

Cav. dott. Massimiliano, ammogliato colla sig. Virginia Gre- 
santi Giovannina di Reggio ( Emilia ). 
Suoi tìgli: 

Attilio — Silvia. 

Rossi Ercole di Ferdinando, sposato colla sig. Virginia Arlalli. 
Suoi figli: 

Albertina — Alberico — Savina. 



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KV^ 



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ROSSI 



(di Palmi di Calabria) 



1/ industria genera la floridezza delle Nazioni. Firenze non fu mai 
più ricca e potente che al tempo in cui le sue primarie Famiglie si chia- 
marono onorate di appartenere alle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri 
acquistando da esse lustro e decoro sempre crescente.: valga per tutti 
1' esempio della Famiglia Medici, che dalla mercatura sali ai più ambiti 
onori del trono, e di quella dei Peruzzi che sovvenirono col loro oro po- 
tenti Monarchi. L' uomo perciò che dalla propria industria si crea un rag- 
guardevole censimento, e di quello usa a benefizio dell' onesto artigiano, 
procurandogli pane e lavoro, è per noi più rispettabile ancora di chi 
redo dagli avi immense ricchezze e di quelle non usa che ad inutile 
vanto, quasi col suo fasto insultando alle classi che cercano nelle loro 
sudate fatiche il proprio sostentamento. Se adunque a noi vien fatto di ab- 
batterci in una Famiglia che debba gran parte della propria fortuna alla 
industria e che favorendo il ben essere della città a cui appartiene, ab- 
bia cercato e cerchi ogni via di rendersene benemerita, promuovendo utili 
e nuove istituzioni industriali, allargando il commercio, e rialzando per 
tal modo la dignità troppo disconosciuta dell' operaio, questa Famiglia è 
certa di trovar posto nelle nostre pagine, non solamente destinate alla an- 
tichità del blasone, ma all' incremento della gloria nazionale. E perchè 
mai 1' Italia nostra, oggi che le patrie aspirazioni trovarono il loro com- 
pimento, non conta pur troppo ai di nostri che poche di quelle Famiglie 
a cui sia lecito il dire : io cercai ogni via per moralizzare il popolo col- 
1' assiduità del lavoro, e introducendo nel paese che vide nascere le più 
nobili e utili istituzioni, volsi ogni mia cura a sollevarlo all' altezza delle 
più eulte e civili città del Regno ? 



ROSSI DI PALMI DI CALABRIA 

Perchè 1' Italia non apprezza come dovrebbe, e al pari di molte al- 
tre Nazioni quei tesoro produttivo che giace nascosto nelle viscere della 
sua terra: perchè èssa crede che il conquisto della propria indipendenza 
basti a renderla potente e temuta: perchè al popolo si predicarono solo i suoi 
diritti, quasi che esso non dovesse tenere anco conto supremo dei pro- 
pri doveri; perchè la parola, dignità del lavoro, venne dai demagoghi de- 
stramente scambiata con quella di servitù di lavoro : qual meraviglia adun- 
que se il popolo divenne inerte ed il ricco diffidente, e se la Nazione 
senza industria, senza commercio, senza incoraggimento, costretta a ren- 
dersi moralmente tributaria di quello straniero a cui civilmente si era 
sottratta, vide le sue finanze giunte ad uno sfacelo che non ha riscontri 
nel passato! 

Tali considerazioni ci occorrevano spontanee alla mente, accingendoci 
a dire onorevoli parole della attuale Famiglia Rossi di Palmi e cercando 
le sue lodi non in una antica vetustà di origine, ma nelle sue glorie 
contemporanee. 

Né creda già il nostro lettore che ove ci fosse stato dato facoltà di 
rovistare nelle private memorie che attestano come essa fiorisse ancora 
nei tempi andati, e tragga la sua discendenza da quella potente Fami- 
glia Rossi di Parma che fu di tanto lustro alla Nazione, 1' opera nostra 
si fosse negata al lavoro, . ed un novello titolo di onore non ne fosse venuto 
ad illustrazione di codesta Famiglia, ma impossibilitati a farlo e non usi 
di accomodarci così facilmente alle altrui tradizioni quando noi non pos- 
siamo pienamente provarne con documenti 1' autenticità, ci limiteremo 
a dire soltanto di lei, ciò che siamo certi non troverà opposizione in al- 
cuno perchè avvalorato dalla voce pubblica, e dalle testimonianze dei con- 
temporanei. 

Vincenzo Rossi nel 1810 da Positano trasferiva in Palmi la sua di- 
mora. Ricco ed operoso negoziante, fece tosto delle sue industrie un ele- 
mento precipuo di prosperità alla città di Palmi che in lui trovò chi 
prendendo a cuore vivamente i di lei interessi materiali, si diede a pro- 
muovere ogni maniera di benefiche istituzioni. Condotta in moglie Maria 
Giuseppa Sinopoli, unica erede di cospicuo casato, esso venne in possesso, 
spentasi quella Famiglia per mancanza di legittima discendenza maschile, 
di metà del pingue patrimonio che formava il di lei 'asse, che aggiunto al 



ROSSI DI PALMI DI CALABRIA 

proprio, lo poso in grado di disporre di ingenti ricchezza, una parte delle quali 
egli volle impiegare nell'acquisto di lati fondi e beni stabili, i quali po- 
tessero formare ai di lui eredi una più sicura e vistosa rendita. Suo 
primo pensiero pero giunto in Palmi, conosciuta 1' inscienza in cui vi- 
veva il paese delle migliori scoperte industriali, fu quello di dargliene 
piena contezza, togliendolo a quelle false superstizioni che in taluni luo- 
ghi genera sempre qualunque novità che lo tolga alle antiche abitudini; 
istruendolo nei nuovi metodi di cultura, mostrandogli i vantaggi dei me- 
desimi e costringendolo col valido esempio dei felici resultati da esso pro- 
mossi ed adottati a seguirli, e cosi prosperare le proprie sorti. Nei ventisette 
anni che visse in Palmi, Vincenzo puossi dire che fu la provvidenza di quel 
paese che risorse per lui a novella esistenza. Il morbo asiatico però che 
mietè nella sola Palmi, che conta circa ottomila abitanti, settecento abi- 
tanti non volle risparmiare una sì cara vita che si spense il sedici set- 
tembre del 1837 e che sarebbe stato lutto irreparabile, ove Nicola Rossi 
redandone le sostanze, non ne avesse ancora ereditate le più belle e sante 
virtù. E qui sarebbe mestieri il dire come durante il Cholera la Famiglia 
Rossi si adoperasse d' ogni maniera a mitigarne, massime nella classe 
povera le sofferenze, sovvenendola di copiosi aiuti e rendendone colla on- 
nipotenza del denaro e della amorose cure, meno sensibili i danni; ma 
noi non scriviamo la storia luttuosa di quell' epoca, accenniamo soltanto 
ad una verità di cui centinaia di individui ponno attestare pei benefìci 
ricevuti, 1' esistenza. Palmi deve ancora a questa Famiglia per prima, la 
innovazione di vedere scorrere per le sue vie carrozze quali si richie- 
dono dalle consuetudini moderne, e se il suo cimitero è ricco di un 
bel monumento che ricorda la memoria di chi si rese tanto benemerito 
al paese. 

Nicola Rossi rappresenta attualmente questa Famiglia, ed in lui ri- 
vivono, come abbiamo accennato, tutte quelle rare prerogative dell' ani- 
mo che resero e renderanno per lunga serie di secoli benedetta e ve- 
nerata la memoria in Palmi di Vincenzo. Amato al pari di lui, esso gode 
di una fiducia illimitata e di una stima universale e ne sono prova gli 
onorevoli uffici che esso occupa di Consigliere distrettuale, di Consigliere 
sanitario e di Membro della Congregazione di beneficenza, per tacere di 
altri uffici minori. Nel 1860 esso era Sindaco. Sposatosi ad egregia si- 



ROSSI DI PALMI DI CALABRIA 

gnora di Palmi, donna veramente secondo il cuor suo, ed imitatrice fe- 
dele delle virtù del consorte, essa lo ha reso padre di Giuseppina, Vin- 
cenzo, Luigi e Marco. 

Non possiamo a meno per testimonianza di onore a questa egregia 
Famiglia di citare le splendide parole che il Diogene reputato giornale 
di Napoli nel suo Num. 4 anno corr. in data del 18 Marzo spende in 
' favore dell' Avv. Giuseppe Rossi Sindaco di Catanzaro che per le molte 
virtù che lo adornano, e per la non molta distanza che intercede tra 
Palmi e Catanzaro, abbiamo motivo di credere appartenente, per qual- 
che ramo traslocato in Catanzaro, alla Famiglia Rossi di cui ci siamo 
con tanto amore occupati. 

« Ammirevole pe' suoi talenti nel Foro e per le virtù che qual cit- 
tadino il distinguono, maggiormente la delizia egli forma di quanti il co- 
noscono e la felicità degli abitanti tutti di Catanzaro ove fa dimora. Non 
poteva invero quella popolazione aspirar meglio, né il Governo fare mi- 
glior scelta per la carica di Sindaco che al degno Rossi troppo degna- 
mente conviene. Egli mentre che esatto «e scrupoloso si mostra nello a- 
dempiere a quanto la legge prescrive, amorevole padre si palesa per le 
cose alle sue cure affidate, e promuovere così con ogni più vivo sforzo 
l' istruzione, i lavori pubblici e tutto ciò che alla patria tornar possa van- 
taggioso, ai cittadini utile e men grave. Esorbitanti e mal ripartite 
tasse municipali, ei non volle e non permise: le angherie, i soprusi, e 
tutto quanto disgusta il posto, ben lungi sono da verificarsi sotto la sua 
saviezza, ne altro che la voce della pubblica opinione può dire abbastanza 
come il suo nome venga amato d' intorno. Dotato di sì belli requisiti, ei 
si mostra ben degno delle onorificenze che gli sono conferite, e ci piace 
notare all' uopo che la Società d' Incoraggiamento morale di Napoli lo 
ha accolto trai suoi ragguardevoli Soci, conferendogli un distintivo di pri- 
ma classe. Sieno dunque sincere lodi a lui, e che altri lo imitino per ben 
meritare della patria. » 

Comte F. Galvani 



THE LSDRARY 

OF THE 

UNIVERSITY OF ILLINOIS 



ROSSI-SCOTTI 

(di Perugia J 



Dopo gli Oddi e Baglioni che salirono in maggior fama in Peru- 
gia, siamo certi di non cadere in fallo, annoverando i Eossi-Scotti 
che vantano una origine antichissima, furono valenti in armi, e chiaris- 
simi in ogni maniera di lettere e di scienze, sostennero in patria i più 
nobili uffici, e per censo avito e preclarissime doti si meritarono la stima 
e la riconoscenza del proprio paese, accrescendone di gran lunga il 
decoro. 

Dalle notizie che ci fu dato raccogliere su questa illustre Famiglia 
essa è originaria di Monte Petriolo e Cibottolo, castelli in prossimità 
di Perugia, e la sua origine palese, quale apparisce da documenti sto- 
rici, risale al 1300, mancando noi di appunti anteriori. Primo stipite 
ne fu Lemme padre di Cecco, entrambi uomini di specchiate virtù e di 
versatile ingegno. 

Valentino figlio di Cecco otteneva il 6 aprile del 1401 la cit- 
tadinanza Perugina per servigi prestati al paese e perchè sommamente 
estimato dal popolo che fruendo delle sue ricchezze e sapendolo di ani- 
mo elevatissimo lo aveva in moltissima reverenza ed amore. 

Da Angelo figlio di Valentino nacquero Benvenuto, Lemme e Giovanni. 
Di Benvenuto e di Giovanni ci mancano particolareggiate notizie : di 
Lemme invece sappiamo che fiorì nel 1500 e si acquistò fama di valen- 
tissimo Giureconsulto. E ne abbiamo prova nelle continue sollecitazioni 
di consigli che a lui facevano non solo i suoi concittadini, ma quanti 
nelle città circonvicine avevano duopo più che di un valente patrono di 



ROSSI-SCOTTI DI PERUGIA. 

un uomo autorevole ed amoroso che valesse col proprio senno e la equità 
de' giudizi, a comporre i loro dissidii e ricondurre la pace e la tran- 
quillità nei domestici focolari. 

Bartolommeo figlio di Benvenuto fu padre di un terzo Lemme ri- 
nomato scrittore, matematico e leggista. Compiuti gli studi di Filosofia 
e matematica in patria, vi fu laureato nel 1624. Nel 1628 chiamato 
ad una cattedra di logica, ne tenne l'insegnamento fino al 1633 che 
egli lasciò unicamente perchè destinato ad altra cattedra di scienze ma- 
tematiche che egli predileggeva assaissimo, e nelle quali era profondo. 
Esercitò ancora il notariato, come ne fanno fede i rogiti che di lui e- 
sistono tuttavia nell' Archivio Perugino e fu peritissimo nella lingua greca 
e latina come lo attestano alcuni suoi versi, e nelle scienze astronomiche. 
Cessò di vivere nel settantaduesimo anno della sua vita nel 1673, evenne 
sepolto a S. Maria de' Servi. Condusse in moglie l' illustre donna Maria 
Pontani, dama di molta pietà e di mente svegliata. Oltre 1' opera in- 
titolata : sistema musico, ossia, musica speculativa, lasciò pure un opusco- 
lo intitotato : modo facile ed esatto per osservare le comete e suoi fenomeni 
senza istromento matematico, coli' andò solo di alcuni fili. 

Bernardino fratello di Lemme condusse in moglie Angelica Scotti 
appartenente ad una delle famiglie più cospicue d' Italia di cui divenne 
erede del nome e delle sostanze. Da questo matrimonio nacquero Anna 
Maria, Bartolommeo, Panfilio e Teresa. Tiglio di Panfilio fu Giovanni Bat- 
tista che menò in moglie la contessa Vittoria Sozi, unico stipite che rima- 
nesse di questa illustre famiglia. I Sozi erano Signori del feudo di Baschi, 
e l' investitura di questo feudo risaliva all' impero di Carlo Magno. 

Gaspare fu allievo del Conservatorio Minardi. Cultore della pittura 
fu in esso valentissimo e tanta fu la reputazione che in essa ottenne da essere 
eletto in patria a Presidente dell' accademia di belle arti. Luigi fece parte 
di varie accademiche scientifiche e letterarie e fu tenuto in molto pregio 
come uomo di profondissimi studi. Gaspare si sposò alla contessa Eleonora 
Baldeschi, già degli Ubaldi famiglia da cui nacque il celebre giureconsulto 
Baldo, e che fu sempre progenitrice di cospicui personaggi. Amatissimo 
in patria e riverito per le molte virtù che in esso albergavano egli tra- 
scorse la sua esistenza in mezzo alle gioie domestiche di una numerosa 
figliuolanza, di cui ci piace registrare i nomi perchè in essi veggiamo 



ROSSI-SCOTTI DI PERUGIA. 

l'innovellarsi le glorio tutte dei loro antenati. Luigi sposò Lucia Donnini 
di Perugia, Vittoria fu condotta in moglie dal marchese Ignazio Vitel- 
lesclii degli Azzi di Foligno, Teresa fu menata in moglie dal Conte Icilio 
Biancoli, Tiberio in età giovanile, ma di precoce ingegno cessò di vivere 
nel 1S52 in Siena nel Collegio Tolomei e l'egregio Giovane Lemmo amato 
da tutta Perugia per la bontà del cuore di cui è dotato. Ci rimane ora a par- 
lare del Conte Giovanni Battista, e noi lo faremo brevemente quantunque 
e dalle rare doti del di lui ingegno e dal cospicuo matrimonio che egli con- 
trasse, non poco lustro ne abbia ricevuto la già nobilissima Famiglia 
a cui appartiene. Membro di non poche Accademie letterarie, scientifiche 
ed artistiche le quali si chiamarono onorate di acclamarlo a loro Socio 
tra i molti scritti di incontestabile pregio di cui è autore ci piace ci- 
tare quello : sulla vita e sulle opere del maestro cav. Morlacchi, V altro 
pubblicato in Perugia nel 1861 che porta per titolo : storia biografica 
e bibliografica musicale perugina. Opera da lui dedicata al dottissimo 
Re Giovanni Nepomuceno di Sassonia, e per ultimo la sua : Guida di 
Perugia, edita nel 1861 e ristampata nel 1867 in Perugia. Opere in 
cui l'erudizione va del pari all'eleganza dello stile, e che disvelano nel 
loro Autore, non solo un profondo conoscitore dell' arte musicale, ma un 
intelligente, zelante e fortunato investigatore delle glorie patrie. Trovandosi 
esso nel 1864 in Roma invaghitosi di Angiolina di Severac appartenente 
ad una illustre e storica famiglia baronale del mezzogiorno della Francia, 
la otteneva in moglie. Tra i Severac che primeggiano nella Storia delle 
Crociate ci piace citare Guido nel 1270, e Amabrise che fu nel 1427 
Maresciallo di Francia. I nomi e gli stemmi di questi illustri valorosi 
vedonsi inscritti nelle sale dei Crociati e dei Marescialli di Francia nel 
Museo di Versailles. Sulla genealogia di questa Famiglia, il cui stemma 
non differenzia da quello della città di Severac, e solo nel campo dif- 
ferisce da quello degli antichi Re di Aragona, tra i molti che scrissero, 
ci piace specialmente citare il celebre genealogista e paliografo avvocato 
Borei d' Hauterève nel suo Annuaire de la noblesse de France. 

Frutto di questa auspicatissima unione è la contessina Maria nata 
il 16 Luglio 1868. 

Conte F. Galvani. 




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ROSPIGLIOSI 



(di Pistoia ) 



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ei brevi cenni che noi dettiamo su questa nobilissima famiglia Pistoie- 
se., e che soli ci sono consentiti dai limiti ristretti dell'Opera che ci siamo 
proposti di compilare, non fu nostra intenzione di scrivere una storia 
compiuta degli Uomini ragguardevolissimi che in ogni ramo ed in ogni 
epoca dal 1300 in poi diede all'Italia l'illustre prosapia dei Rospigliosi: 
troppo a lungo ci avrebbe condotto la qualità e quantità del lavoro, e le 
nostre deboli forze sarebbono venute meno ad una ingloriosa fatica che 
il più delle volte si avrebbe dotuto riassumere in un elenco di nomi ono- 
revoli sì per la nobiltà degli uffici sostenuti, ma non sempre meritevoli 
per alte intraprese di venire consegnati alla storia. Ci siamo perciò con- 
tentati di servire piuttosto al decoro maggiore della famiglia, coli' accen- 
nare ai migliori che la illustrarono, piuttosto che alla vanità di chi mi- 
sura unicamente dalla nobiltà del blasone ( fonte sotto tutti i Governi di 
immancabili onorificenze ) la grandezza di una famiglia. I Rospigliosi 
traggono la loro antica origine da Pistoia. Infatti noi troviamo nella pri- 
ma metà del 4300 podestà a Cecina un Filippo di Vanni Rospigliosi na- 
tivo di Pistoia, uomo di forti ed energici principii che colla sua fer- 
mezza d'animo valse ad impedire che questa terra, ad imitazione di al- 
tre molte per 1' opera di faziosi sì togliesse alla Signoria pistoiese. Esem- 
pio nobilissimo di carità cittadina di cui la famiglia Rospigliosi diede mol- 
tissimi saggi I Né a curare soltanto 1' onore del proprio paese nell'ordina- 
mento interno, pose essa ogni cura, ma ad accrescerne la gloria militare 
presso i vicini, si trovò sempre disposta, poiché nel 4330 venne spedita 
dai Pistoiesi buona mano di fanti e di cavalli sotto il comando di Tad- 
deo di Milanese di Rospigliosi in aiuto dei Fiorentini per tornare in lo- 



2 ROSPIGLIOSI 

ro signoria Montecatini che vi si era tolta, e Nello di Cecco ( alia? 
Frane, di Milanese Rospigliosi ) uno dei 43 Savi della città di Pistoia, nel 
1332 proponeva con felice esito che le armi Pistoiesi movessero a raffor- 
zare le Fiorentine nell'assedio di Lucca. 

Vari anni in appresso, cioè nel 1373, troviamo Filippo di Vanni di Mi- 
lanese Rospigliosi detto a Gonfaloniere di Pistoia ed in egual ufficio nel 
4408 Rartol. di Filippo Rospigliosi : entrambi tennero il Gonfalonierato 
in modo da meritarsi il pubblico encomio e crescere fama alla propria 
famiglia, che sotto molti aspetti si era resa tanto benemerita al paese. 

Trovandosi il Sommo Pontefice nel 4420 in Rologna e sulle mosse per 
recarsi a Roma, volendo soggettare colla forza delle armi Orvieto, Narni, 
ed altri piccoli paes ; , che potevano impedirgli il passo e opporgli valida 
resistenza, Gio. Rospigliosi postosi a capo di numerosa squadriglia di Pi- 
stoiesi per ordine del Gonf. Richecco di Lesino Rracciolini, si mise agli 
ordini del papa e cooperò strenuamente alla spedizione. Tenne pure la 
carica di Gonfaloniere nel 4471 Lor. di Taddeo di Gio. Rospigliosi, uomo 
espertissimo nelle cose amministrative, che poscia nel 1474 vediamo tra 
gli eletti dal Consiglio generale a provvedere alle solenni esequie del 
cardinale Fortiguerri. Sorgeva pochi anni dopo un memorando dissidio 
tra i Canonici di S. Zenone ed i Priori del popolo, che minacciava rom- 
pere in aperta guerra civile, parteggiando gli uni colle armi alla mano 
alla difesa dei Canonici, gli altri a quella dei Priori, e già stavasi per ve- 
nire alle mani, se nel 1479 per deliberazione del Consiglio generale non 
era unitamente ad altri probi cittadini inviato a Firenze in qualità di 
Ambasciatore, Ant. di Taddeo di Iacopo Rospigliosi, che seppe condurre sì 
accortamente la bisogna da giugnere almeno apertamente a cessare il pe- 
ricolo. E che ciò tornasse in molta sua lode e soddisfazione dei Pistoiesi 
lo abbiamo dal vederlo nuovamente il 15 maggio di detto anno Oratore 
al Comune di Firenze pel mantenime; to delle libertà e del quieto e paci- 
fico stato di Pistoia, e nel 1482 eletto a Gonfaloniere -, ufficio che sem- 
brava quasi ereditario in quella famiglia, perchè nel 4492 sostenuto anco 
da Milanese Rospigliosi, che vi venne riconfermato nel 4493, e fu poscia 
chiamato nel 4497 a coprire la carica di abbondatisi ere, in occasione di 
alcuni decreti e misure adottate dal Consiglio generale per preservare il 
popolo dalla fame che minacciava ridurlo a grandi strettezze. Né solamente 
per le faccende amministrati ve Pistoia veniva profittando dell' ingegno 
e dell' opera dei Rospigliosi, ma ne usufrultuava ancora in quelle 
militari , ove gliene venisse il destro : infatti troviamo nel 4494 e 
nel 4496 trai Deputati al Magistrato delle cose di guerra, M. Antonio Ro- 
spigliosi, uomo di nobilissimi sentimenti, che fu poscia nel 4498 nominato 
ad Ambasciatore ai Dieci di libertà e Ralla di Firenze, per rimediare alle 
gravi sventure in che la frequenza degl'incendi aveva gittata Pistoia, e 
fu trai Riformatori dei Capitoli e degli Statuti della Città. 



ROSPIGLIOSI 

' Trai Gonfalonieri nel 1508 figura ancora il nome di Iacopo di Ant. di 
Taddeo Rospigliosi e nel 1510 quello di Fr. di Ani. di Taddeo Rospiglio- 
si. Leggiamo anzi di quest'ultimo una bella Orazione riferita nella sua 
integrila dagli storici contemporanei, diretta a peisuadere i Pistoiesi a 
concludere la pace coi Panciatichi e schiudere loro le porte della città. 
Mandato poco tempo dopo Ambasciatore in Firenze., ufficio che esso di- 
simpegno con molto decoro del paese., fu nel -1512 eletto a far parte dei 
dodici cittadini che presiedevano alle cose di guerra, e nel 4520 rieletto 
a Gonfaloniere; e quasi che tutte le surriferite onorificenze non bastas- 
sero a dimostrargli 1' altissimo conto in cui lo teneva il Consiglio gene- 
rale, nello stesso anno veniva inviato solennemente al Vescovo di Fano per 
congratularsi seco lui in nome della città di Pistoia, per la sua recente 
nomina a quella sede, e poscia destinato a redigere i Capitoli del Monte 
di Pietà. Più tardi lo troviamo di bel nuovo Ambasciatore a Firenze, e 
nel 1523 chiamato a constatare i danni sofferti dagli abitanti del contado 
per 1' imperversare delle fazioni, e delegato a raccogliere una somma di 
denaro chiesta a prestanza dal Comune di Firenze a quello di Pistoia ; 
per ultimo si legge il suo nome trai Faciali della città nel cui novero 
figura ancora un Francesco Rospigliosi. 

Il Salvi ci conserva ancora memoria nel -1530 di Iacopo Rospigliosi, co- 
me uno dei cittadini più zelanti appartenenti all' Ufficio dei Ruonomini. 

Tra i Capitani di queir epoca non è certo a dimenticarsi Rati Rospi- 
gliosi che nel 1533 prese parte alla congiura dei Panciatichi contro i 
Rracciolini ed ebbe a patire 1' esilio da Pistoia; difese strenuamente Mon- 
temurlo; si unì a Pietro Strozzi nel 4554 alla Mirandola, e postosi al ser- 
vizio del Pontefice vi ottenne nel 4566 onorevole grado di Ammira- 
glio. 

Più trista sorte ebbe Orsino di Iacopo Rospigliosi che nel 4334 venne 
iuvialo a condolersi per la morte del Pontefice Clem. VII; perchè cercato 
a morte dai Panciatichi che lo sapevano di fazione avversa nel 4556 ed 
evaso da Pistoia, fu condannato a perpetua carcere dal Duca, a Firenze, 
per essersi unito ai Cancellieri che si opponevano a mano armata a danno 
dei Panciatichi. 

Ottima fama lasciò pure di sé nel popolo, Filippo di Milanese Rospi- 
gliosi non solo come Paciale nel 4536, quando infieriva la lotta trai Pan- 
ciatichi e i Cancellieri, ma come Provveditore della città ( ufficio che ten- 
ne per due volte ) e per avere promosso con immenso dispendio proprio 
i negoziati dell'arte della lana. 

E tra i Provveditori della città troviamo pure nel 4542 Tom. di Fil. 
Rospigliosi e Girolamo di Milanese : entrambi poscia nominati Gonfalo- 
nieri, il primo nel 4558, il secondo nel 54: della pietà di quest'ultimo ab- 
biamo anzi un solennissimo documento quando nel 4549 fu data facoltà 
dal Consiglio generale in occasione del miracolo di Nostra Donna dell' U- 



4 ROSPIGLIOSI 

unità, agli Operai di detta chiesa ( nel cui novero era pine Girolamo) eli 
esaminare testimon e produrre scritture dinanzi il Tribunale ecclesiastico 
per constatare la verità di detto miracolo. 

Ma trai tanti individui di questa benemerita e cospicua Famiglia che si 
acquistarono diritto alla pubblica riconoscenza del proprio paese, merita 
certe) speciale menzione Bartolomeo Rospigliosi Decano dei Canonici di 
quella Cattedrale, che fatte eseguire da Vincenzo di Giambologna due sta- 
tue rappresentanti 1' una S.'Zeno e l'altra S. Iacopo, ne fece dono mu- 
nifico alla medesima. 

Anche Taddeo di Fil.'Rospogliosi ebbe fama di uomo sommamente filan- 
tropo e fu nell' amore del popolo, che negli anni 4566, -1574, e 4580 lo 
ebbe per tre volte a Gonfaloniere: testimonianza non dubbia delle rare 
doti dell' animo di cui era fornito. 

Desiderosi i Pistoiesi di avere un Vescovo che costantemente risiedesse 
in città , inviarono unitamente ad altri nel 4597 Vincenzo di Tad- 
deo a Papa Clemente VII ad esporgli l'onestà di queste brame e la spe- 
ranza di vederle esaudite : infatti nel 4599 il Vescovo Passerini gingneva 
a Firenze destinato alla sede di Pistoia ed il Consiglio generale di Pistoia 
disponeva, che quello stesso Vincenzo di Taddeo che sì felicemente aveva 
perorata la causa dei Pistoiesi presso il Pontefice, mosse per primo ad 
incontrarlo, e porgergli omaggio fino a Firenze. 

Il Salvi consegna pure nelle sue Storie parole di sommo encomio in 
quell'epoca ad un secondo Bati Rospigliosi eletto all'eia di ventidue anni 
dal Granduca Ferdinando Medici al comando di una galera e mandato 
all' impresa di Algeri al cui felice esito esso cooperò grandemente. 

Volendo il Consiglio generale di Pistoia porre un freno allo smodato 
lusso del vestire donnesco che tornava in moltissimo danno delle famiglie 
cittadine, nominava nel 4623 una Commissione composta di sei Deputati, af- 
finchè stabilissero una prammatica in proposito. Ed anche in questo no- 
vero la famiglia Rospigliosi aveva il suo rappresentante in Alessandro e 
le sue proposte furono tra le meglio accette della Commissione, come Io 
ebbe l'anno appresso trai Magistrati di sanità in Camillo dì Girolamo che 
avvisò ai mezzi migliori per preservare il paese dalla peste cha lo minac- 
ciava. Né fu solo il Comune di Pistoia ad onorare ed altamente apprez- 
zare il merito dei Rospigliosi, ma vennero essi ancora singolarmente pre- 
diletti dal Gran Duca Ferdinando II che nel 4629 volle onorare di sua 
presenza le case, ove risiedevano allora fra Pompeo Rospigliosi Commen- 
datore di Malta, ed il bali Camillo, che venne poscia nel 463-3, e nel 4642 
mandato A.mbaseiatore a quella Corte, la prima volta per la franchigia 
del Palazzo dei Priori, la seconda per la nascita del Principe di Toscana. 
Né solamente ospitarono i Rospigliosi il Gran Duca Ferdinando, ma ac- 
colsero ancora nel 4642 nelle loro case il Duca di Parma ebe fu largo 
loro di moltissime onorificenze. 



ROSPIGLIOSI » 

Né gli studi gentili mancarono di cultori e mecenati in questo nòbile 
famiglia, poiché la celebre Accademia dei Risvegliati istituita nel 1640, 
ebbe a suo Principe Ant. Cam. Rospigliosi che fu poscia Proposto della 
Cattedrale e venne in voce di buon letterato, come Rati di Lorenzo fu nel 
1018 tra i più benemeriti e zelanti Gonfalonieri che reggessero la cosa 
pubblica in Pistoia. 

Ria se lino in queir epoca i Rospigliosi potevano gareggiare per nobiltà 
di natali, per servigi prestati al paese, e per importanza degli uffici so- 
stenuti, colle primarie e più celebrate famiglie della Toscana, era serbato 
a Giulio dei Rospigliosi il circondarla di tutto quel principesco splendore 
che accorda la più eminente dignità della Chiesa. Nato nel 1600, fu 
eletto da Urbano VII, che seppe apprezzarne degnamente la svegliatezza 
dell'ingegno, ad Uditore della Legazione di Francia e poscia lo nominò 
Nunzio nelle Spagne ove rimase per ben undici anni con sommo conten- 
tamento delle due Corti. Morto Innocenzo X, il Collegio dei Cardinali non 
esitò ad affidargli il Governatorato di Roma, che Alessandro VII in bene- 
merenza dei servigi prestati mutò nella porpora cardinalizia, chiamandolo 
ancora alla Segreteria di stato. È noto nelle istorie come egli cooperasse 
efficacemente al Trattalo di Aix che pose termine alla guerra di Spagna, 
essendosi fatto mediatore tra i due Contendenti, e come a di lui sola inter- 
cessione Luigi XIV ordinasse venisse abbattuta la piramide eretta in oc- 
casione dell'insulto fatto sotto il pontificato di Alessandro VII all'Amba- 
sciatore Francese. Morto nel 1666 questo Pontefice, il Cardinale Rospi- 
gliosi fu eletto a succederlo,, assumendo il nome di Clemente IX. Rreve 
però oltremodo fu il tempo in cui gli venne concesso dalla provvidenza 
di reggere le cose della chiesa, poiché il 9 die. del 4669 fu l'ultimo di 
sua vita. Durante il suo pontificato compose il dissidio che minacciava con- 
vertirsi in aperta scissura, che aveva promossa nell'Episcopato la celebre 
distinzione del fatto e del diritto nella sosciizione del formulario, ammessa 
dai Vescovi di Pamiers, di Bauvais, d'Alais, e d' Angers, e fulminata dal 
suo Antecessore, e indirizzò ai quattro Vescovi che avevano giustificato 
con salde ragioni il loro operatOj un Breve amorevole. Merita pure men- 
zione la Bolla che esso emanava un anno prima della sua morte, Sup- 
pressio Congregalionum Canonicorum S. Georgii in Alga Fenetiarum 
(te Fratrum lesuatorum et S. Hieronymi de Faesiilis, e la canonizzazione 
avvenuta sotto il suo Regno dei SS. Pietro d'Alcantera e Maddalena dei 
Pazzi. Fu uomo di gran probità, di molte lettere, amato universalmente 
ed alieno affatto dal nepotismo. 

Da quell'epoca pel diritto che accorda la Tiara, gl'individui della Fa- 
miglia Rospigliosi assunsero il titolo di Principi e posero stanza in Roma 
ove sostennero i più nobili ed onorevoli uffici, e meritarono 1' amore e 
la stima dei Pontefici, che via via si succedettero nella Cattedra di Pietro. 
Troppo lungo perciò sarebbe il tesserne il racconto e parlare di tutto e 



6 ROSPIGLIOSI 

di tutti. Ci limiteremo soltanto a dire alcune severe ma veridiche paro- 
le su Giuseppe Rospigliosi che venuto a Firenze nel 4814, Plenipotenzia- 
rio del Gran Duca Ferdinando II, tentò ogni via di ripristinarvi l'Ordinedei 
Gesuiti, e mostrò tant' odio contro tutto l'operato dall'antecedente domi- 
nazione Francese, da spingerne l'accecamento ad ordinare che nelle Case 
di Lavoro venissero spezzate le tavole di marmo che servivano alle men- 
se, perchè poste dai Francesi ! Esso venne sepolto nel tempio della SS. 
Annunziata. 

La Famiglia Rospigliosi è rappresentata attualmente in Roma dal pr. 
Don Clemente, e dal di lui fratello Don Fr. Pallavicini pr. di Gallicano. 

F. Galvani. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Abbiamo tratte quaste notizie dal Salvi, Storie Pistoiesi, dal Tipaldo, 
dal Fortiguerri, e da alcune Cronache inedite contemporanee agli avve- 
nimenti da noi brevemente narrati. 




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THE LIBRARY 

OFTHE 

UNIVERSITY Of ILLINO.S 



RIBELLAI 

( dì Firenze ) 



Wuesta famiglia derivò il suo nome da un individuo di essa che tornan- 
do di Levante portò il segreto di tingere in Oricello, per cui fu detta in 
principio degli Oricellai quindi per corruzione dei Rucellari o Rucellai. 

Pare che questa fosse antichissima in Firenze e che seguisse le parti 
guelfe. Sembra che il progenitore fosse Ferro che fiorì in Firenze nella metà 
del Secolo undecime Tenne le prime cariche in questa città dappoiché 
Cenni di Naddo Rucellai si oppose vivamente contro la sentenza di Enri- 
co settimo Imperatore emanata contro Firenze per la quale ei voleva con- 
durla in piena servitù. Egli si unì ai Guelfi, rese nulli li appetiti dell'Im- 
peratore e fu quindi il principale autore alla cacciata del Duca dì Atene. 

Da Ferro discendeva Alemanno da cui venne Giunta che dette origine 
a Nardo padre del Cenui di cui abbiamo poco sopra parlato, ad Alamanno 
detto Mannuccio, a Giunta, a Berlinghieri o Bingerio. 

Dessa famiglia fu assai ricca di case, di palazzi nel Sesto di S. Pancra- 
zio. Bingerio di Nardo Rucellai fu uomo sommo per molte virtù e tale che 
la Repubblica di Firenze per la stima grande che ne aveva lo mandò con 
cento cavalli in soccorso dei Magistrati e Monte dei Nove di Siena contro 
la plebe che voleva mutare il governo di quella città, e quindi lo inviò a 
Genova con altri cinquecento cavalli che si trovavano in Firenze. Arrivato 
colà dette battaglia, ruppe e disfece i congiurati con molta uccisione di 
loro. La Repubblica di Siena per rimunerare lui e i suoi discendenti per 
si gloriosa azione gli dette l'insegna del Leone Bianco che è l'arme del 
popolo di Siena, la quale fu aggiunta a quella della casa Rucellai che era 
uno scudo pieno di fascie a spina di pesce azzurre e d'oro. 

Altrettanto fu onorato ed illustre Cenni poiché non si faceva nessuna 
spedizione o negozio dalla Repubblica ove non fosse egli il Procuratore. 
Desso fu inviato a guidare le armi in Valdambra contro gli libertini che 
governavano quelle della Repubblica Aretina ; e condottosi con molto 
senno e prudenza nel Consolato della zecca, Magistrato di sommo onore 
e virtù, fu creato cavaliere col nome di M. Bencivenne per cui dette il 
nome alla Via de' Cenni presso S. Maria Novella, dove anticamente erano 
le case de' Rucellai. Dopo la morte di Naddo suo figlio si rifugiò in un 
chiostro per salvarsi dall'ira di Gualtieri Duca di Atene, e si ascrisse al- 
l'ordine dei Cavalieri Gaudenti. 



2 RUCELLAI 

Nardo o Naddo suo figlio per le molte virtù ottenne il Consolato deila 
Zecca ancor molto giovine nel 1328 ed anco nel 1335. Fu egli in Firenze 
tenuto in tanta stima che nel 4328 fu eletto ambasciatore a Venezia in- 
sieme con Taldo Valori e si condusse in guisa che nel 1332 fu eletto ca- 
pitano della città libera di Pistoja, ove si fece ammirare per le sue rare 
qualità. Nel 1335 fu scelto dalla Repubblica insieme con Ugo Lotterioghi 
deputato a formare una lega con altri comuni. Infine tenne le cariche più 
onorifiche della città di Firenze. Morì però in modo tragico, perchè il Duca 
d'Atene per ingiuste accuse lo fece perire sul patibolo. 

Giunta fratello di Cenni fu eletto dal Magistrato sopra i beni dei Ri- 
belli ; e fu più volte dei Priori, e Ambasciatore a Pier Saccone Tarlati 
nel 1337. 

Nardo di Giunta di Nardo fu mandato nel 1345 dalla Repubblica fioren- 
tina come ambasciadore alla lega di Carmignano. 

Fra i molti di questa famiglia fioriva Guglielmo di Nardo valorosissimo 
nelle armi per cui fu soprannominato Marte, ed essendo nel 1346 Potestà 
di S. Miniato che allora era terra libera, postosi di mezzo alle civili di- 
scordie dei Malpigli e Mangiadori, sicuro dell'affetto dei propri seguaci e 
soldati fece giustiziare alcuni fautori di quelle famiglie e dette la terra per 
cinque anni in guardia ai Fiorentini. 

Questo famoso capitano si condusse quindi al servizio del Re di Napoli 
e fu spedito con molta gente d'armi in Puglia, ove dette tali prove di 
valore che ebbe molti stati e signorie in quel Regno. Egli però muorendo 
non lasciò veruna discendenza. 

Merita speciale menzione anco Niccolò di Nino, come anco Niccolò di 
Nardo di Giunta, ambedue uomini valorosi e di somma prudenza ; il primo 
fu mandato dalla Repubblica a difendere Monteveltrajo nel 1368; e nel 4360 
Seravalle che era la chiave dello stato Fiorentino. Ed Andrea di Naddo che 
fu creato cavaliere per Io suo grande valore, e nel 1347 fu uno dei die- 
ci ambasciadori che andarono per conto della Repubblica fiorentina ad in- 
contrare Lodovico re d'Ungheria e nel 4349 fu ambasciadore alla Repub- 
blica di Siena. 

Francesco di lui figlio sorpassò il padre in meriti e dignità. Il di lui 
valore fu tanto che per la fama che di esso sorgeva la città di Perugia lo 
elesse a Potestà e Capitano; ad in queste cariche fu così benemerito di 
detta città che gli dette il titolo di cavaliere e lo regalò di una corona 
che inviatala a Firenze stette per molti anni appesa alla cappella dei Ru- 
cellai in S. Maria Novella. 

Francesco di Nardo e Vanni di Lapo ed Ugolino di Nardo furono essi 
pure uomini sommi ed in guerra ed in pace sostenendo cariche eminenti 
ed ambascerie ad uomini potenti. 

Paolo di Bingeri fu quegli che dette origine al ramo più illustre di 
questa famiglia. Desso fu fatto Cavaliere dal Duca di Atene, perchè quseto 
tiranno di Firenze sentendo che erano state fatte e si ordivano congiure 
contro la sua vita, ad oggetto di sventarle e recarsi partito fra i congiu- 
rati medesimi, usò verso di essi clemenza e li pose in carica, come fu dei 



\ 




SABATINI 



RUGELLAl 3 

Ruccllai, dei (|tiuli quattro ne l'eco cavalieri. Paolo da creato Gonfaloniere 
nel la.64j e morì nel 1381. 

Giovanni In figlio ili Paolo e si rese potentissimo in Firenze, e lale da 
destare gelosio, per la sua potenza e par eri tati in Cosimo che lo escluse dai 
Magistrati nel 1434. Ma Cosimo sempre in paura della potenza di Giovanni 
carco di farselo amico dando la propria nipote in moglie al Rucellai. 

Fu questo Giovanni die fabbricò il palazzo in via della Vigna tuttora 
di proprietà de' Rucellai. L'architetto del palazzo non tanto quanto della 
loggia, della cappella del S. Sepolcro, nella soppressa chiesa di S. Pan- 
ciazio, e della facciata di S. Maria Novella, fu il celebre Leon Batista 
Alberti. 

Da Jacopo Strozzi sua moglie nacque Bernardo e Pandolfo. 

Carlo di Nardo e Francesco di Ugolino furono sommi in prudenza ed 
in politica avendo l'uno e l'altro sostenuto ambaseierie e cariche insigni. 

Cardinale di Piero nel 4413 fu mandato dalla Repubblica fiorentina con 
Niccolò da Uzzano e Bartolommeo Valori ambasciadore a Pietra-Santa ed 
a Lucca per trattare la pace tra Firenze e Genova; e Piero suo figlio 
nel 1446 fu eletto ambasciadore al Conte Francesco Sforza, dopo essere 
riuscito insieme con Agnolo Acciajoli a concludere la pace tra il Papa Eu- 
genio quarto ed il Conte Francesco Sforza, e tanto gaudio arrecò a Firenze, 
che con pubbliche acclamazioni manifestò sommo affetto verso di lui. 

Paolo di Vanni fu uomo espertissimo delle cose marittime, non solo ma 
anco in quelle di terra e fece tali azioni a benefizio della repubblica che 
maravigliò tutto il mondo. Fu inviato commissario per Firenze insieme con 
Contarmi commissario della Repubblica di Venezia ad Amedeo Duca di Sa- 
voja per formate la lega tra Firenze, Venezia e Savoja contro Filippo Ma- 
ria Visconti Duca di Milano, nel che si acquistò massima lode. 

Nel 1431 Paolo fu scello dalla Repubblica fiorentina a Generale di mare, 
ed unì la sua (lotta a quella Veneta guidata da Piero Loredano per com- 
battere l'armata del Duca di Milano e quella dei Genovesi. La battaglia fu 
attaccata nel golfo di Rapallo. Egli per disunire le forze nemiche finse di 
aver timore e di prepararsi a fuggire. Per lo che i nemici credendo dad- 
dovero che fosse colto da paura, ruppero li ordini delle galee. Paolo ve- 
duto questo si voltò prestamente ed attaccati violentemente i nemici li rup- 
pe e disfece con grandissima strage loro. Nel tempo che furiosamente si 
combatteva da una parte e dall'altra, Francesco Spinola ammiraglio dei 
Genovesi tentò predare alcune navi Veneziane che non si potevano difen- 
dere; lo che veduto da Raimondo Mannelli capitano di una grossa nave 
fiorentina sotto li ordini di Paolo, attaccò la capitana, la prese e fece il 
capitano prigioniero. I Genovesi saputa persa la capitana si arresero con 
altre otto galee. 

Bernardo nacque a Firenze nel 1489 fu uomo sommo per moltissime 
belle doti. Fu Gonfaloniere di Giustizia, ambasciadore a Genova, a Napoli, 
in Francia, tenne in somma le più cospicue cariche in quei tempi turbo- 
lenti della repubblica fiorentina. Sentì fortissimo amore delle lettere e delle 
scienze e le protesse munificenìissimo. Alla morte di Lorenzo de' Medici si 



4 RUCELLAI 

dichiarò il protettore dei Neoplatonici in Firenze; fece per le loro adunanze 
edificare un palazzo e lo adornò di magnifici giardini che si acquistarono 
una grande celebrità in Italia sotto il nome di Orti Oricellari. Morì in 
Firenze ai 7 di ottobre del 15Ì4, e fu sepolto in S. Maria Novella, della 
quale finì la facciata incominciata dal padre suo. 

Le opere di lui furono varie, delle quali la principale è il libro de> urbe 
Roma, opera commendevole per l'eleganza della lìngua, ma che non vide 
la luce che nel secolo diciottesimo fra li scriptores fiorentini rerum ita- 
licarum : de bello italico : de magistratibus romanis. Bernardo era esper- 
tissimo della lingua latina e ne gustava perfettamente le bellezze, come 
ne dà prova nelle opere sue. 

Nel libro de bello italico tratta della discesa di Carlo Vili in Italia. 
Dettò un altro libro nella lingua latina sulla guerra di Pisa, del quale 
il celebre Erasmo dovè scrivere: Cujus historìas si legisses, dixisses 
alterum Sallustium aut certe Sallustii tempore scriptas. 

Pandolfo l'altro figlio di Giovanni dopo avere sostenuto nella Repub- 
blica le prime cariche e fra queste molte ambascerie, si rinchiuse fra i 
Domenicani di S. Marco spintovi dalle prediche del Savonarola del quale 
era fanatico. Prese il nome di fra Santi e dopo due soli anni morì a ciò 
condotto per le eccessive penitenze cui si dette. Prima di farsi frate ebbe 
moglie ed un figlio detto Paolo, da cui discende il ramo Rucellai che esi- 
ste tuttora. 

Giovanni fu figlio a Bernardo, e nacque nel 4475 a Firenze. Cacciati i 
Medici di Firenze, dei quali era parente, li seguitò nell' esilio ; richiamati 
in patria vi ritornò con essi nel 4515 quando fu assunto al pontificato 
Leone X. Rinunziò agli impieghi che nella restaurazione avea ottenuti 
nella Repubblica, entrò nel clericato e fu impiegato nella casa del pontefice 
che seguì a Bologna nel concordato con Francesco I. Quindi andò Nunzio 
in Francia, dove fu accolto benissimo dal re. Fatta poi lega il papa con 
Carlo V, dovè il Rucellai lasciare la Francia, e ritornato a Roma fu 
designato al cappello cardinalizio. Morto però il papa si fermò in Firenze, 
e di là fu mandato a nome della Repubblica a felicitare il nuovo papa 
Clemente VII. Desso lo nominò Protonotario apostolico e governatore di 
Castello S. Angelo, carica importantissima e che era scala al Cardinalato, 
che però mai non ottenne, perchè fu fatto osservare al papa che in quella 
famiglia essendovi da circa 450 uomini celebri in armi e potenti, avrebbero 
potuto, quando il volessero, facilmente impossessarsi della Repubblica. Morì 
nel -1525. 

Il Rucellai coltivò con molta lode l'italiana poesia, e lasciò scritte di- 
verse opere. La Rosmunda ed Oreste tragedie. Le Api poema didascalico 
che ha assicurata per tutta Europa la fama dell'autore. Tutte le opere del 
Rucellai furono raccolte e stampate a Padova nel -1772 in ottavo. 

Palla suo fratello contribuì anche esso grandemente a rendere illustre 
la sua famiglia, con prove massime di valore, con onorificenze molte che 
ricevè dalla Repubblica, con ambascerie ad uomini potenti, come a Cle- 
mente VII papa, al Duca di Urbino, con facoltà di restituirgli le fortezze 









RUCELLAI 

di S. Leo e di iM a uro lo quando che entrasse nella lega coi Fiorentini pei 
sospetti che avevano del Borbone. 

Ritornato da questa ultima ambasciata, Palla trovò che si stabiliva di 
cacciare i Medici di Firenze ; lo che non potendo sopportare prese le armi 
in loro favore, e raccolti circa mille de' suoi uscì contro il popolo e lo 
rincacciò fino alla piazza pubblica, dove trovò una grande resistenza e fu 
sopraffatto dal numero. Allora non vedendo altro scampo uscì per la porta 
a Prato e si rifugiò a Lucca. Il popolo inferocito entrò nel palazzo del 
Rucellai, e lo guastò affatto. 

Il papa irritato contro il popolo che avea insultato alla sua famiglia 
prese le armi e cominciaronsi le ostilità fra la repubblica e il papa. Palla 
fu mandato da questo alla guardia della torre di Pietrasanta, di Barga e 
di Fivizzano, terre molto importanti per la loro posizione; ma fattasi la 
pace tra il Papa e la città di Firenze, Palla allora ritornò in patria. 

Creato Duca di Firenze Alessandro de' Medici, Palla fu mandato amba- 
sciatore a Carlo V imperatore, per rallegrarsi a nome della Repubblica 
del matrimonio stabilito fra Margherita ed Alessandro. Infine quando la 
Repubblica si cambiò in principato, Palla fu uno dei dodici della balìa, e fu 
pure la cagione principale dell'elezione di Cosimo I a Duca di Firenze. 
Morto Alessandro de' Medici si tenne consiglio dal Cardinale Cibo e da molti 
altri allora potenti in Firenze su quello si dovesse fare riguardo al futuro 
rettore del governo. Il Cardinale presa la parola sosteneva che si sosti- 
tuisse nel governo Giulio piccolo fanciullo figlio naturale ad Alessandro, e 
poiché era nato da lui quantunque di non legittimo matrimonio, sarebbe 
stato accettatissimo a Firenze e gratissimo all'Imperatore Carlo V per l'af- 
fezione che portava ad Alessandro; che Firenze dovesse prendersi l'in- 
carico di nutrire ed allevare quel fanciullo sotto la tutela dell'Imperatore. 
Domenico Canigiani uno dei quarantotto della Balìa sostenne questa sen- 
tenza del Cibo, aggiungendo che poiché Dio avea loro conservato questo 
rampollo, si dovea accettare come dono singolare di Dio, e nutrirlo e 
guardarlo sotto la protezione di sua Maestà, come avea detto il Cardinale. 
Ma Palla di Bernardo Rucellai contradicendo a questa opinione disse: 
che poiché Dio lo avea liberato dalla superiorità del principe il desiderio 
suo era di non avere più signore. Riunitisi infine Palla, Ottaviano de'Me- 
dici, i più stretti parenti di Alessandro con Alessandro Vitelli capitano, 
stabilirono di far prendere le redini del governo a Cosimo figlio del fa- 
moso Giovanni de' Medici delle Bande Nere, opponendovisi fortemente la 
madre Madonna Maria figliuola di Jacopo Salviati, dicendo che suo figlio 
coli' inalzarsi cotanto poteva correre pericolo di capitar male, secondo gli 
esempi delle vanità del mondo. 

Altri uomini illustri surse.ro in questa famiglia, come Francesco, An- 
nibale ed Orazio ed il Senatore Giulio, uno dei più grandi uomini del 
secolo scorso. Desso nacque nel Ì702 e morì nel 1778. Dal 4736 fino alla 
morte cuoprì la carica di Segretario del Regio Diritto, di guisa che a lui 
solo dobbiamo le eccellenti ed importanti riforme ecclesiastiche che furono 
fatte io Toscana nel decorso secolo. Onde meritamente apprezzare questo 



6 RUCELLAI 

uomo fa d'uopo leggere le memorie colle quali accompagnava i suoi pio- 
getti di riforma. Queste sono così interessanti per senno e filosofia da po- 
terlo mettere alla pari coi pili grandi filosofi del secolo. Prima di emanare 
le sue leggi Pietro Leopoldo lo consultava sempre. Ei merita la stessa lode 
e del Filangieri e del Beccaria per la correzione fatta al sistema penale 
in Toscana e per l'abolizione della pena di morte. 

La famiglia Ruceliai ebbe per Gonfalonieri: nel 4308 Naddo di Giunta; 
nel 4354 Niccolò; nel 4364 Paolo; nel 4386 Tommaso; nel 4428 Paolo; 
nel 4455 Piero; nel 4475 Giovanni ; nel 4484 Mariotto; nel 4492 Mariotto; 
nel 4520 Palla; nel 4526 Piero. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Villa.ni, Storie. — Ammirato Scipione, Storie. — Pignotti, Storie. — Gamukrini, 
Biografia universale, Enciclopedia. — Varchi, Storia. — Nardi Storia. — Eaccolta di 
Elogi d'uomini illustri toscani, — Segni, Storie, e le note alla Manetta de' Ricci di Ade- 

mollo. 




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SABBATINI 



il» originaria da Bologna, ma I- epoca precisa di sua 
nascita è difficile, anzi impossibile, determinare. Quello eh' è 
certo si è, che sin dal principio del secolo xiv questa fami- 
glia emergeva in Bologna tra le principali della fazione detta 
Mallraversa (0, avversaria alla famiglia de* 1 Pepoli( 2 \ Leggasi 
la Storia delle Repubbliche Italiane dei secoli di mezzo del 
Sismondi, e si troverà che poco dopo la cacciata del Legato 
si manifestò in Bologna una ribellione (27 aprile, 1354), 
nella quale due fazioni vennero a zuffa sulla pubblica piazza, 
essendo rimasti vinti i Mal traversi, saccheggiate le case dei 
Sabbatici, e tutti i capi di quelle grandi famiglie esigliate ('•). 

Antica dunque e nobile è questa famiglia, e a darne 
maggiore schiarimento trascriveremo un brano di storia degli 
annali d* Italia del Muratori, in cui è detto: «Nell'anno 1321, 
di luglio, essersi sommossa una fiera sedizione in Bologna 
contro Romeo Pepoli. Questi, per testimonianza del Villani, 
era reputato il più ricco cittadino privato d'Italia, poiché 
avea il reddito maggiore di 120,000 fior, d'oro annui. La fama 
probabilmente ingrandì di troppo il di lui avere. Ma però 
l'immense sue ricchezze, e l'esser egli, come l'assoluto signore 

(i) Il nome di Mallraversa diedesi in molte repubbliche a quei parliti che difendevano la costitu- 
zione; ch'era quanto dire: " Quasi che si traversa al male. 

(2) Dallo stimma di questa famiglia, che era uno scacchiere, veniva dilaniala la fazione Scacchese. 

(3) Questi capi furono i Conti di Panico, i Beccadelli, i Sabbatini, i Robaldi ed i Boaltieri. 



SABBATICI 

di quella terra, richiamarono sopra di lui Podio e l'invidia 
de 1 suoi concittadini. Ne avvenne che i Beccadelli ed altri 
nobili mossero il popolo contro questo Romeo, che dovè ri- 
fuggirsi occultamente in casa di Alberto Sabbatini, benché 
fosse contrario alla sua parte. Stette nascosto tre mesi, in 
capo de 1 quali, ajutato alla fuga, si ridusse presso la Corte 
degli Estensi in Ferrara ». — VMia pure del Muratori un altro 
passo, in cui menziona de* 1 Sabbatini. Noi per amore di ve- 
rità qui lo riferiremo. «Non si dee lacere che nell'anno 1534 
la città di Bologna, la quale dopo la cacciata del Legato 
si credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in 
libertà, si trovò in istato peggiore di prima, e ciò per I? am- 
bizione de** più potenti cittadini, e la rinnovata discordia fra 
quelle famiglie Taddeo Pepoli e Brandaligi de* 1 Gazzadini, 
che voleano dominare sopra gli altri. Però nel di 8 aprile 
si venne air armi in quella città, e molti furono confinati. — 
Ma peggio accade nel di 2 giugno, perchè le due fazioni 
principali, cioè la Scacchese de* 1 Pepoli e la Maltraversa de' 
Sabbatici, Beccadelli, Boattieri ed altri vennero a battaglia 
fra loro, e gli ultimi rimasero sconfìtti. Furono, secondo il 
Villani, mandati a confini circa 1,500 persone, ed era quella 
città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero man- 
dato colà ambasciatori e genti d^arme, che rimediarono alla 
loro vacillante fortuna ». 

Ora conosciuta che abbiamo 1* epoca precisa dell 1 emi- 
grazione di questa nobile famiglia, ci resta a sapere come 
essa da Bologna si trasferì in Udine. E a ciò rilevare basta 
il leggere uno scritto che ha per titolo: Patriarca Bertrando. 
sotto Panno 1548, esistente nel proprio archivio, in cui tra 
le altre cose è detto : « Die lune vigesimo tertio mensis Junii. 
Utini Aquilejensis Diocesis. In domo habitationis infrascripti 
D. Archiepiscopi. Presenlibus lestibus D. Johanne de Monticulis 



SABBATICI 

de Verona. D. Johanne de Sabatinìs de Bononia habitatore terre 
Chini et aliis». E più olire: « Accepimus in consultarem Domi- 
nimi Johannem de Sabatini de Bononia Utinum comoranlcm » . 
È da ciò dunque provato che Giovanni Sabbatici di Bologna 
fu il primo stipite della famiglia dello stesso nome stabilita 
in Udine. 

Questa famiglia conserva un diploma dato dal Senato 
di Bologna, con cui venne confermata nobile bolognese, 
siccome è dimostrato essere originaria dall'antica famiglia de 1 
Sabbatici (<). 

Un illustre epitaffio scolpito in pietra, ed esistente in 
sulla parete a mano sinistra della porta principale della chiesa 
di S. Pietro Martire in Udine, ci palesa chiaramente quanto 
questa nobile famiglia abbia emerso tra le principali prosa- 
pie di quella città sino da epoca la più rimota. Crediamo 
opportuno qui il trascriverlo per maggiore chiarezza: 



(i) Ecco com'è concepito un late diploma: Die ìv Januarii 1675. Congregatis Ittuslrissimis DD. 
Reformatoribus status libertatis civitatis Bononiae in aula eorum solitae congregationis, et residentiae in 
numero viginti septem, viva voce illustrissimi D. Prioris Senatus, nemine penitus, penitus dissensiente de- 
cretum Juit, ut infra, Fidelicet. 

Cum eos doceat amplecti viros, qui nobilem atque antiquam ex hoc urbe ducunt originali, quiqve 
licet ad alias nationes proprios olim transtulerint lares, tamen erga patriam hanc. uti dilectissimam parentela 
primaevam charitatem servare dlgnoscuntur. Hmc est, quod cum nobiles ac praeclari viri DD. Franciscus, 
Joseph, ac Jacobus jratres de Sabatinis Utinenses ab antiquam Bononiae civilitatem, ex qua originem trahunt, 
petiermt redentegrari, seque ex antiqua, et nubili familia, ac gente De Sabatinis. Bononiense descen- 
dere, originemque habere per legittima documenta probaverint. Patres Conscripti, hac in parte dominorum 
Cancellariae Praefectorum, quibus tale negotium discutiendum Juerat demandatum , relationem secuti, 
dictos dominos Franciscum, Josephum, ac Jacobum fratres et filios D. Jo. Baptistae de Sabatinis eorumque 
filios ac descendentes in peruetuum uti, et tamquam veros ciies Bononiae ex praedicta nobili Famdia De 
Sabatinis oriundos agnoverunt, declararunt , atque ad antiqua civilitatis jura rrstituerunt, ac redintegrarunt, 
ita tamen, ut per talem declarationem, restitutionem, ac redintegrationem Cnnstitutionibus huiusce Civitatis, 
ac percipue Decreto super Civilitatibus anno 1 584 3 die 28 junii edito minime derogatum, nullumque eisdern 
illatum praejudicium, et contrariis haud obstantibus quibuscumque. 

Ita est, Cosmus Gualandus l/lustrissirni Senatus Bononieusis Secrelarius. 

fìeg. in Cane. I/lustriss. Sen. Bononiens. liber diversorum Joì. 43. 

Antonins Gualandus a Secretis Cancell. 
Locus Sigilli Bonon. 



SABBATICI 

JACOBUS SABATINUS J. V. D. LUCIDE BELLONA MARITUS 

LEGIBUS MUNICIPALIBUS UTINI MIRUM IN ORDINE REFORMAT1S 

SEPTEM VIRATUS HONORE PLIIRIES MAGNIFICE DECORATUS 

ALIJS ETIAM NOBILIORIBUS MUNERIBUS CONSPICUUS 

HUJUS SACELLI QUAM OPTDIE PIA GENEROSITATE MERITUS 

TANDEM ANNO MDLVII 

VITA FUNCTUS EST 

MEMORIAM HANC FRANCISCUS SABATINUS TANTI AVI PRONEPOS 

«TULLE ITIDEM RELLONiE CONSORS 

NOBILITATA FAMILLE SUiE E MAGNIFICET. MA RONONIjE RESTITUTOR 

UIC RESTITUIT 

AC DEBITO NITARI COMMISIT 

ANNO MDCLXXV. 

Molti altri personaggi sarebbero degni di menzione, che 
si distinsero in questa nuova loro patria di Udine, ma Fa- 
more di brevità ce lo vieta. La repubblica di Venezia rico- 
nobbe in tutti gP illustri rampolli di questa nobile famiglia 
il titolo comitale, con superiore determinazione del giorno 
2 settembre, 1795. Venne poscia confermata nelPantica sua 
nobiltà, ed ammessa agli onori di Corte dalP impero Austriaco. 

L/'arma de* 1 Sabbatini è inquartata con quella dei conti 
Zabarella di Padova (0, siccome anclPessi discendono dallo 
stesso stipite. Tutto ciò rilevasi dalPAlbore genealogico della 
famiglia di cui si tratta, esistente presso la medesima. 



(l) Cii'ilitas Bononiensis Familiae Zabarellae restìtuta. Quae, et Sabatina. 

Die xv mensis Novemb. MDCLVIÌL 



THE LIBRARY 

OF THE 

UNIVERSITY OF ILLINOIS 



SACCHETTI 



(di Firenze) 



Questa famiglia è tra le più celebri e antiche della città, e se- 
condo la seguente illustrazione del Verino si vuole di sangue Romano, 
e venuta in Firenze dopo la distruzione di Fiesole. 

« Nobile Sacchetti genus est, e moenia primus 
« Romanus sanguis tenuit, priscusque Bucellus 
« Syllana de stirpe fuit, si credere dignum est. 

Anche Dante Alighieri nel Canto XVI del Paradiso ci attesta esser 
potente la Casata Sacchetti con questi versi. 

« Grande era già la colonna del Vajo 
« Sacchetti, Giochi, Fifanti e Baruccia 
« E i Galli, e quei che amostea per lo stajo. 

Nel 1197 Brodajo di Sacchetto sedè nel Consiglio del Comune, e 
fu Console nel 1203. Il di lui fratello Cingisacco fece parte della Ma- 
gistratura degli Anziani nel 1200, ed aveva a collega Albizze Sacchetti 
nato da Rovinoso suo fratello, che apparteneva all'aurata milizia. Alla 
battaglia di Montaperti si trovarono presenti due dei Sacchetti, cioè 
Tegliaio e Giamberto di Donzello e Gaglia di Upizzino, Cavaliere a 
spron dorato e di molto valore, al quale era stato affidata la custodia 
del Carroccio. Questa famiglia fu sempre propugnatrice acerrima della 
fazione Guelfa, e zelante della fede cattolica. Nella Divina Commedia 
(Canto XXIX dell'Inferno) Dante Alighieri rammenta coi seguenti versi 



SACCHETTI DI FIRENZE 

un Geri di Bello Alighieri suo consorte, il quale, essendo infetto dal- 
l' eresia dei Paterini, era stato ucciso da uno dei Sacchetti 

« Che io vidi lui a pie del ponticello 
« Mostrarsi minacciar forte col dito, 
« Et udij nominar Geri del Bello. 

ed in fatti questa vendetta fu eseguita, avendo un figlio di messer 
Cione Alighieri, il quale era a Geri fratello, ucciso uno dei Sacchetti 
sull' uscio della sua casa. Nella prima metà del secolo XIII nei civili 
perturbamenti che agitarono Firenze, i Sacchetti sono rammentati tra 
coloro che più accanitamente pugnarono contro i Ghibellini, a tale 
che loro convenne esulare nel 1260 dopo la disfatta di Montaperti. 
All'istituzione del governo popolare, furono ammessi alle Magistrature 
e trovasi che dal 1335 al 1523 sederono per otto volte nel grado su- 
premo di Gonfaloniere di giustizia, e per trentadue nel Priorato. Molti 
uomini distinti potrebbonsi rammentare siccome nati di questa casa ; 
ma, tralasciando i meno noti, non possi passare in silenzio i seguenti: 

Uguccione Sacchetti, prode soldato, ardì tentare nuovità in Fi- 
renze durante la guerra contro Giovanni Visconti Arcivescovo di Mi- 
lano, percui dovette fuggire con bando di ribelle; se non che-, fattasi 
la pace nel 1353, fu tra i patti stabilito che egli fosse restituito alla 
patria, e agli onori. 

Iacopo di Piero fu armato cavaliere durante la rivoluzione dei 
Ciompi nel 1378, ma poco dopo, resosi sospetto di tentativi diretti a 
rovesciare il governo della plebe, fu fatto prigione e decapitato. Egual 
sorte e per lo stesso motivo, incontrava nel 1379. Giannozzo di Benci 
Sacchetti, non volgare rimatore. Era legge che nessuno dei figli o dei 
fratelli dei rei di stato potesse per dieci anni esser tratto ad alcuna 
Magistratura; ma a questo statuto venne derogato nel 1380 in favore 
di Franco a Giannozzo fratello. Era egli accettissimo al popolo per le 
virtù che 1' ornavano, non menochè per la sua letteratura. Nato nel 
1355, fu degli otto nel 1383, de' Priori nell' anno istesso, e nel 1385 
fu contemporaneamente eletto Ambasciatore a Genova e Potestà di 
Bibbiena, delle quali cariche preferì la seconda. Nel 1392 governò S. 



SACCHETTI DI FIRENZE 

Miniato, e per intero un anno Faenza nel 1396. Morì nel primo Di- 
cembre del secolo XV. Si rese famoso per canzoni e sonetti amatorj; 
scrisse ancora alcune novelle pregevoli per lingua e per materia, per- 
chè contenenti antiche memorie di nostra patria, dalle quali può trarsi 
gran lume intorno alle costumanze civili dei nostri padri sulla indole, 
sul carattere e sulla vita intima di molti tra i più illustri cittadini di 
Firenze vissuti durante il secolo XIV. Esistono ancora manoscritti mol- 
tissimi altri suoi lavori, come frottole, ballate, sonetti, madrigali can- 
zoni, lettere e sermoni. 

Filtppo suo figlio fu pure non comune dicitore in rima, e gli scritti 
clie di lui rimangono sono tali, che il Redi nelle annotazioni al suo 
ditirambo volle rammentarlo tra i buoni poeti del secolo XV, e men- 
zione onorevole ne fece ancora il Crescimbeni. 

Niccolò altro figlio di Franco fu Gonfaloniere di giustizia nel 1419, 
da cui nacque altro Franco, uomo pure segnalatissimo. Sedè nelle prin- 
cipali Magistrature del Municipio fiorentino, e sostenne onerevoli am- 
bascerie, e tra queste due a Napoli al Re Alfonso di Aragona, la prima 
nel 1444, e l'altra nel 1450 ambedue dirette a conseguire un trattato 
di pace; altra a Livorno nel 1452 per incontrare Eleonora di Porto- 
gallo sposa di Federigo III Imperatore, e farle onorevole scorta per 
tutto il tempo in cui si tratteneva sul territorio della repubblica; officio 
che ebbe a compire coir Imperatore di lei consorte nel 1453 durante 
la sua dimora in Firenze; e finalmente un'ultima ambasceria sostenne 
presso la repubblica Veneta nel 1454 per rinnovare un trattato di al- 
leanza. Egli pure si dilettò di poesia e sortì da natura non comune 
eloquenza, come ce lo dimostra nella vita scritta da Vespasiano da 
Bisticci. 

Messer Tommaso di Messer Iacopo, fu nel 1396 de' dieci di balìa 
per la guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e fu mandato nel 
1398 in Alemagna a fine d' invitare i Duchi d' Austria a scendere in 
Italia ai danni di quel perpetuo nemico della repubblica. Andò a Roma 
e poi a Napoli nel 1399 per congratularsi con Bonifacio IX e con Re 
Ladislao delle vittorie contro Lodovico d' Anjou e dell'acquisto di 
Napoli e trattare di una lega coi medesimi; e nel 1401 si portò a Bo- 
logna per rallegrarsi con Giovanni Bentivoglio, che si era elevato al 



SACCHETTI DI FIRENZE 

dominio della sua patria, e per esortarlo a vigilare sulle trame che 
ordiva a suo danno il Signore di Milano. Dovette nell'anno stesso re- 
carsi a Padova presso Roberto di Baviera, eletto Re de' Romani, per 
introdurre le pratiche di un trattato di lega ai danni di Visconti, 
trattato che riuscì condurlo a compimento. Fu deputato a Roma nel 
1403 per trattare alleanza col Papa: a Genova nel 1404 per firmare 
una tregua stabilita coi figli dell' estinto Duca di Milano; e di poi a 
Roma a prestare obbedienza al nuovo pontefice Innocenzo VII. 

Forese di Antonio nel 1409 fu de' Dieci di balìa, Ambasciatore a 
Siena nel 1421 per mantenere nella salda devozione ai fiorentini quella 
repubblica; ed Andreolo nel 1429 fu parimente dei Dieci di balìa. 
Non essendosi i Sacchetti mostrati troppo parziali per Cosimo il vec- 
chio de' Medici, e per i suoi discendenti, non si trovano per ciò molto 
rammentati nelle istorie dopo la metà del secolo XIV. Nei tempi del- 
l' assedio figurano Angiolo di Andreolo e Leonardo di Filippo. Il primo 
fu de' Dieci della balìa, mentre i nemici assediavano la città; ma poco 
amatore della libertà, si adattò volenteroso al giogo imposto da Cle- 
mente VII, per cui si meritò di essere eletto al Consiglio de' Duecento, 
allorché fu istituita quella Magistratura. L'altro difese la libertà con 
calore, e sdegnò di fuggire, abbenchè consigliatovi, dopo la resa. 
Imprigionato, fu racchiuso nella fortezza di Pisa, ove per gli straor- 
dinari patimenti morì dopo pochi anni. In due diramazioni si divise 
questa famiglia intorno alla metà del secolo XVI, nei due fratelli Raf- 
faele e Giovanbattista di Matteo. Nacque dal primo Niccola, che fu 
nel 1618 destinato Ambasciatore residente a Venezia, ed a Vienna nel 
1627, e Vincenzo che nel 1643 fu mandato a Milano a salutare a nome 
di Ferdinando II il nuovo Governatore, fu eletto Senatore nel 1653. 
Per altro questa diramazione non oltrepassò la seconda generazione. 
Giovanbattista stabilì in Roma la sua famiglia. Colà gli nacque da 
Francesca Altoviti un figlio nel 1587 cui impose il nome di Giulio. 
Incaminatolo per la prelatura, vi percorse brillante carriera. Da Au- 
ditore della Sacra Ruota passò Vicelegato a Bologna, quindi fu Nunzio 
in Spagna, e nel 1623 fu eletto Cardinale. Per due volte fu preconiz- 
zato Pontefice, ma si trovò escluso dalla sede papale nei due conclavi 
che successero alla morte di Urbano VIII e d'innocenzoX.Morì nel 1663. 



SACCHETTI DI FIRENZE 

Giovanfrancesco di lui fratello fu commissario Pontificio nella Val- 
tellina allorché a Papa Urbano venne affidato il deposito di quella 
controversa Provincia. Alessandro fu Colonnello al servizio dell'Impe- 
ratore Ferdinando, quindi Commissario generale dell' armata Pontifìcia 
contro i Veneziani; e Matteo, distinto esso pure per cariche onorifiche 
divenne per acquisto Marchese di Rigattini nel regno napoletano. Furono 
figli di lui e di Cassandra Ricasoli Urbano, Marcello e Giovanbatista. 

Urbano venne ammesso abbenchè giovane in Prelatura ; divenne 
Auditore di Camera, Vescovo di Viterbo e finalmente Cardinale nel 
1685. Morì nel 1707. 

Marcello Cav. di Malta per la sua religione fu Ambasciatore a Roma. 

Giovanbatista risiedè nelle cariche principali del Campidoglio. 
Prese in consorte Caterina Acciajoli e da essi naque Matteo, da cui 
in linea retta provengono quei Sacchetti che attualmente in Roma 
mantengono viva una così illustre famiglia con il dovuto splendore, 



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SACRIPANTE DI ROMA 



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SALVIMI 

(di Firenze) 



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Salviati , giusta l' opinione di Ugolino Verini , furono Consorti dei 
Caponsacchi, famiglia Consolare già da molto tempo estinta. Maestro 
Salvi di Maestro Guglielmo di Forese di Gottifredo, Medico molto rino- 
mato in Firenze dopo la metà del secolo XIII fu il loro progenitore: 
abitarono nel Sesto di Por S. Piero dove possedevano grandiosi casa- 
menti con torri, e col mezzo della mercatura avendo acquistato molta 
opulenza vennero a far parte dell'oligarchia dei ricchi mercanti, che 
ebbero la somma delle cose della patria finche la casa Medici non se ne 
rese padrona. Godette questa famiglia il possesso di varj feudi , tra i 
quali il Ducato di Giuliano negli stati della Chiesa , ed i Marchesati di 
Boccheggiano e di Montieri nella provincia senese. 

Càmbio di Maestro Salvi. Seguì la parte Guelfa, e nel 1343 figurò 
tra coloro che difesero la patria contro la prepotenza dell' Imperatore 
Enrico VII. Costui fu il primo dei sessantatre Priori, e nel Ì335 aprì la 
serie dei ventuno Gonfalonieri di giustizia di cui vennero onorati i di 
lui discendenti. 

Forese di Giovanni. Fu uomo distinto per saviezza e prudenza , e 
godeva talmente il favore del popolo, che nella circostanza della rivo- 
luzione dei Ciompi fu uno deiLXIV Cavalieri armati dalla plebe. Nel 4389 
venne spedito dalla Repubblica Ambasciatore con pieni poteri , per con- 
cludere una lega coi Bolognesi e Padovani contro Gio. Galeazzo Visconti 
Duca di Milano ; nel Ì397 fu eletto Capitano generale della Romagna 
fiorentina, e nel 1401 Potestà di Pistoia. Morì nel 1418 dopo di aver 
retto per tre volte il Gonfalonierato di giustizia. 

Andrea di Francesco, Cavaliere a spron d'oro- Dopo l'aver goduto 
di tutte le altre dignità municipali, fu nel 1375 eletto del Magistrato 
degli Otto nella guerra contro Gregorio XI, nomina che procacciò ad 
esso, ed ai suoi colleghi il privilegio d'inserire nel proprio stemma la 



2 SALVIATI 

parola Libertas. Nel 1379 venne nominato Sindaco per trattare la pace 
col Papa, indi Potestà di Pistoia, ed Ambasciatore a Venezia nell' anno 
successivo. 

Iacopo di Alamanno; nel 4396 fu spedito Ambasciatore ai Perugini; 
nel 1402 a Lucca; nel 4403 a Bonifazio IX per pregarlo a non ratifi- 
care la pace col Duca di Milano, e<\ in Francia nell'anno successivo 
per condolersi col Re delia malafede dei suoi Luogotenenti negli affari 
di Pisa. Ritornato da questa legazione venne adoprato nella guerra 
contro i Conti Guidi e gli libertini, ed al suo ritorno, fu con gran so- 
lennità armato Cavaliere; nel 4405 venne eletto Commissario generale 
dell'esercito fiorentino nella guerra contro i Pisani; nel 4406 fu spe- 
dito a Lucca per stabilire una confederazione con quella Repubblica; 
nello stesso anno a Genova per dissuadere i Genovesi dal prestare soc- 
corsi ai Pisani: nel 4407 in Avignone per trattare con Benedetto XIII 
dell' unione della Chiesa , e nel tempo stesso offrire al Pontefice i servigi 
della Repubblica : per lo stesso oggetto fu spedito ai Cardinali compo- 
nenti il concilio in Pisa, da dove col Cardinale Colonna passò a Napoli 
per indurre il Re Ladislao a mandare al Concilio i Prelati del regno : 
finalmente ai Bolognesi nel 4410 per congratularsi della loro ricuperata 
libertà. 

Francesco di Bernardo; recatosi a Roma fu ammesso in Prelatura, 
e nel 4474 ottenne da Sisto IV l'Arcivescovato di Pisa; ma Lorenzo il 
Magnifico che lo vedeva di mal occhio impedi che egli prendesse pos- 
sesso della sua Diocesi. Questo fu il principale motivo che nel 4478 in- 
dusse il Salviati a prendere parte alla famosa congiura detta dei Pazzi, 
ordita contro la vita di Lorenzo e Giuliano Medici, addossandosi egli 
stesso lo incarico d' impadronirsi del Palazzo della Signorìa dopo 
di avere ucciso il Ganfaloniere Cesare Petrucci. Egli infatti si recò sul 
posto, in compagnia di alcuni Perugini fuorusciti, e di due Jacopi Sal- 
viati, fratello l'uno, suo cugino l'altro, e lasciatili a guardia della porta, 
egli solo si condusse alla camera del Gonfaloniere; entrato a parla- 
mento fu tale la sua confusione che il Gonfaloniere venuto in sospetto, 
potè evadere dalla stanza e riunire i suoi in arme: per lo che 1' Arcivescovo 
e i suoi compagni vennero immediatamente arrestati e quindi impiccati 
alle finestre del palazzo. È fama che al Salviati, stanziando in Roma 
fosse predetto da uno astrologo, che egli sarebbe morto appiccato. Or 
quando lo stesso Salviati fu eletto Arcivescovo di Pisa, scrisse ad un 
suo amico che dicesse all'Indovino essere fallita la di lui predizione, 
aggiungendo che gli Arcivescovi non s'impiccavano; ma l'Indovino gli 
rispose, ditegli che sarà appiccato ad ogni modo. Così ebbe tragico fine 
Francesco Salviati, Arcivescovo di Pisa che non so se trovandosi al potè- 



SALVIATI 3 

re, come i Melliti, avesse rispettati i sacrosanti diritti di libertà; d'al- 
tronde una congiura la quale aveva per princìpio l'ambizione e la ven- 
detta, mancava allatto di ogni nobile principio. 

Jacopo di Giovanni; nel 1502 fu inviato Ambasciatore a Pistoia per 
quietar quella città agitata dalle t'azioni dei Panciatiehi e Cancellieri, 
poi al Duca Valentino per rallegrarsi dei suoi felici avvenimenti, e per 
far legu con esso 3 nel 1500 venne spedilo nella stessa qualità al Re 
Ferdinando di Napoli per congratularsi del di lui avvenimento al trono; 
nel 1512 a Raimondo di Ca-rdona Viceré di Napoli, per tratiare una 
lega colla Repubblica; nel 1543 Ambasciatore di obbedienza a Leone X 
in occasione della di lui esaltazione al Pontificato, poi per quella di 
Clemente VII nel 4523, Fu in questa occasione che il Papa osò con mo- 
derate id ombrate parole manifestare la di lui volontà di mutare la 
torma del governo di Firenze e stabilirvi la sua casa. Vi fu gran dibat- 
menlo tra il Pontefice e gli Oratori, percliè Clemente VII biasimava le 
forme del governo chiamandole imperfette; ma il Sahiati con Lorenzo 
Strozzi furono i soli che le difendessero, dicendo, procedere i disordini 
non dai Magistrati, ma bensi dagli uomini che vi sedevano. Nonostante 
questo suo libero procedere, il Papa lo volle presso di se in qualità di 
suo Consigliere, ed in occasione del sacco di Roma, dato dal Conte- 
stabile di Horbone , fu uno degli ostaggi richiesti dall'esercito im- 
periale. Renche il Salviati dimorasse alla corte di Clemente VII, mai si 
dimenticò della patria, anzi mise ogni opera per dissuadere il Papa da 
mandare i nepoti a governare Firenze, mettendogli liberamente davanti 
gli occhi il danno e la infamia grandissima che gliene sarebbe a-ve- 
nuta. Contuttociò i suoi concittadini, che forse non lo conobbero, gli 
furono ingrati, poiché arsero ed abbatterono il suo magnifico palazzo 
posto fuori la porta S. Gallo presso il ponte alla Radia, gli confiscarono 
i beni e lo dichiararono ribelle. Dopo la capitolazione fu mandato a 
Firenze per far parte della Ralia che doveva riformare il governo. 
Quindi tornò in Roma, ed udito che il Papa voleva ad ogni costo spe- 
gnere ogni elemento repubblicano nominando Alessandro de' Medici Duca 
di Firenze, Jacopo punto curandosi dell'ira del Papa si oppose, e quando 
udì che Filippo Slrozzi con calore favoriva il progetto di erigervi una 
fortezza per tenere in soggezione i Fiorentini, disse, quasi profetando 
« voglia Iddio che Filippo nel mettere avanti il disegno della fortezza, 
non disegni la fossa nella quale abbia a sotterrare se stesso ». Dopo tale 
epoca Clemente VII poco si valse di lui, e soltanto lo inviò nel -1532 a 
trattare nuova lega con Carlo V. 

Giovakki suo figlio, nato nel 4490. Recatosi a Roma presso Leone X 
suo zio, venne da questi iniziato nella carriera ecclesiastica; dopo di 






4 SALVIATI 

avere percorso tulti i gradi prelatizj fu nel 1517 eletto Cardinale 
diacono del titolo dei SS. Cosimo e Damiano. Clemente VII lo inviò 
Legato in Spagna per benedire le nozze di Carlo V ; e nel 1528 in 
Francia a Francesco I per riconciliarlo con Andrea Doria. Questa mis- 
sione gli fruttò i Vescovati di S. Popaul e di Oleron. Nel 1529 fu spedito 
a Cambrai in qualità di plenipotenziario del Papa, per trattare la pace 
fra l' Imperatore Carlo V e Francesco I Re di Francia. Durante l'assedio 
fu sempre in Roma ai fianchi del Papa; ma dopo la istituzione del Prin- 
cipato fu uno dei più terribili nemici delle tirannidi del Duca Alessan- 
dro e quindi del suo successore Cosimo I. Quindi il nostro Giovanni 
figura sempre tra i principali promotori dei fuorusciti, ed ebbe parte in 
tutti i tentativi da essi fatti per abbattere la potenza Medicea. Morì nel 
1553. 11 Salviati fu uomo di vastissima erudizione e gran mecenate dei 
letterati. Era tanta la stima che godeva nel sacro Collegio, che neh" in- 
terregno di Paolo III era stato eletto Papa , ed i Cardinali stettero fermi 
nel volerlo Pontefice fintantoché non venne l'esclusiva di Carlo V, per 
un fine veramente politico, cioè , per essere il Cardinale Giovanni stretto 
in affinità di sangue col Re di Francia. 

Bernardo fratello del precedente , nato nel 1495. In sua gioventù ab- 
bracciò la carriera delle armi e fu Cavaliere Gerosolimitano. Essendosi 
segnalato in diverse imprese contro i Saracini , venne eletto Priore di 
Capua, Gran Priore di Roma, poi Generale delleGaleredeirOrdine.il 
suo nome fu il terrore dei Turchi; rovinò Tripoli, distrusse i forti che 
fiancheggiavano il Canale di Fagiera, sorprese Corone e Medone nella 
Morea, e devastando l'Isola di Scio condusse un numero infinito di schiavi. 
Lasciato l'ordine per abbracciare la carriera ecclesiastica, seguì Caterina 
dei Medici sua parente in Francia, che Io nominò grand' elemosiniere , 
e nel 1547 gli ottenne da Paolo III il Vescovato di S. Popaul; nel 1557 fu 
uno dei Deputati del Clero che assisterono agli Stati generali del regno, 
e nel 1561 divenne Cardinale e Vescovo di Clermont, eletto da Pio IV. 
Bernardo pure figurò tra i nemici di Cosimo I, ed istigò i Senesi alla difesa 
sovvenendogli di denari durante l'assedio. Morì a Roma nel 1568. 

ALAMANNO d' Jacopo; fu indivisibile compagno del Duca Alessandro, 
che seco lo condusse a Napoli nel 1535 quando andò a discolparsi delle 
accuse imputategli dai fuorusciti. Alla morte del Duca si oppose a Ber- 
toldo Corsini provveditore della fortezza, quando offerse armi e munizioni 
a! popolo per ricuperare l'antica libertà. Contribuì pertanto alla elezione 
di Cosimo I successore di Alessandro, che lo ebbe carissimo; ed alla sua 
morte potè lasciare al figlio Jacopo immense ricchezze. 

GIULIANO di Francesco. Fu uomo senza costumi e viziosissimo , ed è 
noto per gl'insulti fatti alle armi, memorie e beni dei Medici , in oc- 



SALVIATI 8 

casione della loro cacciata nel 1527. Sembra che in seguito, intimorito 
dalla strettezza dell'assedio, cangiasse partito , poiché il lue nome figura 
tra coloro che spacciandosi Commissari del Papa andavano durante l'as- 
sedio ribellando le Castella ilei dominio della Repubblica. Istituito il Prin- 
cipato si pose ai fianchi del Duca Alessandro, u diventò compagno delle 
di lui dissolutezze. Una sera essendo intervenuto col Duca ad una festa 
da ballo in casa Nasi, vi conobbe la Luisa Strozzi moglie di Luigi Cap- 
poni , donna di rara bellezza nonché di onestissimi costumi ; appressatosi 
il Salviati alla medesima osò qualche parola oscena ed atto degno di lui, 
ma ella con nobile risentimento lo respinse. Terminata la festa, mentre la 
Luisa stava per salire a cavallo onde tornarsene alla propria abitazione, 
il Salviati appressatosele per darle ajuto, le azzardò nuovamente oscene 
parole, che essa ricambiò con disprezzo: pure la cosa passò quieta allo- 
ra , e forse anco sarebbe passata in seguilo se il Salviati avesse fatto 
senno : ma pochi mesi appresso e precisamente nel giorno del venerdì 
santo, siccome è costume dei Fiorentini, la Luisa Strozzi recavasi per de- 
vozione alla Chiesa di S. Miniato al Monte. Sulla via conducente a 
detta chiesa stava il Salviati a crocchio con altri gentiluomini fra i quali 
Lione Strozzi cavaliere Gerosolimitano e Gran Priore di Roma, fra- 
tello della Luisa. Al passar della donna dinanti a loro , Giuliano ad- 
ditandola ai compagni si vantò delle oscenità azzardatele in casa !Nasi 
nel decorso carnevale, aggiungendo che non sarebbe stato appagato fin- 
tantoché non avesse avuta la soddisfazione di giacere con essa. Udì Lione 
Strozzi, e rivoltosi al Salviati gli domandò se ignorava che la donna a 
cui aveva diretto quelle parole, fosse sua sorella; Giuliano risposegli che 
ciò gli era noto, ma che tutte le donne erano fatte per gli uomini e che 
ad ogni costo voleva seco giacere. Lo Strozzi si tacque, e la cosa terminò 
per il momento ; ma alle tre ore di notte mentre il Salviati tornava da 
casa Medici, venne aggredito da tre sconosciuti armati di pugnale che lo 
ferirono nel volto ed in una gamba per cui rimase storpio per tutto il 
rimanente di sua vita. Questo fatto di cui non si seppe mai la verità , fu 
cagione di tante discordie che Clemente VII volle che non se ne facesse 
più parola, e costò la vila di Luisa Strozzi, all'avvelenamento della 
quale ebbe moltissima parte la Cammilla di Agostino Chigi moglie di 
Giuliano donna di sfrenata libidine, forse per vendicarsi dell'oltraggio 
fatto al di lei marito dai fratelli della Luisa. 

LlONARDO di Roberto, nato nel 4540. Fu celebre letterato, Filologo 
ed oratore. E specialmente noto come uno dei più arrabbiati detrattori 
del Tasso, per la mutilazione da lui fatta al Decamerone del Roccac- 
cio , fallo cui riparò coi suoi avvertimenti s'opra la lingua Toscana, 
operetta del più grande interesse in fatto di lingua. Fu scolare di Rene- 



6 



SALVIATI 




detto Varchi, e di soli ventisei anni -venne creduto degno di presiedere 
all' Accademia fiorentina , di cui poi divenne uno dei più validi appoggi. 
Nel 1569 fu eletto oratore nell' occasione in cui il Granduca Cosimo I si 
recò a Roma per la sua incoronazione. Nel 1589 passò alla Corte di 
Ferrara, ove il Duca Alfonso d'Este gli conferì ragguardevoli impieghi; 
ma dopo alcuni mesi di soggiorno in quella città, ritornò in patria nella 
quale morì nello stesso anno. Veramente il Salviati per la obbrobriosa 
guerra che fece al Tasso ha lasciata una trista celebrità : ma peraltro 
non può impugnarsi che egli fosse uomo di vastissima erudizione ; del 
resto era in lui tutta la petulanza di un imperterrito grammatico. 

ANTON-MARIA di Loren/.o. Passato per tutte le cariche prelatizie fu 
nel 1583 da Gregorio XIII eletto cardinale del titolo di S. Maria in 
Aquirò colla Nunziatura di Spagna poi di Francia ove ebbe il Ve- 
scovato di S. Popaul. Essendo legato in Bologna vi fondò la chiesa e lo 
spedale di S. Giacomo degli Incurabili; ed in Roma il collegio degli Or- 
fani, eterni monumenti della sua pietà e maguiOcenza. 

Filippo di Antonio. Fu Proposto della chiesa di Prato e nel 1619 
Vescovo del Borgo S. Sepolcro eletto da Pio V. Morì compianto per le 
sue virtù nel 1634. Lasciò scritte alcune poesie , tra le quali un poemetto 
intitolato il Natale del Granduca Ferdinando II. 

Tommaso di Lorenzo. Studiò a Pisa e nel 1622 vi fu laureato dot- 
tore. Recatosi a Roma, passò al servizio del Cardinale Francesco 
Barberini in qualità di suo gentiluomo; vestito l'abito ecclesiastico fu no- 
minato Arciprete di S. Eustachio ; nel 1634 Vescovo di Colle, poi di 
Arezzo nel 1638 eletto da Urbano VIII. Morì nel 1671 il 15 ottobre. 

JACOPO di Lorenzo, Duca di Giuliano. Fu elegante poeta , ed è spe- 
cialmente noto per le sue avventure colla Canacci. Aveva egli per moglie 
Veronica figlia di Carlo Cybo Principe di Massa ; donna trasportata dalla 
gelosia e dall'ambizione dell'impero domestico. Siccome le qualità per- 
sonali di costei non erano sufficienti ad occupare il cuore del Duca, si 
procurava egli qualche sollievo che lo distraesse dalle inquietudini di 
una moglie molesta. Caterina Canacci seconda moglie di un vecchio e 
sventurato cittadino, donna di rara bellezza, aveva grandemente interes- 
sato il cuore del Salviati; peraltro a misura che nel Duca cresceva l'amore 
si aumenteva nella Duchessa il furore ed il desiderio della vendetta. La 
Canacci aveva un figliastro che 1' oro della Salviati seppe ben presto 
corrompere per farne l'istrumento del di lei furore. Da costui pertanto 
fu la Caterina Canacci pugnalata la sera del 31 Decembre 4638, e se- 
paratale la testa dal busto la presentò quale infausto dono alla Veronica 
Salviati, che la mattina dipoi giorno del principio dell'anno, coperta di 
prezioso Zendado mandò in dono al Marito. Il Salviati, a cui era 



SALVIMI 7 

ignoto il successo , ne rimase Inorridito, e da quel giorno in poi non 
volle più convivere colla moglie. Ritiratosi alla campagna rivelò alla giu- 
stizia il delitto dando indizio dei veri rei. La Duchessa rimase per l'alto 
stato impunita in faccia alla legge , benché poi il disprezzo dei fiorentini 
la costringesse ad abbandonare la città. 

Alamanno di Giovanfrancesco. Fu Presidente dello stato di Urbino ; 
e nel 1730 Prete Cardinale del titolo di S. Maria in Aracoeli eletto da 
Benedetto XIII; poi Prefetto della segnatura di grazia. Morì nel 4733. 

Gloria e decoro accrebbero a questa casata Francesco di Bernardo ele- 
vato nel 1571 alla dignità di Gran Maestro dell'ordine di S. Lazzero , e 
Maria d' Jacopo, che data in sposa a Giovanni Medici delle Bande Nere, 
divenne madre del Granduca Cosimo I. Consigliò sempre al figlio la giu- 
stizia e la moderazione , ma i consigli non vennero da Cosimo I attesi, 
anzi furono il principale motivo per il quale poco curò , e quasi mostrò 
di disprezzare la madre. Le fu non men largo compenso l' affezione 
dei fiorentini; essi l'amarono quanto odiarono il figlio e la separarono 
dalla turba di coloro che lo consigliarono a gravare con mano di ferro 
gl'infelici che fu chiamato a dominare. 

La famiglia Salviati si spense nel Marchese Tommaso mancato nel 4813. 

SCRITTORI DA' QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Imhoff, Geneahgiae fornii, /tal. — Gamurrini, Famiglie Nobili Toscane ed Um- 
bre. — Negri, Istoria degli Scrittori fiorentini. — Varchi, istorie fior. — Ammirati, 
Istorie fiorentine, — Ughellj, Italia sacra. — Gali-uzzi, Storia del Granducato. 









SANMINIATELLI 

( di Pisa ) 



La nobiltà e l' antichità dell'origine di una famiglia non son titoli bastanti per 
renderne il nome onorato ed illustre e tale da raccomandarlo alla venerazione dei po- 
steri; ma se si aggiunga l'intierezza e la rettitudine non mai smentita di quelli indivi- 
dui che la costituivano, e di quelli che ne formano lo stipite attuale, il lustro degli uffici 
cospicui da essi sostenuti, i frutti sempre ubertosi del loro ingegno che stanno a fare 
testimonianza di lunghissimi studi, allora questa famiglia ha tutto il diritto non solo 
di far parte di un Sommario che può dirsi il Repertorio delle glorie Toscane, ma me- 
rita la reverenza di tutti coloro che hanno in onoranza ciò che servì in altri tempi a 
rendere tra i diversi Stati d' Italia riverito il nome della Toscana, ciò che le valse ora 
a prediligerla tra le provincie sorelle facendone la sede del Governo Italiano. 

E un tale pensiero fu quello che ci mosse a dettare alcuni cenni sulla famiglia 
Sanminiatelli che alla nobiltà degli avi congiunse sempre e congiunge quella più stima-. 
bile ancora dell' ingegno e delle opere di pubblica benemerenza. 

Benché noi troviamo per la serie di vari: secoli figurare questa illustre famiglia 
tra le più cospicue di Pisa, ottenervi fino ab immemorabile il patriziato e tenervi stanza 
continuata ed occuparvi i primi onori, pure noi la crediamo originaria da San Mi- 
nialo (o dalla prossima terra di Sanminiatello) ciò mostrando la sua denominazione ; 
come a modo di esempio da Fossombrohe prese il nome la nobile prosapia aretina dei 
Conti Fossombroni. E fino dalla metà del 1500 noi troviamo citati dagli storici Pi- 
sani non pochi individui appartenenti a questa famiglia di cui dovremmo citare i no- 
mi perchè lasciarono dopo di se memoria delle loro virtù pubbliche e private sostenendo 
cariche luminose e dando prove non dubbie della loro abilità in fatto di cose ammini- 
strative e militari: pure noi amiamo meglio accennare ai tempi meno remoti, perchè il 
ricordo degli individui che verremo notando è sempre vivo nella memoria di coloro che 
ebbero consuetudini e rapporti con essi o lo serbarono venerato per la tradizione avu- 
tane dai loro avi. 



Lasciamo fra gli altri di commemorare colla dovuta lode il nome dèi Padre Carme- 
lita Giuseppe Maria Sanminiatelli al quale la città di Pisa va debitrice della vita del 
suo illustre protettore S. Ranieri pubblicata per le stampe in un grosso volume fino 
dal 1600. 

E primo di tntti diremo di Gio. Francesco d'Orazio, che per servirci delle parole 
del Marchese, volendo accrescere il proprio decoro e quello dei suoi discendenti, fonda- 
va il 13 Agosto 1686 il ricco baliaggio di Modigliana che poscia alla sua morte pas- 
sava nel di lui figlio primogenito Cosimo Andrea. Esso aveva menato in moglie una no- 
bilissima dama padovana la Contessa Aurora Zabarella. 

Devesi a Ini l' onore di avere introdotto in* Pisa l'Arcadia, la sola accademia lette- 
raria che esista tuttora in quella, città. Cultore e mecenate dei buoni studi, di lui si 
hanno alle stampe diverse buone poesie, tra le quali ci pia'ie accennare una can- 
zone pubblicata in Pisa quando Cosimo 111 elevava San Zanobi a protettore dei suoi 
stati, altra, edita nel 1715 in Firenze (sotto il nome accademico di Idalio Penelopeo) 
per le nozze Gondi- Alamanni. Raff. Domenico di Giovanni fratello a Gio: Francesco 
veniva insignito della Croce di San Stefano il 20 Ottobre 1692 per la molta intelli- 
genza e solerzia da lui dimostrata nel disimpegno dei, pubblici uffici che a lui erano 
itali affidati. 

Cosimo Andrea di- cui abbiamo detto in antecedenza, condusse in moglie la nobile 
Maria Smeralda Palloni e nel capitolo del 1731 venne eletto alla dignità di Gran Teso- 
riere dell'insigne Ordine a cui apparteneva, una delle maggiori onorificenze a cui po- 
tesse aspirare. Fu lieto di molta prole e ci duole pei limiti da cui siamo stretti non 
poter lungamente trattenerci sopra tutti gli individui della sua discendenza tutti degnis- 
simi di particolare menzione ed accenneremo soltanto quelli che salirono in mag- 
gior fama. 

Fra questi merita il primo posto Gio; Francesco, uomo di elevato carattere e di an- 
tica fede, a cui pervenne uà fidecomrnisso Tizzi ordinato fino dal secolo XVI da Aga- 
pito Tizzi al quale era unito l'obbligo di assumere il casato Tizzi, conio in fatti venne 
assunto da questo ramo della famiglia Sanumitatelli. Ripristinato da Ferdinando III l'or- 
dine di S. Stefano ed egli ripristinò la commenda di famiglia, sotlo il titolo di Ballalo 
di Pisa, e ne fu titolare. Legatosi in matrimonio con Luisa figlia del Cav. priore Simone 
Bizzarri, divenne padre di sei figli, Cosimo, Donato, Ranieri, Giuseppe, Ferdinando, 
e Aurora, di cui parleremo ultimati i pochi cenni da noi promessi sui figli di Cosimo 
Andrea. 

Donato fra questi, ebbe la laureategli studi matematici dalla celebre università di 
Padova in occasione che avea posto dimora in quella città per raccogliervi la eredità 
della famiglia Zabarella pervenuta per legittima discendenza in quella dei Sanmi- 
niatelli. 

Richiamato però dal Granduca Leopoldo 1 questo apprezzatore del vero merito, in 
Toscana, a lui quel Sovrano confidava l'incarico importantissimo di Provveditore dell' uf- 
ficio dei fiumi e fossi della provincia Pisana. Le memorie che esso scrisse nel lungo 
lasso di tempo nel quale tenne un tale impiego risplendono per indipendenza di carat- 
tere e lume scentifico, e gli meritarono la gloria di essere annoverato, dopo il Fossom- 
broni, tra gl'idraulici più insigni dei. nostri tempi. 



Anche gli altri due- fratelli Animi Vincenzo ed Orazio, figli puro ossi al Bali, 
Cosimo Andrea, menarono vita estimata per nobilissimi esempi, ed opere di cittadi- 
na virtù. 

Anton Vincenzo ebbe un unico figlio, Cosimo Sanminialelli-Galleni, tuttora vivente, 
personaggio distintissimo, molto versato nelle materie amministralive per gli impie- 
ghi che coprì, frai quali quello di Direttore del Registro e circondalo dalla stima 
universale. 

Diremo ora dei figli di Gio. Francesco il più brevemente che per noi si possa e prima 
di ogni altro del Bali Cosimo, che nato nel sett. 1792 fu a noi stretto per molti anni dai 
vincoli della più leale amicizia. Datosi a coltivare indefessamente le scienze politiche di- 
vise col conte De Maistre e col principe di Canosa i principj e le aspirazioni. Monarchico 
assolutista per convinzione, combattè in: molti scritti pubblicati la maggior parte 
in Modena sotto il patrocinio accordatogli da Francesco- IV che lo aveva in particolare 
considerazione, le dottrine della opposta scuola, non mai coloro che le professavano;, anzi 
a molti avversari fuori dell'agone politico stese la mano, rese giustizia. Non sollecitò 
onori r anzi offerti gli ricusò. Morì nel 1850. lidi lui figlio Ranieri, che gli succede- 
va nel Baliato, seguace dell'onestà.non- delle dottrine del padre, è Luogotenente nell'e- 
sercito italiano ed Ufficiale di ordinanza di S. M. il Re. 

Donato, fino dai primi della sua giovanezza mostrò ingegno vivacissimo e pronto 
e la rapidità dai progressi che faceva fu di meraviglia agli stessi suoi istitutori. Magi- 
strato di gran nome egli gode oggi nel suo' ritiro quella tranquillità che è frutto di 
una vita intemerata e della coscienza di avere operato il bene, come ebbe la stima e 
la riverenza di tutti quelli che da lui dipendevano quando occupava i primi posti nella 
magistratura e nelle più alte cariche del governo Granducale. Ministro dell'Interno nel 
1849,. poscia Prefetto a Firenze, ed ultimamente Procuratore Generale alla Corte di Cas- 
sazione, egli ha lasciato nell'esercizio di tutti questi eminenti uffici la più bella ed 
onorata memoria di sé, del suo sapere e di una rettitudine senza para. Esso è Commen- 
datore dell'Ordine di San. Giuseppe. Ebbe in moglie la nobile sig. Eugenia Maria 
Gentile che- Iddio chiamava a miglior vita nello scorso anno, e che lo fece padre del 
isav.. Giovanni, del cav. Orazio Luogotenente di Vascello, e del cav.^Fabio rappresentante 
un Vice Consolato del Regno. 

Ranieri tenne un canonicato a Pisa e fu uomo di molta dottrina religiosa e di animo 
boneficentissimo. Morto nel 1858, i poveri di cui poteva dirsi più che il consolatore l'a- 
mico, ne piangono ancora, la perdita 

Giuseppe che sposò Vittoria dei Duchi Strozzi ed è insignito della croce di cavaliere 
ebbe in figlio Francesco, cavaliere anch' esso e gentiluomo in tutta 1' estensione del 
vocabolo. 

Ferdinando datosi agli studi d' ingegnere fece buona carriera e gode le sim- 
patie di tutti gli onesti. Seguaci delle di lui virtù , e dei preclari esempi della famiglia, 
sono i di lui figli Luigi, Alessandro, e Vincenzo : il primo, onoie del nostro fóro benché 
in età giovanile nella sua qualità di avvocato e professore di diritto, il secondo ini- 
siato alla prelatura e zelantissimo del suo ministero di sacerdote, il terzo studente.. 





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SANSEDONI 



(di Siena) 

Tra le più illustri e celebrate Famiglie di Siena merita certo onorevole menzio- 
ne la Sansedoni, una del novero di quelle de' Grandi e distinta del diritto di Torre. 

Le prime memorie che abbiamo di questa Famiglia risalgono al 1174, epoca in 
cui Sansedonio fu uno dei Consoli di Siena. 

Riccio di Tacca nel 1213 come leggesi nel Tommasi, fu delegato a ricevere in 
nome del Podestà di Siena la Capitolazione dei Montalcinesi colla Repubblica. 

Nel 1236 Buonatacca ebbe l'incarico dalia Repubblica di perseguitare il conte 
Guglielmo Aldobrandeschi : nel 1246 venne nominato cavaliere, e tra scelto dal suo 
Governo a servire di scorta a Federigo Imperatore che si recava a visitare il Pon- 
tefice : nel 1248 fu Ambasciatore a Corrado figlio dell'Imperatore, e nello stesso 
anno alla Repubblica di Pisa per la pace coi Lucchesi : venne indi eletto capitano 
della Repubblica a S. Quirico; nel 1 253 Podestà a Gubbio, e nel 1 259 fu uno dei 
tre Ambasciatori inviati al Re Manfredi per richiederlo di nuove genti d' arme. Da 
lui nacque il Beato Ambrogio di cui terremo in seguito più ampie parole. 

Bartolommeo Tortapaglia trovò la morte all' assedio di Brescia, mandatovi con 
molto apparato di forze dalla Repubblica in soccorso dell'Imperatore. 

Tacca di Buonatacca venne inviato nel 1250 dalla Repubblica Ambasciatore al 
Re Manfredi. 

Nel 1261 questa Famiglia che si mostrò sempre ligia al partito Guelfo presa da 
malcontento contro il Governo, insieme a diverse altre si allontanò da Siena e 
pose stanza a Radicofani, ma la Repubblica inviò dodici Ambasciatori a curarne 
il rimpatrio. 



2 SANSEDONI 

Il beato Ambrogio figlio di Buonatacca fu uno dei due Ambasciatori mandati a 
Gregorio X nel 1273 affinchè liberasse dall'interdetto la città di Siena: esso ve- 
stiva allora 1' abito dei padri Domenicani : in seguito rifiutò il vescovado della sua 
patria. Il p. Lombardelli dell' Ordine di S. Domenico e Monsignor Giulio Sanse- 
doni vescovo di Grosseto pubblicavano accurate notizie biografiche sul di lui conto. 
Morì in odore di santità nel 1288 e le sue ceneri si conservano nella Chiesa di 
S. Domenico — Di lui vi hanno alcuni scritti .inediti. 

Tano di Tommasino fu uno dei Governatori di Siena. 

Contieri gonfaloniere fu uomo d' armi reputatissimo e nel 1323 compì varie im- 
prese guerresche che gli fruttarono lode. 

Cecco di Goro era nel 1326 tra i provveditori del Comune di Siena; nel 1338 
andò Ambasciatore al Duca d' Atene tiranno di Firenze. 

Fr. Pietro di Pepo venne nominato nel 1348 cavaliere di Malta. 

Tomaso di Goro figura nel 1355 nel Collegio dei 20 Riformatori; assenziente Carlo 
IV imperatore : nel 1 360 fu podestà di Pistoja, succedendo in questo onorevole uf- 
ficio a Luigi Sansedoni. 

Goro di Goro nel 1379 venne con altri illustri Cittadini mandato dalla Repub- 
blica a Viterbo ed a Roma per restituire nelle antiche loro amicheveli relazioni 
il prefetto di Viterbo e quello di Vico: nel 1382 e nel 1398 sostenne l'ufficio di 
provveditore nel Comune di Siena: nel 1390 venne spedito a Perugia per sven- 
tare una congiura che doveva scoppiare in quella Città: nel 1392 in qualità di 
Inviato fu mandato a Firenze a motivo di alcune doglianze da presentarsi a quella 
Repubblica: finalmente creato cavaliere nel 1394 insieme ad altri Cittadini Senesi, 
si recò con essi per ordine della Repubblica ad assistere alla incoronazione a Duca 
di Milano di Gian Galeazzo Visconti. 

Fr. Niccolò di Sansedonio, di Conterio nel 1 404 veniva ascritto all' ordine dei 
Cavalieri di Malta. 

Toto fu ricchissimo e valoroso gentiluomo: nel 1465, onorato delle insegne di 
Cav. aurato, fu podestà di Todi. 

Il beato Ambrogio secondo, cosi chiamato per differenziarlo dal Beato Ambro- 
gio figlio di Buonatacca, esso pure appartenente all' Ordine dei Domenicani: dopo 
una vita esemplarissima, finiva di vivere nel 1392. 

Della beata Diamanta che lasciò dopo di sé tanta fama di santità, vedesi dipinta 
la imagine nel Dormitorio dei padri di San Domenico in Siena. 

Bartolomeo andò come Inviato della Repubblica nel 1 504 a Giulio II Papa. 

Alessandro nella stessa qualità fu mandato al Duca Cosimo a Firenze per co- 
noscere i motivi dell' invio di truppe spagnuole nel territorio di Siena e nel me- 
desimo anno fu nominato pure Ambasciatore agli Agenti Imperiali : nel 1 550 final- 
mente la Balia volle che si recasse presso gli Ambasciatori senesi a Roma per no- 
tiziari! che l' imperatore aveva decretato, doversi in Siena erigere la Cittadella : 



SANSEDONI 
m poeta di qualche vaglia e di Ini i u- 3 

operette ta versi. ° ' * '*" ^"""v* ■» *— tal. di Vir s i,i ed a „ r e 

Nel ,606 p aoIo v „ om . ló 
"tt e dottrina, «, elemosin ,. ere ~" *»*.-fc u„ mo a rao „ a 

santi Senesi. ""■ A '■>' devesi la storia dei beati e 

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Anche Fr Orazio di Co 

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*e molti e molti sarebbero , **f!. '* rM,e ™ « unisse meno tra mano 

» di nostri, i„„ stri taM . '™* • « resterebbero ,„c„ ra a registrare fino 

.«- tritamente ottenl, J^ -»*- cittadina, e per onorifi ° 

™ no, p„ ssiamo b „ breve Som W» « tango e, eondnrrebbe q „es,o lavoro, e 

Questa Famielia che m ma „• 

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"«mina alla dignità del tesorierat del C ! ,' ^^ * tÌtol ° di «"ore della 
^esentata dal Si § . Giovanni h ? f ^ ^ ^tropolitana, e attualmen 
bjl - e cari Cittadini. SleM ° D ° ra a b ™n diritto tra i suoi più no _ 

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SARACINELLI DI ORVIETO 



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SARACINELLI 



(di Orvieto) 



Un Carlo Saracini da Siena si trasferì in Orvieto nel 1050, e fu la 
sua famiglia annoverata tra le patrizie e Consolari e nel 1098 fu eletto 
Console. 

Jacomo fu il primo a chiamarsi Saracinello. 

Jacoma maritata a Niccolò Cabusio di Checco che fu chiamata Mu- 
tarella. 

Filippo Mutarelli di Jacoma prese il nome di Saracinelli, ed unita 
T arma gentilizia dei Saracini consistente nella testa tronca di un moro 
e la mezza luna dei Mutarelli. 

Vanne si trovò nella cavalcata del 1315 e 1316. 

Giovanni fu dei Signori Sette negli anni 1338, 1366, 1372 e 1376. 

Nisio venne nominato nel 1391 Conservatore, e nel successivo 1392 
Camarlingo della Fabbrica di S. Maria. 

Altro Nisio nel 1327 esercitò la carica di Camarlingo del Comune 
di Orvieto. 

Checcarello, assai impiegato nelle pubbliche urgenze, nell' anno 
1359, si trova che aveva appartenuto fra i sette negli anni 1316 e 1326 
e 1390; nel 1391 Camarlingo, poi Comandante di Roma. 

Jacomo di Niccolò anch' esso Camarlingo del Comune negli anni 1395 
e 1400 Dopo Camarlingo della fabbrica nel 1406 e 1407; Conservatore 
nel 1408, 1409 e 1421. Morì nel 1422. 

Giov. Batt. Medico morì in Fagliano nel 1509. 

Niccolò occupò la carica dei suoi avi di Camarlingo del Comune nel 
1453, e nel 1460 fu inviato Ambasciatore al Papa. 



SARACINELLI DI ORVIETO 

Lorenzo fu Capitano. 

Giov. Batt. nel 1514 rimpiazzò Niccolo nel posto di Camarlingo del 
Comune; nel 1510 e 1537 Consigliere; nel 1526 aveva occupato la ca- 
rica di Camarlingo della fabbrica e Analmente fu inviato Potestà di 
Monteleone ritenendo ancora il cognome di Mutarelli. 

Camillo venne creato Commissario per il Comune dei Castelli della 
montagna, Conservatore nel 1557 e fu uno degli eletti dal Consiglio nel 
1555 ad assistere il Governatore in tempo di sede vacante, quindi nel 1560 
Ambasciatore al Papa, e nel 1540 e 1541 Camarlingo della Fabbrica. Morì 
nel 1567. 

Niccolo Conservatore nel 1451, 55 e 65. 

Sigismondo servì nel 1 494 ne 11' esercito del Papa, poi del Re di Na- 
poli e nel 1515 fu depositario del Comune e fu Conservatore negli anni 
1506, 1511 e 1528. 

Giov. Batt. ebbe per moglie Lodovica Gualtieri sorella del Senatore 
Raffaele. Camarlingo del Comune nel 1497. 

Tiberio fu conservatore negli anni 1457, 1487, 1503, 1506, 1514 e 
1527: Nel 1506 fu Ambasciatore per il Comune al Papa; nel 1494 Ca- 
marlingo della fabbrica, e rimase creditore di 56 Fiorini d'oro nel 1530 
come apparisce dai libri di sua Amministrazione; fu uno degli eletti a 
riunire 1' entrate distribuite dal Papa nel 1494 e morì nel 1538. 

Marc' Antonio funzionò da Camarlingo del Comune nell' anno 1562. 
Nominato Commissario Apostolico dell' annona nel 1563, e per Breve del 
Papa Pio IV principiò il nuovo reggimento e fu Gonfaloniere. 

Alessandro Cavaliere di Malta nel 1527 sedò una sedizione popolare 
contro il Comune; tre volte Ambasciatore al Papa negli anni 1526, 1536 
e 1548; Conservatore del 1550, in ultimo chiamato a Roma da Giulio III 
qui ebbe sua fine. 

Giuliano per più anni segretario della Corte di Toscana, e negli anni 
1595, 96 e 97 Camarlingo della fabbrica di S. Maria. 

Curzio successe il padre nel Camarlingato della fabbrica di S. Ma- 
ria negli anni 1581 e 1594. 

Alessandro fu dal Papa Clemente IX traslatato a Sottodatario è morto 
nel 1669 come da Sarcofago esistente nella Chiesa di S. Agostino in Roma. 

Cosimo Camarlingo dì S. Maria, e Priore di Volterra. 



SARACINELLI DI ORVIETO 



Antonio Felice Cav. di S. Stefano nel 1684, e Camarlingo della fab- 
brica di S. Maria. 

Agazio nel 1700 Camarlingo della suddetta fabbrica di S. Maria. 

Francesco Antonio beneficiato di S. Pietro, Canonico di S. Maria 
di Orvieto, Abate dei Canonici Lateranensi. 

Ignazio venne insignito del grado di Colonnello del Papa, e da sua 
Santità fu onorato di varie missioni militari straordinarie. 

Curzio Officiale nella truppa pontificia. 

Vincenzo fu uno dei Commissari nel 1536 del Comune nel passag- 
gio dell'Esercito Imperiale, e Conservatore negli anni 1529 e 1545. 

Sigismondo dottore accreditato nel 1572 venne nominato Governatore 
di Foligno. 

Pantaleone Conservatore nel 1543. 

Oliviero fu Capitano e Castellano di Civitavecchia. 

Bernardino venne inviato Ambasciatore al Papa per quattro volte 
e cioè: nel 1578, 1589, 1590 e 1596. 

Pantaleone ebbe in seconda moglie la Signora Altieri la quale ac- 
quistò Civitella de' Conti, e fondò il balìaggio di Casa della religione di 
S. Stefano. 

Francesco fu deputato al Monte di Pietà di Orvieto, e Camarlingo 
di Santa Maria, come dall' iscrizione ivi esistente. Fu marito della Signora 
Virginia Tornaboni nobile fiorentina, dalla quale proviene la nomina della 
Pievania di S. Stefano in Pane. 

Bernardino ebbe nel 1635 la nomina di Camarlingo della Fabbrica. 

Girolamo Cavaliere di S. Stefano il 1. Febbrajo 1677; fu erede della 
Signora Virginia Tornaboni. 

Un terzo Pantaleone ebbe per moglie Porzia Lattanzio dalla me- 
desima proviene l'eredità Latianzi, enei 1660 e 1672 fu Camarlingo della 
Fabbrica di S. Maria, nella quale carica venne pure confermato Carlo 
per gli anni 1708, 1716 e 1717. 

Dione fu Cav. di S. Stefano. Frane' Antonio esso pure Cav. di S. Ste- 
fano sposò la Contessa Giuseppina Febei. 

Niccolò si unì in matrimonio con N. dei Sigg. di S. Casciano. 
Vincenzo attuale rappresentante ebbe in seconda moglie Maria dei 
Marchesi Eroli defunta il 22 Dicembre 1863 la quale fu erede della Si- 



SARACINELLI DI ORVIETO 

gnora Barbara Palazzi Orienti, del di lei Germano Monsignor D. Giuseppe 
Canonico Eroli Nobile di Narni, Todi, Orvieto, Roma e Spagna; questa, 
ultima fu concessa al .suo Avo Giuseppe in attestato di gratitudine da 
Sua Maestà Cattolica allorquando servi nell'onorevole Corpo delle Guar- 
die: fu poi Cav. di S. Stefano, come tutto risulta dai diplomi esistenti 
nell'Archivio d'Orvieto degli anni. 1734, 1735 e 1816. 

I Saracinelli si sono imparentati colle più illustri Famiglie. 

Ippolito sposò in primo nozze Sigismonda Avveduti, ed in seconde 
Margherita Gualtieri. 

Francesco prese in moglie Giulia Del Poggio Signori del Pomello. 

Hanno abbracciato la vita monastica Rosalinda, Giulia, Lucia, Anna, 
Maddalena, Porzia, e Maria-Eusta. 



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SARACINI 

(di Arezzo) 



Questa famiglia fu celebre ed onoratissiina nei secoli decorsi e nella città 
di Arezzo e di Siena, ma dappoiché cadde la Repubblica di Arezzo, vissero 
quasi affatto come privati gli individui di questa famiglia. 

Come abbiamo detto fu per assai tempo celebre in Arezzo ed in Siena 
fino dall'undicesimo Secolo ed ebbe dominio di varie terre e particolar- 
mente del Castello di Uliveto, ove più specialmente abitò quando era al- 
l'apogeo della sua gloria, come pure nella sua decadenza, quantunque 
detto castello fosse nel secolo decimosettìmo quasi affatto diruto per le 
guerre tra i Guelfi e Ghibellini, essendo i Saracini di parte Guelfa; per 
lo che furono cacciati dagli libertini di fazione Ghibellina, e dovettero 
ritirarsi in Siena, in Fojano, in Sansavino ed in altri luoghi. 

Per stipite la famiglia Saracini riconosce un Bezzone soprannominato 
Carbone, da cui venne Ranieri chiamato Saracino ed Orso , che ebbe per 
figlio un'altro Saracino, padre ad Ugone e Rainaldino. 

Ranieri soprannominato Saracino, da cui derivano tutti i rami dei Sa- 
racini di Siena, di Arezzo e di Ferrara, generò Rattuccio, Brigo lo e Pa- 
gano, che fu padre di quell'Uberto che si dice di Uliveto. 

Brigolo fu padre di Federico e Boleto che fu progenitore dei Saracini 
di Siena. 

Rattuccio generò Ranieri, Boseto e Federico; il nome di Boseto però 
da diverse scritture si rileva essere corrotto e doversi piuttosto dire Boso. 
Uberto da Uliveto fu padre di Saracino padre di Ubertino da cui na- 
cque Guido. Francesco detto Cecco fratello di Ubertino fu quegli che posò 
lo Stipite della famiglia Saracini in Ferrara, avendo preso servizio presso 
i Duchi di quella città. 

Ubertino di Saracino ebbe ancora per figlio Niccolò detto Piccoletto; 
questi fu padre di Donato che ebbe per figlio Cristoforo da cui nacque 
quel Messer Giovanni Doltore in Legge che fu cotanto celebre, come anco 
Antonio padre di Ser Niccolò canonico della cattedrale di Arezzo. 

Messer Giovanni ebbe per figli Ser Bernardino, Ser Bernardo, Donato 
e Raffaello. Da Raffaello venne Pietro Paolo, Giovanni, Marco Vescovo e 
Luca capitano, che ebbe per figli Raffaello e Flaminio, da cui nacque un 
terzo Giovanni, Alessandro, Messer Ubertino, Ridolfo, e Marco padre di 
un altro Flaminio , da cui vennero Marco e Giovanni cavagliere. 

Francesco di Saracino o Cecco che si voglia fu progenitore dello Sti- 
pite di Ferrara, perchè partitosi di Arezzo andò a servire il Marchese 



2 SARACINI 

Obizzo di Ferrara e fu fatto Pretore di quella città. Da Cecco in Ferrara 
nacque Obizzo, da questo venne Francesco padre di Gherardo che generò 
un altro Gherardo, Francesco ed Alfonso padre di un terzo Gherardo da 
cui venne Alfonso, Obizzo, Annibale Abate , e Roberto padre di Ghe- 
rardo, che ebbe per figli Alfonso e Niccolosa. 

Del ramo di Siena pochissimo ed oscuramente uè sappiamo. 

La famiglia Saracini di Arezzo da cui emanò quella di Ferrara e di 
Siena fu traile famiglie feudatarie di Arezzo stabilite da Carlo Magno, le quali 
nel territorio aretino allora assai più vasto arrivarono fino a trecento. 
Che la famiglia Saracini fosse una delle 300 si rileva e dai vasti dominii 
che possedeva in principio e che ha posseduto fino a questi ultimi tempi 
e dall'essere imparentata ab antico colle più nobili famiglia aretine come 
era quella dei Marchesi dal Colle, quindi detti Marchesi del .Monte S. Ma- 
ria e di Sorbello. 

I Saracini, come abbiamo detto, seguirono sempre la parte Guelfa e 
siccome in Arezzo dominò quasi sempre la fazione ghibellina , soffersero 
da questa molti danni, come pure i Marchesi S. Maria, Guelfi anch'essi 
ebbero il loro magnifico palazzo diruto e spianato. Ma dappoiché per le 
sevizie dei Ghibellini non era loro possibile il vivere nella città , tonto i 
Saracini che i suddetti Marchesi si ritirarono entro le fortezze de' loro 
feudi, per cui non poterono avere parte nel governo della Repubblica. 

Prima però che cominciassero le dissensioni tra i Guelfi e Ghibellini 
godettero i Saracini i primi onori nella repubblica. 

Ebbe la famiglia Saracini molti uomini illustri nei secoli antichi, come 
Pagano figlio di Ranieri Saracino, e suo figlio Rerto, e Guido di 
Ubertino che molto adoperarono in benefizio della Repubblica. Ubertino 
di Saracino e Rindo di Nuccio furono capi della parte Guelfa e combat- 
terono con mollo valore contro i nemici della patria. 

Ma veduto dappoi che la repubblica per essere capi della parte guelfa 
li teneva rimossi da ogni ufficio, Francesco di Saracino , lasciato il fra- 
tello Ubertino nel castello di Olivete, se ne andò al servizio dei Marchesi 
di Ferrara. Ed accoppiando estremo valore, somma perizia nelle armi, 
ed ampia dottrina ed eccellenza di lettere meritò che il Marchese di Fer- 
rara lo creasse Pretore di detta città. Nella sua carica adopraudo con 
quel valore, senno e sapienza di cui era fornito si ebbe non solo li encomj 
e 1' amore dello stesso Marchese, ma ancora la benevolenza di tutta la 
eittà; dal che ebbe principio la sua fortuna. Poiché riunito il suo patri- 
monio alle molte ricchezze che acquistò in Ferrara, si trovò possessore di 
moltissimi beni, e fu ascritto alla nobiltà ferrarese, e godè di tutti i be- 
neficìi e eariche che spettavano ai nobili. 

Natogli dipoi un figliuolo , ia memoria del suo patrono Obizzo, gli 
pose lo stesso nome. Da questo Obizzo nacque quel Francesco cotanto fa- 
moso in Ferrara pel sua sapere e valore, e. fu si caro al Duca Rorso di 
Ferrara che lo creò suo Tesoriere Generale. Nella qual carica si condusse 
con tanta fedeltà e tanto vantaggiò li interessi di quei principi, che Lo ten- 
nero caro e sempre recarono profitto alla famiglia Saracini. Traili altri 
doni il Duca Rorso regalò alla casa Saracini le possessioni poste nel Po- 



SARACINI à 

lesine di Rovigo nella Terra ili Lendemira, le quali la della famiglia ha 
tuli ora in proprietà. 

Gherardo di lui figlio non fu meno del padre famoso per lettere e per 
abilità di governo; e giunse a tanta celebrità nella sapienza legale che 
fu tra i primi di tutta Italia. Ed Alfonso I, terzo Duca di Ferrara lo elesse 
a suo segretario e consigliere di Stato non solo, ma lo prescelse per in- 
viarlo a Milano a prendere e condurre a Ferrara la di lui moglie Anna 
sorella di Giovan Galeazzo Sforza Duca di Milano; e penetrò cotanto nelle 
grazie del Principe che concedettegli di apporre il proprio sigillo a molle 
domande governative quasi fosse un alter ego. 

Fu carissimo pure al papa Leone X da quale ebbe molti favori e pri- 
vilegi, ed un breve amplissimo di esenzioni da' rigori ecclesiastici. 

Morto Gherardo nella processione funebre fu accompagnata la di lui 
salma alla cattedrale dal Duca Alfonso, e da un figlio del re di Napoli; 
ed il Guarini recitò una bellissima orazione. 

Francesco di lui figlio sospinto dall'emulazione volle raggiungere il pa- 
dre nella fama delle lettere e nella celebrità della giurisprudenza, e vi riu- 
sci poiché fu acclamato come uno dei principali giureconsulti del suo secolo 
tanto che molti principi lo richiesero dell'opera sua ; ma egli si offerse di 
adoperarsi in vantaggio del suo principe Ercole II duca di Ferrara, da cui 
ottenne titoli e cariche onorificentissime, come quella di segretario intimo e 
consigliere di slato, e lo adoperò negli affari più scabrosi, in molle amba- 
scerie agli allri principi, i quali empi di ammirazione pel suo sommo sa- 
pere e prudenza. Anzi dalla Repubblica di Venezia fu detto novello De- 
mostene. 

Merita distinta menzione anco Gherardo di lui figlio che si fé chiaro per 
molto senno e valore nelle armi. Giovine assai si portò come volontario a 
guerreggiare in Francia, ove si rese illustre ed ottenne cariche ed onori. 

Obizzo fratello di questo si distinse anche esso per provato valore 
avendo seguito il Duca Alfonso di Este nelle guerre d'Ungheria. 

Merita pure lode Alfonso Saracini che. fu soldato pieno di valore e la 
di lui perizia nelle armi la mostrò a Canissa quando l'Arciduca Ferdi- 
nando tentò di riprenderla ajutato dal Pontefice e dall' Imperatore; ma 
non vi riuscì per le dissensioni forti fra i capitani delli eserciti diversi 
che fecero perdere il tempo opportuno, per cui venuti i freddi fu costretto 
a levare 1' assedio con gravi perdite. Il nostro Alfonso in questa occasione 
si portò con tanto valore e prudenza che l'Arciduca Ferdinando medesimo 
ne rese pubblica testimonianza. 

Nos Ferdinandus Dei grafia Arcidux Austria, Dux Burgundiae, 
Styriae, Carniolae, Comes Tirolis et Corìntiae, ZJniversis et sìngulis te- 
stamur, liisce nolumque facimus, quod exhibitur prcesentia. Alfonsus, Sa- 
racinus nobilis Ferrariensis sub expeditione Camisarensi a principio 
usque ad finem ejusdem se penes Sanclissimo Domini nostri exercitu 
tamquam venturierum in stationibus et vigiliis erga et contra turcum 
inimiciim Christiani nominis hostem diu nocluque in tumultu, rumore 
et prcoliatione quando et quoties id opus fuit sicuti honoralo nobili militi 
illud ipsum prastandum decuit semper honestum ed audacem gesserit 






4 SARACINI 

simul atque ultro et prcesto fuerit j de cujus ammostiate nos acceptabi- 
lem et gratissimum beneplacituin hab uerimus et tenuerimus in quorum 
fidem has prcesentes sub signatura nostra sigilloque mutiiri decrevimus. 
Datum in civitate nostra cracensi, Metropoli Styrios vigesimo nono no- 
vembris Anno millesimo sexcentesimo primo. 

Ferdinandus 
Anco da questo decreto si rileva che la famiglia Saracini era nobile in 
Ferrara, e ciò maggiormente conferma l'essere stata chiamata una contrada 
della detta città Via Saracino; e 1' essersi imparentata colle principali fa- 
miglie nobili di Ferrara, come colla Boccamaggiori, colla Pendagli e Mai- 
nardi, e con quella dei Gonzaga, poiché Francesco Saracini sposò Vit- 
toria Gonzaga figlia del Marchese Ridolfo. 

in Arezzo la famiglia Saracini si mantenne onoranda per diversi indi- 
vidui spettabili per ingegno e pendenza, fra questi Giovanni di Cristoforo 
di Donato che divenne celeberrimo legista e fu richiesto di consiglio da 
molli principi e specialmente dal Duca d' Urbino e dal Duca di Mantova 
nel cui governo ottenne i principali impieghi; fu pure molto caro al Duca 
Borso ed al Duca Ercole di Ferrara che gli conferirono la carica di luo- 
gotenente generale. 

Luca di Raffaello figlio di questo Giovanni si dette alle armi, neile 
quali riuscì famoso, perchè cominciata la sua carriera colla carica di Al- 
fiere nelle guerre di Siena fu fatto capitano e finì coli' essere creato Luo- 
gotenente generale d« Ridolfo Pio Conte di Meldola. 

Marco fratello del detto Luca si volse tutto alle lettere ed alle scienze 
per cui portossi a Bologna università celebre in tutta Europa. Colà strinse 
forte amicizia con Gregorio XIII allora dottore in Bologna. Sajito al Pon- 
tificato si chiamò appresso Marco e pel suo svariato e profondo sapere lo 
fece suo confessore e canonico di S. Maria Inviolata. Vacata quindi la se- 
dia vescovile in Volterra vi mandò il suo Marco j era questi sempre stato 
di salute infermiccia, vi peggiorò assai in quest'aria a lui punto confa- 
centc per cui il papa n' era afflittissimo. 

Alla morte del Minerbetti rimasto libero il vescovado di Arezzo, vi 
mandò Marco sperando che l'aria natale gli invigorisse la salute; ma ciò 
non fu poiché dopo poco tempo vi muori col compianto generale. 

Si trova di questa famiglia un individuo assai celebre in pittura che 
fu Carlo nato in Venezia nel 4585, per cui fu detto anche il Veneziano. Fu 
allievo del Caravaggio. Dipinse diversi affreschi assai belli nel Vaticano. I 
più pregievoli suoi quadri sono in Roma fra i quali specialmente si lo- 
dano S. Burosio ed il Martirio di un Vescovo nella chiesa dell' Anima. 
Nel Museo di Lilla si conserva un suo dipinto La fuga in Egitto. Morì il 
Saracini nel 1625. 

SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Gamureini, Storia genealogica delle famiglie Toscane ed Umbrie. — 
Ughelli, Italia Sacra. — Biografia universale. — BouiLLET, Dizionario 
universale. 




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DEL CARRETTO 



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TAVOLE GENEALOGICHE 



MARCHESI DI SAVONA 



E DEGLI ALTRI ÌUMI DELL ILLUSTR. FAMIGLIA 



DEL CARRETTO 



Tav. T. 



Enrico il Guercio, 

marchese di Savona, 

{V. Investitura dell'imperatore Federico /, IV Idus Jun. 1162.) 

si chiamò Carretto o del Carretto. 

e con quest'ultimo cognome si distinsero i suoi discendenti. 

m. 

Beatrice, 

iìglia del Marchese di Monferrato 



Isabella, 

col marchese 

Ugone, 

figlio 

del Marchese 

di Ponzone. 



Ottone, 

marchese 

del Carretto 

(F. Tav. II.) 



Enrico Ildel Carretto, 

marchese di Savona 

f 1259, 

m. 

Anna di Geneva 



Ambrogio, 

vescovo di Savona, 

nel 1183, 

f H92, 

(F. Ughelli.) 



Giacomo, 
marchese di Savona, 

f 126o. 
Il Della Chiesa lo vuole marito di 

Costanza, 
figlia dell' imperatore Federico II 



Bonifacio, 

vescovo di Savona, 

quindi d' Asti 

(F. Ughelli.) 



Corrado del Carretto, 
marchese di Savona, stipite 
del TerzierediMillesimo,da 
cui sono uscite molte linee 
dette di Millesimo, di Sali- 
celi, di Camerana, di Rocca 
Vignale, di Cingio, dell'Al- 
tare, di Dego, della Male di 
Grana, edel ramo che passò 
a stabilirsi in Boemia nel 
secolo XVI. 

(F. Tav. FI.) 



Enrico III, 
marchese di Savona, 
stipite del Terz. No- 
vello, da cui le linee 
di Novello, Bozolasco. 
Spigno, Pruneti, Gor- 
zegno, e molte altre. 
(F. Tav. FUI.) 



Aurelia, 1272. 

m. 

Francesco Grimaldi, 

signore di Monaco 



Antonio, 
marchese di Savona, 
da cui il Terziere detto 
del Finale in più linee 
diviso. 

( F. Tav. Ili ) 



Dopo la morte del padre ì fratelli divisero l'eredità in tre parti, che si distinsero coi 
nomi di Terziere di Millesimo, di Novello e del Finale. 



DEL CARRETTO 



Tav. II. 





Ottone 
(V. Tav. 
marchese di 


FI.) 
Savona. 




1 

Ugo 
marchese de 

1 


m. 
Alda Imbriachi o Embriachi 
di Genova 

1 


redo, 

el Carretto 


Carretto 


Manf 
marchese ( 


! 

Opizzo, 
podestà di Milano. 


1 

Bonifacio, 

m. 




Agnese, 

sorella del cardinale 

Ottobono Fieschi. 






[ 

Oddone, 

marchese del Cairo 

e di Cortemiglia. 

m. 

l. a Agnese Fieschi, 

•2. a Isabella Marocella 

di Genova 

1 


1 

Ugo, 

marchese del Cairo 

e Cortemiglia. 

] 


1 

Alberto, 

marchese di Dego, 

del Carretto, 

Montechiaro, ecc. ecc. 

m. 

Tiburzia 

di Carlo Fieschi 

1 


1 
Eliana, 

m. 

Giacomo, 

marchese di Savona. 


Manfredo, 

marchese del Cairo, 

Cortemiglia, ecc. ecc., 

senza prole, 
ultimo del suo ramo. 


Francesco, 

marchese di Dego, 

del Carretto, 

Montechiaro, ecc. ecc. 


1 

Isolda, 

m. 

Domenico Spinola. 


! 

Isabella, 
m. 

N. N. 


Alessia di Filippo 

q. Tommaso IH di Savoja, 

principe di Piemonte, 

Acaja e Morea, ecc. ecc. 


m. 
Valentina Doria 

1 

Tiburzina, 

ultima di questa linea. 







DEL GARRETTO 

Terziere del Finale, 

Antonio del Carretto 
(r. Tao. i.) 

marchese di Savona 

e del Finale, 

celebre negli antichi Statuti 

del Finale. 

ni. 

Agnese 



Tnn. III. 



Ottobono, 

vescovo di Ferrara. 

1514 

(r. Vghelli.) 



Enrico, 

■f prima del 1557, 

sotto questo personaggio 

si ristorarono gli Statuti. 

m. 

Caterina di Francesco 

marchese di Clavesana 

I 



I 

Giorgio 

(F. Tav.lF.) 



Antonio, 

da cui deriva la linea 

dei marchesi del Carretto, 

conti di Reccalmuti, 

propagata in Sicilia. 

ed ora estinta. 



Emanuele, 

marchese di Clavesana 



Marco, 

abate 

di Grassano. 



Corrado 

m. 

Agnese 

di 

Corrado Bocca negra 



Giorgio Luca 



Francesco, 
1401, 

vescovo 
d'Alba. 



Aleramo, 
marchese di Clavesana , in- 
vestito da Carlo IV, anche a 
nome del fratello Emanuele 
e dello zio Giorgio 



Antonio 



Marco, 

patteggiò coi Genovesi nel 

1448, dai quali fu investito 

della parte del Finale nel 

1449 e 1450 



Giorgio 

1 
Gherardo 



Antonio 



Tommaso 



Gherardo Pietro 



Damiano, 

vescovo 

d'Albenga. 



N 

abate , legato dei 
Cattolici a Geno- 
va per comporre le 
dissensioni insorte 
per la frode di Mar- 
co suo padre. 



N... 

m. 

Lodovico 

Malvezzi. 



Aleramo 

I 
Alessandro 



Enrichetto, 

consignore 

di 

Calizano. 



Matteo , 
questi col fratello France- 
sco e collo zio Marco con- 
giurò contro il marchese 
Galeotto nella guerra del 
Finale, come si legge negli 
Annali di Filelfo 



Giorgio 



Francesco 



Galeotto, 

signore 

col fratello 

di Montebaldone 



Corrado 



Girolamo 



Giovanni 
di Galizano 



Marco 



Urbano 



Lucio 



Carlo 



DEL CARRETTO 

Terziere del Finale. 



Giorgio 
(V. Tav. III.) 

I 
Carlo I, 
marchese di Savona e del Finale, in- 
vestito della parte del Finale dal doge 
di Genova nel 1387, a cui rinunziò 
nel 1590. Podestà di Genova nel 1591 



Tav. IV. 



Pietro I 



Enrichetlo, 
premorto al fratello 



Giorgio II, 
investito col fratello Carlo dal 
Duca di Milano della terza parte 
di Bardinetto e Stellanello 



Giacomo 



Carlo II, 

m. 

Maria Del Carretto, 

figlia di Gio. Bartolomeo 

signore di Bozolasco 



Marianna 



Gio. Giacomo, 
investito dall'imperatore 
Massimiliano I dalla metà 
di Zuccarello e di altri 
feudi 



Antonio, 

investito dal Duca di Milano 

della quarta parte dei feudi 

di Bozolasco e Serravalle. 

m. 

Anna d'Aix 



Corrado 



Margherita Luigia 



Catterina 



Gio. Enrico Gio. Bartolomeo, 

m. 
Caterina Del Carretto 

J 
Filiberto I, 
investito di molti feudi e ri- 
confermato dagli imperatori 
Carlo V e Massimiliano II. 
m. 
Peretta Doria 



Pirro, 

da cui discendono iDel 

Carretto di Balestrino 

(V. Tav. V.) 



Menzia 

m. 

Bernardino, 

marchese di Ceva. 



Scipione 

m. 

Girolama Lomellini 



Filiberto II, 
marchese di Bagnasco e Sa- 
liceto, cavaliere dell'ordine 
della SS. Annunziata, 
m. 
Violante Provana 
di Druent. 



FrancescOj 
fu istituito erede dal fratello 

Filiberto; da lui discen- 
dono i Del Carretto mar- 
chesi di Bagnasco, estinti. 
m. 
Veronica, 
figlia di Francesco Maria 
Costa, conte della Trinità. 



DEL CARRETTO 



Terziere del Finale. 



Tav. F. 



Pirro (r. Tav. IF.) 

signore di Balestrino e consignore di Zuccarcllo. 

m. 

Caterina Del Carretto, figlia di Giovanni consignore di Pruneti 

I 

Giovanni Antonio, 

signore di Cassolino. 

Alienò la terza parte di Stellanello al marchese del Finale suo agnato. 

ni. 
Margherita Scarampo 



Gio. Enrico, 

fu investito de 1 suoi feudi 

dagl'imperatori Massimiliano I e Rodolfo II. 

m. 

Brigida Del Carretto, 

di Ottaviano, conte di Millesimo 



Galeazzo Pirro 

cavalieri Gerosolimitani. 



Ottaviano I, 

m. 
Bianca Costa 



Giacomo Filippo, 
dell'ordine de' Predicatori. 



Fabricio, 

abate Olivetano, 

chiamato Arnoldo al secolo. 



Domenico Donato, 

m. 

Laura Damiani di Castellinaldo 



Ottavio, 
cavaliere Gerosolimitano. 



Ottaviano II 

m. 

Maurizia Cristina, 

di Challand 



Carlo Vincenzo Giuseppe 

religiosi della società di Gesù. 



Filippo, 
cav. Gerosolimitano. 



Giovanni Girolamo 
investiti dei feudi di Serravalle e Bardinetto 



Domenico Donato, 

istituito erede 

coi fratelli dal padre 

li IO ottobre 1724. 



Francesco Girolamo 



Luigi Filippo 



Felice Silvestro 



Angela Maria Fransona 

di Tommaso, 

patrizia genovese 



Ottaviano Tommaso Bianca Maria Gio. Enrico Placida Maria Anna Maria 



DEL CARRETTO 



Terziere di Millesimo. 



Corrado {V. Tav. I.) 

m. 

Luigia N 



Tav. Fi. 



Francesco 



Giorgio 



Enrico 



Tommaso Bonifacio; 

investito de 1 suoi feudi 

da Carlo IV nel 1558, 

m. 

Clarissa N 



Corrado, 

da cui discende 

il ramo di Saliceto, Cingio, ecc., 

estinto. 



Giorgio, 1588, 

marchese di Savona e di Grana, 

conte di Millesimo, 

signore dell'Altare 

e di Rocca Vignale 



Francesco Giovanni, 

stipite della linea di Dego, 
dell'Aliare e delle Male. 



Spina 



Matteo, 

vescovo 
d'Albenga. 



Alerame, 
abate di Fruttuaria 



Corrado, 
podestà di Genova nel 1595 e 
1409. Luogotenente per il mar- 
chese di Monferrato nel 1410. 
Governatore di Vercelli e del- 
l' Insubria. Morto nel 1455 a 
Gerusalemme 



Enrico 



Oddonino 
{V. Tav. VII.) 



Giorgio, 

dottissimo e chiarissimo 

giureconsulto. 



Teodoro 



Alberto, 

m. 

Anna Coronato 



Galeotto 



Gio. Vincenzo 

I 
Galeotto II 



Tullio, 
vescovo di Casale. 



Prospero 

I 

Francesco 

(V. Tav. IX.) 



DEL CARRETTO 

Terziere di Millesimo. 

Oddonino, 1414 (V. Tav. VI.) 



Tav. VII. 



Spinetta^ 

celebre nelle armi. 



Ottone, Pietro, 1460, 

celebre giureconsulto, vescovo d'Alba, 
legato dal Ponlcficcal Duca di Milano, quindi traslato 
ni. ad altra sede 

Graziosa, contessa di Savona in Francia. 

I 

Ottaviano, 

m. 

Genevra Lupi di Soragna 

Nicola , 

m. 

Brigida Spinola 

I 

Ottaviano II, 

conte di Cingio e Millesimo, 

ni. 

Nicoletta Vegheria 

I 

Nicola IH, 

m. 

Genevra Speciani 



Giacomo, 

Fortissimus 

Miles. 



Gio. Battista, 

m. 

Caterina Gavotta 

! 
Nicola IV, 

fece convenzione col serenissimo 

Filippo IV re di Spagna, 

per T alienazione di Cingio 

e sue pertinenze. 

m. 

Giulia Ferrara 

Stefano, 

m. 

Giulia Ferrara di Alessandro 

I 

Domenico Francesco, 

m. 

Cornelia Gavotta 



Stefano , 

da cui discende la linea 

Del Carretto, 

che passò a stabilirsi 

in Boemia. 



Stefano Nicola, 

m. 

Maria Giovanna Spinola 



Gio. Agostino 



Filippo 



Laura Maria 



I 
Maria Adelasia 



Gio. Battista 



Giulia Maria 



Maria Gabriela 



DEL CARRETTO 



Terziere Novello. 



Tav. Vili. 



Enrico ( V. Tav. 1.) 

marchese di Savona, Novello, 

Gorzegno, Bozolasco, Pruneti. 

m. 

Eiena di Saluzzo, 

figlia del marchese Tommaso 



Giacomo, 1314, 

marchese di Savona, Gorzegno, 

Bozolasco, Pruneti, Spino, 

Meirana, ecc. 



Manfredo, 
march, di Savona, Gorzegno, ecc. 



Antonio, 155S, 
autore delle linee di 
Novello e dell'altro 
Gorzegno, ecc. 



Alberto Enrico', 

autore delle linee 
di Bozolasco. 



Manfredo, 

dopo la divisione 

signore di Spino, 

Rocchetta, Meirana 

e Pruneti. 

{Lìnee estinte.) 



Francesco 
o Francescano. 



Antonio, 1386, 
marchese di Bozolasco 

I 

Gio. Bartolomeo, 1426, 

march, di Bozolasco e Serravalle 



Galeotto 



Lodovico 



Maria, 

m. 

Carlo del Carretto, 

de' marchesi di Savona, 

consignore di Zuccarelli. 



Isabella, Caterina, 

m. m. 

Bonifacio, Antonio, 

conte di Valperga. de 1 march, di Ceva. 



Margherita, 

m. 

Guido di S. Giorgio, 

conte di Biandrate, 



DEL GARRETTO 



Seguito: Terziere di Millesimo. 



Francesco (F. Tav. FI.), 

maresciallo di campo ed oratore a S. M. Catt., 

cavaliere del Toson d'oro, consigliere intimo, 

colonnello di fanteria, ec, ec. 

m. 

Margherita Thyern 



Ottone Enrico, Carlo, 

maresciallo di campo di S. M. C, canonico di Colonia, 

oratore a S. M. Catt., governatore del 
Belgio, cav. del Toson d'oro, colon- 
nello di due reggimenti di fanteria, 
m. 
Teresa contessa Herbensteim 



Tav. IX. 



Maria Enrichetta, Marchesa Gabriella, 

m. m. 

N. Duca d'Arescot. Carlo Francesco, 

conte de Oyos. 









^ 



& 



- 



SCARAMPI 

(di Asti) 



Le indagini che abbiamo impiegato a scoprire quale orìgine riconosca 
la famiglia Scarampi, ci resero avvertiti essere dessa famiglia molto no- 
bile e molto antica. — Essa venne ascritta fra la nobiltà Astigiana nel 
1200 circa; ne paventiamo d' errare, che irreprensibili attestazioni sus- 
sistono ancora a comprovare quanto abbiamo asserito. 

Fu posseditrice questa famiglia di molti e vasti feudi nelle Langhe ; fra 
i quali si conta Canelli, nobilissimo marchesato che per via di donne per- 
venne ultimamente a Crivelli Alessandro, cittadino milanese, il quale dopo 
la morte della moglie fu fatto cardinale, ed i suoi figli portarono il co- 
gnome di Scarampi-Crivelli. 

Erano gli Scarampi inoltre signori del ponte di Stura, che Teodoro, mar- 
chese del Monferrato, aveva venduto a Tommaso Scarampi, nobile asti- 
giano, pel prezzo di 30,000 fiorini d'oro (l'anno 1329). La ròcca di quel 
ponte fu memorabile per aver servito di prigione a Lodovico Sforza, detto 
il Moro, ivi tratto quando fuggì da Novara travestito, e gli svizzeri, suoi 
stessi soldati, lo tradirono ignominiosamente, vendendolo a Lodovico XII, 
re di Francia (Della Chiesa, Corona Reale di Savoia). — Leggesi nel 
Molina (Voi. II, Pag. 123) che la famiglia Scarampi possedette più di venti 
stadj con Cortemiglia, e che si sottomise di propria spontaneità alla città 
d' Asti. Poi soggiunge più sotto queir autore medesimo, che le famiglie 
Scarampi e Busca, resesi già signore della città d' Asti, erano giunte a 
possedere molti feudi totalmente indipendenti da altri Marchesi. 

Ottenne la cittadinanza parimente in Casale la famiglia Scarampi, ori- 
ginata da quella d' Asti, e la città di Casale conferì molti riguardevoli ca- 



SCARAMPI DI ASTI. 

riche ai rampolli benemeriti di quest'illustre prosapia. Essa si divide tut- 
tora in tre rami : Scarampi del Cairo, Scarampi di Prunei, Scarampi di 
Villanova, tutti e tre coli' onorevole titolo di marchesi. 

I personaggi, che più distintamente emersero sopra ogni altro di que- 
sta nobile famiglia, sono i seguenti : 

Tra gli ecclesiastici vengono annoverati : — Rolando Scarampi, pa- 
triarca di Costantinopoli, fiorito neh" anno 1342 — B. Enrico Scarampi di 
Cortemiglia, vescovo d' Acqui neh' anno 1396, ed indi traslocato nella sede 
arcivescovile di Belluno e di Feltre nel 1405, o, com' altri vogliono, nel 
1406 — Lazzaro Scarampi, dei Signori del Cairo, vescovo di Como, fio- 
rito neh' anno 1460 — Antonio Scarampi, illustre cittadino d' Acqui, ve-- 
scovo di Noli nel 1563. Si procacciò questi molta fama coli' intervenire al 
memorabile Concilio di Trento. — Girolamo, de' Signori del Cairo, prima 
vicario generale dell' Arcivescovo di Torino, e quindi vescovo di Campania 
neh" anno 1574. 

Tra i secolari in questa stessa famiglia si segnalarono : Guglielmo Sca- 
rampi, che nel 1264 era podestà di Genova, dignità che in quell'epoca 
equivaleva ad uno dei migliori posti della suprema magistratura — Fi- 
lippo, che fu zelante sostenitore della fazione ghibellina, e venne nomi- 
nato tra gli eletti a governare la città d' Asti nel 1303. — Daniele, che 
dopo essersi reso benemerito ai Duchi di Savoia fu eletto governatore di 
Chivasso nell' anno 1534 — Antonio, eletto governatore di Torino nel... 

Molti cavalieri di Malta si annoverano in questa nobile dinastìa, dei 
quali — F. Lorenzo neh' anno 1383 — Ludovico, commendatore di Otto- 
villa nel 1418 — Bonifacio, Commendatore di Savona nel 1451 — Giovan 
Battista nel 1501 — Antonio nel 1534 — Emilio nel 1554 — Alessandro 
nel 1562 — Curzio nel 1578 — Teodoro nel 1583 — Un altro Giovanni 
Battista nel 1618 — Ottavio Emanuele Maria, Capitano del vascello del 
Gran Mastro nell'anno 1687 — Gaspare Antonio Scarampi di Chieri nel 
1687 — Ludovico Scarampi, dei Signori di Camino, nel 1688, e molti al- 
tri che troppo lungo sarebbe accennare ad uno ad uno. 

(Dal Teatro Araldico.) 




SCHIZZI DI CREMONA ETC 



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SCHIZZI 



Ijen assai diffusamente e con dottrina il nobile conte 
don Carlo Tiraboschi (0 scrisse intorno alla onorevole famiglia 
Schizzi, e noi non possiamo seguire che le sue tracce, per- 
chè certamente nessuno più di lui ne mai raccolse, ne mai 
tanto scientificamente s 1 intrattenne sulle storiche nozioni di 
quesfillustre lignaggio. Noi però siamo costretti, secondo il 
solito, restringerci a menzionare i soli principali soggetti che 
riscontriamo in questa famiglia, seguendo il sistema genea- 
logico. — Riguardo allo splendore ed alFantichità della mede- 
sima cosi s^esprime il sullodato autore : « Essa non la cede a 
nessuna altra della sua patria, e per le parentele contratte in 
ogni tempo colle più chiare e facoltose della medesima, e con 
molte altre straniere, distinte e nobilissime, come sono quelle 
dei Pallavicini di Varano, dei Meli-Lupi di Soragna, degli Spol- 
verini e Maffei di Verona, degli Odescalchi di Como, dei Ber- 
nardini della Massa di Cesena, dei Torelli di Forlì, dei Borri 
e Villani di Milano, e per gli uomini chiari e distinti, che 
F hanno a quando a quando per diverse luminose carriere 
illustrata coi posti onorifici coperti, colle legazioni sostenute, 
e per gli speciosi titoli e nobili feudi, dei quali è stata da 
diversi Sovrani meritamente decorata ed investita; e supera 

(i) La Famiglia Schizzi di Cremona j o sia Notizie Storiche intorno alla medesima, raccolte dal 
nobile sig. conte D. Gio. Carlo 1 iraboschi , canonico prevosto della cattedrale della suddetta città. Parma, 
dalla Stamperia Ducale , 1817. 



SCHIZZI 

tutte le altre per gli stabilimenti di pubblica religiosa bene- 
ficenza fondati dai pii di lei antenati, tra i quali contansi se- 
dici e più benefizi ecclesiastici, come ne fanno amplissima 
fede e i registri della Curia Vescovile di Cremona, e il diritto 
che ancora si conserva dagli attuali signori conti Schizzi alla 
nomina di molti dei medesimi, tra i quali sono importanti 
ed onorifiche le due dignità e prebende canonicali delle Pre- 
vosture e Cimiliarcato nella nostra Cattedrale, ove hanno un 
altare, sotto il titolo di santa Caterina V. M., di antichissimo 
loro j u spadronato, con quadro stimato, per essere stato di- 
pinto dal celebre Giovanni Licinio, detto il Pordenone ». 

V origine di questa nobile famiglia, benché con molte 
cure ricercata dagli scrittori cremonesi, pure nulla presenta 
di positivo, su cui fondare una sana e verace opinione. Essa 
rimonta a tempi troppo remoti perchè si possa dedurne una 
qualche verisimile congettura, e gli scrittori che vollero rin- 
tracciarla, lasciano desiderare più verità e meno confusioni. 
Il sullodato Tiraboschi ebbe la sofferenza di porre sottocchio 
tutte le chimere che intorno ad essa dissero; ma noi non ci 
sentiamo Panimo di ripeterle, e solo invitiamo di consultare 
quelle Notizie storiche del prefato Conte. 

Venendo alla serie cronologica e genealogica di questa 
insigne stirpe, proponiamo per capo-stipite di essa un certo 
Giacomo Oldrovando o Aldrovando, come altri dicono, cogno- 
minato Schizza, di nazione scozzese. Cogli altri scrittori cre- 
monesi anche il Tiraboschi si accorda nel dare a questa fami- 
glia un tale personaggio per capo-stipite, quindi anche noi 
perfettamente conveniamo con lui. — Giacomo Oldrovando 
od Aldrovando si recò nell'Italiane contrade colFimperatore 
Ottone III, quando esso venne in Roma incoronato per le 
mani del sommo pontefice Gregorio V. Quel monarca nel suo 
ritorno da Roma lasciò quivi Oldrovando nel 998, colla carica 



SCHIZZI 

(li capitano dei luoghi di Bordolano e Pralariso, ora dello 
Gastellp de 1 Visconti, in riva alFOglio («). 

Lasciò (jiiesti dietro di se dopo la sua morte sci figliuoli, 
ohe dal soprannome paterno furono chiamati Schizzi, e vis- 
sero circa Tanno 1007, ed ebbero il nome di Aldrovando, 
Oldrovando, Paipone, Folchino, Valerio e Silverio (*), 

Valerio Schizzi si riscontra essere stato eletto vescovo 
di Cremona, e il detto Silverio perseverò la nobile stirpe 
degli Schizzi, e dagli storici cremonesi è stimato siccome lo 
stipite comune di quegl 1 illustri rampolli, che oltre d 1 essersi 
stabiliti in Cremona, si diramarono benanco in Verona, in 
Mantova, e sua provincia, ed in molte altre città d"* Italia 0). 

Incominciando quindi da Silverio, capo-stipite, veggiamo 
aver egli procreato Giacomo II, e da questi esser discesi Be- 
nedettino, Valerio II e Giambattista I. — Il primo fiorì nel 
1094, e fu capitano di dugento fanti cremonesi, portatisi 
air impresa di Terra Santa. — Il secondo fu canonico della 
Cattedrale cremonese, e, giusta il parere di alcuni scrittori, 

(() Il Tiraljoschi così s'esprime intorno a questa dignità {Famiglia Schizzi, pag. 59): « Costumavano 
per un tratto ancora di politica a quei tempi gl'imperatori e conquistatori di mettere alla testa di un certo nu- 
mero di popolari un capo capitano, che per lo più lo sceglievano dai soldati più benemeriti del loro esercito, e 
dal luogo di sua residenza prendeva ordinariamente il nome. Da questo ufficio dignità sono originate, secondo 
gli scrittori o genealogisti, diverse nobilissime famiglie in Italia, delle quali altre hanno ritenuto il nome del 
luogo paese, alla testa dei di cui abitanti era il loro primo autore, come sarebbero i Settata, i Bescapè, i Lan- 
driani, i Soresina, i Vimercali, gli Arzaghi, i Conturbia, gli Arconati, i Rhò, i Figgiti], e moltissimi simili; 
ed oltre quello del posto e dignità onde sono nati i Capitani Cananei, diramali oramai per tutta l'Italia, tra 
i quali risplendono ancora presentemente per le loro facoltà, aderenze, feudi, titoli equestri e simili altre deco- 
razioni, particolarmente quelle del Piemonte, della Calabria e del Polesine, della Toscana, di Genova, di 
Napoli, di Milano e di Novara, della Romagna, di Piacenza, di Cremona, passando sotto silenzio le già estinte 
di Asola e di Mantova, che ben figurarono negli annali della loro rispettiva patria. Né qui pretendo di escludere 
l'opinione di coloro, che, rispetto a qualche altra famiglia, derivano i Cattanei dalla dignità di tenere il catino 
avanti gl'imperatori ed ai re, come i Valvasori Valvasoni , da quelli che per dignità egualmente stavano alla 
custodia delle porte dei loro appartamenti, ec. ec. ». 

(2) Dai primi due sono derivale le due nobili famiglie degli Aldrovandi ed Oldrovandi , già note in 
Italia, per la quale si sono sparse, ed in parecchie città ancora stabilite. 

(3) Si trova un Samuele Schizzi veneziano, che. viveva nel 1 125, nominato dal Muratori nel tomo xxu, 
col. 965 Scrip. Ber. Itale, ed un Messer Francesco degli Schizzi da Firenze, vissuto circa l'anno 1^79, se- 
condo il detto Muratori, col. 3oo, tomo xvn. Questi personaggi ripetono la medesima origine conseguentemente 
all'epoca dei tempi in cui fiorirono. 



SCHIZZI 

era vescovo intruso di Cremona dal 1096 al 1107, nel qual 
ultimo anno morì, e gli avanzi suoi mortali ebbero sepoltura 
in S. Michele Vecchio. — Il terzo fiori circa il 1072, e fu 
dei sei nobili cremonesi spediti nel 1094 quali ambasciatori 
air imperatore Arrigo IV per poter ottenere di creare un ma- 
gistrato, e di vivere in libertà da loro stessi. Ebbe questo 
Giambattista due figli, Silverio II e Federico I. ~ Di questo 
Silverio II si racconta da Giovanni Baldesio, che appartenne 
ai dieci nobili cremonesi, i quali stettero nella Piazza del 
Capitano (ora detta Piccola) armati e pronti a soccorrere coi 
loro compagni d^ armi la città di Cremona, ove l 1 avesse ri- 
chiesto alcun supremo bisogno per una scaramuccia insorta 
tra il figlio delPImperatore, che era alla testa delle sue truppe, 
e tra il Baldesio ciberà alla testa dei Cremonesi (fine del- 
Tun decimo secolo). — Anche Federico I Schizzi trovossi as- 
sembrato ed avvolto in questa briga faziosa essendo tornato 
allora allora da Terra Santa. — Silverio II ebbe un figlio per 
nome Federico II, il quale, siccome suo nipote, fu consigliere 
della patria, giusta a quanto si raccoglie dai civici registri, 
esistenti nel pubblico Archivio (0. 

(i) Da questi civici registri e legale elenco dei Consiglieri e Decurioni dell'aulica e chiara famiglia 
Schizzi evidentemente risulta che intorno al tempo in cui fiorirono i due anzidetti Federici, zio e nipote Schizzi. 
furono pure consiglieri della patria altri Schizzi, un Paolo, cioè, dall'anno 1088, elevalo nel 1 100 alla su- 
prema importantissima dignità di senatore della medesima, Schizzo del 1096, Bernardo detto ancora Bernar- 
dino e talvolta Bedino del 11 29. promosso pure nell'anno dopo alla stessa onorevole carica di senatore. Regi- 
naldo, legato ancora alla corte di Lotario II del 1 1 4o , Bernardo li del ii55, Tolomeo del 1167, ed altri 
dei (piali accadrà parlare dipoi. E siccome di tutti (juesli, ivi non si dice di chi fossero figliuoli, cosi polreb- 
hero essere fratelli cugini degli Schizzi soprannominati. Luchino Schizzi, creato nel 1112 famigliare di 
Arrigo V, cui aveva ancora donato nell'anno antecedente, in premio di sue virtù e de prestati servigi il luogo 
di Casteldidone, che si conservò nella di lui discendenza per 200 anni sino all'estinzione della sua linea. Am- 
brogio, soldato valoroso, governatore nel u5o del castello ed importante passo di Pizzigheltone, che non 
affidatasi dalla patria che a militari per fede e coraggio esperimentali; Bertolino I, di questo nome tra gli 
Schizzi, detto ancora Bezzolino, rondolliero d armi e proclamato protettore e difensore della patria, morto con 
universale dispiacere de' suoi concittadini l'anno 1 1 64 - Raffaele I Schizzi, civico consigliere del i 1 85. e questo 
credesi fratello di Laura Schizzi, pia matrona de' suoi tempi, che nel 1 189 fece porre sul sepolcro del defunto 
suo marito Egidio Stradivari, senatore della patria, e rinomato per la sua magnificenza e liberalità, l'inscrizione 
onorifica, riferitaci dal Vairani alla pag. 210, come pure lo stesso Raffaello credesi quello che fece edificare, 
secondo il costume dei nobili più potenti e disi imi del suo tempo, l'alta e robusta lorre, demolita al giorno 



SCHIZZI 

Da questo Federico li, che venne anche dello Fedri- 
ghino, derivò 

Giambattista II, legale e patrio senatore, il quale nel 
1177 difese le genti di Bordolano e Pratariso dalle imputa- 
zioni, che ingiuriosamente loro fecero alcuni vicini nemici. 
Egli fini di vivere Panno 1203, dietro di se lasciando Federico 
III, consigliere di Cremona nei pubblici registri (1216). Ebbe 

d'oggi, surnomata il Torrazzone, in faccia al monastero presentemente soppresso del Corpus Domini nelle vici- 
nanze della chiesa parrocchiale di S. Paolo, ove molti degli Schizzi aveano le antiche signorili loro abitazioni. 

Fiorirono contemporaneamente agli anzi nominati Schizzi, degni egualmente di memorie, Eliseo, 
coraggioso armigero che con cento altri nobili Cremonesi si portò nel 1189 in Palestina per contribuire 
alle liberazioni di Gerusalemme dalle mani di Saladino. Celestino Schizzi, dotto monaco benedettino del 
1196, morto priore in S. Paolo suddetto. Cosimo, che vivea nel 1198, cui unirò per l'eguaglianza della 
professione Orazio, quantunque quasi d'un secolo posteriore, medici ambidue, filosofi ed astronomi assai 
rinomati della rispettiva loro età. — Da tutti questi distinti personaggi, non che dai consiglieri descritti 
nei sopraccitati vecchi registri, ben si comprende quanto dopo la metà del x.11 secolo doveva esser diramala 
in Cremona la famiglia Schizzi. Ma a misura che la nobile famiglia Schizzi crescca rigogliosa e moltipli- 
catasi nelle sue diramazioni diveniva ancor feconda di uomini chiari e distinti. Fiorirono di fatto imme- 
diatamente ai soprannominati Nicolò, Oldofredo e Bertolino II. Nicolò fu consigliere della patria nel iao3, 
e credesi quello medesimo che ai confini del Cremonese con sette altri nobili dei più cospicui ricevette e 
complimentò in di lei nome l'imperatore Ottone IV. Oldofredo fu nel 1207 console. Bertolino il civico 
consigliero del 1208, notaro collegiale del 121 3, e finalmente decorato della dignità senatoria, carica su- 
prema a que' tempi, anzi uno di quei sedici magistrati vitalizi, nei quali risiedeva in allora l'autorità so- 
vrana, ed a cui non si elevano dalla patria che i cittadini più potenti, più capaci e benemeriti. 

Si distinsero egualmente in seguito in questo medesimo secolo xm dei signori Schizzi Enrico, Ottone 
e Benedetto II, uno dopo l'altro comandanti il castello di Pizzighettone, e Valerio, parimente tutti militari 
valorosi e molto stimati. Benedetto e Valerio trovansi nel ruolo dei civici consiglieri sotto gli anni 1253 
e 12985 così lo slesso Valerio ed Ottone anzidetti egualmente si segnalarono nell'esercito di Federico II 
imperatore, il primo contro dei Bresciani collegali coi Milanesi, e contribuì alla vittoria che sovra di essi 
riportò compiutamente quel monarca; e lo servì da capitano sotto le mura di Parma, ond'ebbe egli agio 
di ammirare il valore e le militari cognizioni di questi due Schizzi, bravi condottieri d'armati; come molli 
anni prima conosciuti avea i politici diplomatici talenti di Pasquino, della stessa chiara famiglia- allorché 
tu presso di lui residente per quattro anni in qualità di legalo ed oratore della sua patria. 

A tutti questi finalmente aggiungerò ancora Amabilio Schizzo, civico consigliero nel 1270, molto 
benemerito alla patria, ed i seguenti, dei quali alcuni hanno toccato il secolo xiv, e sono Gabriele, Angelo e 
Galeazzo, canonici della nostra cattedrale degnissimi, eletti i primi due da Cacciaconte Sommi nel 1271, 
ed il terzo, dotto canonista, da Egidiolo Bonserio, vescovo di Cremona. Anselmo e due Galeazzi, celebri 
militari e difensori della patria. RafFaele II della medesima famiglia, soldato valoroso ed intrepido, ai quali 
tutti la patria stessa si mostrò riconoscente, e li premiò con cariche analoghe, autorevoli ed onorifiche. — 
Bertolino III ed Antoniolo per altra carriera servirono alla loro patria, il primo fu legale di professione 
ed ascritto al Collegio dei Cremonesi notari sotto l'anno '2g5; il secondo, cioè Antoniolo. civico decurione 
assai stimato e pieno di zelo, s'impiegò costantemente pel bene de' suoi concittadini e per la gloria del suo 
paese sino alla più tarda vecchiaja: viveva ancora sotto l'anno i3a3, nel quale fu degli otto delegati dal 
pubblico a giurare fedeltà a Galeazzo Visronti, signore di Cremona. Di tutti i sopra riferiti personaggi della 
famiglia Schizzi ne parla l' istoriografo cremonese Giuseppe Bresciani nei due suoi Collegi stampati, e nelle 
sue Memorie manoscritte intorno alle famiglie nobili di Cremona. — Tiraboschi succitato . pag. 89 e seg. 



SCHIZZI 

questi due figliuoli, l'uno detto Pasino I e Taltro Giacomo III. 
Il primo fu notaio sino dal 1189., ed anzi incominciò da lui 
ad essere questa famiglia ascritta nei xiv notari collegiati, 
che trovansi nelFelenco dei medesimi, stampato dal Bresciani, 
dall'anno suddetto sino al 1516, in cui cessa del tutto questa 
serie in Pietro Martire Schizzi (<>. 

(i) La linea di questo Pasino. ch'ebbe ad estinguerli nel secolo xvu . si segnalò per i seguenti 
personaggi : Pasino II ^ dotto legale., che lo si rinviene nel Collegio dei Giureconsulti Cremonesi, stampato 
dal Bresciani, ove alla pag. 12 asserisce essere questi stalo auditore cnile della Genovese repubblica, e per 
molti anni di quella di Firenze. Di fatto ciò perfettamente coincide con una cronaca di Firenze, citata da 
Giovanni Villani nella Storia Fiorentina. Mori questo individuo l'anno 1 "298. 

Albertino e Folrhino, i quali furono due celebri legali e giureconsulti collegiali di Cremona, il primo 
nel i3a3 e l'altro nel i34a. Giuseppe Bresciani e Francesco Arisi (Crcni. Litt., t. I, pag. 167 ) fanno men- 
zione di Albertino, e dicono eh' ei compose le seguenti opere legali: — De Exceptlonibus delc.toriis judicii \ 
lib. L. — De e.xeciitionibus ultirnarum voluntatum , lib. 3, et de Privìlegiis dotalibus , lib. 1. — Aggiungono 
pure che Albertino fu giudice in Cremona della porla S. Lorenzo, e che il 18 gennajo, i342, venne eletto dal 
Consiglio generale a far costruire la cappella di S. Benedetto in Duomo. Con questi autori si accordano molle 
memorie tratte dal civico segreto archivio ed esistenti in quello degli Schizzi. — Folchino poi fu vicario gene- 
rale nelle cose temporali di Giovanni Visconti, primo signore di Novara, poi arcivescovo di Jlilano e principe 
della medesima città con Luchino suo fratello, dai quali fu creato ancora cavaliere, ed incaricalo di alcune im- 
portanti legazioni a diversi principi. — Prsino 111, dotto prete e prudente, come pio ecclesiastico, che venne 
eletto vicario generale del vescovo di Novara, Oldrado, illustre rampollo della nobile milanese famiglia degli 
Obliali, siccome risulta dagli statuii della Riviera di S. Giulio d'Orla, diocesi novarese. 

Giovanni, che insieme a Tocchino (pure degli Schizzi) fu eletto l'anno i43i capitano a difendere 
la patria, ch'era assediata dal veneto esercito, e venne poi promosso alla carica del decurionato nel 1 4^7- 

Falchino (figlio di Giovanni), che fu comandanle in capo del popolo cremonese, e loro difensore 
quale guardia nobile. 

Filippo, che fiori nel 1397, e prestò i suoi seru'gi al dura Giovanni Galeazzo Visconti nella guerra 
contro Francesco Gonzaga, signore di Mantova. 

Giorgio, strenuo difensore dell'amata sua patria Cremona, la quale era assediata da Luchino Visconti. 

Giovanni, fiorito verso la fine del secolo xiv ed al principio del xv.il quale fu decurione cremonese(i3S8) 
ed ascritto al nobile Collegio de' Cremonesi Giureconsulti, e per ultimo fallo governatore di Pizzighcltone. 

Giacomo, canonico arciprete della cattedrale cremonese, che fu poi creato vicario generale dal ve- 
scovo di Cremona, Girolamo Trivisano , veneto patrizio. Questo pio ed illustre personaggio si rese bene- 
merito a tal grado verso i suoi concittadini, ch'essi alla di lui morte, avvenuta il di 29 agosto i5'i6 in 
Corte Maggiore nel Parmigiano, vollero che fosse trasferita in Cremona la sua salma, alla quale diedero 
dopo solenni esequie, condegna sepoltura in apposito marmoreo monumento, su cui sta scolpila la di lui 
figura in abito pontificale, colla seguente iscrizione: 

JACOPO . SCH1T10 . ARCHIPRESBYTERO 

QVI . SEDiT . AiSNOS . XXXVI 

ECCLESIAM . HANC . PIE . REGENDO 

AMPLISSIMA . MVNERIBUS . CVMVLANDO 

NOVA . SACERDOTIA . 1NSTITVENDO 

D1VINVM . CVLTVM . AVGENDO 

EPISCOPALIBVS . INSIGNIS . MERVIT . DECORARI 

OBIIT . IV . CALENDAS . SEPTEM. MDXXVI. 



SCHIZZI 

Giacomo 111, che fu consigliere della sua patria sul prin- 
cipio del secolo xm. Egli visse sino alla decrepitezza, e ge- 
nerò, fra gli altri figli, un Pasino ed un Gabriele, secondo 
ci viene indicato da 1F Albero genealogico. Da questo Pasino, 
che si dee nominare come il secondo tra gli Schizzi ed il 
primo di questa linea, derivò un Paipone. Da Paipone di- 
scese un altro Pasino, siccome risulta da un registro antico 
della comune di Cremona del 1509, rogato dal nolajo Rai- 
mondo Dalla Strada. Pasino II di questa linea fu padre di un 
Folchino e d\m Albertino, al primo dei quali diversi scrit- 
tori attribuiscono quattro figliuoli, cioè: Tonino, Vandino, 
Luchino e Pasino. Sulla derivazione però di Tonino Schizzi 
non abbiamo che una sola conghiettura, ed è tratta dalla 
lettura dell'Inscrizione sepolcrale di Folchino padre. Eccola: 



Valerio, che fu legale, aggregalo con universale applauso al nobile Collegio dei Giureconsulti Cre- 
monesi nel i4cp> ed al decurionato patrio nel i5oo, mentre la peste scoppiata nel i5o5 lo tolse all'amore 
dei suoi concittadini. 

Valerio JJ, che fu capitano di una compagnia di cittadini alla venula in Cremona del duca di Mi- 
lano Massimiliano Sforza (16 novembre, i5i2). 

Gabriele, che ottenne dall' imperatore Rodolfo li, in data di Praga, a5 gennajo, i58ci, un diploma 
molto onorifico, esistente in originale presso i signori conti Schizzi da Cremona, in cui dopo avere S. M. J. 
riconosciute le grandi prerogative di Gabriele, l'antica e generosa nobiltà del suo lignaggio, le illustri gesta 
de' suoi antenati, e la vetusta loro arma gentilizia, dichiara Gabriele con tutti i suoi discendenti, posteri 
ed credi Schizzi d'ambo i sessi, nati di legittimo matrimonio, in perpetuo nobili del Sacro Romano Im- 
perio, con lutti quei privilegi e distinzioni che a quel rango competono. Ivi pure approva l'antico stemma 
gentilizio della nobile famiglia Schizzi, aggiungendovi l'aquila imperiale, ampliandolo e decorandolo nei modo 
che vedesi dipinto nel citato diploma. 

Gian-Antonio, canonico cimiliarca di Cremona, che fu familiarissimo a Vespasiano Gonzaga, duca 
di Sabbionella , e dal quale venne onorato del titolo di suo perpetuo commensale, e fu adoperato in affari poli- 
tici di somma importanza. Ei fu pure prelato domestico di S. S. in allora regnante, protonolario apostolico 
onorario. Poscia venne creato conte lateranense e cavaliere aurato, titoli ottenuti da papa Gregorio XIII. 
come da lettere patenti del 22 febbrajo, ì S'jG. Ricorderemo eziandio come egli abbia ottenuto dall'impe- 
ratore Rodolfo II un diploma (5 maggio, 1 585 ) , esistente tuttora in originale, col quale lo decorò del 
titolo di conte Palatino, con ampia facoltà di creare notati e giudici, di legittimare spurii ed illegittimi di 
qualunque specie, con lutti gli altri privilegi ordinari e straordinari che al suddetlo titolo ampiamente sono 
congiunti, e dei quali ne poteva far uso Gian- Antonio, non solo in tutto il Sacro Romano Impero, ma 
benanco nello Stalo di Milano, per graziosa concessione di Filippo lì re di Spagna (3 agosto, 1 585). 

Nicolò (fratello di Gian-Anlonio), che fu ei pure famigliare e perpetuo commensale di Vespasiano 
Gonzaga, come da patente originale (i5 luglio, 1 586). Questi si acquistò fama pel suo militare valore quale 
ufficiale volontario nella banda del marchese Sforza Pallavicino, generalissimo de' Veneziani. 



SCHIZZI 

FOLCHINVS . DE . SCHITHS . OBI1T 

SVB . DIE . X . JVLII . AN. MCCCLVII 

TONNINVS . MEKENS . P0SV1T . SVB . ANN. 

MCCCLVIIJ. 

Gabriele Schizzi cleesi dunque considerare come primo 
di questa diramazione, e fiori al principio del secolo xiv. 
Egli fu eletto, nella riforma della milizia urbana, capitano 
della truppa cremonese per difesa della patria, ed ebbe per 
figli Giovanni, Rizzardino, Vandino e Folchino-Gabriele ; fu 
pure lo stipite comune di tutte le linee degli Schizzi estinti, 
non che di quella dei superstiti a questa terza diramazione, 
perchè tutte discendenti dai due suoi figli Vandino e Fol- 
chino teste nominati. 

Vandino I fu il capo-stipite degli Schizzi di Borghetto, 
e sua moglie Antonia Stanga, nobilissima dama cremonese, 
gli figliò Melino Schizzi, e questi generò Vandino II, Gabriele II 
e Folchino, primo di questa linea. ~ Vandino II fu consigliere 
della patria, e si crede che nel 1387 abbia assistito con molti 
altri suoi probi concittadini alla riforma dei civici statuti. 

Gabriele II fiorì dopo la metà del secolo xiv, ed è quello 
che fu molto accetto all'Imperatore Venceslao, che si degnò 
dichiararlo suo famigliare, o, a meglio dire, suo ciambellano 
(1383), onorandolo del titolo di conte Palatino e dello specioso 
privilegio di aggiungere in capo alParma antica ed originaria 
della sua famiglia V aquila nera coronata in campo doro. 

Folchino I poi (di questa linea) ebbe due figli : Melino II 
e Guglielmo li. E qui si formò un' altra suddivisione (0. 

(i) Da Guglielmo anzidetto ne vennero, Ira gli altri. Giovanni, civico decurione del 1 4^7 - e Benedetto 
pine decurione del ifào. Da Giovanni discesero Folchino II. canonico della cattedrale cremonese, eletto nel 
i45o dal vescovo di Cremona Venturino Marni, ed Antonio Schizzi, padre di altro Folchino e di Dorolea 
Scnrzzi, nei quali fini questa suddivisione, per essersi quest'ultimo Folchino fatto monaco nell oidine degli 
Eremitani di S. Girolamo, assunto il nome di Giusto. Vesti l'abito religioso da giovinetto, fece negli studi 
ecclesiastici rapidi progressi, e maggiori ancora nella perfezione religiosa, onde divenne un dotto ed esemplare 
monaco. Morì in Roma in odore di santità nell'anno i 520 mentre era procuratore generale della congregazione, 
ed il di lui corpo fu sepolto appartatamente avanti l'altare del Santo Presepio nella chiesa del suo ordine sotto 
il titolo di S. Alessio sul monte Aventino. — Tìraboschi, Not., pag. 2 1 3. 



SGUIZZI 

Melino II, detto ancora Mollino, si dedicò alle leggi, e 
poscia alPorrcvolc mestiere delibarmi, come i nobili di quei 
tempi accostumavano. Fu poscia abate dell'* illustre Collegio 
de 1 Notari del 1402 e civico decurione del 1422; fu al ser- 
vigio di Cabrino Fonduto, che il destinò al comando di Pia- 
dena; sposò Cornelia Ala, ed ebbe da essa tra gli altri figli 

Vandino III, detto ancora Vandomo, civico decurione 
del 1495, che sposò Giovanna Sozzino, la quale gli figliò 
Marta, moglie del nobile cremonese Gian-Maria Yernazzi, 
Melino III (o. 

Guglielmo HI, decurione nel 1526, fu, secondo Telenco 
del Bresciani, Pultimo degli Schizzi, che al Collegio dei No- 
tari cremonesi fosse ascritto. Ebbe questi per figli Veronica 
e Vincenzo. Fu Vincenzo decurione nel 1566, e pel primo 
di sua famiglia si recò dalla vicinanza di S. Paolo ad abitare 
in quella di S. Vittore (2), nella contrada del Borghetto in 
Cremona. Ed ecco il motivo per cui i suoi discendenti si 

(1) Da Melino III, notaro collegiate) del 1 4 7^ ne venne il celebre Gabriele Schizzi, giureconsulto 
e causidico assai reputato. Fu egli civico decurione ed abate del Collegio de' Notari sotto l'anno i5ii, e 
pei suoi talenti, che pieno di zelo tutti impiegò in servigio della patria, generalmente acclamato il protet- 
tore ed il padre della medesima. Ebbe per moglie Eleonora Cambiagbi, e dopo avere avuta dalla stessa suc- 
cessione maschile e femminile morì in Brescia, ove fu tumulato, come scorgesi dal seguente epigramma per 
esso e per la famiglia Schizzi, che trovasi negli Annali MS. del Bordigallo: 

Schizzorum genus est Gabriel de stirpe superba, 

Pulcra Cremona Parens, Brixia membra tenet. 
Causidicus sapiens, Patriae Protector, et alter 

Eloquio Arpinas Parmenidesque Juit. 
Mors rapuit ; bona Jama manet victura per aecum : 
Spiritus in Domino gaudet amore fruì. 
Dei maschi nati da questo Gabriele ed Eleonora Cambiaghi si trova memoria del solo Pietro Martire 
Schizzi, e le femmine da esso nate si pretende che fossero tre, Dominila. Aurelia Agostina, e Clemenza, 
monache nel monastero di S. Maria del Boschetto, fuori di Cremona. — Pietro Martire Schizzi fu notaro, e 
credesi appunto il fratello delle soprannominate monache, figlio di Gabriele che sino dal 1 5i 7 era già ascritto 
al rispettabile Collegio patrio. Fu egli in seguito elevato al decurionato di Cremona, e furono suoi figliuoli 
Galeazzo e Giambattista. Quest'ultimo, trovasi nei pubblici registri ascritto al decurionato nel i564, e suc- 
cesse a suo padre in questo orrevole civico grado. Galeazzo restò nubile, e Giambattista soltanto si uni con 
vincoli matrimoniali ad Elisabetta Treccili, nobilissima dama cremonese, ma da cui non ebbe successione. Onde 
in essi restò estinta la suddivisione Schizzi di Melino III, fratello (come abbiamo detto) di Guglielmo III. 

Tiraboschi, Not., pag. 2 1 5, 216, 217, 218. 

(2) L'epoca di tale trasferimento fu il 2 settembre, 15^3. 



SCHIZZI 

sono chiamati in seguito gli Schizzi di Borghetto. Vincenzo 
tra gli altri figli ebbe Giambattista, decurione nel 1602, e 
marito di Elena Ugolani, che a lui, oltre a diversi altri figli, 
partorì Giambattista Schizzi, il quale ereditò dal padre e 
nome e dignità decurionale e fortune avite. Cecilia Zaccaria, 
dama cremonese, fu sua moglie, che lo rese padre di Cor- 
nelia e Giambattista III. La prima si maritò con Sinibaldo 
Persichelli, patrizio cremonese, e V altro fu decurione nel 
1668, e capitano della milizia urbana. E questi il primo degli 
Schizzi di Borghetto, che da Ferdinando Gonzaga (ultimo 
duca di Mantova in questa sovrana italiana famiglia) venne 
decorato del titolo di conte con tutti i suoi discendenti legit- 
timi sino air infinito. Furono suoi figli Pietro Martire, cano- 
nico della cremonese cattedrale, ed il conte Giovanni, che 
devesi ritenere pel secondo di questa linea. Da questi ne 
venne Luigi Schizzi, conte e cavaliere, giudice del castello 
di Cremona e marito di Girolama Benzoni, la quale gli mise 
alla luce i seguenti figli: Francesco, Pietro Maria, Nicolò ed 
il conte Giovanni HI. Il primo fu ufficiale sotto le austriache 
bandiere, e appena si ritirò da quelle, divenne pazzo, e morì 
di questa orribile malattia. Il secondo è stato canonico cimi- 
liarca della cattedrale di Cremona, sua patria. II terzo nella 
prima adolescenza entrato nei canonici lateranensi, mercè i 
suoi studi e i suoi progressi percorse diversi impieghi del- 
l' 1 insigne suo ordine. Ei fu parroco di S. Pietro al Po di Cre- 
mona, priore di quella distinta facoltosa canonica, e quando 
già stava per raggiungere la cattedra abbaziale, venne sop- 
pressa la sua religione in tutta la Lombardia austriaca. Il 
quarto finalmente fu dottore collegiato e decurione della pa- 
tria, e morì senza lasciare alcuna successione. 

Estintasi la linea Schizzi che discende da Vandino I 
(figlio di Gabriele I, comune stipite cogli Schizzi ancora 



SCHIZZI 

sussistenti), ora verremo alP altro figlio (del medesimo Ga- 
briele) per nome Folchino, primo di sua discendenza, e dal 
quale per lunga serie di generazioni provennero i tuttora 
fiorenti conti Schizzi, detti della Beccaria, così soprannomi- 
nali dalla strada in Cremona di loro abitazione, la quale un 
tempo era attigua al grande macello delle bestie bovine, 
acquistato poi dal conte Lodovico Schizzi. 



SCHIZZI DETTI DELLA BECCARIA 

Folchino, primo di questa discendenza, fiorì dal xih 
al xiv secolo, ed indossò con tanta perizia la toga, con quanta 
cinse la spada, e fu uno de* 1 più valorosi guerrieri de* 1 suoi 
tempi. Egli sostenne onorificamente il grado di commissario 
generale della veneta cavalleria in servigio di queir inclita 
Repubblica, e lasciò la vita sul campo di battaglia, termine 
glorioso del vero prode. Però i suoi mortali avanzi vennero 
trasferiti in Cremona, e trovarono riposo eterno in un avello 
di marmo, che si rinviene nella cattedrale di questa città, en- 
trando a destra sopra una delle porte minori. Da questo sono 
discesi: Maffino, Badino, Martino e Giacomino. Da quest"* ul- 
timo provennero Bedino, Gregorio e Martino. Generò poi 
questo Martino un Pietro, che anclr'esso fu padre di Orsina, 
Pietro Antonio, Giovanni Pietro e di Giovanni. Il terzo di 
questi fratelli, civico decurione nel 1441, fu dalla patria de- 
legato a ricevere alla porta della città Bianca Maria Visconti, 
la quale, dopo i suoi sponsali con il conte Francesco Sforza, 
insieme al proprio marito entrava solennemente in Cremo- 
na, città che col suo contado le venne assegnata in dote da 



SCHIZZI 

Francesca, moglie del cavaliere e marchese Ferrante Magio. 
Essa tradusse dal francese un opuscolo stampatosi in Parma, 
e si fece molto onore (<). 

Giambattista poi, che si era trasferito in Verona, per la 
contessa Rosalia Spolverini Dal Verme, sua moglie, procreò 
Lodovico Carlo, cavaliere, decurione, capitano della milizia 
urbana, che tutto si prestò nelFampliare ed abbellire la sua 
casa e villa di Casteldidone (2). Lodovico Carlo si strinse pri- 
mieramente in matrimonio con Teresa Morenghi, ed in se- 
condi voti con Donna Bianca, illustre rampollo de' ) marchesi 
Odescalchi di Como, la quale lo rese padre di Rosalinda e 
di un Giacomo Antonio, quarto conte di Casteldidone. Questo 
conte successe a suo padre nel decurionato, e sposò Eleonora 
de" Bernardini, conte della Massa di Cesena, che univa molti 

(1) Un tale opuscolo vide la luce nell'anno 1704, e porta il seguente titolo: — Fascio di fiori 
politici ed istorici dai migliori autori e di varie istorie accresciuto. — L'Alisi nella già citata sua opera,, 
t. I, pag. 22, e ne' suoi Epigrammi, lib. II, mini. 5i. nel seguente modo ha motivo di cantare della di 
lei tradizione: 

f/istoricos Flores , Ga/lus quos edidit tìuctor 

Exornas nostris darà virago notis. 
J'ioriòus hinc flores addis spargisque per orbem 

Nomine, et ingenio Ldia mixta Rosis. 

(2) L'Arisi suddetto nella sua Cremona letterata (tom. Ili, pag. 222) ne dà sicura testimonianza 
di questa sua magnifica villa, e ci riferisce la seguente appostavi inscrizione: 

D . . M 

SCH1TIORVM . FAMILIAE . AEDES 

IN . HOSPITIVM . CHRISTIAN. PRINCIPVM 

ET . VERE . AMICORVM 

A . LVDOVICO . SCHITIO . CASTRI-DIDONIS 

R. D. F. T. C. COLL. COMITE . ET . EQVITE 

ERECTAS . MDIIVC 

BELLORVM . CASIBVS . FERE . D1RVTAS 

LVDOVICVS . NEPOS 

A . CAROLO . II . HISPANIARVM . REGE 

COxMES . CREATVS 

REAEDIFICAVIT . ANNO . MDCLVIII 

MODO . IN . AMPLIOREM . FORMAM 

COMES . ET . CAPITAN. LVDOVIC. CAROLVS . TR1NEPOS 

ANNO . MDCCXXXV 

AD . SVI . ET . POSTERORVM . DECVS 

RESTITVIT. 



SCHIZZI 

pregi di coltura e di crudi/ione riguardo alle lingue straniere. 
Questo commendevole e nobile congiungimento prolificò, tra 
gli altri, tre figliuoli: Rosalinda, Giacomo Lodovico e Lodo- 
vico Carlo. — Giacomo Lodovico per essere primogenito suc- 
cesse al padre nel decurionato, e sposò la marchesa Antonia 
Torelli (della diramazione di Forlì) avendone una sola figlia 
premorta ai genitori. — Lodovico Carlo (secondogenito di 
Giacomo Antonio e di Eleonora de* 1 Bernardini teste citati) 
fu podestà di Cremona, e strinse nodi conjugali con Giulia 
Villani di Milano, già canonichessa nel reale imperiale Col- 
legio di S. Carlo in Cremona, fondato dall'* imperatore Giu- 
seppe II. Di questa illustre dama tesse un eloquente elogio 
il Tiraboschi nelle sue notizie intorno alla famiglia Schizzi; 
ma noi per amore di brevità, benché malvolentieri, trasan- 
diamo. — I figli che ne provennero da questo nobilissimo 
innesto furono parecchi, ma un solo ne rimase in vita. Egli 
chiamossi Folchino , nome sì frequentemente usitato nella 
serie di questa illustre prosapia, e percorse tutti i suoi studi 
col più invidiabile progresso. Di fatto nelPanno 1815 venne 
eletto primo principe delP Accademia degli Idiomi nel Colle- 
gio Imperiale di Milano, e si distinse sostenendo un pubblico 
esame delle scienze fisiche. Tornato in patria, sebbene giovine 
d" 1 assai, tutto si diede ad opere di beneficenza pubblica, e 
primamente venne fatto uno de' reggenti della generale Con- 
gregazione di Carità di Cremona, e quindi delegato alla pre- 
sidenza dell' 1 Orfanotrofio de 1 maschi, detto di S. Giovanni 
Nuovo. Si ammogliò colla nobile donna Maria Cesi di Modena, 
e n 1 ebbe un figlio e tre figlie, Lodovico, Giulia, Luigia e 
Talia, viventi tutti a consolazione ed onore dei degni loro 
genitori. Fu podestà della R. città di Cremona, vice direttore 
di quel Ginnasio Imperiale, e recentemente onorato da S. M. 
della dignità di suo I. R. Ciambellano attuale, rappresenta 



SCHIZZI 

ora la sua patria alla Congregazione Centrale della Lombar- 
dia, ed acquistasi la stima e F amore di tutta Milano per le 
zelanti sue sollecitudini a prò della studiosa gioventù mila- 
nese quale I. R. Direttore del Liceo di Porta Nuova. 

La nobile ed antica famiglia Schizzi usò in varj tempi 
di tre arme gentilizie. La prima ed originaria consiste in una 
scacchiera, fatta a seghe, o a triangoli bianchi o rossi che 
compivano tutto lo scudo. — La seconda od antica, la quale, 
ritenuta la testé riferita scacchiera nella parte inferiore dello 
scudo, aggiunse in capo F aquila nera in campo d'oro per 
concessione dell'imperatore Yenceslao. — La terza o moderna 
è quella concessa dall'imperatore Rodolfo II, che cangiò 
F aquila concessa dalF imperatore Venceslao, nell'aquila bi- 
cipite come dal diploma 25 gennaro, 1589 (>). 



(i) Scutum videlicet extremitatibus sive rnarginibus suis undique deauratum, et secundum latitu- 
dmem in duas partes equales d'visum Quorum quidem inferior antiqua jamiliae vestrae Schitiorum insignia 
schaccorum vocant, ludum ex lapillis nimirum candidis vel argenteis, et rubeis triangularibus compositum 
ostendatj ita nempe ut argentei piramidum ad instar sursum, rubei vero deorsum se equali invicem or- 
dine , et intervallo conglomerare videantur. Superior autem pars crocea sit'e aurea aquilam bicipitem nigrarn 
repraesentet ita dispositarn, ut cauda depressa, pedibus divaricatis, alis late expansis, capitum vero ro- 
stris apertis, et linguis rubeis exert s, utramque Clypei oram conspicere, et aerem quasi verberans plausum 
praese/erre cernatur. Scutum innitatur circulus aureus circumferentia sua ad superiores scuti partes fere 
se extendensj cui instai prisca galea aperta sive clathrata , quae tornearla vulgo dicitur, et serto ex Ja- 
sciis croceis sive aureis, et azureis sive coelestinis contorto, phalerisque et laciniis eorumdem colorum ab 
utroque latere mixtim circumfusis et molliter defluentibus ornata est. Ex cujus vertice exurgat loco dra- 
conisj quem hactenus pectore tenus prosi/ientem, et viridis sive navii coloris, pinis late expansis, sinuoso 
collo auribus arrectis , lingua rubea extensa palato aperto et dentibus veluti iram minantem conspicuum 
gestore soliti fuistis , alia aquila nigra, quae remigio pariter alarum se sustinere , et totali dtspositione 
sua UH quam scuti superior pars sibi vindicat , et nostro non minus oc hoc beneficio secus adiecta est, 
per omnia sirnilis conspiciatur. Prout haec omnia in medio hujus nostri diplumatis coloribus sws mgenio- 
sius depincta est ad vivum quasi oculis objecta clarius cermlur etc. 







SCOTTI DI PIACENZA 









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SCODI ANTICHI E MODERNI 



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SBREGO Df VERONA 






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SEREGO 

DI VERONA 



a II Pagliarini, storico vicentino, scrivendo della famiglia 
di Sbrego, un tempo tra le più nobili ed antiche della sua 
patria, nomina fino dalPanno 1194 un Federico, uomo po- 
tente in Vicenza; nel 1204 un Andrea, che fu ucciso a Lonigo 
combattendo contro i ribelli Vicentini; nel 1236 un Alberto, 
figlio del signor Arnoldo Serego, assai amato dal popolo; nel 
1250 un Giacomo, dottore e cavaliere assai ricco, ed altri illu- 
stri soggetti che per amore di brevità lascio da parte. Di questa 
chiarissima stirpe (il cui albero genealogico rimonta ad età 
anteriore al mille) il primo che nel secolo xiv venne ascritto 
alla cittadinanza veronese, fu, come scrivono i nostri storici, 
il cav. Cortesia, di cognome Marazzi, detto di Serego dal paese 
di cui aveva il dominio. Questi sostenne onorevoli ambascerie, 
fu general-capitano delle truppe scaligere, marito di Lucia 
della Scala ed autore della famiglia di Serego, una tra le 
nostre primarie. Ebbe in dote della Scaligera la terra della 
Cucca, posseduta anche al presente da'* suoi posteri, ed altri 
luoghi; fu sepolto nella chiesa di S. Anastasia, dove si ammira 
tuttora il principesco suo mausoleo. Nel 1434 i Serego furono 
creati conti del S. R. I. dalPimperatore Sigismondo, e Tanno 
1774 la contea di Serego fu loro confermata dalla Veneta 



SEREGO 

Repubblica. Nel 1400 questo casato fu ascritto al nobile Ve- 
ronese Consiglio, ed in varj tempi esercitò con decoro le più 
distinte magistrature municipali; diede vescovi, giudici di 
collegio, cavalieri, ambasciatori, consiglieri imperiali, gover- 
natori di piazze e generali. » 

« Nel 1583 un ramo di questa famiglia, detto di Serego 
Alighieri (perchè ereditò i beni de* 5 pronipoti del sommo poeta 
Dante), fu aggregato alla nobile cittadinanza di Milano, e nel 
1723 a quella di Mantova. Iranno 1820 sì i Serego, come i 
Serego Alighieri ebbero da S. M. I. anche la conferma del 
titolo comitale. » 

a Tre pugnali d^oro, posti in banda in campo azzurro 
col capo deirimpero, formano Tarma di questa illustre fami- 
glia. » Cartolari, Cenni sopra varie famiglie illustri Veronesi. 



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(di Siena) 

La Famiglia Sergardi tra le nobilissime di Siena, è originaria di Montalcìno. 
Nel 1463 Niccola di Giovanni Ser Gardo sedette per primo di questa Famiglia 
( almeno per quanto sappiamo dagli Storici ) nel Supremo Maestrato a Leoni, co- 
me Niccolò trovasi nel 4 494 depositario di Bicherna. 

Filippo figlio di Giovanni fu celebre Giureconsulto e datosi agli studi eccle- 
siastici divenne Cherico di Camera, ebbe titolo di Arcivescovo di Corinto, e venne 
inviato da Papa Alessandro VII in qualità di Nunzio straordinario a Massimiliano 
primo. Eletto nel 1 494 Abate nella diocesi di Strigonia in Ungheria, vi cessò di 
vivere quando era imminente la sua nomina a Cardinale, lasciando in quelle re- 
gioni straniere per le sue molte e rare virtù bellissima fama di sé. 

Filippo di Niccolò di lui nipote, fu pure Cherico di Camera, e per la sua 
lunga età ne ottenne il decanato: fu segretario dei Brevi, soprintendente del fi- 
sco pontificio e oratore a Leone X, affinchè esso consentisse ad una confederazione 
colla Repubblica: fu pure tra i Sindaci destinati a stabilire la lega con Clemen- 
te VII e Lorenzo di Pietro Medici. Esso aveva apparato legge in Siena dal cele- 
bre B. Bulgarini. 



t SERGARDI 

Niccolò nel \ 530 fu deputato, al dire del Tommasi, sopra la guerra dai popo- 
lani dopo che in Siena furono superati i Novisti. Nel 1533 andò Ambasciatore in 
nome della Repubblica, per supplicare Papa Clemente VII a transitare per Siena 
nel suo viaggio a Marsilia, invito a cui il pontefice non credette bene di accedere, 
nel 1546 fu oratore a Paolo III per giustificare la Repubblica dall' aver licenziate 
le soldatesche Spagnole, e nell' aprile del 1 555 appartenne al novero di quegli Ani- 
basciadori che Siena mandò a Firenze per stipulare le condizioni della resa. 

Lodovico citato nel 1545 da Don Giovanni di Luna a comparire in persona 
a Firenze alla presenza dell'Imperatore, né avendo esso obbedito ad una tale in- 
timazione, venne per Decreto dei Dieci di guardia mandato ai confini nel Luc- 
chese, e ciò per sodisfare all' Imperatore adontatosi che si fosse trasgredito agli 
ordini di Don Giov. di Luna. Durante il suo esiglio fu chiamato a Milano a causa 
di certa congiura tramata in Lucca dal Rurlamacco. 

Achille figlio di Niccolò venne da Carlo V nominato cavaliere ed ebbe titolo 
di conte con autorizzazione di inserire 1' aquila nello stemma gentilizio. Sostenne 
F ufficio di Referendario dell' una e V altra Segnatura, e fu governatore di Fano, 
Ancona e Fermo: eletto finalmente nel 1578 da Papa Sisto V a Vescovo di Massa, 
cessò di vivere nel 1601. 

Di Roberto sappiamo che nel 1559 fu uno degli Oratori per la Repubblica di 
Siena, ritirata a Montalcino, per concertare la resa di quella città. 

Orazio dettò legge in varie città Italiane e fu applauditissimo precipuamente 
nello studio patrio, a Salerno e a Macerata. Reduce a Siena venne nominato dal 
Gran Duca Rettore del tempio di San Provenzano: morì nella seconda metà del 
Secolo XVI. 

Fabio di Curzio fu protonotario Apostolico, canonico di Siena e vicario gene- 
rale di monsignor Arcivescovo Ascanio Piccolomini Aragona. 

Niccolò trovandosi alla Corte di Polonia quando re Sigismondo III passò in 
Isvezia nel 1598, scrisse una veridica e pura relazione dei fatti avvenuti in quel- 
V epoca in Polonia. 

Alessandro di Giulio ornato di singoiar prudenza e dottrina fu nominato nel 
1614 Vescovo di Montalcino: in antecedenza aveva sostenuto diversi uffici ec- 
clesiastici in Siena, quali erano quelli di Protonotorio Apostolico, canonico e vica- 
rio generale della Metropolitana. 

Lodovico ottenne pure non poche onorificenze ecclesiastiche: citeremo tra le 
altre quelle di Referendario, Ponente di Consulta, Economo della fabbrica di San 
Pietro e Votante di grazia : fu amante in sommo grado della poesia e ne usò a 
sollievo di più gravi studi. 

Achille di Giulio Sergardi bali dell' Ordine di Santo Stefano si consacrò, a 
servigio e maggior decoro dell' istituzione religiosa e militare a cui apparteneva, 
alle imprese guerresche, e dovette al suo straordinario coraggio ed alle prove non 



SERGARDI 3 

dubbie di esperimentato valore da lui date in varie epoche, il grado di capitano 
di galea : venuto a morte però dopo breve tratto 1' Ammiraglio Lodovico da Ve- 
razzano, nel Capitolo generale di queir Ordine che ebbe luogo nel 1647, fu chia- 
mato a sostituirlo : nel primo triennio in cui tenne sì onorevole ufficio, la fortuna 
non gli offerse campo a più largamente distinguersi e solo gli fu propizia a pre- 
dare due vascelli da vela carichi di mercanzie che erano in potere dei Corsari: 
ma avendo disimpegnalo con lodevolissimo zelo il grave incarico ricevuto, in quello 
venne riconfermato, nò solamente, ma dal Gran Maestro Ferdinando nel 1651 fu 
elevato al grado di generale. Recatosi in Levante colla Squadra da lui comandata, 
per prestare aiuto ai Veneziani che con generoso ardimento, coadiuvati da altre 
Potenze Cristiane, avean mosso guerra ai Turchi, si trovò presente e molto coo- 
però all' espugnazione di Calami e di Apicorno, ma fallito lo scopo della santa in- 
trapresa per la poca esperienza dei comandanti le armate Cristiane, mosse le vele 
un'altra volta verso la terra nativa. Nel 1664 ebbe in sorte di far buona preda 
del Corsaro Brucia Cristiani, uomo di ferocia senza pari che avendo rinunciato 
alla religione di Cristo, inveiva barbaramente contro tutti coloro che la profes- 
savano, a tale di meritarsi il nome di Brucia Cristiani: soggettò altri legni, e pose 
in fuga le galere di Algeri perseguendole per oltre il tratto di 80 miglia di mare. 
In uno degl' intervalli di queste escursioni marittime accompagnò il cardinale 
Flavio Ghigi che faceva ritorno dalla Legazione di Francia ed ebbe da lui im- 
mense onorificenze ed il regalo di un servizio da tavola di argento del valore di 
scudi 2500. Nel 1665 trovandosi nelle acque di Italia si abbattè nel Corsaro Mu- 
stafà di Tunisi : attaccatolo tosto, lo costrinse dopo accanita lotta alla resa. 
Poco dopo due galere genovesi venivano inseguite dalla squadra Algerina 
nei flutti di Lastrica, e già stavano per rendersi a discrezione dei barbari, 
quando, accorse le galere di S. Stefano comandate dal Sergardi e dispostesi 
in linea di battaglia, la squadra Algerina si diede a precipitosa fuga. Libe- 
rate per tal modo le due galere genovesi, volle il Sergardi colla sua squadra scor- 
tarle fino a Genova ove da una deputazione inviatagli a tale uopo da quel Se- 
nato, ebbe le più alte testimonianze di riconoscenza e di stima. 

Dopo una sì lunga serie di fatti gloriosi e forse anco per riposarsi dalle du- 
rate fatiche volle recarsi a Roma per ossequiarvi Alessandro VII che aveva mostrato 
desiderio di conoscere un suo concittadino che tanta fama aveva levato di sé per le 
sue imprese guerresche : 1' accoglienza perciò che egli ottenne da quel Pontefice, 
fu quale gli conveniva, fu degna d'entrambi. Venne insignito del ballato di Gubbio, 
e poscia nominato comandante il Forte di S. Giovanni a Firenze, ufficio che, de- 
sideroso di finire i suoi giorni in patria, rassegnò nelle mani del Gran Duca Fer- 
dinando. Morì nel 1670. 

Girolamo Sergardi Bindi fu Protonotario e Vicario generale dell' Arcivescovo 



i SERGARDI 

di Siena, Gio. Fr. di Federico, Niccolò e Alberto figli di Gio. Francesco, e Gio. 

di Curzio furono cavalieri di S. Stefano. 

Nel 1697 Lodovico di Curzio era Avvocato Concistoriale. 

E qui dando un termine alle nostre parole non possiamo a meno di esternar 
loro la nostra dispiacenza di non poter seguitare la narrazione cominciata dei 
fatti gloriosi che illustrarono la Famiglia Sergardi, poiché è ufficio del nostro Som- 
mario indagare soltanto le origini, e richiamare alla mente le imprese che la lon- 
tananza dei tempi rendono non sempre patrimonio di tutti : alla Storia appartiene 
il tessere un elenco compiuto dei fatti che più si approssimano ai di nostri. 

Questa Famiglia è attualmente rappresentata dai Sigg. Lodovico e Alessandro 
che non degeneri dai loro Avi hanno acquistato un vero diritto alla benemeren- 
za del loro paese di cui formano bellissimo ornamento. 

F. Galvani. 

.SCRITTORI DAI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

Dalle Storie Senesi del Tommasi, del Gigli, del Malevolti, dell' Ugurgieri e da 
altri Codici della Biblioteca Nazionale. 



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Questa antichissima ed illustre Famiglia è oriunda di Serna- 
glia (i), piccola borgata dell' alto Trevigiano, donde ne trasse il 
nome, poiché, prima del suo trasloco a Volpago, portava quello 
di Filippini. La sua nobiltà risale ai tempi dell' imperatore Fede- 
rico secondo, il quale, per ispeciali benemerenze verso questa Fa- 
miglia, che erasi segnalata in guerra, l'aveva investita del feudo del 
castello Credazzo e sue terre adiacenti. (2) 

In oggi è degnamente rappresentata dall' Illustre Consigliere 
Raffaelangelo Dott. Sernagiotto, dall' lllust. Sig. Matteo di Treviso, 
dall' lllust. Sig. Sebastiano di Crocetta e dall' lllust. B. Sernagiotto 
di Volpago. 



(1) Sernaglia, castello e feudo antico, che fu anche posseduto da Rambaldo Conte 
di Collalto. 

(2) Credazzo, feudo della mensa vescovile di Ceneda, ceduto prima ai Caminesi 
e da questi al Conte Rambaldo Collalto. — Storia della Marca Trevigiana. Voi. V. 




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Di traggono sicure notìzie della nob. famiglia Serpointi 
da Rafaele Fagnani, il quale alla lettera S delle sue opere, 
attesta che quel lignaggio fiorì in Varenna, castello sopra 
P ameno lago di Como, e tra i personaggi cita un Antonio 
Serpointi che venne nel 1564 eletto a famigliare e confi- 
dente di Bernabò Visconti, allo scopo di sedar F animo tem- 
pestoso ed irato di questo principe ch'era in controversia 
coi Varennesi. E infatti la scelta di un uomo così distinto 
non poteva essere migliore, poiché egli manifestò a dovizia in 
tale missione tutta la grazia e la facondia persuasiva che 
ebbe la forza di vincere lo sdegno del Visconti e di far ri- 
tornare nella di lui benevolenza i Varennesi, che in seguito 
ottennero dallo stesso Duca molti ed importanti privilegi. 

Da diverse postille notate nelF Albero genealogico Ser- 
pointi (conservato anche oggidì presso la famiglia) si può 
chiaramente rilevare che i Serpointi sono originarj della 
Germania, ed ottennero sino dal 1126 da Lottario II rinve- 
stitura del contado di Sarponte, dagli Alemanni chiamato 
Sarbruk (i). 



(i) Vedi Cod. capitolare, manoscritto, di Magonza, Tanno 1109; e Spenero, Hisloria insig. 
illiislriam, lib. IH, cap. 20, parag. 8, pag. 144, 632, 34, 83. 



SERPONTI 

Oltre agli scrittori citati nelle sottoposte note, molti altri 
ve ne sono che trattarono di questa illustre prosapia e dei 
rampolli che fiorirono in Germania. Tali sono, per esempio: 
il Padre Mainbourg, il Corio, Giacomo da Vitriaco, il Sanuto, 
Giord, i manoscritti della Biblioteca Vaticana, POffman, il 
Padre Riccioli, il P. Agostino Calmet, e molli altri. Questi 
autori son concordi nel fissare P origine del cognome de Ser- 
ponte nell'anno di nostra salute 1080, in cui Sigeberto, prin- 
cipe di Lorena, andò ad occupare, per mandato Cesareo, la 
terra di Sarponte, posta al bando dell'impero negli anni 998, 
999 e 1065. 

Del primo individuo di questa famiglia venuto in Lom- 
bardia, e che dall' imperatore Enrico VII fu spedito ambascia- 
tore presso il pontefice Clemente V, parlano il Lùnig (1509), 
che riporta la deputazione di Cesare fatta in Costanza dai 
suoi ambasciatori al Papa, Io Struvio, il Raynaldi, il Vece- 
rio, il Baluzio e Giovanni da Cermenate, ambasciatore della 
città di Milano e scrittore contemporaneamente di Enrico VII, 
conoscente della persona del conte di Serponte, e narratore 
delle sue cose. Difatto ci riferisce che cotesto Conte dopo la 
morte dell' 1 Imperatore, seguita nel 1313, accettò di servire 
insieme a suo figlio Giovanni ed al proprio reggimento di 
cavalleria nel partito Ghibellino dei Visconti in Milano, 
mediante un rilevante stipendio (0. 

Quindi si dessume che il primo di questa stirpe che 
recossi a Milano fu Tommaso, valoroso soldato, il quale insieme 
al proprio figlio Giovanni venne da Gio. Galeazzo I, duca 
di Milano, a ricompensa delle sue gesta, investito di feudo 
castello e beni nella valle di Chiavenna. Ciò si deduce dalla 



(i) Vedi Anecdota del Cermenate, manoscritto esistente presso la Biblioteca Ambrosiana, 
tom. II, cap. 64, pag. 94. 



SERrOINTI 

seguente dichiarazione della Duchessa di Milano, fatta da 
Cremona a favore dello spettabile Giorgio de Serponte, 
quondam Giovanni da Yarenna, onde possa vendere ed alie- 
nare tanta parte del castello e beni sino alla somma di du- 
cali mille, quasiché fossero beni suoi patrimoniali, ecc., ecc. 

DUCISSA MEDIOLANI, etc. 

Exposuit nobis spectabìlis et praestans vir Georgius de 
Serponte, filius quondam Joannis de Farena dilectissimus no- 
ster, mine militaris ad nostra stipendia eius nomine, et nomine 
dilecli et fidelis servitoris nostri Silvestri de Serponte eius conso- 
brini, dìcli Varenini quod licei alias per illustrissimuni im- 
mortalis memoriae quondam Joannem Galeatium V^icecomitem 
primum Ducem donatimi fuerit in feudum quondam strenuo 
militi Tomaxio eorum avo, prò se, et descendentibus suis, c«- 
strimi cimi bonis, quae fuerunt quondam domini Maphei Pesta- 
lodi in valle Clavenae, tamen cum prò substantìone Status nostri, 
prò quo nunquam eos tepìdos aut avaros esse cognovimus, que- 
dam ex bonis ipsis vendere deliberassent, usque ad summam 
ducatorum mille, nonnulli timent de eis bonis emere, dubitantes, 
absque nostra expressa licentia ad talium bonorum emptionem, 
accedere, requirens proinde ut prò tollendis hujusmodi dubita- 
tionibus, talem per nostras litteras declarationem facere velimus, 
ut dubitationibus hujusmodi eradicetur occasio. JYos igitur vo- 
lentes dictorum nobilumi de Serponte requisitionibus compiacere, 
harum serie ex certa scientia declaramus eos posse de benis 
antedictis vendere, et quo voluerint modo alienare usque ad sum- 
mam supraspecificatam, proinde ac si fuerint bona eorum patri- 
moni^ sicque tufo\ et securi sint, qui ea emerint, ac si bona ipsa 
forent, ut permissum est, aliquo in contrarium non obstante, 
etiam si tale foret, de quo spetialem opporteret fieri mentionem. 
Mandantes tenore praesentium magistris intratarum nostrarum, 



SERPONTI 

tam ordinariarum, quam extraordinariarum, negotiorum gesto- 
ribus Canterete nostrae, ac caeteris officialibus, et subditis nostris 
praesentibus et faturis , ad quos spectat et spedare jwterit 
quomodolibet in futurum quatenus has nostras declarationis ac 
licentiae litteras, firmiter observent, et faciant inviolabiliter obser- 
vari, et in aliquo contra ipsas aut earum tenorem, non intentent, 
aut quoris modo intentari faciant, nec permittant, sub indigna- 
tionis nostrae poenae in quorum, etc. 

Datum Cremonae die XXX maii MCCCCLXPIII. 

Sic ut supra reperititi' in registro prìvilegiorum concesso- 
rum per D. D. Ducissam Blancam Mariam et Ducem Galea- 
tium Sfortias Vicecomìtes ab anno 1466 ad annum 1468, fot. 
266 ; tergo inscripto sub littera C. C. alias 1. I. existente in 
regio archivio Castri portae Jovis Mediolani, viso et recognito 
per infrascriptum regium ducalem secretarium in cancellaria 
secretiori hujits Status, et editur prò executione decreti suae ex- 
cellentiae diei infrascrìpti, emanato super precibus marchionis 
D. Pauli Antonii de Serponte, de quo in actis et prò fide. 

Mediolani, 18 januarìi, 1731. 

Firmat D. Xaverius de Colla, etc. 

Attestor et fidem facto ego infrascriptus secretarius suae 
majestatis Cesareae et Catholicae in cancellaria secretiori Status 
Mediolani, sicuti suprascriptus D. Xaverius de Colla est pari- 
ter secretarius eiusdem Majestatis suae in eadem cancellarla, 
eiusque firmis, et subscritionibus , semper adhibitam fuisse, et 
in dies adhiberi plenam, et indubiam fidem, tam in juditio quam 
extra} in quorum testimonium ad majoretti roboris ftrmitatem 
praesentes muniuntur cum Caesareo et Regio sigillo quod as- 
servalur in ipsamet cancellaria. 

Datum Mediolani die 19 januarii, 1731. 

Firmat D. Carolus Hieronymus Busca, etc, et sigillat, etc. 

In pede. Fxaminavit Gerenzanus, archivii offtcialis. 



SERPONTI 

Nello stesso documcnlo vicn nominato un Silvestro; con- 
subrino di Giorgio. Che Silvestro fosse figlio di Antonio e 
proavo del G. C. Àscanio Serpointi, lo prova evidentemente 
il processo testimoniale per Pammissionc nel collegio di 
G. C. del medesimo Ascanio. Da questo processo apparisce 
che Tommaso e Bernardo, padre di Ascanio, furono, il primo 
castellano di Como, ed il secondo regio fiscale generale nello 
Stalo di Milano, e che la famiglia Serpointi di Varenna 
appartenne ad una nobiltà cospicua e vetusta. 

Ebbe pure Tommaso dallo stesso duca Gio. Galeazzo 
Visconti la cittadinanza di Milano nell 1 8 gennajo, 1397, sic- 
come rilevasi dal diploma che qui riportiamo, e da cui ri- 
sulta essere egli figlio di Antonio. 

DUX MEDIOLÀNI, etc. 

Concessa alias illustrissimus et excellentissìmus domìnus 
Joannes Galeaz Vicecomes Dux Mediolani, etc. 

Nobili viro Tomaxio de Ser ponte \ quemadmodum ex eius 
litteris civilitatis constai tenoris hujusmodi videlicet: 

Joannes Galeaz Dux Mediolani, etc, Comes Kirtutum. 

Ea nobis praecipue semper insedit cura, ut in benemeritas 
familias debita virtutis praemia tribuamus. Cumque autem no- 
bilis vir Tomasius de Serponte, filius quondam Antonii de 
Varena, nobis exposuerit ingentia servitia illustrissimis nostris 
progenitoribus praestita et praecipue per spectabilem et genero- 
sum militem comitem de Serponte, qui ab Austrasia cum mili- 
taribus copiis in Hetruriam ad Henricum septimum imperato- 
rem transiens nullo periculi genere, prò amplitudine et potentia 
nostra ac Gibellinorum incolumitate perterritus fuit. Quod cum 
pluribus vicibus contra Guelphos inimicos nostros obtinuisset, 
morluo serenissimo Imperatore Henrico, nostris stipendiis, et 



SERPONTI 

favoribus illectus dictus comes Serpontanus, seu de Sarbruch, 
ejus posteritati summam gloriam, et nobis curam precipitavi 
eam favoribus nostris amplissime condecorandi reliquit. Volen- 
tes igitur dietimi nobilem Tomaxium, filium Antonii, et ejus 
descendentes novo prerogative titillo exornare-, harum serie et 
ex certa scientia, sponte, deliberate, ac de nostrae potestatis 
plenitudine, etiam absoluta, et omnibus moc/o, iure, via, et 
forma, quìbus melius, etc, eumdem Tomaxium, ejusque flios 
descendentes, ac descendentium descendentes, cives nostros civi- 
tatis Mediolani facimus, et creamus, ita et taliter, quod ab ho- 
dierna die in antea contrahere, distrahere, aquirere, emerge, 
vendere et alienare, caeteraque facere, agere, et exercere possint, 
tam in juditiis quam extra, sicut et quemadmodum alii cives, 
incolae et originarci dictae civitatis possimi, et posse dignoscun- 
tur. Decernentes etiam ipsos, et ipsorum quemlibet fungi posse 
in ipsa civitate, et ubique terrarum omnibus illis juribus, ho- 
noribus privilegiis immunitatibus , gratiis , exemptionibus, pre- 
rogativis, et aliis quibusqumque , quibus alii nostri cives veri 
et legitimi inculae et originarii ejusdem nostrae civitatis, uti et 
gaudere posse noscuntur, perinde ac si ipse Tomaxius, ejusque 
flii et descendentes cives veri et naturales incolae, et originarii 
premissae civitatis hactenus per memorata tempora extitissent , 
et hoc non obstantibus aliquibus legibus, statutis, ordinibus, nec 
decretis in contrarium disponentibus quibus specialiter et ex- 
presse, ac de certa scientia derogamus; supplentes eadem potè- 
state nostra omni deffectui cujuslibet solemnitatis , quae dici 
posset in praemissis fuisse servanda. Caeterum decemimus et 
mandamus, quod dictus Tomaxius, et filii et descendentes sui, 
et ipsorum quilibet prò illis facultatibus de bonis, quae et quas 
in dieta civitate et ejus ducatu possident et possidebunt, teneantur 
incumbentia onere sustinere, secundum etprout faciunt, et tenentur 
alti cives ejusdem civitatis: mandantes potestati vicario, ac XII 



SERPONTI 

provisionum communis nostri Mediolani, et aliis officialibus no- 
stris ibidem praescntibus et futuris, qaalenus liane concessionem 
et gratiam nostrum observent, et observari inviolabiliter furiant. 
In quorum testimonium praesentes fieri jussimas, et registravi, 
nostrique sigilli appensione muniri. 

Datum Papiae die oclava januarii, MCCCLXXXXV 11^ 
quinta indictione. 

Da Giorgio, valoroso militare, che prestò i suoi servigi 
alla casa Sforza, riportandone molta gloria, discese Giovanni 
Antonio, che fu parimente privilegiato da Lodovico Sforza 
colla seguente Ducale: 

DUX MEDIOLANI, etc. 

Cum autem nobilis Antonius de Serponte, dicti Toma- 
xij pronepos, a nobis ipsas litteras confirmari supplicaverit ? et 
nos propter ejus virtutes singidares et in primis fdem^ atque 
devotìonem, quibus nos et statum nostrum prosequitur } ipsum 
charnm habeamus, judicamus ejus petitioni esse annuendum, 
et eo libentius, quod ex accessione nobilium virorum ipsa urbs 
nostra non nisi ornamentum, ac dignitatem accipere potest, et 
inherentes praedictis litteris antiquae civilitatis, de quibus pie- 
nam scientiam habemus, et quas per praesentes ad abundantem 
cautelam jus juri addendo, approbamus et confirmamus. 

Mandantes Magistris intrarum nostrarum utriusquae ca- 
merae'y Potestati Mediolani, caeterisque officialibus, et magi- 
stratibus nostris, ad quos spectat, et spectabit, ut memoratas 
civilitatis, et has nostras confirmationis , vel nome concessionis 
litteras firmiter observent, et faciant ab omnibus inviolabiliter 
observari. In quorum, etc. 

Viglevani^ 21 decembris, 1493. 



SERPONTI 

Per Guspertum. - Bartholomeus Calcus. - Sic ut supra 
reperitur in registro privilegiorum concessorum per D. D. Duces 
Mediolani Joannem Galeatium et Ludovicum Sfortias Viceco- 
mites ab anno 1493 ad annum 1496, fol. 135 inscripto num. 1, 
alias sub luterà X. existente in R. archivio Castri portae Jovis 
Mediolani viso et recognito per infrascriptum ducalem secreta- 
rium in cancellarla secretiori hujus Status, et editur prò execu- 
tione decreti S. Ex., diei infrascripti emanato super praecibus 
marchionis D. Pendi Antonii de Serponte, de quo in actis, et 
prò fide. 

Mediolani, 18 januarii, 1731. 

D. Xaverius de Colla. 

Giovanni Antonio fu padre di Pietro, da cui proviene 
Giorgio, e da quesf ultimo Giacomo Antonio e Giovanni Pie- 
tro, i quali tutti chi volesse vederli descritti distintamente 
osservi alla Tav. Ili delF unito Albero genealogico (i). 

Da Gio. Pietro discendono Giorgio, fisico collegiato di 
Milano, e Tommaso, capitano di cavalleria al servizio della 
Spagna (2). 

Di Giacomo Antonio fu figlio Giorgio III, membro del 
consiglio segreto di Milano. Esso procreò i seguenti: 

Gio. Antonio, del consiglio segreto nello Stato di Milano, 
prima feudatario e poi marchese di Mirasole nel basso No- 
varese. 



(1) Istrumento di compera, 17 dicembre, 1478, rogalo Calvassina. Allro istrumenlo di com- 
pera, 5 gennajo, 1487, rogato Panizza. Altro istrumento di compera, 14 settembre, 1873, rogato 
Ongarica. Istrumento di concessione, so ottobre, 1399, rogato Andreani. 

(a) Vedi testamento di Giorgio, rogato da Francesco Carati notajo di Milano, li 29 luglio, iggs. 

Neil 1 Albero genealogico che conservasi in famiglia, si trova un terzo figlio di Gio. Pietro, 
per nome Francesco, capitano al servigio dei Duchi di Mantova, che venne bandito dalla patria, 
ed i suoi beni furono confiscati. Da lui discende, secondo il precitalo Albero, Scipione che si sta- 
bilì a Gradisca. 



SERPOIVTI 



Valcriano, questore togato e membro del magistrato 
straordinario fu aggregato alla cittadinanza di Tortona con i 
suoi discendenti, col seguente onorifico diploma: 



Etsi quctmplura sunt quae urbium dignitalem et famam 
augere et conservare soleant, easque tota orbe celeberrimas red- 
dere, nihil (amen praestantius , nilq. validius ad id exeogitari 
posse compertum est quam eas optimis viris et praeclaris ci- 
vibus esse refertas, quorum ope et Consilio domi prudenlissime 
foris autem strenue graviterque publicae res gubernentur. Hi 
sane cwitatem universum decorant suis concivibus honores augent 
eosque ac illam assidua protectione tuentur: ut propterea eorum 
nomen apud posteros illustri fama jugiter celebret. Innumeros 

■piane recensent antiqua monimenta ea virtute conspicuos 

qua non modo se ipsos veruni etiam populi Romani gloriam illu- 
straruntp quod communi omnium Rom. civìum decori profuisse 
nemo dubìtarit cui notum sit quantopere popidus ille studuerit ut 
alias cwitates Rom. jure decoraret. Mine factum est quod quemad- 
mod. Graecorum plerique decer tarunt ut eximios quosdam et 
celeberrimos viros ex se prodiisse sustinerent suosque cwes pre- 
dicarent sicuti Homerum Colophonij, Chij Salamini], et Smirnaei 
ita et apud nostros Insubres latinor plurib; ommissis de Plinio 
inter Comenses ac Veronenses quod Rom. dignitate et doctrina 
claruerit, contentio nunquam sit dirimenda. 

Haec omnia perpendentes NOS DECURIONES DERTHO- 
NENSES Civitatis Regimini praesidentes , nec immemores 
eam Romanae civitatis jure a summis Rom. Ducibus fuisse 
insignitaci eorum exemplo qui per jucunde clarissimos viros 
recipere hospitisque suos concives facere consueverant et unum- 
quemque merita dignitate munerari Praestantiss. atque speda- 
bilem I. C. D. Don VALERIANUM SERPONTEM questorem 
illust. mi Magistratus extraord. Redd. liujus Status Mediolani 



SERPONTI 

filius D. Georgiis a secretis suae regiae Cat. Majeslatis Dom. 
Nostri poenes Ex. mos D. D. Gubernatores ejusdem Mediolanen- 
sis domimi concivibus noslris ad scribendum et civitatis nostrae 
insignis decorandum censuimus, quod sponte atque libentius 
facere decrevimus quatenus ad id vocati videmur ab ejus per- 
spicuis et singolaribus meritis quippe praeter dotes quas D. Prae- 
stantiss. atque spectabil. D. Questor seenni trahit ex ejus vetu- 
stissima familia virtute et genere adeo nobilitata, ut veluti ipsius 
nobilitatis clarissimus sol ab omnibus veneravi moereati aliae 
quamplures peculiares notatitur in eo ob quas si non familiam 
famam certe prorogare, et propagare celeberrima virtute ac prae- 
clarissimis factis scivitj equid Me in studio litterarum omnium' 
que virtutum adeo sedulum se praebuit, ut si de juris prudentia 
est sermo plures atque plures etiam celebres in ipsa scientia su- 
perare prò nihilo habuerit si vero de zelo in id quod respicit 
Reg. servitium ac de integritate et rectitudine in pertraclandis 
et indicandis causis a nemine superari permittat. Haec sublimia 
decora claris nobilitatis omniumque praestantissimarum virtutum 
eminenter fulgurantia velut in evangelico candelabro siculi mo- 
verunt animimi Potentis regis D. Nostri ad ipsum praestantiss. 
atque spectab. I. C. D. Don VALERIANUM condecorandum 
munere Questoris, nec non et illum excellentissimi domini Comitis 
de Melgar tunc Gubernatoris hujus status ad eum mittendum 
ad aulam Madriti prò exponendo ipsi Reg. Cat. Majest. plura 
arcana etiam prò benefitio hujus status, quae calamo significare 
non poterant ita moverunt nos qui ob munus Provincialis no- 
stri quod habet in dicto Illustrissimo Magistrali pluries singu- 
lares atque incomparabiles ejus animi virtutes experti sumus 
ad exoptandum, ut inter Nostros cives connumeraretur vir inter 
Proceres adeo eximius. Qua propter juxta mentem Consilii nostri 
generalis concivem nostrum Derthonensem dictum praestan- 
tissimum, atque spectabilem D. Quaestorum D. VALERIANUM 



SERPOINTI 

SERPONTEM conslituimus atque creamus cum omnibus et qui- 
buscumque houoribus, commodis, juribus, gratiis, exemptionibus, 
immunilatibus, ac praerogativis , quibus Primatcs cives veri et 
originaria fruuntur, gaudent et gaudere consueverunt lam ex 
forma juris civilis quam ordinimi et statulorum dictae civitalis. 
In quorum fidem dignum testimonium per praesentes sigillo dictae 
civitalis munitus feri jussimus. 

Dati Derthonae, die prima januarii. 1693. 

Praesidentes et decuriones ad regimen civitatis Derlhonae. 
Joannes Franciscus Varisxus, Cancell. 

Questa pergamena vedesi fregiala degli stemmi della 
città di Tortona e della famiglia Serpoìnti, non che dei pro- 
tettori della suddetta città. 

Alessandro, terzogenito di Giorgio, fu abate di Paullo, 
canonico di S. Maria della Scala e poscia arciprete della stessa 
collegiata. 

Il marchese Gio. Antonio, marito di Emilia Serpoìnti, 
quondam Tommaso, ebbe la prole che segue: 

1.° Il marchese Paolo Antonio, marito di Giulia Cicogna, 
da cui continuò la famiglia. 

2.° Paolo Alessandro, generale delP ordine de^ Geroni- 
miani. 

3.° Marsilio, olevitano, abate di S. Vittore in Milano. 

4.° Giorgio, canonico di S. Maria della Scala. 

ó.° Valeri ano, capitano di cavalli. 

I figli poi del marchese e conte Paolo Antonio sono i 
seguenti : 

1.° Il marchese Gio. Giorgio Valeriano, giureconsulto 
che fé"* parte dei xii di provvigione, e fu protettore dei car- 
cerati della classe dei nobili. Sposò la contessa Margherita 
Durini. 



SERPONTI 

2.° Anselmo, membro del collegio dei G. C. di Milano, 
fatto nel 19 luglio, 1757. 

3.° Tommaso. 

4.° Elena, moglie di Antonio Visconti. 

5.° Vittoria, monaca di S. Orsola di Novara. 

I tre fratelli Gio. Giorgio Valeriano, Anselmo e Tom- 
maso ottennero dal duca di Modena il privilegio del titolo 
di conte, trasmissibile ai loro discendenti maschi in perpe- 
tuo, che qui riportiamo: 

RINALDO DUCA DI MODENA, REGGIO, MIRANDOLA, ecc. 

« Le nobili qualità del sig. marchese don Paolo Antonio 
Serpointi, marchese di Mirasole nello Slato di Milano, del 
signor marchese don Giorgio, suo primogenito, dei signori 
don Anselmo e don Tommaso, parimente di lui figliuoli, tutti 
e tre convittori in questo collegio de* 1 nobili di S. Carlo; la 
stima e P affetto particolare con cui vengono da noi rimirati 
a riguardo de'' cordiali sentimenti che hanno sempre fatto 
apparire verso la nostra persona e casa, ci danno ben forte 
motivo d" 1 esercitar verso di loro ogni più viva dimostranza 
della nostra buona volontà e gratitudine. Su questi riflessi 
dunque, seguendo P esempio d -5 altri nostri serenissimi ante- 
cessori, che con nuovi onori hanno maggiormente illustrate 
famiglie nobili e per sé medesime qualificate, abbiamo riso- 
luto di decorar essi ed i loro discendenti maschi col titolo 
ancor di conte; e perciò in virtù del presente Diploma, con 
Puso della nostra ducale potestà di certa scienza e di moto 
proprio, ed inerendo ancor alle facoltà e diritti nostri, fac- 
ciamo, creamo e dichiariamo Conti i predetti signor marchese 
don Paolo Antonio Serpointi, signor marchese don Giorgio, 
signor don Anselmo e signor don Tommaso, e vogliamo che 



SERPONTI 

in avvenire tanto essi quanto tutti i loro figli e discendenti 
maschi, legittimi e naturali, in perpetuo possano chiamarsi 
Conti, come gli altri veri ed insigni Conti, e che non solo in 
voce, ma in iscritto possano intitolarsi tali, come se avessero 
feudo e comitato attuale, con derogare a tutto ciò che facesse 
in contrario, poiché nostra ferma intenzione si è che la pre- 
sente graziosa concessione abbia il suo pieno effetto in ogni 
più valido e più efficace modo. 

In fede di che sarà questo diploma firmato di nostra 
propria mano e sigillato col solito nostro sigillo. 

Dato in Modena questo dì 30 giugno, 1728. 

Rinaldo. 

Borso Santagata. 

Poiché i discendenti dal marchese Gio. Giorgio Vale- 
riano e dalla contessa Margherita Durini si trovano registrati 
neir Albero coi loro titoli e dignità, noi stimiamo superfluo 
il riportarli in questi cenni. 

Inattuale marchese Paolo Giovanni volendo provare come 
di sua spettanza e de 1 suoi discendenti maschi il titolo e la 
dignità di marchese di Mirasole, chiese al Magistrato della 
Regia Camera dei Conti di essere autorizzato a fregiarsi di 
un tal titolo avito, e di fatto ne ottenne la concessione colla 
seguente sentenza: 



SERPONTI 

SENTENZA 
DELLA REGIA CAMERA DEI CONTI DI TORINO. 

(Estratta dal Diario Forense ,, ossia Gazzetta de* Tribunali^ num.° 1263 

dell'intiera collezione). 

Chiedeva al Magistrato della Reajia Camera dei Conti il 

e? e) 

signor don Paolo Giovanni Serpojnti, spettare a lui ed ai suoi 
discendenti maschi il titolo e dignità di marchese di Mirasole, 
colle prerogative, onorificenze e titoli annessivi, in conformità 
di alcuni documenti che produceva e delle vigenti leggi. 

A fondamento della sua domanda osservava: 

Che con instromento delli 2 maggio, 1691, rogato Be- 
naglia, li don Antonio e don Valeriano, fratelli Serponti, 
avrebbero fatto acquisto da Carlo II, re delle Spagne, del 
feudo della terra di Mirasole, col patto espresso che lo stesso 
feudo dovesse passare nei figli e nipoti maschi di D. Antonio, e 
che, estinta la linea maschile di questi, dovesse passare nei 
figli e discendenti maschi del don Valeriano di lui fratello; 

Che dipendentemente a questo acquisto, i fratelli Ser- 
pointi con alto delli 19 di maggio dello stesso anno presta- 
rono il dovuto giuramento di fedeltà, e quindi il 17 di luglio 
successivo vennero essi ammessi nel possesso del predetto 
feudo di Mirasole; 

Che con atto del 24 settembre, 1701, il re Filippo V di 
Spagna passò ricognizione a favore degli stessi fratelli Ser- 
pointi dello stesso feudo, e quindi per diploma del 28 di 
febbrajo, 1706, il medesimo re Filippo concedette a don Va- 
leriano Serponti il titolo di marchese di Mirasole, trasmes- 
sibile ne"* suoi discendenti in linea mascolina, e questa estinta, 
da passare nel di lui fratello don Antonio e suoi discendenti 
maschi, al quale Diploma fosse relativa la declaratoria del 
Senato di Milano del 15 di luglio, 1706. 



SERPONTI 

Dopo d'avere accennali alcuni altri titoli particolari, 
richiamava pure il Diploma del re Carlo III di Spagna alla 
occasione del suo avvenimento al trono accordato, del 12 di 
agosto, 1710, col quale avesse la M. S. riconosciuto Pere- 
zione della terra di Mirasole in marchesato a favore del don 
Antonio Serpoiyti; le Regie Patenti del 25 di agosto, 1769, 
del re Carlo Emanuele di Savoja, colle quali investiva di 
detto feudo col titolo marchionale il marchese Gio. Giorgio 
Serponti; le altre Regie Patenti del 24 aprile, 1776, di 
concessione di simile investitura fatta dal re Vittorio Amedeo 
al marchese Paolo Serpoiyti, figlio primogenito del detto 
marchese Gio. Giorgio. 

Finalmente giustifìcavasi la discendenza delP attore da 
quesP ultimo, non che i pagamenti dei relativi diritti di suc- 
cessione al detto feudo. 

Il curatore deputato agli incerti ed assenti annuiva alla 
fatta domanda, ritenuta specialmente la discendenza per linea 
maschile del richiedente dei detti marchesi Serponti, il pos- 
sesso di quel feudo nella loro famiglia costantemente con- 
servato tanto prima, come anche dopo che il medesimo passò 
nel dominio della real casa di Savoja. 

L' ufficio del signor Procuratore Generale in conclusioni 
del 9 dicembre, 1842, sottoscritte Franchi, osservando che 
il ricorrente avesse pure dimostrato che il suo padre era il 
primogenito del marchese Paolo Serponti, ultimo investito, 
e che egli stesso era il primogenito di suo padre, presentando 
giurate giudiziali attestazioni, conchiudeva, potersi dal Su- 
premo Magistrato della Regia Camera, dichiarare spettare al 
signor attore il diritto di fregiarsi del titolo di marchese di 
Mirasole; doversi conseguentemente mantenere il medesimo 
nel quasi possesso di tale titolo e dignità, con tutti gli onori, 
preminenze e prerogative che vi sono annesse, con mandar 



SERPOINTI 

deporre nel Camerale Archivio quelli fra i prodotti docu- 
menti che verranno designati dal signor Relatore. 

La Regia Camera, sentite, ecc.; considerato che dai do- 
cumenti prodotti dalP attore si ha la prova che il medesimo 
è il primogenito tra i discendenti di Giovanni Antonio Ser- 
poisti, a cui con instromento del 2 di maggio, 1691, fu dalla 
R. Camera Ducale di Milano alienato il luogo di Mirasole 
nel Basso Novarese in feudo gentile, retto ed onorifico per 
se e suoi figliuoli e discendenti maschi in infinito, del quale 
feudo, con Diploma del re Carlo III di Spagna, del 12 di 
agosto, 1710, venne lo stesso Giovanni Antonio Serpointi 
investito con titolo e dignità marchionale e con ordine di 
primogenitura; 

Che d" 1 esso feudo nella medesima forma e colle stesse 
condizioni vennero successivamente investiti i discendenti 
del Gio. Antonio Serpointi dai Reali di Savoja, dopo la riu- 
nione del Basso Novarese ai loro dominii, fino ed esclusiva- 
mente al marchese Antonio Serpointi, morto nel 1802, pa- 
dre delP attore; 

Ha dichiarato e dichiara avere spettato e spettare al 
signor attore ed ai suoi discendenti maschi di primogenito 
in primogenito il diritto di fregiarsi del titolo di marchese 
di Mirasole; doversi per conseguenza mantenere nel quasi 
possesso di tali titolo e dignità, con tutti gli onori, preminenze 
e prerogative che ne dipendono, mandando deporsi nell'Ar- 
chivio Camerale quelli fra i prodotti documenti che verranno 
designati dal signor Relatore; spese di questo giudizio a ca- 
rico del signor Serpointi. 

Torino, 29 maggio, 1843. 

COLLER P. P. 

ClRRARio Relatore. 



ALBERO GENEALOGICO 

DELLA 

FAMIGLIA SERPONTI 



DI MILANO 



Tommaso de Serponte da Varenna, 

milite strenuo di Gio. Galeazzo Visconti, 

primo duca di Milano, 1597. 

Investito di feudo, castello e beni 

nella Valle di Chiavenna 



Tav. I. 



Giovanni, 
milite e feudatario 

come sopra, 
(Fedi Tav. III). 



Antonio, detto Varennino, 

f 

Silvestro, 1468, 

famigliare della duchessa Bona 



Tommaso II, 
castellano di Como e di Novara 

I 

Bernardo, 

fiscale generale 

nello Stalo di Milano 

1 

Ascanio, G. C. colleg., 

-f 1385. 



Bernardino 



Bernardo, 
detto Fracassa. 



Lorenzo, 

+ 1565, 

(Fedi Tav. II). 



Agostino, 

detto Fracassino, 

f 1566 



Ercole, 1585, 

ebbe l'eredità del G. C. 

Ascanio Serponte 



Bernardo, sacerdote, 

eletto al patronato 

di S. Giovanni di Varenna. 



Marc'Antonio, sacerdote, 

eletto al patronato 
di S. Giovanni di Varenna. 



Bernardo 



Agosto 



Ercole, 
venerale dei PP. Minimi. 



Luzio, sacerdote, 

eletto al patronato 

di S. Giovanni di Varenna. 



SERPOIVTI 



Lorenzo (Fedi Tav. I.) 

I 

Giovanni Battista, 1599, 

si portò a Firenze all'epoca della peste 

nel ducato di Milano 



Tav. IL 



Giovanni Battista, Ì599, 
si stabilì col fratello in Pescia. 



Muzio 



Carlo, 
cavaliere di S. Stefano. 



Gio. Battista, 
cavaliere di S. Stefano 



Carlo, 

cavaliere 

di S. Stefano. 



Nicolò, 

cavaliere 

di S. Stefano. 



Filippo 



Gio. Battista, 
arciprete 
di Pescia. 



Domenico Giuseppe 



Giulia, 

m. 

cav. Baldinotti 

di Pistoja. 



Gio. Battista 



Carlo, 

cavaliere 

di S. Stefano. 



Caterina 



Anna 



SERPONTI 



Tav. UT. 





Giovanni (Fedi 
l 


Tav. I.) 




1 
Giorgio, 1468 

i 




1 
Giovanni, 1478 

i 




1 
Pietro 

i 






1 
Giorgio 

1 




1 

1 

Gio. Pietro 




1 
Giacomo Antonio, 
(Fedi Tav. IV). 


1 

Francesco, 1645, 

bandito e confiscato. 

Capitano in Mantova 

1 


1 

Giorgio, 

fiscale colleg. 


I 

Tommaso, 

tre volte 

capitano di cavalli 

1 


Scipione, 
stabilito a Gradisca, 
o sia Montefalcone. 


1 ! 

Vittoria, Emilia, 
m. . m. 




1." Clemente Orrigoni, Gio. Antonio 
2.° Francesco Barbavara, Serponti. 



feud. di Gravellona. 



SERP0NT1 



TtiV. W. 



Giacomo Antonio (Fedi Tav. III.) 

I 

Giorgio, 

del consiglio segreto nello Stato di Milano, 

m. 

Antonia Ajroldi 



Valeriano, Gio. Antonio, Alessandro, 

questore di toga del consiglio segreto arciprete 

del magistrato nello Stato di Milano, di Santa Maria 

straordinario. feudatario di Mirasole nel 1691 della Scala. 

e marchese nel 1710, 

m. 

Emilia Serponti, 

figlia di Tommaso 



Paolo Alessandro, 

Geronimiano 

e generale 

del suo ordine. 



I 

Marsilio, 

Olevitano, 

abate di S. Vittore 

di Milano. 



I 

Marchese 

Paolo Antonio, 

m. 
Giulia Cicogna 



Giorgio, 

canonico 

di Santa Maria 

della Scala. 



Valeriano, 
capitano 
di cavalli. 



Elena, 

m. 

Antonio Visconti. 



Vittoria, 

monaca 

in sant'Orsola 

di Novara. 



Marchese 

Gio. Giorgio, 

G. C. C., 

m. 

Margherita 

Durini, 

(Fedi Tav. V). 



Conte Anselmo Conte Tommaso 



si; Il PONTI 



Tav. V 



Marchese Gio. Giorgio, 
(Fedi Tav. IV.) 
I 



1 

Giulia, 


1 
Emilia, 


1 
Conte Angelo, 


1 
Maria Teresa, 


m. 


m. 


f 1802, 


m. 


Paolo 


Gaetano 


I.R. Ciambellano. 


Conte Luigi 


Caravaggio. 


Cagnola. 




Cattaneo di Proli. 


Margli 


erita , Marches 


e Paolo, 




monaca n 


ì. 




in Sant'Agostino. Teresa 


Taverna 




I 1 
Anna, Marchese 


1 
Conte Angelo, 


1 
Camilla, 


m. Gio. Antonio, 


abate, eletto al benef. 


m. 


Conte Cristoforo m. 


di S. Giovanni, 


Cesare Azzi. 


Sozzi di Bergamo, Teresa Tosi 


cav. di S. Stefano 




ciamb. di S. M. I. R. A. 




di Toscana. 





Costanza, 
nubile. 



Camilla, 

vedova del nobile 

Felice Astorri di Lodi. 



Margherita, 

m. 

Felice Pizzagalli, 

consigliere architetto. 



Conte Giulio Cesare, Cav. Pio, 

m. nubile, 

nob. Francesca Borgazzi, 



Giovanni. 



Marchese Paolo Giovanni, 

marchese di Mirasole 

nel Basso Novarese, 

m. 

nobile Teresa 

dei conti Guicciardi. 





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,^ 










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(di Firenze) 



Questa nobile Famiglia di Firenze che stretta in parentado colle più cospicue 
della Toscana, quali erano, per dire di alcune, quelle degli Alamanni, dei Morelli 
e dei Palmieri, contò dal 1345 al 1517 sei Gonfalonieri e ventun Priori; venne pia 
volte annoverata tra quelle dei Magnali, non solo perchè originaria da potente casa 
di Contado, ma per aver presa gran parte e dato manforte a diverse congiure. Pri- 
mi a tenere gli uffici della Magistratura furono tra i Serragli Belcaro di Bonaiuto 
(non già di Domenico, come dice Giovanni Monaldi), che tenne il Priorato nel 1345, 
e Primeiano Serragli che nello stesso anno occupò il Gonfalonierato. 

Nel 1372 Buonaiuto era Priore e nel 1375 Gonfaloniere, con riconferma nel 
1378. In dello anno veniva annoverato tra i Grandi. 

Grave sventura però in quell'epoca sovrastava ai Serragli, poiché il popolo 
venuto per ispirito di parte, a furore, poneva a ruba ed incendiava le loro case 
oltrarno, come avea fatte di quelle del Canigiani e del Soderini. Esse erano in 
quella strada che da essi pigliando nome, chiamasi pur ora de' Serragli. 

Angiolo dì Ser Belcato Ambasciatore in Francia nel 1384, figurò tra i Gonfalo- 
nieri nel 1388. 

Nel 1386 Piero appartenne al numero dei dieci cittadini insigniti dal Governo 
della Repubblica fiorentina in pieni poteri per provvedere a quanto poteva occorre 
per sostenere degnamente la guerra contro il Conte di Urbino. 

Vannozzo nel 1409 e nel 1425 fu uno dei Dieci di Balia, come nel 1411 ebbe 
posto tra i Gonfalonieri; ufficio a cui venne riconfermato nel 1425. 



2 SERRAGLI 

Niccolò e Carlo per ingenti somme perdute sui cambi dovettero sottostare insie- 
me a Palla Strozzi nel 1425 a vistoso fallimento che li ridusse a triste condizioni. 

Ad Antonio Serragli toccò nel 1431 di occupare il seggio di Gonfaloniere, 
eh' esso tenne con moltisima lode in epoca in cui richiedevasi non comune ingegno 
e somma valentia a reggerne le bisogna. 

Niccolò Serragli ebbe nel 1434 insieme ad altri compagni suoi che al pari di 
lui partecipavano alla pubblica estimazione il difficilissimo incarico di persuadere 
Rinaldo Albizi a deporre le armi, e togliere così di mezzo una guerra civile. 

Leggiamo nelle Storie dell'Ammirato che Francesco nel 1513 venne confinato 
per avere insieme ad altri congiurato contro la vita di Giuliano e Lorenzo de' Me- 
dici : ai capi di questa congiura, venne mozzo il capo. 

Abbiamo pure dallo stesso che Pietro Serragli nel 1521 veniva ucciso insieme 
ad uno della Famiglia Capponi per le mani di un Francese, alla battaglia del pas- 
saggio dell' Adda. 

Filippo Abbate Olivetano che era in molta predilezione di Paolo III venne dal 
medesimo nominato nel 1548 a Vescovo d'Alita, ove cessò di vivere, lasciando di 
se ottima memoria per le sue cristiane virtù, nel 1555. 

Agnolo di Simone per aver preso parte alla difesa della libertà di Siena nel 
1554, venne giudicato come ribelle, cacciato in bando e poste a confisca le di lui 
sostanze. 

Ferdinando primo nominava nel 1608 a Senatore Giuliano di Francesco di 
Michele. 

Il di lui figlio Giuliano, esso pure, venuto a morte nel 1638, ordinava che una 
gran parte della sua vistosa eredità venisse erogata in opere di beneficenza, e no- 
minava a suoi credi i Sacerdoti di San Filippo Neri che impiegarono quelle mol- 
te ricchezze a decorare e rendere più amplia la Chiesa San Firenze, e ad eri- 
gere dalle fondamenta il vasto Convento che annesso alla Chiesa servire doveva a 
loro abitazione, e che oggi è convertilo in gran parie ad uso militare. 

Questa Famiglia si spegneva il 13 febbraio 1616 per la morte di Serraglio di 
Paolo. 

I Serragli attualmente dimoranti in Firenze, e che provengono dal Castello di Palaia 
nel Pisano, pretendono, non senza qualche apparenza di verità, perchè appoggiali 
a documenti, di essere dell'agnazione medesima, così asserisce almeno il sig. cav. 
Passerini. 



QUESTE iNOTlZIE SONO TRATTE 

Dalle Storie dell' AMMIRATO da quelle di Pietro e Giovanni MONALD), dal 
GAMURR1N1, e dal PASSERINI. 








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SERRISTORI 

(di Firenze ) 



J. Sei-ristori traggono il loro nome da un Serristoro d' Jacopo nato nella 
terra di Figline, il quale presa dimora in Firenze fu Notaro della Signoria 
nel 4384. Dieci Gonfalonieri di Giustizia, e ventisette Priori mostrano 
quanto fu questa famiglia gradita al popolo Fiorentino. Molti uomini di- 
stinti appartengono a questa Casa tra i quali giova annoverare gli ap- 
presso : 

SERRISTORO d* Jacopo rogò nel 1380 la pace fatta fra i Fiorentini, e 
Carlo re di Napoli. Dotato d' ingegno non comune potè effettuare azioni 
lodevoli verso la patria, e fu libéralissimo. 

Giovanni suo figlio dottore di legge fu nel 1409 deputato Ambasciatore 
al Papa Alessandro V per congratularsi della sua esaltazione. Neil' anno 
successivo si trasferì a Napoli per interpellare il re Ladislao nei trattati 
di pace che proponeva alla repubblica. Tornato in patria venne, con altri 
cittadini mandato Ambasciatore al Papa che in quell'epoca trovavasi in 
Bologna, per confortarlo a nome» della repubblica a ritornare alla sua sede 
in Roma. Nel 4411 si portò nuovamente al re Ladislao per congratularsi 
della pace fatta, e nel 1414 fu mandato a Roma per ragguagliare il Pon- 
tefice della domanda fatta alla repubblica del trattato di pace per parte 
del re Ladislao stesso. 

Antonio di Silvestro di Serristoro fu ricco mercante. Nel 4431 prestò 
non indifferente somma di fiorini d' oro al Comune, per il che fu ammesso 
fra i Dieci di Balìa nel 4439. 

Serristoro figlio di lui nel 4453 si portò ai Malatesti in qualità di 
Ambasciatore. Fu Capitano della Cittadella di Pisa; quindi delle Galere 
Fiorentine nel 4459. 

Giovanni altro figlio di Antonio fu illustre Cittadino; occupò spesse 
volte il Priorato dei Dieci di Balia, e fu nominato fra i venti Cittadini 
deputati per 1' impresa di Volterra che erasi ribellata alla repubblica. 
Nel 4460 occupò il posto di Capitano in Arezzo, e nel 4470 quello di 
Montepulciano. 

Averardo altro figlio di Antonio nel 4498 fu Ambasciatore al Papa. 
Altro Averardo nepote del suddetto nel 4537 fu spedito Ambasciatore da 
Cosimo I in Spagna al Re Carlo V per ragguagliarlo della guerra contro 
i fuorusciti e per chiedergli Margherita d'Austria sua figlia in consorte. 



2 SERRISTORI 

Nel 4545 fa Ambasciatore residente presso l'Imperatore. Nel 4554 inviato 
d'obbedienza al Papa Giulio II da cui fu fatto Cavaliere,, e dove restò 
di residenza. Scuoprì i disegni dei fuorosciti che gli comunicò a Cosimo I. 
Neil' anno successivo assunse la carica di Ambasciatore alla Corte Impe- 
riale, e nel 4566 a Pio V. Fu poi remunerato colla dignità Senatoria per 
altre quattro volte pervenuta nei suoi discendenti. 

Lodovico di Luigi fu Vescovo di Cortona. Venne spedito Ambasciatore 
in Germania nel 4539, quindi nominato Commissario dell' esercito Pon- 
tificio in Ferrara. 

Bartolommeo di Averardo Canonico nella Metropolitana fiorentina, fu 
eletto Arcivescovo di Trani nel 4551; morì in Roma nel 4555, e venne 
sepolto nella Chiesa di S. Pio dei Fiorentini. 

Lorenzo fu Vescovo di Bitetto nel 4524, del qual Vescovado fu poi 
investito Monsignore Lodovico che Io renunziò nel 4552, e fu nominato 
Governatore dello Spedale di S. Maria Nuova. 

Il Cav. Antonio di Luigi occupò il posto di Governatore della Città di 
Livorno ove rimase fino al 4672. 

I Serristori seguirono con costanza la sorte dei Medici, e molto si ado- 
perarono per quella casa durante le rivalità di Luca Pitti, e più dopo la 
congiura dei Pazzi. Pure alcuni dei Serristori si armarono per la libertà 
della patria e fra questi meritano onorata menzione Francesco di Gu- 
glielmo che con i suoi figli Guglielmo, e Niccolò fu dichiarato ribelle 
nel 4534. Niccolò si trovò coi fuorusciti al fatto di Montemurlo pel quale 
caduto prigione di Cosimo I fu confinato a vita nei sotterranei della torre 
di Volterra. 

II Senatore Antonio fu Segretario di Stato e Ministro degli Affari Esteri 
nel regno del Granduca Ferdinando III. Averardo suo figlio fu Ministro 
residente a Parigi durante il regno d' Etruria, mentre Luigi figlio di 
quest'ultimo, dopo aver servito col grado di Colonnello nelle armate 
Russe, fu al suo ritorno in patria eletto al Governo di Siena, dal quale 
passò nel 4845 a quello di Pisa. L'ultimo sovrano della Toscana riconobbe 
al Serristori il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore Giovanni Pato- 
logo concesso nel 4439 ad Antonio suo antenato mentre sedeva, come si 
è detto, nel Magistrato dei Dieci, allorché quel Monarca venne a Firenz* 
per il Concilio. Nel 4848, il detto Luigi fece parte del Ministero Ridolfi 
in qualità di Ministro della Guerra, ma visto volgere in non favorevole 
resultato le sorti della patria, dopo pochi mesi si ritirò, riservandosi la 
carica di Direttore del Liceo Militare. Nel 4849 venne nominato Commis- 
sario straordinario dal Granduca Leopoldo II dopo la restaurazione, ca- 
rica che ritenne fino al ritorno di lui. Nel 4852 renunziando anche al 
posto di Direttore del Liceo tornò privato, e nel 34 gennaio 4857 passò 
a miglior vita, venendo sepolto nel Tempio di S. Croce, ove questa fa- 
miglia tiene una tomba. 

Il Conte Alfredo di lui figlio, nel quale è rappresentata questa celebre 



SERRISTORI 3 

famiglia, si trasferì nel 1856 a Costantinopoli e fu nominato Aiutante di 
Campo del Generalissimo Omer Bascià, e fece la campagna di Crimea. 
Successivamente venne addetto alla Legazione Toscana a Parigi, ove restò 
fino al 1858, nella qual epoca trasferitosi in Piemonte fu nominato Aju- 
tante del prode Generale Cialdini. Con esso fece la campagna di Lom- 
bardia, quindi dell' Umbria, delle Marche, ed in fine quella di Napoli. 

SCRITTORI DAI QUALI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA. 



Cav. Passerini, Manetta de'Ricci di Ademollo. — Mariani, Prìorista 
Fiorentino M. S. — Ughelli, Italia Sacra. — Ammirati, Storie Fiorentine. 
— Monaldi, Famiglie Fiorentine. 




SERRISTORI DI FIRENZE 



tt* 






SERRISTORI 

(di Firenze) 



I Serristori traggono il loro nome da un Serristoro ci' Jacopo nato nella 
terra di Figline, il quale presa dimora in Firenze fu Notaro della Signoria 
nel 1384. Dieci Gonfalonieri di Giustizia, e ventisette Priori mostrano 
quanto fu questa famiglia gradita al popolo Fiorentino. Molti uomini di- 
stinti appartengono a questa Casa tra i quali giova annoverare gli ap- 
presso .: 

Serristoro d' Jacopo rogò nel 1380 la pace fatta fra i Fiorentini, e 
Carlo re di Napoli. Dotato d' ingegno non comune potè effettuare azioni 
lodevoli verso la patria, e fu libéralissimo. 

Giovanni suo figlio dottore di legge fu nel 1409 deputato Ambascia- 
tore al Papa Alessandro V per congratularsi della sua esaltazione. Nel- 
l'anno successivo si trasferi a Napoli per interpellare il re Ladislao nei 
trattati di pace che proponeva alla repubblica. Tornato in patria venne 
con altri cittadini mandato Ambasciatore al Papa che in quell'epoca tro- 
va vasi in Bologna, per confortarlo a nome della repubblica a ritornare 
alla sua sede in Roma. Nel 1411 si portò nuovamente al re Ladislao per 
congratularsi della pace fatta, e nel 1414 fu mandato a Roma per rag- 
guagliare il Pontefice della domanda fatta alla repubblica del trattato di 
pace per parte del re Ladislao stesso. 

Antonio di Silvestro di Serristoro fu ricco mercante. Nel 1431 prestò 
non indifferente somma di fiorini d'oro al Comune, per il che fu ammesso 
fra i Dieci di Balia nel 1439. 

Serristoro figlio di lui nel 1453 si portò ai Malatesti in qualità di 
Ambasciatore. Fu Capitano della Cittadella di Pisa ; quindi delle Galere 
Fiorentine nel 1459. 



SERRISTORI DI FIRENZE. 

Giovanni altro figlio di Antonio fu illustre Cittadino ; occupò spesse 
volte il Priorato dei Dieci di Balìa, e fu nominato fra i venti Cittadini 
deputati per l'impresa di Volterra che erasi ribellata alla repubblica. 
Nel 1460 occupò il posto di Capitano in brezzo , e nel 1470 quello di 
Montepulciano. 

Averardo altro figlio di Antonio nel 1498 fu Ambasciatore al Papa. 
Altro Averardo nepote del suddetto nel 1537 fu spedito Ambasciatore da 
Cosimo I in Spagna al Re Carlo V per ragguagliarlo della guerra contro 
i fuorusciti e per chiedergli Margherita d'Austria sua figlia in consorte. 
Nel 1545 fu Ambasciatore residente presso l'Imperatore. Nel 1554 inviato 
d'obbedienza al Papa Giulio II da cui fu fatto Cavaliere , e dove restò 
di residenza. Scuopri i disegni dei fuorosciti che gli comunicò a Cosimo I. 
Nell'anno successivo assunse la carica di Ambasciatore alla Corte Impe- 
riale, e nel 15^6 a Pio V. Fu poi remunerato colla dignità Senatoria per 
altre quattro volte pervenuta nei suoi discendenti. 

Lodovico di Luigi fu "Vescovo di Cortona. Venne spedito Ambascia- 
tore in Germania nel 1539, quindi nominato Commissario dell'esercito 
Pontificio in Ferrara. 

Bartolommbo di Averardo Canonico nella Metropolitana fiorentina, fu 
eletto Arcivescovo di Trani nel 1551 ; morì in Roma nel 1555, e venne 
sepolto nella Chiesa di S- Pio dei Fiorentini. 

Lorenzo fu Vescovo di Bitetto nel 1524, del qual Vescovado fu poi 
investito Monsignore Lodovico che lo renunziò nel 1552, e fu nominato 
Governatore dello Spedale di S. Maria Nuova. 

Il Cav Antonio di Luigi occupò il posto di Governatore della Città 
di Livorno ove rimase fino al 1672. 

I Serristori seguirono con costanza la sorte dei Medici, e molto si 
adoperarono per quella casa durante le rivalità di Luca Pitti, e più dopo 
la congiura dei Pazzi. Pure alcuni dei Serristori si armarono per la li- 
bertà della patria e fra questi meritano onorata menzione Francesco di 
Guglielmo che con i suoi figli Guglielmo, e Niccolò fu dichiarato ribelle 
nel 1534. Niccolò si trovò coi fuorusciti al fatto di Montemurlo pel quale 
caduto prigione di Cosimo I fu confinato a vita nei sotterranei della torre 
di Volterra. 

II Senatore Antonio fu Segretario di Stato e Ministro degli Affari 



SERRISTORI DI FIRENZE. 

Esteri noi regno del Granduca Ferdinando III. Averardo suo figlio fu 
Ministro residente a Parigi durante il regno d' Etruria , mentre Luigi 
figlio di quest'ultimo, dopo aver servito col grado di Colonnello nelle 
annate Russe , fu al suo ritorno in patria eletto al Governo di Siena , 
dal quale passò nel 1845 a quello di Pisa. L' ultimo sovrano della To- 
scana riconobbe al Serristori il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore 
Giovanni Paleologo concesso nel 1439 ad Antonio suo antenato mentre 
sedeva, come si è detto, nel Magistrato dei Dieci, allorché quel Monarca 
venne a Firenze per il Concilio. Nel 1848, il detto Luigi fece parte del 
Ministero Ridolrl in qualità di Ministro della Guerra, ma visto volgere in 
non favorevole resultato le sorti della patria, dopo pochi mesi si ritirò, 
riservandosi la carica di Direttore del Liceo Militare. Nel 1849 venne no- 
minato Commissario straordinario dal Granduca Leopoldo II dopo la re- 
staurazione, carica che ritenne fino al ritorno di lui. Nel 1852 renun- 
ziando anche al posto di Direttore del Liceo tornò privato, e nel 31 gen- 
naio 1857 passò a miglior vita, venendo sepolto nel Tempio di S. Croce, 
ove questa famiglia tiene una tomba. 

Il conte Alfredo di lui figlio, nel quale è rappresentata questa cele- 
bre famiglia, si trasferì nel 1856 a Costantinopoli e fu nominato Aiu- 
tante di Campo del Generalissimo Omer Pascià, e fece la campagna di 
Crimea. Successivamente venne addetto alla Legazione Toscana a Parigi, 
ove restò fino al 1858, nella qual epoca trasferitosi in Piemonte fu no- 
minato Ajutante del prode Generale Cialdini. Con esso fece la campagna 
di Lombardia , quindi dell' Umbria , delle Marche , ed in fine quella di 
Napoli. Rappresentò al Parlamento Nazionale Italiano il Collegio di Pon- 
tassieve. 

U. D. 




SILENZI DI ROMA 






/ 



SILENZI 

(di Roma) 



L' origine della Nobile famiglia Silenzi sta in Bononiola (la pic- 
cola Bologna,) gran parte n' ebbe Macerata, ed in snllo scorcio del pas- 
sato secolo il ramo dividendosi partissi in due, a Marca Comerte ed in 
Roma. 

Il Ramo stabilitosi nella Città eterna conta due Fratelli Dottore Gio- 
vanni e Benedetto. Il I.° fino dal 20 Luglio 1845 prendeva il grado 
di Baccelliere in Farmacia, e dello stesso grado accademico veniva fre- 
giato nella facoltà filosofica dalla Università di Perugia, e lo segui- 
vano tosto e premi in medaglie d'Argento, e quello 1.° di concorso nel- 
1' Accademia di Patologia, ed i gradi di licenza a pieni voti in filo- 
sofìa ed in Chimica, portandosi quindi al Baccellierato di medicina nella 
Università romana. 

Nel 1849. fu chiamato dal governo repubblicano quale officiale 
aiutante sanitario dell' esercito di difesa, nella quale missione dedicatosi 
con intelligenza pari alle cure indefesse, ed alle ambulanze con ogni 
affetto legatosi, vi rimase per ben due mesi anche dopo 1' entrata del- 
l' esercito francese. 

Nel 1851 su ventiquattro concorrenti fu ammesso al secondo po- 
sto per la scuola di perfezionamento pratico negli spedali, sotto il no- 
me di Assistentato, restandovi fino al 1855, con gli onorevoli incarichi 
speciali della Commissione per 1' assistenza degli infermi negli spedali di 
Santo Spirito, Santa Maria della Consolazione, San Giacomo in Augusta. 

Nel 1854 infierì il cholera, ed il dottor Silenzi venne nominato 
dalla S. Consulta vice-direttore del lazzaretto formatosi in Santo Spirito, 
ed a flagello svanito si ebbe da S. S. Pio IX. una medaglia d' argento 
in bello astuccio, con promessa di migliore ricompensa anche per i servigi 
prestati a' due colpiti nella Corte pontificia. Quale decano dei medici as- 
sistenti fu aggiunto ai prof. Domenico de Crollis e cav. Benedetto Viale- 



SILENZI DI ROMA. 



Prelà ; fu premiato con medaglia di valore dalla commissione degli spe- 
dali per un saggio in concorso di statistica nosocomiale, quindi nominato 
medico perito fiscale del Tribunale. 

Alla morte del padre, presa conoscenza degli affari commerciali, senza 
punto trascurare la medicina volle approfondirsi anche nella scienza del 
commercio, e siffattamente vi riuscì da venir nominato nel 1863 a Con- 
sigliere nel nobile Collegio dei Negozianti, poi Consigliere nel 1868 della 
Camera di commercio e giudice nello stesso Tribunale di commercio in 
sostituzione del defunto presidente, e nel fine d* anno premiato con me- 
daglia d' oro. — Nel 1869 venne dalla Camera medesima riproposto alla 
nomina sovrana quale Giudice nel nuovo biennio, siccome lo fu. — Nel 
1870 ebbe la presidenza dello stesso Tribunale: 

Converrebbe prima di chudere questi cenni, riportare almeno i prin- 
cipali scritti pubblicati dall' esimio cittadino, ma crediamo che 1' esposto 
sia più che bastevole a render venerato il nome del dottor Giovanni Silenzi. 

Una prova chiarissima della estimazione di che meritamente gode 
il Silenzi la si ebbe nella circostanza delle elezioni amministrative non 
appena venne compita 1' unificazione italiana con il glorioso conquisto 
di Roma. Il Silenzi dottor Giovanni con grande maggioranza di voti entrò 
nel Consiglio municipale, e dai propri colleghi venne poi eletto a membro 
della Giunta, affìdandoglisi il ramo igiene nel quale sono riconosciutis- 
simi i suoi meriti non comuni. E fu come membro della Giunta Romana 
che esso assistette all' auspicato arrivo di S. M. Vittorio Emanuele quando 
fra i guasti della innondazione rotti gli indugi corse a far lieta Roma 
di sua presenza, non che alla venuta del Principe ereditario con la augusta 
principessa Margherita. Dopo vari giorni un Decreto Reale lo nominava 
Cav. della Corona d' Italia. 

Il fratello Benedetto Silenzi volle tenersi sempre lontano da ogni 
pubblico ufficio per attendere con intelligenza ed onestà al commercio, 
renderlo sempre maggiore esempio di prosperità, ed eccitamento a molti 
che possono convincersi come per questa via si abbia largo mezzo di salire 
a quella estimazione che è la più bella aureola del cittadino, e nella 
prospera fortuna trarre una sorgente di decoro a sé e di beneficenza ad 
altrui che rende poi il nome caro ai presenti e venerato fra i posteri. 



SIZZO DE NORIS 

DI TRENTO 

PRIME MEMORIE DELLA FAMIGLIA 

i^e un nome registrato nella storia delP antica Roma 
bastasse per trovar T origine di una famiglia, siccome usavano 
i genealogisti degli scorsi secoli, noi dovremmo assegnare alla 
famiglia Sizzo di Trento una origine remotissima. Viveva 
ai tempi di Giulio Cesare un Situo, che era ascritto nel 
numero dei condannati air epoca famosa del triumvirato. Era 
desso originario di Galeno, città della Campania (al presente 
chiamata Terra di Lavoro nel regno di Napoli), e dopo la 
morte di Cesare scampò rifuggiandosi in patria. I Caleni non 
solo il ricevettero con esultanza, poiché aveva loro donato 
buona parte delle sue sostanze; ma lo difesero pure dai 
mandatari dei Triumviri, che attentavano ai suoi giorni ed 
alla sua rovina. Ed allorché Pira di costoro fu mitigata, 
mandarono loro insigni ambasciatori, i quali colla loro elo- 
quenza poterono ottenere che Situo, scacciato da tutto il 
resto d" 1 Italia, potesse tranquillo condurre la vita in Galeno 
sua patria. 

Ma noi dobbiamo abbandonare la supposizione che un 
tale Situo sia veramente di questa illustre famiglia, ed 
attenerci soltanto alle notizie positive che risguardano a 
questo lignaggio. Noi riputiamo che esso è originario di 
Firenze, non essendo questo cognome comune ad altre 



SIZZO DE NORIS 



italiane prosapie, per quanto si leggano le storie d'Italia. 
Circa poi alla sua nobiltà e chiarezza ne fa grande testimo- 
nianza Dante Allighieri nel canto xvi del Paradiso, per bocca 
di Cacciaguida, il quale ragionando 



degli alti Fiorentini, 



Onde la fama nel tempo è nascosa, 



dice : 



Lo ceppo, di che nacquero i Calfucci, 
Era già grande, e già erano tratti 
Alle curule Sizi ed Arrigucci. 

Il P. Baldassare Lombardi nel suo commento a questi 
sublimi versi racconta che i Sizzi sono quasi spenti e non 
ispenti; volendo egli forse con queste parole inferire, che 
traslocati in altre regioni sono soltanto estinti rispetto alla 
primitiva loro patria. 

Il conte Pompeo Litta, tante altre volte nel corso di 
quest'opera citato come modello dei moderni genealogisti, 
nelP eruditissimo suo lavoro (0 fa cenno di questa nobile 
famiglia, e la reputa congiunta in parentado colla serenissima 
casa dei Medici di Firenze. Ecco in qual tenore questo 
insigne scrittore riferisce V origine della famiglia dei Medici, 
e dei primi tempi della repubblica di Firenze: « Ometto 
» (sono sue parole) le molte favole, che ponno esser slate 
» preparate o dalF adulazione o dall'invidia sui tempi più 
» lontani della famiglia Medici. Si vanno cercando con zelo 
» alcuni nomi di essa fino nel 1077, e in alcuni tempi succes- 
» sivi, e voglio concedere, che tutto sia vero, ma con quale 

(i) Famiglie Celebri Italiane, fascicolo XVII — Medici ili Firenze -- Parie I. a 



SIZZO DE NORIS 

» utilità? Per formare una scric di nascite, matrimonii e 
» morii, e nulla di più, perche non vi sono fatti. Nelle 
» famiglie private il miglior partito è quello di fermarsi al 
» primo individuo, che ha dato cagione alla storia di regi- 
» strare qualche latto ne 1 suoi annali, e dire: Questo è il 
» mio Adamo. Ciò posto, tranne alcune inezie, le prime 
» memorie de* 1 Medici si determinano al 1291, poiché nel 
» registro dei priori di quesf epoca si comincia a vedere 
» nominato un Medici, che si chiamava Ardingo, figlio di 
» Bonagiunta, il quale nel 1295 fu altresì confaloniere, 
» suprema dignità della Repubblica. Dalla qualità de^Magi- 
)> strati clregli tenne, si deduce anche la qualità di condi- 
» zione di sua casa. I nobili erano in quesf epoca esclusi dai 
» Magistrati della Repubblica, eh 1 erano invece tutti occupati 
» dalle famiglie fiorentine del secondo ordine. Dunque la 
» famiglia Medici era una famiglia fiorentina del secondo 
)> ordine, e ciò è quanto si sa di certo. Noto è pure che 
)> abitava nella parrocchia di S. Tommaso in Mercato Vecchio, 
» della quale era passato in essa in parte per donazione, 
» e in parte probabilmente per parentela il patronato dei 
» Sizzii, Guelfi di fazione, antichi e nobili di Firenze ». 

Tav. Ili u Averardo. Del Magistrato de 1 Priori nel 1509, 
» confaloniere della Repubblica nel 1314. Non fu eletto 
» a questa dignità secondo le regole ordinarie, poiché fu 
» scelto da Pietro duca di Gravina, cui avevano i Fiorentini 
)> momentaneamente ceduta la nomina dei loro Magistrati, 
» quando trovavasi in Firenze in qualità di vicario di suo 
» padre Roberto re di Napoli , che era stato fatto dai 
» Fiorentini loro signore, attese le angustie in cui erano 
» ridotti nelle guerre contro Uguccione della Faggiuola capo 
» de* 1 Ghibellini. Nel Ioli Teghia de 1 Sizzii rinunziò ad 
)> Averardo la metà del patronato della chiesa di S. Tommaso, 



SIZZO DE NORIS 

» V altra metà venendo donata nel 1348 a 1 suoi cugini da 
» Giovanni de 1 Sizzii. Questi è il primo tra 1 Medici che colla 
» mercatura accumulò qualche denaro. I figli si divisero nel 
» 1319 ». 

Il Machiavello (0 alla sua volta fa pure onorevole 
menzione dei Sizzo, e gli annovera tra quelle famiglie che 
parteggiarono pei Guelfi, quando la città di Firenze, come 
ogni altra città d 1 Italia, era ludibrio e preda delle accanite 
fazioni Guelfa e Ghibellina. Quest" 1 ultima parte resa potente 
per la lega incontrata colParmi di Manfredi, re di Napoli, 
sbaragliò e disfece il partito avversario sul fiume Arbia, 
verso la metà del secolo xii. 

Cipriano Manenti nelF istoria Urbevetana^ lib. I, racconta 
che nelFanno 1018 essendosi nella città di Firenze molti- 
plicata la popolazione furono prescelti al governo di essa 
i personaggi delle più nobili casate. Nel novero di quelle 
erano ascritti i Sacchetti, gli Arrigucci, i Sizzi, gli Adimari, 
i Nerli, gli Alberici, i Caponsacchi, i Donati, i Pulci ed altri 
ancora. Tutte queste nobili famiglie congiurarono contro i 
Sanesi, i Pisani ed i Fiorentini. 

Più nell 1 avvertimento xix del discorso di Paolo Mini si 
riscontra il catalogo iv delle famiglie Fiorentine che arriva- 
rono al consolato, fra le quali venti descritte famiglie anno- 
verasi anche quella dei Sizzi. 



(i) Storia di Firenze, lib. II. 



TRAPIANTO DE' SIZZO IN GANDINO 



Una inveterata tradizione di famiglia assegna air epoca 
ora da noi menzionata il trapianto e stabilimento dei Sizzo 
nella valle bergamasca di Gandino. 

Sembra che un Sizzo, del quale ignorasi il nome, stanco 
delle guerre, e più deir avversa sorte delibarmi, si sia stabilito 
in questa valle, traendo onorata sussistenza dal commercio, 
e lasciando che i suoi fratelli tentassero nuovamente la sorte 
delFarmi sotto i vessilli di Carlo d*Angiò, che venne chiamato 
in soccorso dei Guelfi da papa Clemente III. -- Fondate le sue 
prime radici in Gandino, questo nobile tralcio dell 1 antico 
albero dei Sizzo di Firenze fece alleanza colP illustre casato 
Noris 00, dal quale discende Feminentissimo cardinale e 
celebre letterato Arrigo, ed aggiunse al proprio il cognome 
de Noris, siccome usò pure la nobile famiglia Giovanelli di 
Venezia, originaria di Gandino, ed è tuttora da queste due 
famiglie conservato. In questo luogo i Sizzo attesero onorata- 
mente al commercio sotto il dominio dei Torriani, dei Visconti 
e della Veneta repubblica. 

Troviamo a 1 tempi di S. Tommaso d 1 Aquino esser vis- 
suto il beato Enrico Siso, autore della seguente opera: 

Explicit liber qui intitulaiur Horologium Sapientiae editus 
a beato Henrico cognomento Siso ordinis sacri praedicatoram, 
mystico nomine appellato a sapientia in septimo capitulo secundi 
libri hujus operis Amandus. Hic beatissimus vir multa mir acida 

(i) Intorno al casato de Nor.is leggasi quanto abbiamo scritto in line della presente genealogia. 



SIZZO DE NORIS 

fecit: fuit praesentatus ad canonizandum cum sancto Thoma de 
Aquino ejusdem ordinis: cujus sacrum corpus requìescit ante 
altare sancti Petri martyris in consentii Ulmensi 9 provincie 
Alemanie. Claruit autem praefatus doctor anno gratie MCCC. 
Impressus Venetiis per Petrum de Querengiis de Palazago. 
M.CCCC.LXXXXII. die XXIIII. mensis Januarii. Angustino 
Barhadico inclyto principe Fenetiarum regnante. 

Fiorirono pure molf altri personaggi insigni nelle armi 
e nella Ioga. 







SOMMARIVA DELL 1 ARCIPELAGO 
LODI. MURBELLO ECC. ECC. 






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SORDI 



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eli' antica e nobilissima famiglia Sordi raccogliamo le 
sparse notizie che risguardano i diversi rami di questo cospicuo 
casato. Fino dall'anno 1279 è ricordato Jominius et Zambonius de 
Sordiis consiliarii Communi. Nel 4505 Gabriele Sordi era marito 
ad Orsola Fiera, e nel 1531 un don Battista Sordi, notato fra quelli 
che servivano di aiuto al pittore Giulio Romano (1). Il Tiraboschi, 
parlando della famiglia Cavalcano, dice « la famiglia Sordi, come 
scrissero il Bresciani, il Barbarano ed altri scrittori, è una di quelle 
famiglie che si portarono in Cremona nell'anno 531 assieme ad 
una colonia romana. In Piacenza pure esistette questa illustre fa- 
miglia, e derivante essa pure da colonia romana. Da Cristoforo 
Sordi e Berta da Pensini nacque Giovanni Sordi in Cremona nel 
XII secolo, monaco benedettino che amministrò la chiesa vescovile 
di Mantova fino al 1175, poi fu vescovo a Vicenza, dove morì. 
Forse nipote al detto Giovanni furono Giacomo ed Enrico Sordi, 
Consoli di Cremona, il primo nel ! 193 e nel 1202; ed il secondo 
nel 1198, e nel 1212 fu ambasciatore all'impero. Contemporanea- 
mente a questo furono Alberico, Egidio, Gio. Buono, Martino, Con- 
siglieri del Comune nel 1228. Martino Giureconsulto servì a varii 
principi, e nel 1235 fu consigliere del re di Boemia, poi ambascia- 
tore all'Imperatore, al Papa ed al Re di Francia, e scrisse diversi 
trattati. 

(1) Vedasi Raccolta Araldica delle famiglie nobili Mantovane del conte D'Arco. 



SORDI 

Avvi anche Pasino Sordi chiarissimo giureconsulto, dolio nel 
greco e caldeo, scrittore di molte opere, vicario di Serravalle ; e 
Telopino giureconsulto di collegio nel 1358, e Giovannino decu- 
rione nel 1387, uno di quei che compilarono gli Statuti parmensi, 
Luca notajo nel 1406, e Francesco decurione nel 1420; Marco 
Antonio, nolajo nel 4 440, e Giovanni decurione nel 1441; Paolo 
Agostino, decurione nel 4 482 ed abate dei notai nel 1483; Gerola- 
mo, notaio nel 1505 in unione a Gaspare. Ed eziandio pure è da 
annoverarsi l'eccellentissimo giureconsulto Giovanni Martino che 
fu zio ai fratelli Gio. Evangelista ed a Giovanni Clemente. AI quale 
Giovanni Evangelista decurione fu discendente Gio. Paolo Sordi, il 
capitano, abitante in Cremona nel 4 580, da cui deriva Calterina che 
circa Panno 4690 fu moglie, e poscia vedova di Carlo Caval- 
cano. 

Quanto all'attuale nobile famiglia di Mantova, non si conosce 
per certo se essa sia parente di quelle di Cremona e di Piacenza, 
delle quali scrive ancora l'Amedei, parlando del duca Vincenzo 
Gonzaga il quale inslituì un Senato di Mantova nel 1 602, che fra 
i senatori Gio. Pietro Sordi mantovano fu prodigioso ingegno e ce- 
lebre cittadino; e Gio. Pietro Sordi giureconsulto, che fu senatore 
in Mantova, poi presidente, e diede alle stampe diversi libri, fra i 
quali alcuni consigli giuridici, pubblicali nel 4 589, ed in alcuni vo- 
lumi raccolse le decisioni del Senato mantovano, il cui terzo volu- 
me fu compilalo da Guglielmo suo figlio, presidente del Senato 
mantovano nel 4610 e lo si disse conte di Torcello, e quest'opera 
fu dedicata al papa Clemente Vili. 

Premesse queste isloriche notizie, ora ci facciamo a parlare 
di due diverse famiglie de' Sordi, l'una delle quali fu forse origina- 
ria di Cremona ed abitò nel luogo di S. Martino dell'Argine; in 
Mantova, nel primo di questi luoghi fu veduto scolpilo sopra un 
sepolcro lo stemma usalo da quella famiglia, di due mostri marini 
foggiali a modo di delfini, e P altra famiglia fu quella che, secondo 



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ii Beni ed il Pagliarino, è venuta a stabilirsi in Mantova nel seco- 
lo XVI, ed in Vicenza sino dal 1278. 

Ma troppo esteso sarebbe l'enumerare tulli gli altri perso- 
naggi che illustrarono successivamente questa chiarissima fami- 
glia, per cui ci limiteremo a qui registrare coloro che oggidì in 
Mantova ne sono i ben degui discendenti. 

Marchese Alessandro, canonico della cattedrale di Mantova, 
nato il 49 agosto 1803. 

Commendatore marchese Giuseppe Professo del S. M. Ordine 
Gerosolimitano, nato nel 4 ottobre 48 14. 

Marchese Ferdinando, ciambellano di S. M. Apostolica, cav. 
della corona ferrea, nato il 17 settembre 4 814. 

Marchese Benedetto, nato nel 1853, figlio del fu marchese 
Pietro, morto nel 1864, e della fu contessa Isabella Mazzuc- 
chelli. 

Marchesa Vincenza, nata nel 1812, maritala con S. E. il ba- 
rone Paolo Airoldi, consigliere intimo, generale d'artiglieria e gran 
maggiordomo di S. M. l'Imperatore Ferdinando. 




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SPADA 



(di Lucca) 



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I Ceccnrelli vuole che la famiglia Snoda di Lucca venga dalla famiglia 
Spadari Aretina, ed ecco le prove che riporta: 

Pietro Buccoli da Arte nel primo tomo della Cronaca ti' Italia dice : Circa 
annos Domini 534 nobilis familia Spathariis in Aretio originem sumpsit a 
Iustino Spot h tir io Constantinopoli, de que stirpe semper nati sunt viri 
illustres j ex qua familia originem Lumpsere ftimiliae Spadauses in Roma 
in Urbeveleri, in Interamna et in -Luca. Et notandum est ut inquit 
Eleutherius Mirabellius, ubi supra quod Inter cuelerus familias Italiae fa- 
milia de Mairombus de Eugatio et familia del Spathariis de Aretio fue- 
runt fautrices rerum Ecclesiae Catholice et semper rniliturunt prò eius 
defensione de fendendo conlra improbos Episcopo patriae et propter hauc 
causam Gregorium Magnus Papa anno Xll eius Pontificatns concessit ex 
privilegio ut principalis suorum familiarum tamquam Vicarius papae sem- 
per durat unicunque episcopo succedenti possessionem episcopatus et ca- 
nonicae, num Tiberius Marianus et Fabius Spatharius viri potentissimi 
primum usi sunt iste privilegis. 

Ma queste ragioni addotte dal Ceccarelli non hanno molto valore, pe- 
rocché non prova altro che li Spatari venissero da Costantinopoli in Roma 
ma non poi che da Roma passassero in Arezzo. Quindi nell' esaltamento 
che fa il Ceccarelii degli individui della famiglia Spatari non reca alcuna 
prova., infine poi non si trova i documenti in nessuna scrittura né di Roma 
né di Arezzo di quanto asserisce il Ceccnrelli. 

D'altronde negli Archivi di Lucca si rileva che la famiglia Spada rico- 
nosce a stipite delia sua genealogia un noto Brando detto anco Spada per 
soprannome, il qu;ile viveva nel 4010 ed ebbe per figlio Gerardo. Ciò si 
rileva da un istrumenio di Arbonio del -1058 con Gotlifredo suo fratello 
ambidue figli di questo Ildebrando o Br.mdo; e tuttidue possedevano beni 
immobili in Picciovano, luogo ove la famiglia Spada ebbe ab antico pos- 
sesso. 

Gerardo pur esso figlio di Ildebrando generò Gerarduccio padre di 
Spada; e questi nomi si trovano in un istrumento rogato da Errico, che 
si conserva nell'Archivio dei Canonici di S. Martino in Lucca. 

Spada fu padre a Gottifredo che ebbe per figlio Gerardo, Goffredo e 



2 SPADA 

Orlandino, che generò Guido. E tutti questi siccome i loro antenati posse- 
derono beni in Piceiovnno ed in Colognara. 

I figli di Gerardo di Gottifredo di Spada sono nominati nel 1279 in un 
istrumento rogato da Ser Alluminalo, il quale istrumento si Uova presso 
la famiglia Guidiceioni di Lucca ; e questi figli sono Niccolò padre di 
Francesco ; il cavaliere Fiammingo padre di Vanni e di Gerardo, i quali 
sono nominati nel giuramento che fecero i Lucchesi a Giovanni re di Boe- 
mia nel 4331. 

Da Gerardo nacque Minzo padre di Gherardino, di Filippo e di Gian- 
nino che fu padre di Gherardo. 

Da Filippo derivano Lorenzo, Stefano e Vincenzio; questi non ebbe 
figliuoli. Lorenzo fu progenitore di un ramo della famiglia che si spense. 
Stefano è il progenitore di tutta la famiglia Spada esistente, come si legge 
nei libri delle Estrazioni e Provvisioni della repubblica di Lucca. Ma si 
manca di molti documenti riguardanti li antenati della famiglia Spada, pe7 
rocche furono dispersi nel sacco che dette Uguccione della Faggiola di 
Pisa, quando s' impadroni della città di Lucca; essendo dessi stati in- 
cendiati. Però mancando noi di moltissimi di quei documenti per la mas- 
sima parte, dovendo trattare di questa famiglia, ci dobbiamo solo ripor- 
tare a quel che ne dicono alcune memorie di vendite e sempre trattate con 
i luoghi pii. 

Fiammingo di Gerardo di Goffredo, fu uomo che si distinse per belle 
azioni, dappoiché negli Archivi citati si trova sempre col titolo di do- 
tninuSj e poiché non era stato giudice, carica che si contrassegnava col 
detto titolo, questo non gli potea competere che come consigliere del cin- 
golo militare, dignità che non si conferiva né dall'Imperatore uè dalla 
Repubblica se non a chi si era distinto per imprese insigni; ma non è da 
noi il poterla precisare per l'incendio avvenuto delle scritture, come ab- 
biamo detto più sopra. 

Mingo di Gerardo del cavagliere Fiammingo fu uomo di molto senno 
nell'amministrazione governativa, e nella sua gioventù dette molte prove 
di grandissimo coraggio; per cui fu tenuto molto caro da Castruccio An- 
telminelli, che molto appoggio si ebbe in Mingo per salire al supremo 
potere nella Repubblica di Lucca. Si meritò pure il titolo di uomo pru- 
dentissimo ed eloquentissimo tanto che si vuole che nell'oratoria non avesse 
in quei tempi alcuno eguale nella sua patria: per questo nel 1351 fu An- 
ziano nei tre mesi di aprile, maggio e giugno, mentre Lucca in quel tempo 
era soggetta ai Pisani. Fu pure uno dei tre Ambasciatori inviati all'Im- 
peratore Carlo IV a Pisa l'anno 1355 per trattare intorno la libertà che 
non si ottenne che nel 1369. 

Filippo suo figlio non fu meno prudente di lui, e per questo fu eletto 
ni primo Consiglio generale dopo l'acquisto della tanto bramata libertà, e 
nel 1371 fu Anziano, alla qual carica fu rieletto più volte. 

Gherardino e Giannino di lui fratelli non si mostrarono punto degeneri 



SPADA 3 

«lai padre loro; poiché svilupparono senno e valore molto al servizio della 
patria loro; perchè dettero segno di amore innato verso di quella, quando 
nel riscattarla dal dominio dei Pisani, dettero del proprio 5333 fiorini, 
mentre il loro patrimonio totale non ammontava che a 55 mila fiorini ; e 
ciò avvenne nel 4362. 

Gherardino pure fu Anziano di Linea prima che si ricuperasse la lineria, 
per la Porta di Borgo nel mese di gennaio, febbraio e marzo, nel 1356; 
e Giannino dopo la libertà fu il primo Anziano del primo Collegio nei 
mesi di luglio e di agosto dell'anno 1369, e quindi fu rieletto più volte; 
poiché in quei tempi non si eleggeva il Gonfaloniere; ed appena si co- 
minciò a porre in carica il Gonfaloniere, egli fu eletto a quell'ufficio 
nel 1385 pei mesi di alaggio e di giugno. Nel 1370 fu eletto uno dei do- 
dici Cittadini riformatori, e dei diciotto Cittadini eletti con amplissima 
autorità nel Governo del 1370, e nel 1371 uno dei tre primi condottieri 
della città. 

Gherardo di Giannino fu Anziano tre volte nel 1397 e nel 1400, nel 
quale anno Paolo Guinigi si fece assoluto signore di Lucca. 

Stefano di Filippo progenitore di due famiglie Spada, fu Anziano nel 
1431 e molle altre volte. 

Lorenzo di Filippo fu Anziano nel -1433 e fu progenitore di un altro 
ramo, che vuoisi già estinto. 

Gio. Battista di Gherardo contribuì moltissimo ad illustrare la famiglia 
Spada perchè oltre le molte ricchezze e le egregie virtù di lui, fu celebre 
Dottore in letteratura ; e proseguendo la Corte di Roma giunse ad essere 
Decano degli Avvocati Concistoriali ed Avvocato del Fisco e della Camera 
Apostolica nel Pontificato di Papa Clemente Vili, di Leone XI e di Paolo V, 
che si tenne molto caro; per cui gli concesse la porzione dell'Abbazia 
degli Spada, prima dignità nella Cattedrale di Lucca, dotandola del suo, 
con riserva per sé del padronato e per tutti i discendenti della famiglia, 
come si rileva dalla Bolla di detta erezione del 1618. 

Di questo uomo insigne Carlo Lotario nel suo sillabo degli Avvocati del 
Sacro Concistoro parla in queste parole : 

« Joannes Baptistae Spada Lucensis, et Gherardo Joannis Baptistae et 
» Angela Canamia Bernardini Glia genilus, florebat Rornanum in Foro ju- 
» risprudens in utioque jure praestantissimus, et Cardinalis Joannis Bapìi- 
» stae Castrucci Lucensis auditor, quando Concistorialis Advocatus in locum 
» de mortui Gabrielis ( Auditoratus munere quem pupillum postmodum 
» dimisso) Gregorii XIV liberalitate anno 1591 sufl'eclus fuit. Voìentet in 
« motu proprio dileclo fi I io Joanni Baptistae Spadae nobili Lucano gratiam 
» lacere specialem. 

» Vixit aliqno temporis decursu Coadiutor Advocoli pauperum; deiceps 
» Fisci Camerae Apostoliche Advocatus. Per studii Romani Rector Clemesi- 
» lem Vili Romanum Curiam Ferrariam profici scentem ipsius Pontifici* 
i» jusla cura aliis duobus advocatis a Collegio electis concitatus est. Anno 



4 SPADA 

» 1608 inensis septenabris ex mutii velili obitu Decanalum est ad secutus. 
» Juricem nostri Collegii difensor vigilantissimus] sempcr exitit. Die tan- 
» de in quarta aprilis 4623, hoia decimaquinta cuna dimidia, din peregri- 
» natus reliquit surcinam. Mors ipsius Romanae Aulae acerba, suis luctuosa, 
» bonis omnibus gravis extitit; et si corpus interrit, vivut gloriosa tanti 
» nominis fama; emicuit enim Joannis Baptistae Spada juriconsultorum 
» suam tempestatis coripheus, ad quem fere multi litigiis vexati velut ad 
» oruculum properabant. » 

Si può pure leggere il Farinaccio e Flavio Cheontino per rilevare quanta 
stima riscuotesse lo Spada da questi uomini insigni. 

Nel Compendio Bullaruin, Tom. 2, pag. 32, il Flavio così parla di lui. 

« Sed ut de istius Bullae Generali [casalina omnium comprehensione li 
» 5 maius certus per lege quae alias supra hoc dubio eonushus excellen- 
» tissimus D. Jo. Baptistae Spada hoc floridissima tempestate celeberriuius 
» Jureconsultum Lucensis Sacrae aulae eoncistorialis ec fisci et reveren- 
» dae Camerae Aposlolicae Advocatus eruditissime scripsit, ejusque consi- 
» lium Pauli V testimonio pleuies cudabilìter comprobatum (ut quietor 
» omeris osserint) ne tanto viri doclissime scripta sine lue jacerent in lene- 
» bris, in Iucem libenter portulissem nisi in 3 volum. Cons. Farin. Cons. 
» 229, pag. -145, impressum vidissem. 

E moltissimi altri sono li scrittori che fanno di lui moltissima lode. Ed 
il Pontefice Paolo V tanta veneranza ed effetto gli avea che lo voleva 
inalzare alla dignilà del Cardinalato, offerendogli insieme la carica di Te- 
soriere generale della Camera. Ma lo Spada essendo troppo inoltrato nel- 
l'età verso tanta dignità, dignità anco maggiore che in altri, perchè il 
Papa gli avea condonata la metà del prezzo che si suole dagli altri sbor- 
sare in casi simili. Successo a Paolo Gregorio XV lo stimò egualmente 
che il suo antecessore. 

Lo Spada morì ai 4 aprile del 4623, e fu sepolto in Santa Maria del 
Popolo, ove fugli eretto un sepolcro di marmo che esiste tuttora con questa 
iscrizione : 






SPADA 

D. 0. M. 

JOANNES BAPTISTÀ SPADA PATRICK) LUCENSIS 

C0NC1STI0RA1JS ALLEA ET FISCI ET CAMERAE APOSTOLICAE 

ADVOCATl'S DECANUS 

HIC SITUS EST 

PATROCINANDO ALIORIS CAUS1S CERTATIUM ADHIBITUS 

SUAM APUD DEIM CAUSAM NON PR0D1DIT 

A TRIBUS SUMM1S P0NT1FU1BUS 

ABDUIS QUIBUS CUMQUE NEOBIIS COMPOSITI^ 

JL1RA SEDI APOSTOLICAE ASSEVERE 

NON SIBI HONOBES INDE ACCUSARl 

PRIVATLM STUDIUT 

HONORUM MERITO CONTENTUS 

MINORE INVIDIA 

NON MINORE FAMA VIXIT. 

SEPULCRUM VERO SIBI VIRENS CONDIDET 

UT HUNC MORTIS MONITORE»! CONSLLERET 

DUM ALIIS CONSULUIT 

OBIIT ANNO DOMINI MDCXXIII 

AETATIS SUAE LXVIH 



Gio. Bisla nipote di questo ; nacque a Lucca nel 1597. Studiò in Boma 
sostenuto continuamente dalla solerzia e somma prisca dello zio. Bista 
siccome questi raggiunse la dignità di Avvocato concistoriale e quella di 
auditore del Fisco. Divenne Segretario della Congregazione del Buon Go- 
verno, e da Urbano Vili fu fatto Governatore rìi Boma. In quel Ministero 
stette dal 4635 fino al 4645. Nel 4654 da Innocenzo X ebbe il Cappello 
Cardinalizio, fu Legato a Bayenna ed a Ferrara e morì in Boma nel 4675. 

Le sue Memorie furono scoperte dall'Abate Felice Allard che ne scrisse 
un' analisi nel Bulleltin Universel di Ferrussac. 

Molto si distinse pure per la sua pietà Piero di Lorenzo Spada che 
nel 4476 fondò e dotò del proprio patrimonio la Cappella dei San Pietro 
e Paolo nella Cattedrale di Lucca, con riserva del patronato al più anziano 
della famiglia Spada per una voce e per l'altra all'Operaio di S. Croce 
di Lucca. 

Gherardo di Gherardo Spada acquistò fama di molto perito in lettera- 
tura, per cui fu Canonico e Teologo della Cattedrale di Lucca, e di là 
mandalo a Boma da U. nano Vili, lo elesse a Auditore al Cappuccino 
Cardinale di S. Onofrio fratello del Papa, e gli conferì la dignità di Ar- 
ciprete di S. Eustachio in Boma. 

Cesare Spada fu il primo Abate della Cattedrale di Lucca; e Iacopo fu 
Arciprete di S. Eustachio in Boma. Giovanni di Stefano Spada andò Ara- 



6 SPADA 

basciatore residente per la Repubblica di Lucca presso la Corte del Gran- 
duca di Toscana, e quindi in tal carica fu inviato al Re cattolico. 

Bartolommeo di Orazio Spada è stato fatto molte volte Anziano e Gon- 
faloniere, ed è stato moltissime volte eletto ac) Ambasciatore, quantunque 
vi abbia sempre ricusato. 

"Vuoisi da alcuni annoverare siccome rampollo della famiglia Spada di 
Lucca Leonello nato a Bologna nel 1576. Egli si dette con tutta l' anima 
allo pittura. Studiò nella scuola dei Caiacci, che lo avean raccolto in qua- 
lità di mesticatore di colori. Andato a Roma e fattosi amico del Caravaggio 
lo accompagnò per qualche tempo nei suoi viaggi. Tornato in Bologna si 
dette a far quadri per diverse Chiese. Invitato dal Duca Ranuccio in Parma 
ebbe l'incarico di ornare il teatro fatto costruire da quel principe. Morì 
di 46 anni nel 4622. Fece molte opere tanto a fresco come a olio, e con- 
sistono in Sacre famiglie o in storie evangeliche, di mezze figure come 
solea fare il Guercino e il Caravaggio. Uno degli argomenti suoi predi- 
letti era la Decollazione di S. Giovanni Batista. Si tiene in maggior pregio 
fra le opere di lui, il martirio di una Santa nella Chiesa del S. Sepolcro 
in Parma. Il S. Girolamo ai Carmelitani nella delta città. La Susanna nel 
bagno e il Figliuol Prodigo nella galleria di Modena, e S. Domenico che 
arde i libri proibiti esistenti in Bologna. 

Lo Spada non raggiunse la nobiltà dei Caracci, ma nemmeno fu così gretto 
come il Caravaggio che copiava la natura senza alcuna scelta di forme. 
Egli fu molto pregiato per la verità del colorito, per l'originalità e pel 
rilievo dei chiaroscuri; soltanto le ombre di lai sono spiacevoli perchè 
hanno un colorito fosco rossastro che urta. Si trovano al Museo del Louvre 
tre de' suoi quadri che sono: il Figliuol Prodigo, il martirio di S. Cristo- 
foro ed un'accademia di Musica. 

Leonello nacque in tanta povertà che spesso nel tempo del suo tirocinio 
nell'arte, ebbe a chiedere la elemosina, e qualche volta per campare la 
vita suonava, le campane al mattino, e smesso questo esercizio si affrettava 
quanto più potea allo studio. Era il motteggio de' suoi condiscepoli nella 
scuola dei Caracci, perocché tutto cencioso era e sudicio. Ma non stette 
molto ad uscire da tanta miseria, perchè fattosi largo col forte ingegno e 
coli' assiduo studio, ebbe commissioni molte che lo misero in agio. Non 
avendo mezzi di pagar la tassa che si richiedea dall'accademia per istu- 
diare il nudo, unitosi col Dentone se ne serviva di modello, ed egli dava 
se per modello a lui. Chiamato come abbiam detto in Corte di Ranuccio, 
visse onorato e n e 11 ' abbondanza di ogai cosa, ma morto questo, ritornò 
nell'istessa miseria, perchè lasciata la pittura per darsi alla poesia, alla 
teologia ed alla chimica, quando volea riprendere il pennello si accorse 
che ne ayea perduto I' uso. 

Vi è un altro Spada Gio. Giacomo naturalista, che nacque intorno il 1680 
a Verona, e morì nel d744. Desso era Parroco in Grezzana. Nei momenti 
di ozio studiò i fossili qua e là sparsi intorno a quella città, e su questi 



SPADA 7 

pubblicò diverse opere molto stimate, i cui titoli sono questi : De' corpi 
marini pelrilìcati antidiluviani (Verona 1737 in-4). De plantis veronensibus 
(1737 in-4). Dissertazione ove si prova che i corpi marini petrifieati, che 
nei monti adiacenti a Verona si trovano, non sono scherzi di natura, né 
sono diluviani, ma antidiluviani (1737 iit-4) con un supplemento. Catalo- 
gus lapidimi veronensum idromorfon idelt propria forma praeditorem, qui 
apud I. I. Spadaio osservantur (1739 in-4 ) con un supplemento ( 1740) ri- 
ttnmpato nel 1744. 

Da quello abbiamo detto dunque si rileva che la famiglia Spada è stata 
una delle più nobili ed illustri nella città di Lucca, perchè ha avuto uo- 
mini distintissimi e per onori e per lettere e scienze, ed ha goduto delle 
più cospicue cariche sì dentro la città che fuori, e basti che i soli due in- 
dividui, il Dottore Gio. Battista dì Gherardo, e il Cardinale Gio. Battista 
di Orazio, sarebbero esuberanti a rendere celebre qualunque famiglia non 
solo, ma anche qualunque paese. 

SCRITTORI DEI QUALI SI È TRATTA LA PRESENTE ISTORIA 

BouiLLET, Dictiennaire univvrsel de geographie et d'histoire. — Ga- 
MURRINI, Storia genealogica delle famiglie nobili Toscane ed Umbrie. — 
Dizionario biografico universale. — Mazzarqsa, Storia di Lucca. 



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OGGI STABILITA IN MACERATA. 

UuAiNTurvQUE un istromento di donazione di Godofredo, 
figlio di Niccolò Spatha, attesti come esistesse in Terni 
questa famiglia fino dalTanno 1059, tuttavia per mancanza 
di continuati documenti non si può tenere discorso di essa 
con isterica certezza, se non che incominciando dal 1509 e 
da Giovanni Spatha, per riguardare questi come lo stipile 
della famiglia Spada, abbiamo molte e non dubbie testimo- 
nianze, le quali chiaramente provano la diretta discendenza 
da lui sino ad Averardo Spada. 

Giovanni Spada e la sua famiglia nelTepoca sopraccitata 
primeggiarono in Terni, come ne fa fede Tessere stato Gio- 
vanni capo della fazione Guelfa, e Tesser egli, unitamente ai 
suoi figli Gola e Malteuccio, intervenuto alla stipulazione di 
un trattato di pace colla contraria parte Ghibellina, ove col 
titolo di Dominus viene qualificato e distinto, nome che a 
que* 5 tempi solo si usava per significare persone di mollo 
seguito e di molta potenza. Ne i discendenti di Giovanni 
tralignarono punto dalTavo illustre, ma sempre ebbero a 
cuore, non solo di mantenere vivo e chiaro lo splendore 
della propria casa, ma si studiarono ancora di accrescerlo di 
nuova e brillantissima luce con ogni maniera di private e 
civili virtù, sostenendo in servigio della patria pubbliche ca- 
riche e dando continue prove di senno e di accorgimento. 
Per la qual cosa Paolo di Matteo di Giovanni venne spedito 



SPATHA O SPADA 

dalla città di Terni ambasciatore ad Urbano VI nell'anno 1588, 
come si può intendere dal libro più antico delle Riformanze, 
esistente nell 1 archivio di Terni, e confermato dalPAngeloni, 
valente e ponderato scrittore delle istorie della sua patria. 

Fustinello di Paolo, eletto camerlengo e fregiato in que- 
sta occorrenza dell'onorevole nome di Nobilis vir della città 
di Terni, quando questa lo inviava ambasciatore a Bonifa- 
cio IX nel 1399, P onorava del titolo pregevolissimo di Po- 
tens et nobilis vir. 

Uriguccio di Fustinello, poco dopo sostenne aneli 1 egli 
a nome della sua patria il medesimo incarico di ambasciatore 
presso Bonifacio IX, e, come il padre, col titolo di Potens 
et nobilis vir venne denominato. 

Corrado di Uriguccio esercitò la professione delle armi, 
e fu investito nel 1453 della carica di castellano di Collelune, 
e venne chiamato Invictus civis et illuslrissimus miles, vocabolo 
che, come ad ognuno è noto, nella latinità di que 1 tempi 
valeva Cavaliere. Matteo di Corrado fu anch' 1 egli in molta 
stima e rinomanza nella città natale, di modo che nelPeleg- 
gerlo questa come ambasciatore a Pio II nel 1462, lo dichiarò 
magnifico e nobile per famiglia, e sapiente per ingegno, Man 
gnificus et nobilis vir, ed altrove, Vir nobilis et sapiens. Delle 
quali onorificenze venne parimente insignito Vittorio, suo 
figliuolo, nelPanno 1506; il quale fu padre di Silvestro che 
consegui la laurea dottorale nell'una e nelP altra legge, e 
che nel 1545 in qualità di ambasciatore fu spedito ad osse- 
quiare Paolo III. Nacquero da esso Giovanni Girolamo e Mi- 
chel 1 Angelo, i quali, carissimi a Giulio III, nel 1553 furono 
da lui investiti del feudo della terra di Colliscepoli, eretto 
in loro favore col titolo di contea e con tutti i diritti di mero 
e misto impero, non che di sangue e di spada fino alla loro 
terza generazione. Leggesi tuttora negli archivii della famiglia 



SPATIIA O SPADA 

Spada il Breve originale Rinvestitura, ove Michelangelo, 
che era coppiere e cameriere segreto del Pontefice sullodato, 
in segno di particolare benevolenza è chiamato Commensalis 
noster continims. Ne questo solo ottenne dalla sovrana muni- 
ficenza; che gli fu permesso di inquartare nelle proprie armi 
quelle della famiglia da Monte, alle quali, come a tutti è ben 
noto, apparteneva Giulio III. Unitamente al fratello Giovanni 
Girolamo fu Michelangelo ascritto alla nobiltà romana nel- 
Panno 1574: delle quali cose tutte rende non dubbia testi- 
monianza la seguente iscrizione che si legge nella chiesa di 
S. Pietro in Terni sovra il sepolcro dove riposano le ceneri 
di Michelangelo, e che è concepita nel modo seguente: 

D. O. M. 

COMITI . MICHAELI . ANGELO . SPATHAE 

INTERAMN. CLARIS. PARENTIBUS 

ORIUNDO . NOB. ROM. JUL. Ili . PONT. MAX. 

IN . PRIMIS . CARO . AC . FIDELI 

CUJUS . CUBICULI . PRAEFECTO 

SUMMA . IN . CONSANGUINEOS 

ET . AFFINES . SUOS . BENEVOLENTIA 

IN . AMICOS . BENEVOLENTIA 

HUMANITATE . IN . OMNES 

SINGULARI . INGENIO . PRUDENTIA 

ET . PIETATE . ORNATISSIMO 

QUI . NOBILISSIMO . ROMAE 

IN1TO . MATRIMONIO 

MULTIS . HONORIBUS . USQUE . AD . EXTREMUM 

VITAE . FUNCTUS 

INTERAMNAM . REVERSUS . OBIIT 

X . KAL. APRILIS . MDLXXXIV 

VIXIT . ANN. LXII . MENS. V . DIES . XXV. 



SPATHA O SPADA 

Cesare di Giovanni Girolamo I, per la morte avvenuta 
di Gaspare, figlio di Michelangelo, se ne rimase col solo 
titolo di conte di Colliscepoli, il qual feudo egli trasmise al 
figliuolo Giovanni Girolamo II, che lo ritenne sino al 1650. 
Nel quale anno gli abitanti della terra sopraccennata si ri- 
scattarono dalla dominazione degli Spada, sborsando loro la 
somma di cinquemila seicento scudi d'oro. E papa Urbano Vili 
per compensare Gian Girolamo della perdita del titolo di 
conte di Colliscepoli, lo nominò nell'anno medesimo conte 
palatino. 

Clemente X, papa, investi nel 1671 del titolo di conte 
Bernardino Cesare, figlio di Gian Girolamo II, e con esso tutti 
i suoi discendenti in linea retta, non ostante che il feudo di 
Colliscepoli fosse venuto alle mani della Camera apostolica, 
e con chirografo del 1707 gli concedette ancora in perpetuo 
il titolo di conte di Collalbero nel Perugino. Strinse Bernar- 
dino matrimonio con Costanza dei marchesi nobili Vitelle- 
schi, e da essa ebbe due figliuoli, Gian Girolamo III e Silve- 
stro. 11 primo dei quali, Girolamo, nel 1717 fu conservatore 
di Roma, cameriere segreto di papa Innocenzo XIII nel 1722, 
e nel 1724 nominato ministro residente presso la S. Sede, 
di Leopoldo duca di Lorena; il quale officio egli esercitò an- 
cora a nome di Francesco di Lorena, granduca di Toscana. 
Il secondo poi provò i quarti di Malta, come risulta da atti 
autentici tuttora esistenti, cioè da due decreti dell'eminent. 
gran maestro Perellos, spediti nell'anno 1705. 

E se Gian Girolamo fu chiaro per senno e per accor- 
gimento nel condurre civili e politici affari, Silvestro lo 
avanzò di certo per arditezza e per valore nelle armi. Infatti, 
postosi molto giovane al servizio di Leopoldo, duca di Lo- 
rena, consegui bella fama di valore, tanto nella campagna 
di Temeswar in Ungheria, sotto il Duca di Sassonia, quanto 



SPATIIA O SPADA 

in quella combattuta sul Reno, clic precedette il Trattalo di 
Riswik nel 1680. E quando nella guerra di Successione di 
Spagna, Giuseppe I, re dei Romani, assediò la fortezza di Lan- 
dau, Silvestro fu spedilo dal Duca suo signore come inviato 
straordinario al campo Cesareo, e coi medesimi titoli andò 
poscia per gravissimi negozj alla Corte di Luigi XIV, e a 
quella del Duca d'Orléans, reggente del regno di Francia, 
durante la minorità di Luigi XV. Per le quali cose tutte fu 
sì pienamente appagato il duca Leopoldo, che in ogni ono- 
revole modo volle manifestare l'alta stima che di lui aveva 
conceputo. Ond' è che Silvestro fu nominato suo ciambellano 
e scudiere, ed infine venne eretta in marchesato, per se e 
suoi discendenti, la terra di Geberville, colle sue dipendenze, 
con tutti i diritti, ordinando che da quel tempo in poi la 
terra suddetta col nome di Marchesato di Spada fosse chiamata. 

Girolamo III, sullodato, ebbe un figliuolo chiamato Ales- 
sandro, il quale fu priore dei Caporioni nel 1743, ascritto 
al patriziato romano nel 1758, e finalmente dall' I. M. di 
Maria Teresa, imperatrice d'Austria, annoverato nel 1748 
fra i suoi ciambellani. 

Fratello di Alessandro fu Alerame, il quale, partito gio- 
vanissimo dalla casa paterna, si recò a militare negli eser- 
citi dell'augusta Casa d'Austria, e fece parte di tutte le guerre 
a quel tempo combattute contro Federico, re di Prussia, e 
contro il Turco a Belgrado, ed in tutte queste battaglie di 
tanto ardimento e di tanto valore si mostrò, che dai celebri 
marescialli Daun e Laudon fu tenuto assai caramente e in 
grandissima stima. Fu vice-governatore dello Stato di Milano 
nel 1715, e quindi general maggiore, commendatore dell'or- 
dine di S. Michele di Baviera. Finalmente, coperto di gloria 
sì nelle faccende di guerra che nei maneggi di pace, venne 
rapilo anzi tempo ai vivi pel riaprirsi di varie ferite toccate 



SPATHA O SPADA 

nella lunga e gloriosa carriera di guerra da lui percorsa 
fortemente. 

Gian Girolamo, IV di questo nome, fu figliuolo di Ales- 
sandro e padre del vivente, alle mani del quale essendo 
venuto per parte di sua madre, contessa Eleonora Lavini, il 
fidecommisso Lavini da Terni, trasferi la sua dimora in Mace- 
rata nell'anno 1802, e nel 1804 consegui di essere annove- 
rato fra i nobili di quella città dal Consiglio di riformanza. 
Fu egli commendatore dell' ordine di S. Stefano di Toscana e 
capitano dei cacciatori volontarii del re d'Etruria, Lodovico I 
di Borbone. Finalmente nel 1821 passò air eterno riposo. 

Per ultimo possiamo aggiungere a quanto di sopra ab- 
biamo riferito intorno al lustro ed alla nobiltà della famiglia 
Spada, che ella da remotissimi tempi fu sempre mai con- 
giunta per vincoli di parentela con molte delle principali 
famiglie d'Italia, quali sono quelle dei Vettori, degli Altieri, 
degli Ubaldini, dei Vitelli, dei Campagna, dei Ceva, dei Vi- 
telleschi, dei Massimo, dei Palembara, dei Vicentini e dei Cap- 
poni. Di più, delle tre generazioni tre gentildonne della 
famiglia Spada sono dame dell' ordine della Croce stellata, 
cioè: Eleonora, contessa Lavini; Giulia de' Medici, ed infine 
Adele Palagi, dama di compagnia di S. A. I. e R. Grandu- 
chessa regnante di Toscana. 

Porta uno scudo diviso per metà da una linea trasver- 
sale. La parte superiore è d'oro con una banda azzurra, ca- 
ricata da tre monti d'oro ed accompagnata da due corone 
verdi. La parte inferiore porta due fasce d'argento, caricate 
da due leopardi di rosso passanti in campo nero. 

Sostegni: due leoni d'oro. 

Cimiero: una donna armata di spada. 

Motto: Non injuria. 




SPANNOCCHI DI SIENA 



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SPANNOCCHI 

(di Siena) 



Fra le Famiglie illustri di Siena sarebbe grave colpa per noi 
il tralasciare di far parola in questo Sommario della Famiglia Span- 
nocchi. È perciò che ne diremo il più brevemente che per noi si 
possa, tutti i particolari più onorevoli che ne lasciarono le Storie. 

Essa è originaria di Spannocchia, (erra prossima a Siena, e da 
cui certamente assunse il nome del proprio casato, e fu Signora di 
Campriano che la Repubblica Senese nel 4502 donava a Giulio ed 
Antonio Spannocchi, marito quest' ultimo a donna Giovanna Mellini 
illustre dama Romana. 

Mino Spannocchi fu il primo in questa Famiglia di cui si abbia 
memoria sedesse nel Supremo Maestrato nel 1356. 

Nel 14-12 il beato Paolo d'Ambrogio dell'Ordine dei Serviti, 
venne per ordine di Sigismondo Maiatesta tiranno di Rimini, barba- 
ramente appiccato ad una Croce per non avere voluto consentire 
agi' ingiusti comandamenti, di quel tristo che voleva che una imma- 
gine di M. Vergine miracolosa, fosse tolta alla venerazione dei fedeli: 
è tradizione però che appena allontanatisi i carnefici, il laccio che 
lo teneva appeso alla Croce si recidesse, ed esso ne escisse salvo. 
Ciò diciamo per ufficio di Cronisti. 

Niccolò nel 14-43 era Ambasciatore a Firenze, inviatovi dalla 
Repubblica Senese, e nello stesso anno Bartolomeo di Giorgio, 
podestà a Narni. 

Nel 1472 Ambrogio di Nanni faceva erigere a proprie spese 
una magnifica Cappella nella Chiesa di S: Domenico, ed uno splendido 



SPANNOCCHI DI SIENA 

palagio nella via che conduce a Camullia. Ecco a tale proposito ciò 
che il Cardinale di Pavia scriveva al Card. Gonzaga « Ludorum 
suorum nullam, praeter Equorum cursus spedavi, atque hunc 
quidem non tam voluptatis quam visendae Ambrosìanae Domus 
studio. Ei tante laxitatis et molis et magnifìcieniiae est, ut longe 
superet et tuam et meam expectationem. Exterior species regiam 
praefert, interior ornatus et amplitudo a Regia nil alienum » 
Tutte le stanze, dice il Gigli, erano addobbate di arazzi lavorati 
a seta ed oro, e la sola argenteria che in esso si conteneva, 
ammontava a settanta mila scudi di oro, di valore. Tenne in mare 
vascelli di proprio conto, fu tesoriere di Pio II e Sisto IV che lo 
raccomandò con onorevole Breve alla Repubblica Senese. 

Ambrogio di Iacomo era nel 1494- uno dei quattro provveditori 
del Comune di Siena, e un anno dopo Antonio d' Ambrogio di Nanni 
accoglieva ospite nelle sue case il Cardinale di S. Pietro in Vincoli, 
recatosi a Siena per visitare Carlo IH. Marcello II prima di essere 
pontefice, e suo padre Ricciardo abitarono lungamente presso Anto- 
nio, ed il primo di essi dovette la sua educazione al favore di lui. 

Giorgio fu Lettore di diritto a Siena e a Bologna e venne in 
moltissima fama. 

Pandolfo fu buon Leggista, ma miglior letterato: leggasi a prova 
delle nostre asserzioni la sua versione dell' Arte poetica di Orazio. 

Egidio nel 1503 ottenne molte onorificenze militari da Ferdi- 
nando IV re di Napoli e fu presumente a quel Molo. Vi menò moglie. 

Nel 1524 Niccolò risiedeva a Lucca, nella qualità di Ambascia- 
tore della Repubblica: andò pure tra gì' inviati al Duca di Albania, 
quando esso doveva transitare per Siena, recandosi ad assaltare il 
Regno di Napoli. 

Federigo nel 154-4- figura tra i Commissari destinati a fornire di 
provvisioni Orbetello e Porto Ercole, nel sospetto che le armate Turche 
tentassero impadronirsene. Nel 1552 veniva con altri cospicui Perso- 
naggi destinato a compilare un progetto di novello reggimento 
per la Repubblica; tra questi figurava ancora Ambrogio della 
stessa Famiglia. 



SPANNOCCHI DI SIENA 

Sappiamo che nel 1553 trovandosi Niccolò in Firenze, noliziò 
il Governo degli Otto della Repubblica Senese, come il Duca volesse 
muovere a Siena, e dovere perciò non essere colti all' impensata. 

Tiburzio di Girolamo appartenne, primo dei Spannocchi, all' Or- 
dine Gerosolimitano il 1576. Ebbe titolo di Ingegnere maggiore e 
Gentiluomo di Camera di Filippo III re di Spagna e cessò di vivere 
nel 1606 a Madrid. Leggesi di lui un elogio in pietra nel Capitolo 
di S. Domenico in Siena, dettato dal di lui fratello Silvio. Di esso 
si ha alle stampe un Discorso sull'armata di Filippo II contro 
V Inghilterra, un altro sopra le inondazioni, ed una relazione di ciò 
che aveveano operato le Armi Cristiane contro i Turchi. 

Orazio di Girolamo nel 1589 Auditore della Rota di Firenze^ 
venne da Pietro dei Medici nominato Auditore generale delle Armi 
di terra e di mare Italiane pel re di Spagna: fu Consigliere del 
Duca di Baviera ed Aio de' suoi figli. Ebbe infine il Vescovado di 
Chiusi, ove morì nel 1620. Nel Capitolo di San Domenico vi ha un 
beli' epitaffio che lo ricorda. Pubblicò alcuni suoi lavori sulla Polonia 
e vari Trattati che ponno leggersi nel Teatro Polìtico. 

Pandolfo appartenne nel 1591 ai 100 uomini d'arme della 
Compagnia del Granduca. Ebbe per impresa una grua col motto 
volatus fìrmamentum. 

Scipione Bargagli dedicava a Fulvia Spannocchi, donna di 
peregrine virtù nel 1592 i suoi Trattenimenti. 

Anche Guido d'Ambrogio fece parte della suaccennata Compa- 
gnia dei 100 uomini d' arme. 

Angiolo di Girolamo lesse diritto con plauso per 16 anni a Sa- 
lerno, e venuto poscia a Bologna vi tenne Cattedra pel corso di 29 anni. 
Durante questo tempo acquistò varie terre ed a proprie spese volle 
fosse eretta nel Convento di San Benedetto la Cappella maggio- 
re: morì nel 1514 ed ebbe sepoltura nella Cappella di cui ave- 
va curato l' erezione. Diede alla luce un libro legale in Bologna 
nel 1587. 

Di Fabio abbiamo volgarizzato il Libro XXIII dei Gerolifici di 
Piero Valeriano edito a Venezia nel 1625. 



SPANNOCCHI DI SIENA 

Ottavio accolto nel 1630 tra i Cavalieri di Malta, fu eletto Capi- 
tano dal Card. Barberini, di una Compagnia di Corazze nell'epoca delle 
guerre tra i Principi collegati ed i popolani. Passato in Francia, prese 
parte all'assedio di Motta nella Lorena. Morì in Napoli nel 1646. 

Silvio di Girolamo Lettore di diritto in Macerata, Auditore della 
Rota Fiorentina, e poscia Auditore de' Consiglieri, morì in Siena il 
1633. Pubblicò un Trattato delle pubbliche quistioni, in latino, ed 
un Libro di Agricoltura. 

Mario di Girolamo fu eletto dalla Maestà del Re Cattolico, 
Ingegnere dell' armata marittima mossa a danno di Inghilterra: morì 
nel fiore degli anni, sommerso dalle acque in quella guerra. 

Nel 1649 Francesco del Dott. Muzio trovava posto tra i Cava- 
lieri di S. Stefano, come lo fu pure nel 1697 Lelio Spannocchi. 

Questa Famiglia conta ancora un secondo Beato in Valerio 
Agostiniano di Lecceto uomo di profonda dottrina e virtù singolare. 

Il Gigli che pubblicava il suo Diario Senese nel 1723, parlando 
dell' Accademia Intronata e di quelli a lui contemporanei che vi fioriva- 
no, ha queste parole su Pandolfo Spannocchi detto l'Albagioso: «E per- 
chè altri non si meravigli se del Sig. Pandolfo Spannocchi Lettore di 
volgar favella, non abbiamo fin qui parlato, poniamo che le sue orazioni 
Toscane e le sue Poesie lo rendano degno d'ogni luogo più onorevole.... 
Veggansi i suoi Sonetti nel S.° tomo della Raccolta degli Arcadi. » 

In questi ultimi tempi furono sollevati ad impieghi onorevolis- 
simi sotto il cessato Regime Lorenese Girolamo che fu Cav. di 
S. Giuseppe e della Corona di Ferro, Ciamberlano di Leopoldo II e 
Tenente Colonnello nelle Truppe Toscane, e il Conte Barone Pietro 
Leopoldo, che giunse fino al grado di I. R. Tenente Maresciallo, 
ed ebbe una Commenda nell' Ordine di S. Giuseppe. 

Oggi questa Famiglia non ha chi la rappresenti dal lato maschi- 
le, poiché il Colonnello Girolamo ultimo stipite della medesima, non 
ha lasciato che una erede nella propria figlia Laura Spannocchi che 
emulando le virtù paterne, forma uno dei principali ornamenti della 
Città di Roma ove pose dimora. 

F. Galvani 



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SPINELLI DI NAPOLI 



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STAMPA 



A.Li/'epoca memoranda, in cui tutta Tltalia venne tolta 
dalla tirannide dei Longobardi suoi devastatori, per opera di 
Carlo Magno, il quale quasi a compenso delFalta sua impresa 
fu dal sommo pontefice Leone III incoronato imperatore, a 
quelPepoca appunto rimonta l 1 origine della illustre prosapia 
degli Stampa. Ne favolosa riputerassi una simile asserzione se 
in nostro soccorso viene la storia. Essa ci dimostra come 
T imperatore Carlo Magno abbia dimorato per alcuni mesi 
nella città di Milano, ivi lasciando molti de 1 suoi baroni, i 
quali propagarono nobili ed illustri famiglie. Anzi quello stesso 
Imperatore concorse ad illustrarne parecchie di esse, confe- 
rendo titoli e feudi di somma importanza. 

Nel numero di quei baroni (che per prodezza e valore 
si segnalarono) uno ne riscontriamo, portante il nome di Gio- 
vanni, e nobilissimo di sangue francese. Carlo Magno donava 
a questo nobile personaggio il castello così detto della Stampa, 
posto alle ridenti falde del monte di Brianza, conferendogli 
nello stesso tempo per arma Taquila coronata. Giovanni si sta- 
bili in Milano, ed ammogliandosi in processo di tempo con 
nobile donna di una delle principali famiglie di quella capi- 
tale, ebbe numerosa prole ed illustre discendenza, della quale 
egli fu il capo-stipite, e primo la piantò nella città di Milano, 
ove ancora felicemente e con isplendore soggiorna. 



STAMPA 

Da tali nozioni si deduce, che la famiglia desìi Stampa 
trasse il suo nome dal Castello Stampa, e che, come narrammo, 
esso fu dono di Carlo Magno. Cessa quindi ogni stupore di 
vedere torreggiale un castello nell'arma sua, perchè questo 
illustre lignaggio, memore di quanto dovea alla generosità 
del F imperatore Carlo Magno, volle che, scolpito tal castello 
in quella insegna, sapessero i posteri la gratitudine di cui 
andava esso debitore alla memoria di Carlo Magno. Anzi di 
più vi sovrappose Faquila imperiale, dallo stesso Carlo Magno 
conferitagli, a testimonianza dell'antichità che questa famiglia 
è orgogliosa di vantare. Questo Giovanni veniva denominato 
De Temporibus, per indicare, siccome vuol dare ad inten- 
derci il Campana, i trecento e sessanta anni ch'egli avea vis- 
suto su questa terra. Alcuno de' nostri lettori non sentirassi 
certamente indotto a prestar fede a simile favoleggiamento, 
come noi pure non lo siamo; ma noi riferiamo quanto ci 
venne di trovare scritto intorno questa famiglia. 

Filiberto, vescovo di Arelate (■), narra che il detto Gio- 
vanni degli Stampa fu uno dei dodici conti del Sacro Impero. 
Anche oggidì nella città di Milano c'imbattiamo in una con- 
trada che viene chiamata col nome degli Stampi : egli è quindi 
evidentissimo segno a qual grado di elevatezza e di gloria 
un giorno giungesse questa nobile progenie. 

Dalle prove di nobiltà addotte dagli Stampa, in occasione 
che qualcheduno di loro veniva ascritto al Collegio dei dot- 
tori, conti, cavalieri e giudici di Milano, risulta che il capo- 
stipite della loro prosapia era appunto Giovanni, scudiero 
dell'imperatore Carlo Magno, ed uno dei dodici conti del Sacro 
Impero 0). Era Giovanni di origine francese (come già accen- 
nammo) per quanto ci assicura la Legge Salica ex natione 

(i) Sommario delle cose memorabili del mondo. 

(2) Rafaele Fagnani ne' suoi manoscritti delle Famiglie Nubili Milanesi, lib. seg. 5. 



STAMPA 

propria, clipei professava, e diversi annalisti pretendono che 
egli incominciasse a denominare la sua stirpe dalla città di 
Estampcs, situala in Francia (). Gli autentici documenti che 
convalidano la nobile discendenza desìi Stampa segnano Te- 
poca dell'anno 1009 di nostra redenzione. Da tale anno al 
Ilio si rinviene questa illustre prosapia insignita del titolo di 
conte, e viene essa annoverata fra le più distinte famiglie mi- 
lanesi da tutti gli storici contemporanei (2). Tanto il Corio 
quanto il Calchi accordansi in rendere onorevole menzione 
(1119) di un certo Lanfranco Stampa, il quale avea il vanto 
di essere annoverato in quei tempi tra i governatori della 
città di Milano, e tra quei trentacinque Primati, che alla ba- 
dia di Ponlivida diede il privilegio di perpetua esenzione. 

Baldicione Stampa (come ci viene riferito dai medesimi 
cronisti) tenea il consolalo della Repubblica Milanese. Egli 
assistette nel 1199 in qualità di primate dei Milanesi, insieme 
a Martino Torriani, Roggiero Lampugnani, Beltramo Scacca- 
barozzi ed altri nobili personaggi alla memorabile dieta che 
si tenne in Milano dalle città d'Italia, collegandosi con queste 
il marchese di Monferrato e le Repubbliche di Piacenza, di 
Alessandria, di Asti e Vercelli. 

Guido (riferito dal Corio medesimo) fu giureconsulto do- 
talo di preclara eloquenza e di molta autorità. Perorò al popolo 
di Milano quando per mezzo de' suoi ambasciatori l'impera- 
tore Arrigo dichiarò suo vicario imperiale di Milano l'illustre 
personaggio Matteo Visconti, correndo l'anno 1294. 

Gabriele, Achille, Erasmo, Beltramo e Rinaldo (tutti 
nobili rampolli di quest'inclita famiglia) furono decurioni 

(1) Paolo Moriggia. lil). 4-° Storia di Milano. 

(a) Dalla donazione fatta da Ugo Stampa di alcune terre, ec, alla Basilica di S. Lorenzo si legge: 
Hugo Comes, filius bonae memoriae Joannis elicti de Stampa de ista civitate, qui ex natione mea legein 
videor Salicam et JVilla filia bonae memoriae Adalberti, qui fui t marcliio, anno regni tlenrici Regis octavo, 
mense nofernbris, indictione septirna. te, ec. (Gaspare Bugalti, lilj. 3. pag. a5a). 



STAMPA 

neiranno 1340 quando il sommo pontefice Benedetto XII 
levò quel famoso interdetto, da cui era stata colpita la città di 
Milano dalFaltro papa Giovanni XVIII in pena delPassistenza 
che prestò Visconti allo scisma di Lodovico il Bavaro, eletto 
imperatore. 

Marco viene pure dal Corio menzionato siccome uno di 
coloro che, morto Maria Filippo, ultimo dei Visconti, favoreg- 
giarono i Ghibellini: egli sostenne il partito della casa Sforza 
contro Carlo Gonzaga, capitano dei Milanesi, che in quelPepoca 
ambiva al principato. Ma accusato Marco dai medesimi suoi 
nemici lasciò sul palco la testa insieme a quelle del suo par- 
tito. Però Giovanni, Nicolò, Stefano, Gabriele e Maffìolo (figli 
di Achille sopraccennato suo cugino) accorsero per vendicarlo. 
A forza d'Wmi e di violenza s^intromisero nel palazzo, ucci- 
sero Leonardo Venier, cibivi risiedeva per la causa dei Ve- 
neziani, e suscitarono per ultimo tutta la plebe, facendo strada 
a Francesco Sforza d^impossessarsi del ducato, il quale gli si 
pretendea dovuto siccome a genero, erede e figlio adottivo 
dell 1 ostinato duca Filippo Maria Visconti. 

Pietro Martire (conte, barone e senatore) è memorabile 
per essere intervenuto con Baldassare Pusterla, suo cognato, 
con Giasone Maino ed Erasmo Brasca, alle nozze di Bianca 
Sforza, sposa di Massimiliano imperatore, e dal quale venne 
creato cavaliere aurato. 

Francesco (riferito dal Ghilini ne' ) suoi Annali) fu fratello 
di Pietro Martire e commissario generale degli eserciti del- 
l' 1 imperatore Massimiliano. Lo si ravvisa pure come uno di 
quei commendevoli capitani che difesero valorosamente la 
città di Cremona, assediata dalle armi francesi nel 1522. 

Innocenzo (sempre parlando dei nobili rampolli della 
famiglia Stampa) fu capitano ducale e castellano di Alessan- 
dria nel 1490. 



STAMPA 

Francesco Maria fu cavaliere amalo e referendario ducale 
di Alessandria nell'anno 1U55. 

II conle Massimiliano (primo marchese di Solicino) visse 
colPamore di tutti presso alla Corte di Francesco II, duca di 
Milano, che si degnò dichiararlo barone di Montecastello, 
signore di Trumello, conte di Rivolta in Ghierra d'Adda, e 
governatore del castello di Milano. Venne Massimiliano incari- 
cato di un'ambasceria in Germania, la quale avea per iscopo 
di sposare a nome del Duca, Cristierna di Danimarca, nipote 
dell'imperatore Carlo V, ed allorquando ebbe egli l'onore di 
accompagnarla a Milano, volle festeggiarla splendidamente a 
Cusago, sua terra. Morto che fu il Duca di Milano, e trovan- 
dosi in quel tempo Massimiliano padrone del castello, ebbe 
facoltà di tenerlo sotto la sua soggezione, sino a tanto che 
ricevette ordine dall'imperatore Carlo V di consegnarlo nelle 
mani di D. Alvaro di Luna. Poscia per ordine di S. M. egli 
accompagnò in Fiandra la vedova Duchessa, ove cortesemente 
venne accolto dall'Imperatore, che lo creò suo consigliere di 
Stato e ciambellano. In tale occasione volle parimente quel- 
l'Imperatore investire Massimiliano del nobile feudo e ricco 
marchesato di Soncino col mero e misto impero. Nell'atto però 
di donargli una pensione ascendente a 1200 scudi annui, 
oltre all'ordinario stipendio dei camerieri, lo chiama « il- 
» lustrem fìdelem nobis dilectum Comitem Maximilianum 
)> Stampa Marchionem Soncini, Consiliarium et Camerarium 
» nostrum ». Lo stesso titolo d'illustre gli attribuisce la 
prefala Maestà, allorché dichiarandolo marchese di Soncino 
con tutti i suoi discendenti, così s'esprime: « in veros Mar- 
» chiones erigimus et illustramus ac Marchiones illustres dici- 
» mus et nominamus 5 ac ab universis et singulis cujuscumque 
» ordinis, conditionis, status, gradus, praeminentia, aut di- 
» ^nitatis fuerint, dici, nominari et honorari volumus, etc. etc. » . 



STAMPA 

Massimiliano sposò la conlessa D. Anna, sorella del cardinale 
Morone, dalla quale non avendo prole gli subentrò nelPere- 
dità il fratello. 

Hermes, protonotario apostolico, commendatario di molte 
abbazie, senatore ducale ed imperiale. Rinunciato Hermes il 
vescovato di Novara, venne in quella vece creato cardinale 
nel 1525. Ma però accorgendosi questi che colla sua morte 
andava ad estinguersi l 1 illustre stirpe degli Stampa, pregò 
il sommo Pontefice di solverlo dai voti cui era legato. Non 
tardò il Papa di concedergli quanto bramava, e così egli di- 
mise Pabito ecclesiastico, vestendo in vece quello di S. Jago. 
LI imperatore Carlo V confermò Hermes nelP antica dignità 
senatoria, e con diploma (30 gennajo del 1544) ei venne 
confermato nella successione dei titoli e feudi spettanti al 
marchese Massimiliano, suo fratello. Nel 1541 ei fu uno dei 
compilatori e riformatori delle nuove costituzioni di Milano. 
Hermes prese per moglie una nobilissima donna, che gli generò 
Massimiliano III, marchese di Soncino, conte di Rivolta, 
barone di Monlecastello, signore di Trumello, e regio consi- 
gliere e cavaliere di S. Jago. Ammogliossi questi con Ma- 
rianna di Leiva, che il fece padre di cinque figliuoli. Ma 
rimasto poscia vedovo si fé* 1 cappuccino, ed assunse gli ordini 
sacerdotali da Sisto V, che lo spedì missionario sulle terre 
degli infedeli per convertirli alla cattolica religione. — I suoi 
figliuoli furono i seguenti: 

Luigi, paggio di Filippo HI e cavaliere di S. Jago. 
Giorgio, signore di Trumello. 

Hermes, secondo di questo nome, e quarto marchese di 
Soncino, il quale ebbe la gloria di consumare molti de 1 suoi 
anni nella memorabile guerra di Fiandra. 

Cristierno, barone di Montecastello, il quale morì sotto Fas- 
sedio di Vercelli. Il surriferito Hermes (II di questo nome) generò 



STAMPA 

Massimiliano, (V marchese di Solicino) clic fu uno dei 
lx perpetui decurioni di Milano, poi colonnello di Napoletani, 
e finalmente capitano di un terzo d'Alemanni. 

Un altro Hermes fu dottore d'ambo le leggi, poeta eru- 
dito e conte di Rivolta. 

Giovanni fu capitano d'Infanteria nelle famose guerre di 
Lombardia e del Piemonte sotto le bandiere del Marchese di 
Leganes, e quindi capitano di cavalleria napoletana. Da Cri- 
stierno, conte di Montecastello, ebbe vita e splendore 

Massimiliano, capitano di corazze, colonnello e commis- 
sario generale della cavalleria dello Stato. Finche egli visse 
fu terrore dei Francesi, essendosi contro di essi strenuamente 
segnalato e nelle guerre del Piemonte e nell'assedio di Va- 
lenza. 

Guid'Antonio (suo fratello) fu dell'illustre novero dei lx 
decurioni della sua patria, com' anche valoroso guerriero 
nella carica di colonnello di fanti e di regio mastro di campo. 

Ma noi ci avvediamo che ove ci dilungassimo nel para- 
tamente annoverare tanti altri personaggi di quest'illustre 
prosapia, correremo rischio di annojare i nostri benevoli let- 
tori. Non possiamo però dispensarci dal menzionare i seguenti, 
per esser troppo manifesti e distinti: 

Giacomo Maria, che fu cavaliere aurato e senatore di 
Cappacorta in Milano, uomo versato nelle scienze e di una 
prudenza esemplarissima, amante e soccorritore dei poveri , 
dai grandi come dal popolo riverito ed amato ; e le sue ce- 
neri riposano nella cappella di S. Gerolamo in chiesa di 
S. Eustorgio, con onorevole epitaffio. 

Giacomo, che fiorì nell'anno 1568, e fu cittadino di pre- 
clarissime doti fornito. 

Pietro Gaetano, che ebbe la sede dell'arcivescovado di 
Milano verso la metà del secolo scorso. 



STAMPA 

Il marchese Massimiliano Giuseppe Stampa di Sondrio, 
barone e conte di Montecastello, signore di Trumello e Cusago, 
conte di Rivolta, grande di Spagna della prima classe, ciam- 
bellano delPI. R. Casa d" 1 Austria, decurione e reggente di 
moltissimi luoghi, maestro di campo della milizia orfana, ec. 

La illustre famiglia degli Stampa fu sempre grande e 
rinomata nella Francia, e fu progenitrice di molti insigni per- 
sonaggi, tra i quali vengono annoverati (nella Gallici Chri- 
stina dei Padri Samaritani) i seguenti prelati: 

Guglielmo d^EsTAMPES (della stirpe dei signori della 
Fertè Imbaut e Vallensè) che fu crealo vescovo di Montalbano 
dal pontefice Nicolò II. 

Giovanni Stampa, consigliere del re Garlo VII, e prefetto 
del regio Erario in Francia, che fu creato vescovo di Carcas- 
sonne, e mori nelPanno 1455. 

Giovanni, vescovo Nivernense, che morì nel 1462. 

Leonorio d^EsTAMPES di Vallensè, che fu arcivescovo di 
Reims, e morì nel 1743. 

Achille (suo fratello) cavaliere di Malta e generale del- 
Pesercito pontificio, che fu creato da papa Urbano VIII nel 
1645 cardinale col titolo di S. Adriano. 

L 1 Arma di questa nobile ed illustre casata consiste in 
uno scudo inquartalo : Nel primo e quarto d 1 oro colF aquila 
nera coronata. Nel secondo e terzo partito d'Wgento e nero 
con un castello dell 1 uno nelF altro. Soprattutto vedesi uno 
scudetto azzurro, carico di un albero verde, sotto cui siede 
un cane legato per una corda attortigliata ad una mano che 
sorte dal lato sinistro del medesimo scudetto. Mettono gli 
Stampa per cimiero un uomo vestito dei medesimi colori 
che vediamo nelFarma, ed armato di mazza col motto : « Spe- 
cimen virtutis avitae ». 



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SUGANA 

(di Treviso) 



Oriunda di Treviso la nobilissima famiglia de' conti di Sugana, essa non 
è a confondersi con quella dei conti di Castelbarco detta di Castelnuovo, 
ma forma un medesimo ceppo con quella dei conti di Valsugana che ten- 
nero la Signorìa di Castelnuovo, Caldonazzo, Brenta e Selva, e di altre 
fertilissime terre e castella del Trentino. Il Montebello Scrittore accuratis- 
simo, nella sua Storia della Valsugana ci fornisce in proposito pregevoli 
notizie (di cui noi faremo in queste nostre pagine prezioso tesoro), e ci 
prova con irrefragabili documenti, come il primo ceppo di questa famiglia 
risiedesse nei signori di Castelnuovo che ebbero stanza in Padova e fu- 
rono, come ne attestano le storie contemporanee, ricchissimi di potenza 
di tenimenti, e ammirandi per luminose virtù ed opere gloriose : e che 
vari discendenti di esso ramo, ponendo dimora a Caldonazzo e Brenta, 
da quei luoghi ove possedevano feudi castella assunsero il nome di Si- 
gnori di Caldonazzo, e Brenta, non lasciando però di aver parte con- 
tinua ai più nobili uffici nelle città di Padova e di Vicenza ove conser- 
varono sempre cospicui averi e possedimenti. 

A dimostrare adunque la verità del nostro asserto ; come, cioè i conti 
di Sugana di Treviso discendono direttamente dai conti di Valsugana, 
diremo brevemente dell' origine di questi ultimi fino a Liccone figliuolo 
di Rambaldo che fu il primo stipite della cospicua famiglia Sugana di 
Treviso. 

Il Verarci nella sua Storia degli Ez Zellini all'anno 1128, ed il Boni- 
fazio nella Storia di Treviso all'anno 1116 ci narrano, che Varimberto, 
Penso e Guglielmo di Caldenazzo nel 1116 trova vansi alla Corte dell'Im- 



SUGANA DI TREVISO. 

peratore Enrico V, sostenendovi uffici luminosi; che arrischiano di 
cospicue elargizioni il Monastero di Campese nel Vicentino, e che un tale 
esempio venne con lodevole emulazione seguito da Pisone di Brenta. 
Dalla Storia della chiesa di Trento apprendiamo pure che Enrico di 
Caldonazzo assistè di persona alla donazione per gli sponsali di Odorico 
di Pergine e Maria delle Predaglie, e che nel 1185 trovavasi a Trento in 
occasione che la suddetta Maria alienava al vescovo Salomone alcune 
sue terre. 

E qui giova avvertire, seguendo il Montebello, che la famiglia dei 
Signori della Valsugana si divise in tre rami, il primo rappresentato da 
Penzo e dai figliuoli di Enrico, che furono Giacomo e Vecello ; il secondo 
da Corrado e Guglielmo cugini dei figli di Enrico; il terzo da Geremia 
e Alberto altri cugini. 

Al primo ramo toccò la parte inferiore del castello di Brenta che al- 
l'epoca delle incursioni di Ezzelline era in potere di Niccolò figlio di 
Vecello: il secondo seguendo sempre la Storia del Montebello, ottenne 
dal vescovo di Trento il castello di Selva, nella persona di Corrado, che 
vi prese stanza col fratello Guglielmo, ove ebbero pure dimora i loro 
discendenti : il terzo ramo rappresentato da Geremia ed Alberto, avutane 
benigna concessione dallo stesso vescovo di Trento, fabbricavasi un ca- 
stello, oltre Caldonazzo ove fissava la sua residenza. Geremia ebbe 4 figli : 
Bertoldo, Aproino, Gerardo e Niccolò. Dal primo di questi nacque Alberto 
e Geremia che assunsero il cognome di Castelnuovo, come in antece- 
denza avevano fatti i loro zìi Aproino, Gerardo e Niccolò. 

Sul conte di Alberto abbiamo poche ed incerte notizie : pare però as- 
sicurato che egli fosse in molta benevoglienza ai Signori da Romano e 
da essi venisse elevato a cospicue dignità. Nelle storie del Macorisio 
pubblicate dal Muratori troviamo anzi, che egli venisse eletto a Podestà 
di Vicenza e che reggesse con tanta integrità un tale governo da me- 
ritarsi da quello storico il seguente elogio: bono modo et tranquillo stato 
rexit oivitatem. Sposatosi nel 1249 alla figlia di Federico della Scala, 
che lo fece padre di vari figli, morì pochi anni appresso. 

Geremia nel 1242 prestava giuramento di fedeltà ad Odrico vescovo di- 
Trento. In un documento di quei tempi trovasi, che Dominus Jer ernia s 
de Castronove de Valle Sugana era stato insieme ai figli di suo fratello 



SUGANA DI TREVISO. 

Alberto, infeudato dalla Mensa di Trento del castello di Caldonazzo, e 
della terza parte della montagna di Cavarone, del Lago di S. Cristofano, 
del Monte di Valtaro, di Centa e Coste ; nella Storia della Chieda di 
Trento altra volta da noi citata, viene distinto col titolo di nobilis et 
generosus miles. Ricco di molta prole, diremo soltanto di Aproino, Sic- 
cone primo e Rambaldo, cui venne dal vescovo Alessandro di Feltre 
conferita la piena giurisdizione sulla Valle Sugana Feltrina, sopprimendo 
a tale uopo quella che in essa Valle esercitavano i due Capitani che vi 
risiedevano per convalidarvi la podestà vescovile. A Siccone poi parti- 
colarmente veniva concessa dal vescovo Enrico nel 1314 Y alta e su- 
prema Signoria di Valtaro, Magazzone e Busentino in ricompensa dei 
graditi servigi da lui prestati in altri tempi alla Chiesa Tridentina. 

Ne contenti i Signori di Castelnovo di una tale giurisdizione che as- 
sicurava loro il dominio della Valsugana inferiore, vollero assicurarsene 
l'intero possesso, e profittando degli ampi mezzi che erano in loro po- 
tere, fecero acquisto dalle più ricche famiglie che in quella dimoravano 
di tutte le terre e castella ad esse appartenenti, che aggiunte a quelle 
i di cui erano infeudati, diedero loro il pieno possesso dell'intero terri- 
ritorio, che si divisero in famiglia. Siccone pero prevalse su tutti di sua 
casa per potenza ed opere gloriose che gli meritarono fama di uomo esper- 
tissimo nelle cose militari, e dotato di indomabile coraggio. Ne siano prova 
i seguenti fatti conservatici dalle storiche tradizioni. 

Nel 1317 mosse in aiuto con buon numero di cavalieri , di Can della 
Scala che era in ostilità coi Padovani di animo insofferenti a qualsivoglia 
giogo che gli fosse d' impedimento ad un assoluto potere, morto Can della 
Scala cui era in debito di prestar vassallaggio, come Signore di Feltre 
con aperta ribellione negò di prestare ossequio ed obbedienza nel 1333 a 
Mastino e ad Alberto che tenevano il retaggio di Can : del che indigni- 
tisi costoro, colla forza delle armi lo spodestarono dal castello di Grigno 
e ne diedero il possesso ai Signori di Toano. Nel 1337 si uni ai Fioren- 
tini ed ai Veneziani che erano in guerra coi della Scala, e militò stre- 
nuamente in prò del vescovo di Feltre che si era tolto alla Signorìa degli 
Scaligeri, contribuendo per tal modo che la città di Feltre a lui rima- 
nesse : servigi che gli fruttarono la fortezza di Covolo , e la Bastia di 
Marter e di unione al di lui fratello Rambaldo, la giurisdizione di Tesino. 



SUGANA DI TREVISO. 



Ebbe pure la Signoria di Mavortica nel Vicentino, dalle armi collegate, 
in benemerenza di averne coadiuvato potentemente l'acquisto, e volle 
esserne eletto Signore a suffragio popolare, perchè venisse cancellata la 
memoria della dominazione di Fr.. della Pergola che lo aveva preceduto 
in quella Signoria: una tale supremazia non fu però di lunga durata, 
perchè formatasi pace un. anno appresso tra gli Scaligeri ed i collegati, 
fu stabilito che esso ne facesse cessione ai primi: del che adontatosi, 
Siccone, volle tentare la sorte delle armi con grave sua danno, poiché 
Alberto Della Scala con ingente numero di fanti e cavalli scendendo a 
contrastargliene il possesso, a forza se ne rese padrone. 

Profittando del momento che il vescovo di Trento era in aperta guerra 
coi Bresciani, Siccone ne invase le terre, credendo che egli non avesse 
bastante soldatesca a fermarlo nel .suo cammino: ma le cose andettero 
altrimenti però da questa lotta ribelle, ne venne qualche vantaggio a 
Siccone che si vide reintegrato nei suoi diritti sopra Valtaro, Busentino 
e Magazzone. Perdurando però anche in seguito le rappresaglie e visto 
che le cose gli volgevano avverse, a comporle definitivamente scelse ad 
arbitro Ubertino da Carrara. Chi amasse su questo proposito maggiori 
schiarimenti, potrà rinvenirli nel Verci che pubblicò i documenti che ri- 
guardano quest' epoca. 

Pareva che in Siccone col crescere degli anni si aumentasse maggiore 
l'ambizione al potere, la sete di nuove conquiste. A ciò devesi se egli 
si indusse ad offrire i suoi servigi a Lodovico il Bavaro imperatore ed 
al di lui figlio Lodovico di Brandelburgo, e ad opporsi al vescovo di 
Trento ed altri alleati che ad istigazione del sommo Pontefice si ostina- 
vano a voler implorare che il Bavaro calasse in Italia. In fatti egli re- 
cavasi segretamente dall'imperatore offrendogli la somma di 12,000 fio- 
rini, al patto di essere nominato Vicario Imp. di Feltre e Belluno. Più 
della proposta piacque il danaro all'ingordo straniero che gli consegnò 
le lettere-patenti che lo inalzavano a quella dignità: l'opposizione però 
a tale investitura mossagli dal vicario Engelmario di Villanders, persua- 
sero l'imperatore a revocare la nuova elezione e non restituire il prezzo 
avutone. Conseguenza di tutto ciò fu l' invasione per opera di Engelmario 
e del vescovo di Trento a mano armata dei castelli di Siccone, la di lui 
fuga in Germania, e par ultimo la di lui cattura in Bolzano. E fu sol- 



SUGANA DI TREVISO. 

tanto allo preghiere di Iacopo da Carrara se potò escirne libero , sbor- 
sando 6000 fiorini d'oro a Engelmario e facendogli cessione della Chiesa 
di Marter, non che accordando a Iacopo da Carrara, qual mediatore della 
sua scarcerazione, la fortezza di Covolo. 

Divenuto Carlo II re dei Romani, con pieno dominio su Feltre e Trento, 
Siccone, non tenendo a calcolo la inimicizia di re Carlo col marchese di 
Brandeburgo, fu tosto a prestargli ossequio e reverenza, ma pentitosi 
di un tale atto di sommessione che poteva tornargli fatale, appena partito 
Carlo che aveva rinvestito del principato il vescovo di Trento, abbracciò 
nuovamente il partito del Marchese di Brandeburgo, ed alla morte del 
vescovo Niccolò di Brona, che accadde nel 1348, si unì al Capitano 
del castello, munendolo di denaro e di armati, per sottrarre al dominio 
ecclesiastico, come avvenne, la città e la fortezza di Trento e farne re- 
stituzione al marchese di Brandeburgo. 

Morto nel 1356 Iacopo da Carrara che aveva aggiunto ai propri pos- 
sessi Pergine, Levico, Selva e Roccabruna, Siccone si mosse tosto con 
armi proprie e del marchese, a danno di Francesco da Carrara ed im- 
padronitosi dopo lunga resistenza di quelle terre, le sottomise novella- 
mente all'ubbidienza del Brandelburgo, non ricevendo altro premio per 
sì lunghi ed utili servigi che la onorificenza di tenere il freno del cavallo 
di Elisabetta sorella del Brandeburgo, quando recavasi a Verona, sposa 
a Cangrande della Scala ! ! ! 

Di Niccolò a lui unico figlio poco e nulla sappiamo, non trovandolo 
menzionato dagli storici contemporanei che per cose di lievissima im- 
portanza: in lui però si estinse il ramo di Siccone primo. 

Rambaldo fratello a Siccone, signore del castello di Telvano, ebbe un 
palazzo sulla piazza di Borgo Valsugana ove teneva stabile dimora, me- 
nandovi vita lieta e sfarzosa oltre ogni credere : ciò non toglieva che 
egli non accudisse ancora con animo pronto e vivace alla cosa pubblica 
a cui professò moltissimo amore : bello ed aitante della persona lo dicono 
gli storici. Abbiamo già accennato, come esso insieme al fratello venisse 
eletto alla giurisdizione di Tesino, nella quale ebbe fama di uomo inte- 
gerrimo e solerte, fama che egli si meritò ancora nelle altre questioni 
ed imprese che ebbe comuni col fratello. Il Monte Albaredo venne me- 
diante un annuo tributo, da lui ceduto ai comuni di Pieve e Cinto. 



SUGANA DI TREVISO. 

Padre di tre figli, l'uno, Siccone secondo, nato di legittima unione, gli 
altri Martino e Francesco, frutto d'inconsulto amore; di questi ultimi 
non terremo parola benché lasciassero buona rinomanza di se e per 
valore militare, e per somma perizia nelle cose amministrative, desiderosi 
occuparci solamente di Siccone secondo, che, come abbiamo detto le 
molte volte, fu il primo stipite della nobilissima famiglia dei Sugana di 
Treviso. 

Siccoie assunse il titolo di signore di Telvana, di S. Pietro di Caldo- 
nazzo e di Teleba. If Montebello parlando di lui racconta, che egli venne 
in tanta estimazione, da essere chiamato arbitro in questioni di molta 
importanza tra Comuni e signori potenti e di alto linguaggio. Benevolo 
ora alla casa d'Austria ed ora a quella di Carrara, fu da esse tenuto 
in molta onoranza, del che ne abbiamo prova nel vederlo da Leopoldo 
d'Austria eletto al comando di parte delle sue milizie, quando gli venne 
da Venezia ceduta Trevigi. Ciò però gli tornava a moltissimo danno, 
poiché Antonio della Scala, nemicissimo all'Austriaco e al Carrarese, per 
trarre vendettA sopra Siccone dell' essergli ostile, invase le sue case ed 
i suoi castelli, ponendo a sacco quanto in essi si rinveniva e conce- 
dendolo come buona preda di guerra, ai suoi armati. Costretto perciò a 
riparare a Padova presso Francesco Novello da Carrara, fu tra i cava- 
lieri che accompagnarono alla tomba la salma di Francesco il vecchio. 
Galeazzo Visconti in quell'epoca avendo fatto dono ai signori di Toano, 
dei castelli di Grigno e Tesino, di pertinenza di Siccone, questi non 
acquetandosi a vedersene spogliato, non cessò un momento di recar 
loro molestie, e le cose sarebbero venute ad aperta guerra, se il Con- 
gresso di Genova aduuatosi nel 1392, per assestare le cose di Italia, 
non avesse definitivamente assicurata la signoria di Feltre al Visconti 
e costretto per tal modo il Siccone ad acquetarsi a quella sentenza. Ve- 
nuto a contesa col vescovo di Trento, la sorte delle armi gli fu contraria 
e fatto prigione, chi sa a quali estremi si fosse giunto, se la mediazione 
di Francesco Novello da Carrara non fosse giunta in buon tempo a li- 
berarlo dopo vari mesi dal carcere ove stava racchiuso, nel 1404. Spo- 
satosi ad Anna Buzzacarini di Padova, questa piissima donna fondava 
la Chiesa ed il benefizio di S. Croce nel Borgo di Valsugana, lasciando 
di se fama imperitura per le nobili e generose virtù che ne arricchivano 



SUGANA DI TREVISO. 

la monto od il cuoro. Morto Siccome nel 1408 gli rimanevano superstiti 
i due suoi Agli Giacomo e Antonio. Del primo non abbiamo notizie ; di 
Antonio invece ci racconta il celebre Muratori, che fu tra coloro in 
Milano che portarono il baldacchino che si elevava sulla cassa mortuaria 
che conteneva il cadavere di Galeazzo Visconti, o che rifugiatosi in Tre- 
viso per cercarvi protezione da Fr. Novello di Carrara, fu il primo sti- 
pite della famiglia dei Sugana. E di ciò ne fanno pur fede, il Bonifazio 
nella sua Storia di Treviso e Niccola Mauro, nella sua Cronaca delle 
nobili famiglie Trevigiane. Il Mauro anzi a queste notizie altre pure ne 
aggiunge onorevolissime alla Famiglia Sugana ; narrando, come gli Sca- 
ligeri, signori di Treviso accordassero a Michele figlio di Antonio la 
cittadinanza e la nobiltà in primo grado a tutti i discendenti di questa 
prosapia: distinzione di chi volle pure esser cortese a lui, ed al suo fra- 
tello Cristoforo, la città di Padova dichiarandoli benemeriti entrambi 
della Repubblica di Venezia, e accordando loro privilegi ed immunità di 
altissimo pregio. Da Michele nacque Francesco che datosi alla mercatura 
del Lanifìcio (che dopo Firenze era in moltissimo flore nel Trevisano) vi 
ammassò tali e tante ricchezze da lasciare dopo la sua morte, che av- 
venne nel 1489, ai suoi nipoti un asse di oltre 200,000 scudi, non cal- 
colando l'istituzione di una cospicua primogenitura. Cristoforo ebbe pure 
due Agli Michele e Bartolommeo che appartennero all'ordine dei Notai ed 
in esso acquistarono bellissima rinomanza ; di quest' ordine pure fecero 
parte 'Cristoforo, Girolamo, che fu anche Cancelliere del Consiglio, Luigi 
nominato cavaliere, e Basilio valentissimo Giureconsulto , figli tutti di 
Bartolommeo. Tra medici più famigerati di quell'epoca è anco da an- 
noverarsi Giovanni figlio di Girolamo che si applicò pure agli studi no- 
tarili, come vi ebbero rinomanza, Iacopo morto nel 1605, ed i suoi tre 
figli. Tra i Giudici ed i Dottori emersero un Michele che cessò di vivere 
nel 1445, ed i suoi figli Francesco morto nel 1490, ed Antonio che venne 
in seguito, fatto cavaliere, e nominato pretore di Colalto ; Giovanni fisico 
di bella fama e Cancelliere del Consiglio la cui vita si spense nel 1508 ; 
un secondo Giovanni che ebbo pur esso titolo di cavaliere, e fu sommo 
Giureconsulto, mancato ai viventi nel 1542, e per ultimo Bartolommeo, 
Giudice, uomo eruditissimo per la sua molta dottrina. Tra gli uomini ,'di 
lettere che fiorirono in questa famiglia, citeremo soltanto, per amore di 



SUGANA DI TREVISO. 

brevità, il nome di Domenico che negli studi teologici e filosofici venne 
reputato uno dei primi luminari della sua epoca. 

Il Senato Veneto nel 1779 accordava a questa nobilissima Famiglia una 
nuova e meritata onorificenza, fregiando tutti i componenti della mede- 
sima del titolo di Conti, onorificenza che l'Imperatore Francesco I con 
Sovrane risoluzioni del 1 agosto 1819 e 5 aprile 1829 pienamente con- 
fermava. 

Padre degli attuali Rappresentanti fu il conte Marco Sugana, le di cui 
virtù avrebbero duopo di ben altra penna che la nostra, per essere de- 
gnamente descritte. Il suo più bell'elogio si compendia nel compianto uni- 
versale che destò la sua perdita, nel lutto in cui giacque immersa una 
città intera alla notizia della sua morte. Sostenne nobilissimi uffici, fu di 
ingegno pronto e vivace: ebbe la patria in cima d'ogni suo pensiero ne 
vi fu una lagrima che venuta a di lui cognizione, non trovasse in lui 
efficace conforto. Tutta la sua vita, tutta la nobiltà de' suoi sentimenti, 
tutte le aspirazioni di un animo degno di tempi migliori, si raccolgono 
nelle ultime parole dirette ai suoi figli colle quali si chiude il suo testa- 
mento : raccomando ai maschi di amare la patria, di essere sempre 
pronti a difenderla, e non dimenticarsi che suo padre pensava così. 
Queste parole erano dettate nel 1853 e rivolte a Caterina, Giuseppe, Elisa 
e Gaetano suoi figli. 

I conti Giuseppe e Gaetano emulatori degli esempi paterni, sembrano 
destinati a perpetuarne le glorie, così in essi è insito il sentimento di 
quella rettitudine che è fonte d'ogni virtù, ma che è pur troppo il re- 
taggio di pochi, il primo di questi gode di un'onorevole ufficio presso la 
R. Corte, e prese parte nella verde età di 18 anni alle battaglie combat- 
tute nel 59 per la indipendenza Italiana: il secondo fu compagno al fra- 
tello sui campi Lombardi nel 59, benché in età a lui minore di 2 anni 
e vestì poscia l'onorevole divisa dei RR. Bersaglieri, ove oggi ricopre il 
grado di Tenente: Spinto dall'amore di vedere l'Italia intera ridotta sotto 
il magnanimo scettro di V. Emanuele prese parte alla catastrofe dolorosa 
di Mentana: la contessa Caterina è dama di nobilissimi sensi, di rara 
bontà di cuore, di svegliatissima mente, e di squisite e cortesi maniere. 
Sposatasi al conte Guido di Panigai essa ne infiora la vita, colle virtù 
dell'animo ed i pregi di un eultissimo ingegno. Modello un giorno alle pa- 



SUGANA DI TREVISO. 

trizio fanciulle di Treviso, oggi è decoro precipuo delle nobili dame di quella 
città. La contessa Elisa forma pur essa l'ammirazione di quanti hanno in. 
sorte di avvicinarla, e per la gentilezza del di lei animo, per la cultura del 
di lei spirito, e per quelle rare prerogative che formano 1' ornamento più 
bello di chi venne, per la fortunata posizione in cui nacque, destinata a ri- 
fulgere nella più eletta classe della società. 



Conte F. Galvani. 



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